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Eluvium – Nightmare Ending

Data di Uscita: 14/05/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Mi hai chiesto di fare un viaggio senza schiudere le labbra, semplicemente guardando fuori dalla finestra, mentre accarezzavi il vetro caldo per l’arsura estiva. Annoiata, forse, desiderosa di riscoprire qualcosa… di ritrovare il nome di un’emozione assopita, persa tra le pieghe di un lenzuolo ricamato con un ago che lega i nostri scopi. La confidenza del silenzio, l’hai sempre chiamata… quando due persone non provano imbarazzo per il silenzio che si viene a creare, perchè sono legate da un filo più spesso di quello dove corrono le parole.
Avremmo potuto dirigerci verso uno di quei luoghi creati dai tuoi desideri e che io vivo nella mia fantasia, invece decidemmo di partire senza una meta e di fermarci solo quando qualcuno, reale o immateriale, ce lo avesse sussurrato all’orecchio. Ed il segno arrivò, camuffato da breve riflesso dorato. Un piccolo orologio di cui era visibile solo il quadrante, con il cinturino in cuoio che si sbriciolò quando lo tirammo fuori dal terreno. Cominciasti a spolverarlo mentre mormoravi che probabilmente non sarebbe mai stato compleatamente pulito, per poi porgermelo, all’improvviso, chiedendo di ricaricarlo, per capire se funzionasse ancora. Girai la rotellina, inizialmente dura e tenace, poi dolce e remissiva, tanto che pensavo stesse girando a vuoto. Hai voluto fare un gioco: avremmo visto dove puntava la lancetta dei secondi per tracciare una rotta da seguire, finchè non avessimo trovato il suo proprietario.
Iniziammo a camminare, consci della direzione e della meta. Eravamo due amici che, senza tenersi per mano, giocavano e si riscoprivano. Ci tiravamo la terra ed i tuoi capelli presto furono una nuvola polverosa che ti facevano sembrare selvaggia. Io presi una lunga foglia da una pianta e me la attaccai dietro la nuca. Mi guardasti con un sorriso sardonico, dicendo che come indiano non valevo molto. Io ti risposi che se fossimo stati in una tribù di pellerossa ti avrei chiamata Chime, e che saresti stata solo mia.
Con il sole che, ampio e rosso, accarezzava i campi coltivati, cominciò a piovere lievemente. Presi la tua testa tra le mie mani e ti spogliai della tua identità selvatica. Continuammo a camminare, e man mano che la luce diminuiva io ti stringevo sempre più forte tanto che, se qualcuno ci avesse seguito, avrebbe visto solo una serie di orme nel terreno.
Eravamo due adulti che condividevano speranze sul futuro, ricordi scritti su carta, poesie mai pronunciate, nemmeno a noi stessi.
Eravamo soli ed eravamo in compagnia. Di lucciole e silenzio, campi di grano e pannocchie.
Quando l’orologio smise di battere io ti portavo addormentata tra le mie braccia. Era fermo sulle 4.51 ed io sapevo che non l’avrei ricaricato. Fino al prossimo riflesso dorato.

Mi hai convinto dell’importanza di non conoscere mai l’ora.

Filippo Righetto

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