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The Burning Hell – People (Top Ten 2013)

Data di Uscita: 16/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Il mondo è bello perché vario.
Il mondo è bello perché avariato.
Il proverbio e la sua distorsione umoristica. Bravi fratelli e coinquilini, identica dignità per entrambi, nelle stanze vagamente assolate dell’ultimo Burning Hell. Che è ancora il disco di un gruppo e di un uomo solo al comando, one-man band si diceva una volta. Quelli che in Canada continuano a spuntare come funghetti nel sottobosco indipendente, laddove i distratti vacanzieri dell’ascolto non hanno occhi che per la sequoia Arcade Fire, dito di ciclope senza più lune da puntare. Dici Burning Hell e pensi anche Woodpigeon, due menti vulcaniche travestite da orchestre, il più delle volte. Passaparola che valgono una condanna senza appelli alla volatilità. Segreti così ben custoditi da divenire silenziosi anche per chi ne ha musicato le trame, come il Mark Hamilton dimentico del proprio talento nelle prove recenti. A differenza di lui, Mathias Kom non è mai parso tanto concreto come oggi. Sarà il trafiletto nel Guinness dei Primati per quel blitzkrieg tour di ventiquattro ore e dieci date, mezza Europa conquistata attaccando con tre e non difendendo affatto. O forse l’innocuo spettro dell’agorafobia, chiuso finalmente nel cassetto dei ricordi assieme alla cattedra in storia alla Trent University. Non occorrono scuole per insegnare, quando si vive scrivendo canzoni. E non servono comitati accademici, se ad accompagnarti hai l’unico strumento che ti fa sorridere mentre lo suoni.

Il mondo è bello perché è un mosaico. Le singole tessere sono interpreti modeste e diranno anche poco, piccoli smalti anonimi cui non accorderesti il favore di uno sguardo. L’accostamento cromatico rovescia però la prospettiva e ti stupisce nel trovarti stupito. Lo sa bene Mathias quanto sia sfaccettata la realtà umana, avendola già perlustrata in lungo e in largo armato solo di pungente ironia e dell’inseparabile ukulele. Sindaci di rione e patetici musici da bar. Ballerini e bulletti di dubbia prestanza. Romanzieri e filibustieri. In tutti il germe di un insormontabile fallimento esistenziale, ambitissimo bonbon narrativo quando ci si aggrappi come disperati alla prima opportunità utile di evasione dall’inclemenza del proprio specchio. Incuriosito e affascinato dalla ricchezza di una collettività squinternata ma in fondo avvincente, quasi quanto il Woody Guthrie fotografo senza macchina fotografica di “Bound for Glory”, l’eclettico talentino di Peterborough ha confezionato un album piccino davvero superlativo, assemblando nove ritratti teneri e insieme feroci in un affresco che conserva vividi i tratti peculiari della sua arte, ma senza precludersi più elevate aspirazioni. Dai capitani d’industria malati di profitto ai viaggiatori annoiati, dai sognatori destinati a far sempre da tappezzeria ai rapper amatoriali, con i loro deliri di onnipotenza degni dei maestri del culto: tra le pieghe di “People”, Kom si diverte a raccogliere e mettere alla berlina manie e tic contemporanei quasi fosse un bizzarro entomologo innamorato del nostro declino. A rendere più amare le sue ricognizioni, il fatto di includere se stesso senza alcuna scappatoia tra coloro che son sospesi in attesa di dannazione, per aver tradito a giochi fatti l’adulto che sognava di diventare quando nulla ancora era compromesso.

Un disco sui desideri che non saranno mai realizzati, e forse nemmeno espressi. Una raccolta di fiabe nerissime e senza lieto fine, con il fatalismo dei vichinghi a trovare sponde impensabili tra i rapaci spelacchiati delle haciendas messicane. E apocalissi morbide, scabre radure di disincanto, carnevali vitalissimi e scampoli di umbratile intimismo, senza mai darla vinta alla desolazione.
A legare il tutto, nastrino color sangue annodato nel più sontuoso dei fiocchi, l’impareggiabile scetticismo di sempre. Quello inscritto nell’intestazione stessa abbracciata per i propri deliziosi misfatti musicali, il nome rubato a un opuscolo sulla Bibbia e inzuppato in un inchiostro beffardo, così da canzonare la perversione religiosa della cristianità evangelica e di ogni altro fanatismo dogmatico. Paroliere vertiginoso e penna raffinatissima, Mathias non è stanco di giocare con il kit del piccolo enciclopedista e dispensa generoso le sue ardite miscele di sacre scritture e cultura pop, country goticheggiante e dark cabaret, confinando in una misera enclave le tentazioni balcaniche e il pur felice bozzettismo folk cui pareva voler asservire per sempre i suoi Burning Hell. La morte è ancora attrice protagonista, ma a servirla recita un cast che ne affoga i soliloqui in una coralità frastornante, tutta guizzi, ben lontana dal bandismo circense dei tanti Brancaleone yankee apparsi negli ultimi anni. Così i toni gravi sono pareggiati da strumenti caldi e baldanzosi come il clarino della dolce metà, Ariel, o l’allegria del proprio piccolo feticcio a quattro corde. Ci si commuove rimanendo fanciulli ilari, e il treno di “Stand By Me” non ci risparmia. Ma si tratta di semplici sogni, abbaglianti come il freddo sole del nord e programmati per impazzire presto, come una maionese canaglia.

Dici Mathias Kom e pensi anche Elvis Perkins, uno che dalla Grande Mietitrice ha patito più di un tiro mancino. Il superbo artigiano della combriccola “In Dearland”, il desaparecido del western crepuscolare evocato con profitto nella tetra favola di congedo. Dici Mathias Kom e pensi al suo alter-ego giovanile, Mathieu Comme, e lo riconosci per il trasformista scellerato che è sempre stato. In testa la zazzera telespallesca di un novello Adam Duritz, nell’armadio mille travestimenti tutti plausibili: i Soul Coughing sofisticati e meno arditi sperimentatori, i Clientele sinuosi, gli Okkervil River immortalati nel loro meraviglioso candore da diorama sixties. O dei banalissimi Decemberists, che fanno fine e non impegnano granché. Ovunque aleggia poi il fantasma di un impossibile Bill Callahan espressionista, destinato a incarnarsi proprio sul filo di lana in un numero di spiazzante, superbo mimetismo. L’aderenza al modello è totale, pesanti come il piombo i debiti, ma letto alla stregua di un omaggio lo si può perdonare e apprezzare come la bella illusione che è in fondo. Virtuosismi da camaleonte e balocchi intellettuali a parte, in “People” batte davvero il cuore di un pianeta disgraziato e bellissimo. Quella indovinata dai nuovi Burning Hell è un’intonazione tra il confidenziale e lo smaliziato oltremodo convincente, in miracoloso equilibrio tra emotività e calligrafia.
E ci siamo dentro anche noi. Passioni, visioni, utopie, fantasie e falle. Falle soprattutto. Mie e di voi quattro, che avete bruciato interi minuti del vostro tempo prezioso tra i sofismi di questa recensione inservibile, all’inseguimento di un senso che – mi spiace dirvelo – non c’è mai stato.

Stefano Ferreri

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