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Boards of Canada – Tomorrow’s Harvest

Data di Uscita: 10/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Nothing is real

Nella luce incerta di giugno, la guardo sporgersi lievemente dalla finestra, i capelli lunghi e neri piegati dal vento raccogliersi sulla bocca. Lascia cadere qualche parola di sotto. Finge di non vedermi. Quindici anni prima mi teneva la mano: nella penombra di una piccola mansarda, tra i vecchi giocattoli velati di polvere e i libri delle mie sorelle più grandi, seduti su un canapè dai piedi instabili, prometteva che non mi avrebbe lasciato. Lungo i tubi, gli scarichi, le grondaie del pozzo di luce scalcinato, su cui s’apriva una finestrella, scorreva il tempo dei nostri pomeriggi mentre lontano la città si perdeva nello sfacelo del giorno.
Quand’è che ha deciso di portare via per sempre il suo sguardo dal mio?
Cerco il punto esatto, il centro forse, oppure un’angolazione ideale dove poter vedere l’istante in cui le cose accadono. È possibile vivere fuori da questa bolla d’aria, fermi e distanti dagli sguardi di chi sta intorno e guardare, semplicemente guardare il mondo che se ne va e poi ritorna per poi andarsene ancora?
È stata la pioggia a svegliarmi. Una pioggia violenta. Sembrava una padella che friggesse e che nei suoi giorni non avesse fatto nient’altro che friggere. Forse una pioggia così fa accadere le cose troppo in fretta: l’occhio è preda di quelle gocce che cadono a dividerci dal mondo.
(Il mondo, il mondo, che cos’è il mondo? Una parola, mi dico in fretta respingendo l’idea vertiginosa e magnetica delle sue strade, delle sue storie, dei suoi volti. Ancora un’ultima immagine: una palla blu e bianca, come la panna che si sfalda sul gelato, che ruota nel nero assoluto.)
Sul costone della collina, nei campi che si stendevano appena finivano le case, lì dove ora sorgono grigi palazzoni, cortili di pietrisco e cancelli dalle linee dritte e dai colori smorti, andavamo a caccia di lucertole. Io e lei. Una volta fummo sorpresi da un temporale, di quelli estivi, brevi ma violenti. Nell’aria che s’era fatta livida e metallica d’improvviso, i fulmini squarciavano il cielo, qua e là, lontano, come in uno scenario apocalittico o come in quelle trasmissioni americane alla tv. Nella mansarda, s’era tolta la magliettina a pois, lasciandola ad asciugare sul canapè. Lì, in quella stanza che sarebbe diventata la nostra stanza d’amore, la toccai per la prima volta: riluceva indifesa, stupita di sé e di me così vicini, al rigagnolo di luce irreale che passava dalla finestrella. Ricordo la pelle d’oca, il suo alito caldo e alla pesca (era ghiotta di quelle caramelle alla pesca che spacciava il tabacchi della piazza), i capelli bagnati, la pelle morbida e appiccicaticcia e salata, come se fosse ieri.
Era molto raro vederla dalla finestra. Probabilmente s’era affacciata per indagare su dove si erano riparati suo nipote e i suoi amici durante l’acquazzone. Dandosi il tono di una sorella maggiore, li rimproverava tutti. Esibiva un accento diverso, a tratti ridicolo, corroso dagli anni universitari trascorsi in qualche città del nord del paese, M.. Mi.. non ricordo più. Provo un piccolo piacere a sentirla inciampare sulla o come quando mi urlava di no, di starle lontano. Rivedo la mia mano tendersi in avanti, pochi centimetri mi separano da lei, in corsa, veloce. Il vestitino bianco, le sue gambe sottili, i capelli alla vaniglia tremare contro vento. Lei contro l’azzurro del cielo, lei randagia tra le auto parcheggiate, lei bellissima tra le mie braccia: la agguantavo da dietro, per un braccio, si divincolava con le unghie, e all’angolo, dove la riprendevo, rifiatavamo abbagliati dalla luce del sole ancora alto e smemorato nel cielo. Si stava lì per un attimo come a sperare che quell’azzurro impenetrabile si lacerasse davanti ai nostri occhi. Come quando cadono i fulmini.
Ancora una mano verso il vuoto, ancora una parola lasciata cadere di sotto, la piega delle labbra, un sorriso, sempre uguale che svanisce, ed è voce nella stanza, tra le tende bianche e vaporose che ridiscendono lente e leggere e fatate, in uno svolazzo.

Gianfranco Costantiello

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