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Still Corners – Strange Pleasures

Data di Uscita: 07/05/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Maria rincasava la sera alle otto ogni giorno, dopo ore di esperimenti e osservazioni china sul microscopio. Nuvole di pensieri si riversavano nel cielo della sua testa, la paura per il futuro, la precarietà del lavoro e dei sentimenti per un uomo volutamente sfuggente, la macchina che ogni tanto si rifiutava di partire dal parcheggio e che aveva bisogno di un controllo accurato, i soldi che non erano mai abbastanza per tirare il fiato. Chiuso il portone, cercava di riconciliarsi con la vita accoccolandosi sul pavimento striato del suo minuscolo terrazzino lì, all’ultimo piano di un vecchio palazzo. Il giardinetto privato sul retro iniziava ad essere rigoglioso e Maria amava tuffare lo sguardo tra i rami densi di foglie della solida magnolia; per qualche istante si perdeva tra le fronde, mentre conquistava la bramata quiete con un bicchiere di vino bianco in mano e della buona musica lasciata suonare dal computer in soggiorno, al di là delle leggere tende che le sfioravano la schiena. Appena scorgeva un gatto passare, la sua bocca si allargava di un sorriso luminoso e grande e si alzava rapida per seguire con gli occhi i salti e le corse del felino tra un cespuglio e l’altro.
Qualche manciata di minuti e rientrava per controllare le email, passavano dilatati dei secondi febbrili prima di guardare il responso nella casella di posta, e le lettere non volute non la piantavano mai di arrivare abbondanti, e le risposte ardentemente attese e desiderate, dopo concorsi e curriculum inviati a cascata, quasi ci godevano a tenerla sulle spine. Una tortura. Sognava di mettere un punto alle troppe incertezze e situazioni in sospeso, di proiettarsi in scenari più affabili che non avrebbero respinto i suoi tentativi di costruirsi un oggi decente, e anche un domani.
In quelle sere nel soggiorno di Maria risuonavano in loop le melodie di un nuovo disco: le succedeva sempre così con la musica, una successione di fissazioni esclusive e impermeabili ad altro. Tuttavia stavolta sapeva che l’innamoramento non sarebbe svanito come una cotta adolescenziale, stavolta le canzoni l’avrebbero accompagnata anche i mesi a venire perché captavano magicamente i suoi umori intimamente nostalgici e sognanti, traducendoli in espressione; tappeti sonori eterei e ricchi di caldi chiaroscuri si srotolavano sotto i suoi piedi scalzi, lei si muoveva morbida con gli occhi chiusi e il bicchiere sospeso a mezz’aria, ritmi ballabili e un lento diluito con buona dose di dolce tristezza. Cantava sussurando “I can’t sleep without you” e ancora “all I know is I don’t know”.
Poi accadde che una lettera arrivò, un giorno che in laboratorio c’era così poco da fare da convincerla a riporre il microscopio prima del tempo e tornare a casa; una email dall’Australia per la precisione, e un lasciapassare verso una seconda possibilità di vita in cui Maria stava insistemente sperando. Un assegno di ricerca equivaleva alla possibilità di aprire di nuovo le braccia all’avvenire, tuttavia dall’altra parte del mondo. Soffocò un grido liberatorio, poi avvertì l’urgente necessità di svuotare in strada l’adrenalina che stava trasudando insieme alla felicità e a quel bellissimo e inedito senso di sollievo. Impiegò davvero poco a lasciarsi caseggiati auto e chiacchiericcio alle spalle, le colline della campagna brulicavano di flebili fruscii tra gli steli d’erba e qualche battito d’ala di piccoli uccelli passeggeri; si affrettò a raggiungere la sommità per poi fermarsi all’imbocco del ponte sull’autostrada. Sotto di lei auto e camion correvano lungo le corsie, diretti verso chissà quali mete: le vite degli altri si intrecciavano in percorsi casuali, la sua fame di immaginazione e la sua capacità nell’immedesimarsi la portavano a fantasticare su esistenze altrui, a costruirsi storie mentali imbellettate di dettagli curiosi e volte persino improbabili. Ma d’improvviso s’accorse di aver spostato il pensiero sulla sua, di vita, e la gioia iniziò a lottare con la consapevolezza di dover lasciare molto lì, se non altro quelle terre e quegli scorci che sentiva profondamente suoi; e la malinconia non guarda in faccia a nessuno e in crepuscoli come quello arrivò a chiuderle quasi lo stomaco e a strozzarle il respiro in gola, uno strano piacere impossibile da comunicare.
Protese il corpo al di là del guardrail verso nord e quel tramonto di un caldo rosato drammatico, sembrava una nuova nike di Samotracia, fiera e convinta. I papaveri, il grano fresco e le numerose piante di borragine dai fiori bluastri cresciuti spontanei e numerosi sul ciglio della strada si muovevano leggeri sospinti da un fresco vento dal sapore di estate imminente; che disastro dover combattere con una memoria troppo vivida, colpevole di rammentare puntuale episodi passati, anno dopo anno, tra le curve di quelle strade di collina battute da poche auto e rari piedi veloci. In passato erano state scenari di scappatelle notturne maldestre e inesperte, di macchine prese in prestito e nascoste dietro le mura di casolari abbandonati e trasformate in scomode alcove impregnate di odore di sigarette e aliti alcolici, nel tempo in cui tutto sembrava possibile e a portata di mano.
We can’t see what’s real
We don’t know the time
We only want to feel the light, yeah

Si guardava intorno come per impossessarsi di ogni dettaglio, anche impercettibile (“oh my heart belongs here”); provava la sensazione di vivere di nuovo quelle sere d’estate in sella al motorino in cerca di solitudine e di aria frizzante che le accarezzasse le guance e asciugasse le lacrime, lei e le lotte furibonde con un’emotività troppo intensa.
“I know I know, I lost. I can’t help myself and we drive, we see the stars are out tonight”
“As deep as you in deeper nights”

Investita dalla profumata brezza di maggio scrutava l’incerta linea di orizzonte tra mare e cielo, abbracciava con gli occhi il presente e vagheggiava i posti lontani, l’altrove, che di lì a poco avrebbe stretto tra le sue mani.

“it’s still a trip (that) keeps us alive…so many miles away”

Federica Giaccani

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