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Zomby – With Love

Data di Uscita: 17/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Una volta che ti è stato affibbiato il marchio di “ragazzo difficile” è assai improbabile un processo reversibile. Mi bastava aprire la porta di casa e fare un solo passo, suonare un campanello ed essere fagocitato all’interno di una tra le tante di queste realtà così chiacchierate, Jeremy è nato che già era un bambino con problemi.
A differenza di tanti, troppi altri, i miei genitori non hanno mai considerato l’idea di tenermi all’oscuro dell’esistenza di Jeremy e dei suoi tormenti, proibendomi di frequentarlo; non sto parlando di compassione, ma di bontà d’animo, fiducia, apertura mentale e affetto incondizionato. Ricordo giochi interrotti da scatti di ira, risate compulsive decontestualizzate e prive di ragioni sensate (e io rimanevo a bocca aperta come un pesce, intontito, e muto), colori densi e funerei stesi con foga e rabbia su fogli di carta, in luogo dei disegni chiesti ai bambini dalle maestre di scuola: la tua famiglia, il tuo animale domestico, la tua cameretta. Correvo in quella cucina spoglia e trovavo due mamme assorte in discorsi impegnati e impegnativi, voci basse e parole veloci per non essere afferrate e non suscitare domande; distendevano i muscoli del volto al mio arrivo ed elargivano dei sorrisi dolci, benevoli, posticci, cambiando repentinamente tema per tenermi all’oscuro, e al sicuro. Crescendo, quegli stratagemmi dozzinali iniziarono a fare acqua, Jeremy mi seguiva e si innescavano lotte con le mani e con i piedi e urla massacranti vomitate da delle labbra strette, occhi infuocati. La sua mamma gli accarezzava con amore la nuca ma lui la scansava ripugnante con gesti impulsivi. Tornavo di là, nel mio appartamento, stringendo la mano di mia madre e nascondendo il volto nel petto, come potevo. Malgrado tutto questo tormento sentivo di volergli sinceramente bene.
Ci perdemmo di vista per tanti, tantissimi anni; scuole diverse, orari sfalsati, abitudini modificate appositamente. Tuttavia sapevo cosa ci fosse dall’altra parte del pianerottolo, dietro la porta prospiciente la mia.
Un ragazzo cresceva, e insieme a lui anche le inquietudini che lo trattenevano dal mescolarsi con altre persone, lo segregavano prigioniero di incubi ineffabili che andavano ingigantendosi proprio a causa dell’impossibilità di tramutarli in pensieri compiuti; gli assistenti sociali parlavano della urgente necessità di uno psicologo che lo seguisse e gli restituisse la vita il prima possibile, ne cambiarono numerosi e ogni volta erano punto e a capo. In circostanze come queste si dispiegano finali antitetici, la redenzione da una parte e il totale annullamento dall’altra, bivii cruciali e ineludibili che possono gettare luci accecanti come ombre eterne.
A dispetto delle premesse tutt’altro che incoraggianti, Jeremy riuscì a districarsi tra le ragnatele che lo costringevano in un angolo di solitudine; come per ogni demone che si rispetti, neutralizzarlo significava esorcizzarlo, in ogni modo e con ogni mezzo. Sotto la spessa coltre di una sofferenza abissale covavano i germi muti di una creatività artistica sorprendente, che deflagrò violenta in una cascata di suoni elettronici tenuti insieme dallo spartito coerente della paranoia.
Capitai per caso nel pub all’angolo del mio quartiere una sera, erano le 7pm e sul bancone erano assiepate persone con cui ero nato e con cui avevo trascorso infanzia, adolescenza e anche i primi bagliori di un’età adulta ancora non del tutto fatta mia. Di mano in mano passava un volantino nero con un nickname inquietante scritto in angolo, la gente rideva sguaiata ed era pronta a scommettere anche l’ultimo penny che aveva in tasca che si trattasse di Jeremy, la comparsa al pubblico di un animo tormentato sotto la protezione di uno pseudonimo tutt’altro che rassicurante. Come decenni addietro le persone, stolte e rudi, riuscivano soltanto a deriderlo e a dubitare, sonore pacche sulle cosce e sul pianale in legno come a dire che quel ragazzo non avrebbe mai potuto combinare nulla di buono e credibile. Le bocche schiumanti di birra e luoghi comuni vomitavano offese gratuite, e io non avevo il coraggio di intraprendere crociate in difesa del mio vecchio amico: un carattere graniticamente pavido il mio.
Strappai di mano ad un vecchio smilzo il volantino ormai ridotto in brandelli, ero ancora in tempo a precipitarmi nel locale dove so che avrei trovato il bambino di allora e il suo riscatto meritato. La curiosità mi divorava, e insieme la sincera voglia di esserci.
Mescolato tra la folla tentavo di intercettare il suo sguardo riparato da una maschera opportunamente calata sul volto; parimenti un alone di strafottenza gli dava quell’ardire che non gli avevo mai riconosciuto addosso. Aveva sotto mano una tavola imbandita di apparecchiature elettroniche e tra le luci grigie manipolava sapientemente i suoi attrezzi di un mestiere a me nuovo, sconosciuto; era così bravo e abile che rimasi estasiato. Una cascata di suoni ed immagini evocate venivano dispersi nell’aria rarefatta, colori scurissimi e tutte le declinazioni dell’angoscia e dell’alienazione, una sorta di denuncia indiretta per essere stato visto come outsider praticamente da sempre, era lì per avere una rivincita, con rabbia e ironia. La riconoscenza c’era solo verso la musica, ché lo aveva salvato. La musica lambiva i territori del garage e della techno con cui i ragazzi più grandi riempivano di rumore i cortili vent’anni prima, le ritmiche della jungle e labirinti evanescenti e avvolti da una nebbia compatta e asfissiante. Poi ancora il dubstep, parentesi acide e partiture di pianoforte in paludi sconfinate. I pezzi erano brevissimi e interrotti all’improvviso, schizzati e psicotici come lui e il suo temperamento lunatico. Un calderone complesso, claustrofobico, eccezionale.
Uscito dalla scena lo aspettai rimpiattato in un vicolo, non so nemmeno da dove mi fosse uscito lo slancio a palesarmi; quando lo vidi cambiai idea. Sono certo che mi riconobbe, aveva un sorriso sbieco di sfida, mentre scompariva dietro un camion della nettezza urbana. Era l’alba più scura della mia vita.

Federica Giaccani

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