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The Knife – Shaking the Habitual

Data di Uscita: 08/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Erano stati fermati in un rocambolesco blitz notturno nel quartiere bene di Stoccolma, ed ora eccoli, sbattuti nelle prime pagine di tutte le più autorevoli testate internazionali.
“Una retata senza precedenti” – raccontano gli esperti del corpo di polizia, alcuni con folte barbe bianche a testimoniare decenni trascorsi a rincorrere e acciuffare criminali o presunti tali. In quella notte era stata sfregiata la patina lucida e rassicurante della Svezia prospera e ineccepibile agli occhi del sentire comune.
Di lì a poco sarebbero cominciati gli interrogatori in caserma, il commissario Clas Lindberg sfogliava distrattamente le foto segnaletiche che la giovane segretaria gli aveva costretto tra le mani al posto del solito bicchierone di caffè bollente. Aveva appoggiato un lungo instante lo sguardo sui capelli di lei, tipicamente lisci e chiarissimi, raccolti in una treccia che le cadeva sulla spalla, per poi tornare sui volti delle persone fermate, uno ad uno. La sua mente faticava a comprendere come avessero potuto costituire un’accozzaglia così eterogenea, l’esperienza sul campo lo aveva portato a stamparsi in testa degli indentikit stereotipati per ciascun crimine o anche semplice infrazione a lui nota: dallo scarno drogato che spacciava nascosto da un cappellino di lana al trafficante d’armi con gli zigomi alti e lo smoking nero d’ordinanza.
Eppure in quella notte, sotto le acide luci al neon di un commissariato troppo piccolo per contenerli tutti, era stipata una gran moltitudine estremamente eterogenea di individui in attesa di essere interrogati. Soltanto poche ore prima li avevamo sorpresi a mettere a ferro e fuoco la prospera Östermalm, animati da un inedito impeto riottoso; slogan campeggiavano su cartelli e striscioni portati fieramente per le strade e poi di corsa da un androne all’altro dei palazzi signorili, “open my country, the truth will run”. Bussavano alle porte, capillari, a raccogliere anziane coppie nei loro sogni tranquilli tra morbide vestaglie di cachemire e quadri di valore alle pareti, a sorprendere giovani imprenditori ancora svegli a controllare le azioni in borsa o ad accarezzare corpi sinuosi di donne bellissime. Il risveglio, amaro e violento, era destino comune: vi erano urla e corse e mani dure che afferravano altre mani, inconsapevoli, per poi trascinarle in strada; nessun riguardo di fronte al loro sconcerto, alla loro vergogna nel venire esibiti al freddo della notte, occhi che si scrutavano a vicenda, più per riconoscere se stessi negli altri e nell’altrui senso di vergogna, che per curiosità e morbosità verso il prossimo. Chiunque cercava di coprirsi come meglio poteva, alcuni avevano soltanto le loro braccia per stringersi addosso i vestiti, e lo sguardo chino a terra.
Dietro l’angolo la strada si allargava e si veniva a creare lo snodo di Karlaplan a cui confluivano cinque o sei viali; proprio al centro di esso avevano impilato casse vuote di birra, l’una sull’altra, a formare un pulpito sgangherato largo a malapena per i piedi di Olof e Karin Dreijer che si agitavano come due ossessi, brandendo bandiere di tutti i colori e urlando al megafono. Alle loro spalle degli stereo che emettevano musica in sincrono, un muro di amplificatori, le finestre dei palazzi che una ad una si illuminavano come tantissimi occhi nel buio della notte, e alcune si aprivano lasciando il posto ad altri – di occhi, persi, costernati, increduli.

“Of all the guys and the signori,
Who will write my story,
(…)
All the guys and the signori
Telling another false story”

La moltitudine non smetteva di riversarsi in strada, era trascorsa poco più di mezz’ora e il quartiere era praticamente accerchiato, costretto alla resa da un esercito di persone comuni di tutti i tipi e di tutte le età, volte a smascherare l’ipocrisia di un paese apparentemente libero e tollerante, ma in verità in costante e subdola repressione nei confronti del “diverso”. La musica intanto andava senza sosta da quel palco sgangherato, una miscellanea elettronica di techno martellante, frammista a suite sghembe e ansiogene, lampi isterici di danze convulse e ancora parole di denuncia, sentite e gridate con polmoni gonfi di rabbia.

“And that’s when it hurts
When you see the difference
It’s a raging lung
And a difference
What a difference
A little difference would make”

Io li guardavo ad alcuni metri di distanza, con tutti gli altri agenti come me lì accorsi per sedare la rivolta inaspettata e ristabilire l’ordine, casacche tutte uguali schierate nell’attesa di ricevere le direttive dall’alto; in quei minuti ho osservato attentamente quelle persone, mi sembravano vittime senza distinzione, gli “assalitori” e gli “assaliti”, ché in fondo quegli abitanti di Östermalm presi in ostaggio altro non erano che capri espiatori dell’ignoranza di un sistema dalla faccia pulita e dalle mani sporche.

E forse alla fine potrei esserci io, in questo momento, sotto torchio, al posto di qualsiasi arrestato che poco fa abbiamo condotto in caserma.

Federica Giaccani

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