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Sigur Rós – Kveikur

Data di Uscita: 14/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Við höldum andanum (part II)

Cadevo.
L’avevo scelto quel salto; come avrebbe fatto, forte di anni fusi che colano via in meticolosa preparazione, il più arrogante degli acrobati che guarda, oltre i bastioni, un pubblico incapace per natura a dar fede. In questo modo, si è pronti anche alla più infelice delusione battuta a ritmo di fiato sospeso, in impaziente attesa di sapere come andrà a concludersi. Se, con un po’ di fortuna, in gloria di giudizio conquistato e sangue che ancora scorre elettrico in vena, energico come il riverbero di una fiaccola notturna o, al contrario, con il corpo dilaniato da uno schiaffo che morde feroce, come la luce del giorno brucia il sogno di sparire all’orizzonte di un mattino ancora acerbo. A quel punto tornerei cenere di fronte all’iceberg e mi lascerei soffiare via dal vento, abbandonato in una resa così rassicurante che porta alla memoria il braccio fermo di un vecchio padre.
Cadevo.
I venti metri colonnari si riducono prontamente e presto posso distinguere la grana leggera del fondale basaltico. Sapere della sua taciuta instabilità non può che turbarmi e unica risposta dovrebbe essere a suono d’immobile autorità tirannica, così da evitare che le sue sensualità ti portino a soffocare in un letto di sabbie incostanti.
Ogni errore, ogni scelta inopportuna, con voce dominante mi guida in fierezza alla superficie sconsigliata, conscio che ogni minuto di pentimento non sarebbe sufficiente a cancellare tutti i nei che indosso. In fondo, non ne sento così forte il peso. In onore all’imperfezione, l’alzerò ancora un bicchiere colmo di Bordeaux, affidandomi all’eco dell’ennesimo mantra, che una volta cominciata la ricerca, non si può altro che trovare qualcosa. D’altra parte, la spinta attrattiva è testarda oltre misura, e alternativa improbabile mi vorrebbe airone maggiore, pescatore con le ali, pronto a fuggire se il momento lo richiede.
Cadevo.
Il vapore umido che si solleva a ormai poca differenza dall’impatto, mi circonda in un amplesso facendosi elemento essenziale del rito catartico. A distanza, l’acqua si consegnava sincera come l’ingresso di una tomba entro cui nascondersi a riparo dalle risonanze scomposte di scadenze e commenti non voluti. Ora l’ambiente, reso inospitale dalla luce rifratta attraverso le minuscole particelle che si muovono confuse e che lasciano svanire i contorni, mi costringe a serrare gli occhi in atto di umana difesa di fronte al mutare di tutto ciò che una volta era riconoscibile. Il ricordo della sua trasparenza, che spero non sia tradito, lascia posto al forte l’odore metallico che attraverso le narici riempie gli ultimi istanti, irrorando ogni organo di un impulso adrenalinico al quale, se anche ne avessi la possibilità, non vorrei sottrarmi.
Non resta altro che raccogliere tutto il fiato possibile prima di trattenere il respiro, perché mi trovi pronto a scomparire nella sua moltitudine in liquida.

Giulia Delli Santi

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