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Archive for giugno, 2013

Disclosure – Settle

Data di Uscita: 03/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

La storia d’amore tra il collezionista e il ciondolo

Ho già detto che le metafore sono pericolose. L’amore comincia con una metafora. In altri termini: l’amore comincia nell’istante in cui la donna si iscrive con la sua prima parola nella nostra memoria poetica.

L’estensione delle nostre scelte e il bacino delle possibilità ad esse associate assomigliano ad uno spiazzo di cemento bianco esposto alle gocce di pioggia. Nei primi istanti, con solo qualche macchia bagnata, tutto sembrerà confuso e scollegato, per poi risultare chiaro ed ordinato quando l’immaginazione avrà creato dei percorsi tra un punto e l’altro. Solo alla fine l’illusione di poter scegliere svanirà affogata, facendoci capire che non esiste un modo più giusto di un altro per reagire alle avversità.
Questi pensieri affollavano la mente di Grant mentre attendeva l’arrivo del suo appuntamento seduto ad un tavolino del Sinead, un bar aperto di recente in un quartiere non troppo lontano da casa sua che si stava rivalutando di giorno in giorno. Lo potevi capire dalle bici stravaganti che vedevi in giro e dai nomi fantasiosi dei nuovi ristoranti comparsi come funghi.
Mentre attendeva Rebecca giocherellava con il segnalibro fatto di carta riciclata e fiori di ciclamino che aveva composto qualche giorno prima, inserendolo tra le varie pagine di un libro che aveva letto tre volte in sequenza per essere certo di capirne ogni sfumatura. I gusti reali di Rebecca, fiori, libri, erano stati facile da recuperare, sparsi tra commenti su blog di fotografia e su forum di letteratura. Per i suoi desideri e gli appetiti più intimi erano state necessarie delle ricerche più approfondite, anche se Grant non li avrebbe svelati tutti. Una giusta combinazione di fascino, mistero e speranza serviva a far credere ad una donna single prossima ai trent’anni che, dopo tanti insuccessi, il destino le aveva finalmente fatto incontrare un uomo che la capiva. Con un sorriso beffardo sul volto Grant pensò che il cuore di una donna era maledettamente facile da conquistare e, per questa stessa ragione, impossibile da tenere saldo. Del resto a lui questo non era mai interessato, gli bastava illuderla per qualche giorno.
Rebecca era una ragazza perbene, cauta, che aveva avuto solo un grande amore nella sua vita e dal quale era stata scottata irrimediabilmente. Poi qualche ragazzo qua e là, di sfuggita, giusto per convincersi che era ancora una persona che poteva interessare e che, certo più importante, era sempre in grado di provare dei sentimenti. Si presentò all’incontro con le difese abbassate, preparata al solito appuntamento banale, e fu totalmente stregata dal fascino immorale di quello sconosciuto che condivideva tutto con lei, passioni e paure.
Quando si ritrovò nella sua camera d’albergo, vittima del magnetismo di quell’estraneo che pensava di conoscere da una vita intera, era assolutamente convinta di esserci salita di sua spontanea volontà, le sembrava quasi di aver condito lei stessa quel loro amore nascente con fanatica bramosia.
Passarono la notte insieme, uniti nel rumore bianco di una notte intitolata second chance.
Venne svegliata dalla musica che proveniva dal terrazzo in riva al mare e si stupì di non trovare nè Grant né il ciondolo di sua nonna che portava sempre appeso al collo. Smarrita, ma con il corpo ancora invaso dalla felicità, si vestì in fretta e uscì dalla camera. Stava ancora pensando al loro futuro insieme quando lo vide, al centro della pista, con un’unica fonte di luce che proveniva da due fari che disegnavano due strisce bianche sulle onde. Ballava estatico ed in armonia con se stesso, muovendo le braccia e le mani con ordine e simmetria. Con gli occhi chiusi ed il cuore aperto, roteava il ciondolo intorno al suo corpo come se fosse una corda infuocata, pronta a bruciare qualsiasi cosa entrasse in quello spazio inviolabile.
Rebecca vide Grant aprire gli occhi, che sembravano ora rivestiti da una patina opaca, e che formulavano silenzioso un allontanamento da tutto quello su cui lei stava fantasticando qualche istante prima.

Avevamo entrambi gli occhiali sporchi.

Filippo Righetto

Jon Hopkins – Immunity

Data di Uscita: 03/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

We Disappear
Sabato notte, ore 2.00 pm in punto, l’attesa è finita. Una chiave splendente si muove all’interno di un enorme lucchetto arrugginito, si aprono le porte del paradiso. Pochi passi nel selciato antistante con nelle orecchie già la cassa del dj set di riscaldamento. So bene che appena varcato quell’ingresso riuscirò a lasciarmi andare completamente, sarà il flusso sonoro a guidarmi, il battito elettronico l’unico motore del mio essere.
Open Eye Signal
Comincio solo ora a guardarmi intorno, da quanto tempo ballo? Intorno a me una marea di anime danzanti condividono l’estasi del ritmo, rimedio ad ogni dolore. Decido di attraversare la folla per raggiungere il bancone del bar, ho bisogno di un refrigerio, bere almeno una birra prima di tornare in pista. E’ fredda ma la mando giù con velocità.
Breathe This Air
Un respiro profondo e via! Il sudario del sabato sera prosegue come ogni settimana, immutato: stesso odore, stessa musica, stessa gioia. La mente si perde in mille ricordi, la prima volta che varcai questi cancelli, la scoperta di un luogo dove non rendere conto di nulla a nessuno, dove il corpo e la mente potessero vagare liberi, sfogare le pressioni accumulate durante i miei lunghi turni lavorativi.
Collider
Una donna bellissima mi urta, non riesco a capire se è la mia immaginazione oppure la realtà, inizia a ballare con me, siamo in sintonia, sembriamo un corpo solo, abbracciati nel nostro sudore, nei nostri odori. Mi stringe la mano sempre più forte, avvicina la sua bocca al mio orecchio e mi dice qualcosa di incomprensibile per poi allontanarsi rapidamente.
Abandon Window
Cerco di seguire il suo profilo svelto che si allontana ma la folla mi blocca la corsa, la perdo completamente di vista. Esco dal locale ma non c’è, cosa mi avrà mai detto, è forse stata solo una visione, è realtà oppure un sogno indotto da qualche droga sintetica che ho ingerito. Vuoto totale, sono sul marciapiede a reggermi la testa tra le gambe.
Form By Firelight
Da dietro il muro della discoteca rimbombano rumori, nuovi inviti al delirio ma non ho voglia di rientrare, decido di percorrere questa zona industriale desolata, sono in mezzo al nulla a rimuginare su una serata andata diversamente dalle aspettative, vedrò nascere l’alba respirando aria pulita, il sole non mi coglierà impreparato al suo sorgere, oggi sono in attesa.
Sun Harmonics
E’ giorno, non ricordo l’ultima volta che l’ho visto nascere, solitamente è la notte quella che aspetto con ansia ma questa volta è diverso. Il mio sguardo si perde in un orizzonte rossastro senza fine, sento che la città si sta svegliando, colgo i primi movimenti delle automobili sulle circonvallazioni tutte intorno, il risveglio del mondo.
Immunity
Torno a casa ma decido di farlo a piedi, dopo aver gettato più lontano possibile le chiavi della mia auto. Nella testa il suono di un pianoforte placido, che mi culla. Tornano nella mente le immagini di me piccino in braccio ai miei genitori, mi scende una lacrima mentre accelero il passo per lasciare indietro la mia stanca ombra da adulto.

Maurizio Narciso

Boards of Canada – Tomorrow’s Harvest

Data di Uscita: 10/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Nothing is real

Nella luce incerta di giugno, la guardo sporgersi lievemente dalla finestra, i capelli lunghi e neri piegati dal vento raccogliersi sulla bocca. Lascia cadere qualche parola di sotto. Finge di non vedermi. Quindici anni prima mi teneva la mano: nella penombra di una piccola mansarda, tra i vecchi giocattoli velati di polvere e i libri delle mie sorelle più grandi, seduti su un canapè dai piedi instabili, prometteva che non mi avrebbe lasciato. Lungo i tubi, gli scarichi, le grondaie del pozzo di luce scalcinato, su cui s’apriva una finestrella, scorreva il tempo dei nostri pomeriggi mentre lontano la città si perdeva nello sfacelo del giorno.
Quand’è che ha deciso di portare via per sempre il suo sguardo dal mio?
Cerco il punto esatto, il centro forse, oppure un’angolazione ideale dove poter vedere l’istante in cui le cose accadono. È possibile vivere fuori da questa bolla d’aria, fermi e distanti dagli sguardi di chi sta intorno e guardare, semplicemente guardare il mondo che se ne va e poi ritorna per poi andarsene ancora?
È stata la pioggia a svegliarmi. Una pioggia violenta. Sembrava una padella che friggesse e che nei suoi giorni non avesse fatto nient’altro che friggere. Forse una pioggia così fa accadere le cose troppo in fretta: l’occhio è preda di quelle gocce che cadono a dividerci dal mondo.
(Il mondo, il mondo, che cos’è il mondo? Una parola, mi dico in fretta respingendo l’idea vertiginosa e magnetica delle sue strade, delle sue storie, dei suoi volti. Ancora un’ultima immagine: una palla blu e bianca, come la panna che si sfalda sul gelato, che ruota nel nero assoluto.)
Sul costone della collina, nei campi che si stendevano appena finivano le case, lì dove ora sorgono grigi palazzoni, cortili di pietrisco e cancelli dalle linee dritte e dai colori smorti, andavamo a caccia di lucertole. Io e lei. Una volta fummo sorpresi da un temporale, di quelli estivi, brevi ma violenti. Nell’aria che s’era fatta livida e metallica d’improvviso, i fulmini squarciavano il cielo, qua e là, lontano, come in uno scenario apocalittico o come in quelle trasmissioni americane alla tv. Nella mansarda, s’era tolta la magliettina a pois, lasciandola ad asciugare sul canapè. Lì, in quella stanza che sarebbe diventata la nostra stanza d’amore, la toccai per la prima volta: riluceva indifesa, stupita di sé e di me così vicini, al rigagnolo di luce irreale che passava dalla finestrella. Ricordo la pelle d’oca, il suo alito caldo e alla pesca (era ghiotta di quelle caramelle alla pesca che spacciava il tabacchi della piazza), i capelli bagnati, la pelle morbida e appiccicaticcia e salata, come se fosse ieri.
Era molto raro vederla dalla finestra. Probabilmente s’era affacciata per indagare su dove si erano riparati suo nipote e i suoi amici durante l’acquazzone. Dandosi il tono di una sorella maggiore, li rimproverava tutti. Esibiva un accento diverso, a tratti ridicolo, corroso dagli anni universitari trascorsi in qualche città del nord del paese, M.. Mi.. non ricordo più. Provo un piccolo piacere a sentirla inciampare sulla o come quando mi urlava di no, di starle lontano. Rivedo la mia mano tendersi in avanti, pochi centimetri mi separano da lei, in corsa, veloce. Il vestitino bianco, le sue gambe sottili, i capelli alla vaniglia tremare contro vento. Lei contro l’azzurro del cielo, lei randagia tra le auto parcheggiate, lei bellissima tra le mie braccia: la agguantavo da dietro, per un braccio, si divincolava con le unghie, e all’angolo, dove la riprendevo, rifiatavamo abbagliati dalla luce del sole ancora alto e smemorato nel cielo. Si stava lì per un attimo come a sperare che quell’azzurro impenetrabile si lacerasse davanti ai nostri occhi. Come quando cadono i fulmini.
Ancora una mano verso il vuoto, ancora una parola lasciata cadere di sotto, la piega delle labbra, un sorriso, sempre uguale che svanisce, ed è voce nella stanza, tra le tende bianche e vaporose che ridiscendono lente e leggere e fatate, in uno svolazzo.

Gianfranco Costantiello

The Pastels – Slow Summits

D.d.U. 27/05/2013

Un breve ascolto, durante la lettura


Ed entravano nelle pieghe della notte inghiottiti dall’eco sommesso delle loro voci.
Il viale taceva rinfrescato dalla pioggia.
Al riparo dall’alba, che già pareva annunciarsi dentro il lampo di luce di un altro temporale, persino l’aria, densa come una marmellata, appariva come quella di un sogno.
G. e M. erano di nuovo insieme, e nel gioco di luce e buio, che è il gioco del mondo, i loro cuori restavano appaiati, tenendosi in un battito senza pausa, eterno. Era un pulsare magico e feroce sotto la coltre lanosa di felpe e magliette intime. Chissà cosa dicevano mentre mi vedevano sempre più lontano agitando un braccio nell’aria; chissà se avrebbero riempito quella notte di maggio con l’abbaglio dei pomeriggi andati, la vodka rubata al discount, le birre e il vino, i tramonti e i baci.

Gianfranco Costantiello

Peals – Walking Field

D.d.U. 14/05/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

In gran segreto, senza sapere il perché, portava dentro la tasca una foglia schiacciata tra due pezzi di carta, la portava con sé lungo le strade infinite che percorreva. La foglia andava seccandosi tra le centinaia di miglia percorse. Senza saperlo era stata a Costantinopoli, a Samarcanda, a Karakorum.
Arrivato a Pechino Marco Polo prese la sua foglia e soffiando la fece volare in aria, fin quando non cadde a terra. Ma non era contento e come un bambino sorrise per la piccola illuminazione: sbriciolò la foglia ormai secca nelle sue mani e soffiò forte.
Poi guardò quei piccoli frammenti scomparire nel cielo della Cina.

Marco Di Memmo

Sigur Rós – Kveikur

Data di Uscita: 14/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Við höldum andanum (part II)

Cadevo.
L’avevo scelto quel salto; come avrebbe fatto, forte di anni fusi che colano via in meticolosa preparazione, il più arrogante degli acrobati che guarda, oltre i bastioni, un pubblico incapace per natura a dar fede. In questo modo, si è pronti anche alla più infelice delusione battuta a ritmo di fiato sospeso, in impaziente attesa di sapere come andrà a concludersi. Se, con un po’ di fortuna, in gloria di giudizio conquistato e sangue che ancora scorre elettrico in vena, energico come il riverbero di una fiaccola notturna o, al contrario, con il corpo dilaniato da uno schiaffo che morde feroce, come la luce del giorno brucia il sogno di sparire all’orizzonte di un mattino ancora acerbo. A quel punto tornerei cenere di fronte all’iceberg e mi lascerei soffiare via dal vento, abbandonato in una resa così rassicurante che porta alla memoria il braccio fermo di un vecchio padre.
Cadevo.
I venti metri colonnari si riducono prontamente e presto posso distinguere la grana leggera del fondale basaltico. Sapere della sua taciuta instabilità non può che turbarmi e unica risposta dovrebbe essere a suono d’immobile autorità tirannica, così da evitare che le sue sensualità ti portino a soffocare in un letto di sabbie incostanti.
Ogni errore, ogni scelta inopportuna, con voce dominante mi guida in fierezza alla superficie sconsigliata, conscio che ogni minuto di pentimento non sarebbe sufficiente a cancellare tutti i nei che indosso. In fondo, non ne sento così forte il peso. In onore all’imperfezione, l’alzerò ancora un bicchiere colmo di Bordeaux, affidandomi all’eco dell’ennesimo mantra, che una volta cominciata la ricerca, non si può altro che trovare qualcosa. D’altra parte, la spinta attrattiva è testarda oltre misura, e alternativa improbabile mi vorrebbe airone maggiore, pescatore con le ali, pronto a fuggire se il momento lo richiede.
Cadevo.
Il vapore umido che si solleva a ormai poca differenza dall’impatto, mi circonda in un amplesso facendosi elemento essenziale del rito catartico. A distanza, l’acqua si consegnava sincera come l’ingresso di una tomba entro cui nascondersi a riparo dalle risonanze scomposte di scadenze e commenti non voluti. Ora l’ambiente, reso inospitale dalla luce rifratta attraverso le minuscole particelle che si muovono confuse e che lasciano svanire i contorni, mi costringe a serrare gli occhi in atto di umana difesa di fronte al mutare di tutto ciò che una volta era riconoscibile. Il ricordo della sua trasparenza, che spero non sia tradito, lascia posto al forte l’odore metallico che attraverso le narici riempie gli ultimi istanti, irrorando ogni organo di un impulso adrenalinico al quale, se anche ne avessi la possibilità, non vorrei sottrarmi.
Non resta altro che raccogliere tutto il fiato possibile prima di trattenere il respiro, perché mi trovi pronto a scomparire nella sua moltitudine in liquida.

Giulia Delli Santi

Kanye West – Yeezus

Data di Uscita: 18/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Una villa enorme, design unico e vetro dappertutto per riflettere il sole e il mare. L’atrio d’ingresso introduce in un paradiso terrestre ed alieno condito da comfort di ogni genere, spazi macchina infiniti, piscina olimpionica a forma di vagina, ascensori rapidissimi, soffitti altissimi, cinque piani, pavimenti in legno, finestre a iosa. Open space. Il lusso era tutto suo, i soldi per la manutenzione non erano un problema per lui che ormai aveva sfondato senza alcun ritegno nel mercato globale. Comprata l’abitazione da un ricco magnate della zona l’aveva ricostruita a sua immagine e somiglianza. L’ego smisurato non lasciava nessuno spazio, ambizione e trasformismo erano gli ingredienti vincenti della scalata all’olimpo degli immortali. Divenire d’ispirazione per il mondo intero combattendo la banalità e la mediocrità era l’obiettivo, l’ordinario e il rancoroso andavano demonizzati nel suo circolo incantato ma così reale. Yeezus aveva deciso di sparare immagini caustiche sui palazzi di sessantasei città sparse nel mondo, era l’ultima provocazione che gli era venuta in mente. Doveva parlarne con il proprio tecnico video, stasera era in programma una cena a lume di candela per decidere il da farsi. Il tecnico chiamato per le proiezioni era Charlotte, una bellissima ragazza francese conosciuta durante un viaggio tra le vigne della Borgogna. I suoi fluenti capelli castani, i piccoli seni, il fondoschiena perfetto e la pelle sempre profumata gli avevano fatto perdere la testa; neppure lui capiva se la trovata delle proiezioni era reale o solo un modo per poter cenare da solo con lei.
Farneticante e misterioso se ne era rimasto chiuso nella sua casa per due mesi facendosi portare viveri e lussi dai vari assistenti. Un senso di sfida continua lo portava a spiazzare l’interlocutore completamente, era solito rimarcare di continuo il suo dominio assoluto con un linguaggio colto ed oscuro. Spacconate terrificanti erano all’ordine del giorno, lo stile unico e naturalmente diretto al gaudio dorato. Il talento indiscutibile debordava dappertutto lasciando di sasso chiunque, cambi in diverse direzioni da far venire mal di testa.
L’autoreferenzialità si faceva oscurità vorticosa, ai limiti massimi. Razzismo, amori torbidi, nessuna pubblicità o promozione al proprio talento. Metafora del potersi permettere ogni cosa, il distacco per sublimare la superiorità. La divinità è una qualche entità superiore straordinariamente dotata, si colloca altrove in una tensione sacra al congiungimento con esso. La fede diviene centrale e voleva instillare in tutti i suoi seguaci questo sentimento così da farsi seguire ed adorare.
Davanti allo specchio con il rasoio per rifinire perfettamente la barba. Bermuda beige, camicia bianca con motivi floreali alternati a piante rampicanti piccolissime, giacca stretta marrone e papillon di classe. Il profumo e gli occhiali da vista con montatura dorata non potevano decisamente mancare per l’appuntamento con Charlotte.
La ragazza arrivò puntualissima alle 20, lui si fece attendere ed il maggiordomo portò Charlotte nell’immensa sala da pranzo addobbata a festa. Si sedette sulla propria sedia fissando il soffitto immaginando mille proiezioni colorate, aveva un abito lungo rifinito con graziosi brillanti, una scollatura generosa e i capelli sciolti a ricadere sulle spalle.
L’arrivo di Yeezus, annunciato da una intro eccessiva e compulsiva intervallata da un coro di bambini, fu planetario. Pesce pregiato innaffiato da un vino bianco micidiale e fruttato, questa era la cena proposta a casa Yeezus; i discorsi della serata toccarono solamente di striscio le proiezioni e lui doveva lottare per non morire negli occhi così brillanti di lei. Mangiarono con calma e il vino arrivò in quantità industriali, lui si lasciò naturalmente andare a monologhi ricolmi di arroganza e auto proclamazione. L’unità di misura era ormai persa e le dita delle mani si sfiorarono nel tentativo di versare altro vino, il resto fu amore esagitato e dolce nello stesso tempo. I bellissimi abiti furono completamente strappati e i brandelli finirono sul tavolo, lo fecero in tutte le posizioni possibili prima nella sala da pranzo e poi nell’immensa camera da letto. Lo stravolgimento fu accompagnato da una colonna sonora che senza ritegno alcuno mescolava rap, industrial, glitch, distorsione, dancehall e beat ruvidissimi con un pizzico soul finale a riportare indietro nel tempo. Il battito cardiaco totalmente violentato da un’ascesa micidiale ed ipnotica, complessa da metabolizzare e prima di tutto da vivere.
Si risvegliarono presto per dirigersi nella piscina a forma di vagina dove fecero ancora all’amore fino allo sfinimento ricordando i ritmi della notte appena passata. Imprevedibili, emozionanti e opachi. Giunse alla conclusione che le proiezioni erano uno scusa, anche l’amore e il sesso in questo caso lo erano.
La conclusione era una nuova affermazione di totale e meritato dominio su tutti i fronti.

Alessandro Ferri

Zomby – With Love

Data di Uscita: 17/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Una volta che ti è stato affibbiato il marchio di “ragazzo difficile” è assai improbabile un processo reversibile. Mi bastava aprire la porta di casa e fare un solo passo, suonare un campanello ed essere fagocitato all’interno di una tra le tante di queste realtà così chiacchierate, Jeremy è nato che già era un bambino con problemi.
A differenza di tanti, troppi altri, i miei genitori non hanno mai considerato l’idea di tenermi all’oscuro dell’esistenza di Jeremy e dei suoi tormenti, proibendomi di frequentarlo; non sto parlando di compassione, ma di bontà d’animo, fiducia, apertura mentale e affetto incondizionato. Ricordo giochi interrotti da scatti di ira, risate compulsive decontestualizzate e prive di ragioni sensate (e io rimanevo a bocca aperta come un pesce, intontito, e muto), colori densi e funerei stesi con foga e rabbia su fogli di carta, in luogo dei disegni chiesti ai bambini dalle maestre di scuola: la tua famiglia, il tuo animale domestico, la tua cameretta. Correvo in quella cucina spoglia e trovavo due mamme assorte in discorsi impegnati e impegnativi, voci basse e parole veloci per non essere afferrate e non suscitare domande; distendevano i muscoli del volto al mio arrivo ed elargivano dei sorrisi dolci, benevoli, posticci, cambiando repentinamente tema per tenermi all’oscuro, e al sicuro. Crescendo, quegli stratagemmi dozzinali iniziarono a fare acqua, Jeremy mi seguiva e si innescavano lotte con le mani e con i piedi e urla massacranti vomitate da delle labbra strette, occhi infuocati. La sua mamma gli accarezzava con amore la nuca ma lui la scansava ripugnante con gesti impulsivi. Tornavo di là, nel mio appartamento, stringendo la mano di mia madre e nascondendo il volto nel petto, come potevo. Malgrado tutto questo tormento sentivo di volergli sinceramente bene.
Ci perdemmo di vista per tanti, tantissimi anni; scuole diverse, orari sfalsati, abitudini modificate appositamente. Tuttavia sapevo cosa ci fosse dall’altra parte del pianerottolo, dietro la porta prospiciente la mia.
Un ragazzo cresceva, e insieme a lui anche le inquietudini che lo trattenevano dal mescolarsi con altre persone, lo segregavano prigioniero di incubi ineffabili che andavano ingigantendosi proprio a causa dell’impossibilità di tramutarli in pensieri compiuti; gli assistenti sociali parlavano della urgente necessità di uno psicologo che lo seguisse e gli restituisse la vita il prima possibile, ne cambiarono numerosi e ogni volta erano punto e a capo. In circostanze come queste si dispiegano finali antitetici, la redenzione da una parte e il totale annullamento dall’altra, bivii cruciali e ineludibili che possono gettare luci accecanti come ombre eterne.
A dispetto delle premesse tutt’altro che incoraggianti, Jeremy riuscì a districarsi tra le ragnatele che lo costringevano in un angolo di solitudine; come per ogni demone che si rispetti, neutralizzarlo significava esorcizzarlo, in ogni modo e con ogni mezzo. Sotto la spessa coltre di una sofferenza abissale covavano i germi muti di una creatività artistica sorprendente, che deflagrò violenta in una cascata di suoni elettronici tenuti insieme dallo spartito coerente della paranoia.
Capitai per caso nel pub all’angolo del mio quartiere una sera, erano le 7pm e sul bancone erano assiepate persone con cui ero nato e con cui avevo trascorso infanzia, adolescenza e anche i primi bagliori di un’età adulta ancora non del tutto fatta mia. Di mano in mano passava un volantino nero con un nickname inquietante scritto in angolo, la gente rideva sguaiata ed era pronta a scommettere anche l’ultimo penny che aveva in tasca che si trattasse di Jeremy, la comparsa al pubblico di un animo tormentato sotto la protezione di uno pseudonimo tutt’altro che rassicurante. Come decenni addietro le persone, stolte e rudi, riuscivano soltanto a deriderlo e a dubitare, sonore pacche sulle cosce e sul pianale in legno come a dire che quel ragazzo non avrebbe mai potuto combinare nulla di buono e credibile. Le bocche schiumanti di birra e luoghi comuni vomitavano offese gratuite, e io non avevo il coraggio di intraprendere crociate in difesa del mio vecchio amico: un carattere graniticamente pavido il mio.
Strappai di mano ad un vecchio smilzo il volantino ormai ridotto in brandelli, ero ancora in tempo a precipitarmi nel locale dove so che avrei trovato il bambino di allora e il suo riscatto meritato. La curiosità mi divorava, e insieme la sincera voglia di esserci.
Mescolato tra la folla tentavo di intercettare il suo sguardo riparato da una maschera opportunamente calata sul volto; parimenti un alone di strafottenza gli dava quell’ardire che non gli avevo mai riconosciuto addosso. Aveva sotto mano una tavola imbandita di apparecchiature elettroniche e tra le luci grigie manipolava sapientemente i suoi attrezzi di un mestiere a me nuovo, sconosciuto; era così bravo e abile che rimasi estasiato. Una cascata di suoni ed immagini evocate venivano dispersi nell’aria rarefatta, colori scurissimi e tutte le declinazioni dell’angoscia e dell’alienazione, una sorta di denuncia indiretta per essere stato visto come outsider praticamente da sempre, era lì per avere una rivincita, con rabbia e ironia. La riconoscenza c’era solo verso la musica, ché lo aveva salvato. La musica lambiva i territori del garage e della techno con cui i ragazzi più grandi riempivano di rumore i cortili vent’anni prima, le ritmiche della jungle e labirinti evanescenti e avvolti da una nebbia compatta e asfissiante. Poi ancora il dubstep, parentesi acide e partiture di pianoforte in paludi sconfinate. I pezzi erano brevissimi e interrotti all’improvviso, schizzati e psicotici come lui e il suo temperamento lunatico. Un calderone complesso, claustrofobico, eccezionale.
Uscito dalla scena lo aspettai rimpiattato in un vicolo, non so nemmeno da dove mi fosse uscito lo slancio a palesarmi; quando lo vidi cambiai idea. Sono certo che mi riconobbe, aveva un sorriso sbieco di sfida, mentre scompariva dietro un camion della nettezza urbana. Era l’alba più scura della mia vita.

Federica Giaccani

Prurient – Through the Window

D.d.U. 15/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Il ragazzo aveva un curriculum costellato di omicidi e un fascicolo ingombrante all’FBI; schedato tra i serial killer più efferati e genialmente abile nel dileguarsi, lasciava scie di sangue e suoni infernali alle sue spalle prima di scomparire nella notte.
Si muoveva come un’ombra scurissima, berretto con visiera a coprirgli gli occhi, guanti da muratore e una mazza da baseball che faceva roteare sopra la testa non appena entrava dalla finestra di una casa qualunque e si impossessava del bersaglio, prima di avvicinarglisi all’orecchio e sussurrare parole di morte; poi colpiva, senza pietà. Gli scenari erano quelli dell’apocalisse, usava accompagnare violenza e ferocia con
frattaglie di rumori fastidiosi e stridenti come il ferro o le lamiere accartocciate, sprazzi di industrial e squarci di techno, puntava a terrorizzare fino alla paralisi totale, continuava a ringhiare minacce a denti stretti.
Poi uccideva.
Si allontanava silenzioso con la calma di chi è certo che non possa venire scoperto. Lo chiamavano il Grande Spirito.

Federica Giaccani

These New Puritans – Field of Reeds

Data di Uscita: 10/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Tutto quello che la tua mano trova da fare, fallo con tutte le tue forze, poiché nel soggiorno dei morti dove vai non c’è più né lavoro, né pensiero, né scienza, né saggezza.
Ecclesiaste IX, 10

Eri distesa ed ascoltavi Brahms come si ascolta il canto degli uccelli, mentre il caffè bolliva e la consueta vita si perpetuava leggera. Poi ti alzasti con un piccolo balzo e andasti a riempirti la tazza, chiedendomi come sempre “tu non lo bevi, no?”; io ero sul balcone e guardavo gli irregolari filari di alberi che riempivano i colli e non seppi risponderti. Sentivo quella incredibile sensazione di come tutto fosse “indistinto” che di solito difficilmente riesco a spiegare.
Entrammo insieme nella doccia e ci lavammo ridendo tutto il tempo, dopodiché ci vestimmo con calma sotto il vociare incomprensibile delle vicine cinesi.

Era un qualsiasi giorno di primavera e la mia mano, “pensiero esterno”, capiva di dovere amarti e fare di te un’opera d’arte, suonando la tastiera delle tue ciglia, bevendo dalla pace dei tuoi occhi, scappando come una volpe lungo le discese nevose del tuo corpo. Stavo imparando a muovermi lungo un pentagramma fino ad allora sconosciuto ed anche il mio sonno ormai dipendeva da te. Avevo ricacciato la morte nel terreno della morte e non lasciavo più che insozzasse il terreno della vita. Rimanevo fermo, con gli occhi chiusi, e con una calma antica volavo sopra ai vulcani, nuotavo lungo le coste di tutti i continenti, avvolgevo le nuvole lungo il selvaggio monte della mia follia.

Scendemmo in strada con l’estate come meta, vorticando tra le strade trafficate e i vecchi palazzi, abbandonando l’ansia del consumarsi nel commercio con gli uomini, con le istituzioni, dimenticando gli uomini che ci avrebbero giudicati idonei a qualcosa che in fondo è solo vapore, come tutte le cose. Accendesti una sigaretta e te ne rubai un paio di boccate solo per farti un dispetto, schivando il volo dei piccioni affamati; tu spegnesti la sigaretta e nella tua infinita gentilezza la andasti a buttare in un cestino. Il vento ci diceva che stava per arrivare la sera e la fontana accompagnava il brusio umano della piazza.
Dopo aver vagato decidemmo che saremmo tornati a casa. E ci parve un attimo il tempo trascorso prima di rientrare. Il pavimento liscio si lasciava navigare veloce fino alla tua camera.
E nello stringerti pensai che era tutto quello che potevo fare, trovando tra le tue braccia l’allegra fatica di cogliere le olive, la sottile gioia di capire una complessa proposizione, l’entusiasmo dello scoprire il funzionamento delle cose, la bontà del frutto della meditazione.
Alla fine andammo a mangiare che la luna era ormai in cielo. Dopo cena andai sul balcone a respirare l’aria fresca e a guardare la città illuminata. Sentii ancora una volta quell’indescrivibile sentimento di “indistinzione”: mi parve che la luna, tu, le piante sui terrazzi, la città con le sue migliaia di luci ed io fossimo tutti quanti uguali, differenti nella forma ma intrisi della stessa Essenza. Rientrai sereno e sorrisi mentre riempiendoti una tazza di caffè mi domandasti come sempre “tu non lo bevi, no?”.

Marco Di Memmo

Liars @ Interzona, Verona (28/05/2013)

Un breve ascolto, durante la lettura

Wish you


Magazzini in disuso, ferrovia mai completata, riqualificazione fittizia di scheletri preindustriali ancora in circolo a piede libero e nuova Fiera. Jessie cercava lo svago fuori dalle mura cittadine, passava dalle porte che custodivano e difendevano la città, non semplici abbellimenti casuali. (altro…)

Coma Cinema – Posthumous Release

Data di Uscita: 11/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Estate calda, terribilmente calda, restare in casa è noioso e alla lunga anche il letto non appaga. Ci alziamo lentamente, staccandoci dalle lenzuola stropicciate e appiccicose, i due stracci necessari per esser socialmente accettabili e si è in strada. Una granita al limone è quanto basta, scegliamo il posto e ci dirigiamo lenti e provati dai raggi solari impietosi, dal vento assente, dall’asfalto che bolle, all’orizzonte l’effetto fata morgana, poche centinaia di metri si raccontano kilometriche nella mente che proietta il cammino da seguire. Lei non m’abbraccia, non cerca il mio gomito flesso per una passeggiata a braccetto, nonostante è spesso avezza a questo genere di affettuosità. A dirla tutto e con un pizzico di malizia sono il modo con cui, animali evoluti, marchiamo il territorio. Ma il caldo, dicevo, non permette e quindi senza imbarazzo ci incamminiamo assieme ma da soli. Sul percorso così come nella narrazione del noi ed un gelato, un ostacolo, nelle morbide e senili forme d’una vecchia volontaria dell’esercito del cristo re, sudata e carica di volantini si accinge a porgercene uno col sorriso di chi fa del bene disinteressato. La fisso un attimo, mi nego il depliant e cortesemente ringrazio, no, la prego, sono satanista. L’arco che strutturava il suo benevolo sorriso cede ai bordi, la pietra d’angolo è fissa, i denti restano esposti, ma il resto crolla e trasforma il sorriso in una smorfia di sgomento.
Passo avanti e non so il resto.
Immagino la disapprovazione, i borbottii, la psiche minacciata dalla certezza che gli adoratori del diavolo ci sono o che le pecore smarrite belano inveendo il perso e buon padrone.

Sei uno stronzo! Potevi dirle semplicemente di no. Che bisogno c’era di dire quelle cose?
Diavolo, dal greco diabolos, colui che divide, a me piacciono le differenze le cose che si identificano in sé e in nient’altro, le adoro. Sono quindi, parafrasando, o andando per sillogismi, un adoratore del diavolo. Quella signora, la sua semplicistica soluzione ai vari perché della vita con un mistero di fede, il suo esser mia sorella nonostante sia molto più vecchia di mia madre, la sua serenità in una vita misera, l’assenza di dubbi, il tutto bianco che viene dal bianco, tutto questo mi disturba. Quindi, perché lei può piazzarmi opuscoli che non voglio con carta che non paga su banchetti che non necessitano di permessi comunali dal comune che io con tasse mie sostengo?
Quindi è questo? Fa caldo e tu fai i capricci?
Dio se fa caldo, un caldo infernale.

Alfonso Errico

Gold Panda – Half of Where You Live

Data di Uscita: 11/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

La città è un caos frenetico, un susseguirsi di epilettiche sistematiche gestualità. Un ritmo intenso, caleidoscopico. Guardando fuori dalla finestra del suo appartamento al quinto piano, gli pareva di vivere al centro del mondo. E contemporaneamente fuori dallo Spazio e dal Tempo. Le gocce di una lieve pioggia appiccicate al vetro lucido, la luce dell’ennesimo giorno che è trascorso. Mentre fuori: suoni e voci e claxon e persone che camminano e ancora voci, un accavallarsi infinito di voci, claxon, che sovrastano tutto, persino i pensieri. Le auto avanzano a singhiozzi, intrappolate nelle code ai semafori, come mosche in una ragnatela.

Tutto sembra leggero, ma anche più pesante. I ricordi non aiutano a vivere, ma a morire.

Ripensa al sole di Sao Paolo do Brasil e ripesca dalla memoria il profumo del mare e del vento che accarezzava la spiaggia come i rimpianti accarezzano l’anima. Un brivido caldo che poi diventa freddo gli cammina lungo la schiena come un insetto isterico. E la vede: Beatriz.
I suoi occhi. Dentro potevi trovarci tutta Sao Paolo. Forse, il mondo intero.
Le palme, il faro, le nuvole bianche come il latte, e il mare. Quel mare che lì, davvero, aveva lo stesso colore del cielo. E il fondale, l’atmosfera, erano la stessa cosa.
Beatriz era fuggita dalla favela, dalle baracche coperte di amianto e vernice, dalla polvere che ti si deposita fino dentro le ossa. Beatriz aveva un sogno. Un sogno bellissimo.
– Puoi portarmi con te?,- gli aveva chiesto. Solo questo. Questo e – Ti prego,- disse. Ti prego.

Sdraiato sul letto abbassa le palpebre e immagina il colore della sabbia che si riflette negli occhi di una ragazza appena maggiorenne, con i capelli neri come la tenebra e la pelle al sapore di acqua di mare.
Dalle casse dello stereo, i vibrafoni gli arrampicano lungo la spina dorsale come a scalare una parete rocciosa. Il vuoto diventa materia, le percussioni scandiscono il ritmo spezzato del battito del suo cuore.

La città è scomparsa. Inghiottita dalla fame atavica di pace. Fuori dalla finestra c’è la spiaggia di Sao Paolo do Brasil. C’è il sole. Un gruppo di ragazzini gioca a pallone in costume, vicino a dove il bagnasciuga diventa nient’altro che il punto d’incontro tra la Terra e l’Infinito.
Anche se distanti migliaia di chilometri, dietro al vetro, incontra gli occhi di una ragazza.
Due occhi profondi come l’Oceano che dicono solo: ti prego.

I loop, profondi, ossessivi, somigliano ai suoi ricordi: e gli sembra di morire.
Ma è la cosa più bella che abbia mai provato in tutta la vita.

Samuele Pica