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Archive for aprile, 2013

Junip – Junip

Data di Uscita: 23/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

I never saw the truth hanging from the door

Il passo si fa piombo.
Ho lasciato Göteborg troppi anni fa, e non me ne pento.
In cosa credi, continuavi a chiedermelo. Mi dicevi che non avrei dovuto provare vergogna per i miei istinti, così ho guardato da vicino i dettagli più imbarazzanti e li ho lasciati sbocciare come i fiori delle primavere che abbiamo passato insieme a fissare sdraiati la caduta dell’ultimo petalo.
Osservo la punta lucida delle mie scarpe poi alzo lo sguardo, il brusio della moltitudine di gente che invade la mia strada mi fa da velo sonoro. È la strada di sempre, dove ci piaceva fare due passi fino al market dietro l’angolo per una birra e un’altra cicca, era il gioco di sempre.
Dicevi che il principio sta nel saper tradire se stessi per imparare a darsi un’altra possibilità, mentre io sbuffavo via il fumo dell’ultima sigaretta, improvvisando l’espressione di un maldestro sarcasmo a mascherare il mio non capirne il senso. Sollevo le spalle, l’ennesima dichiarazione lapidaria d’intenti.
Avevi gli occhi freddi, assenti, come quelli di qualcuno che ha visto per se stesso un passato le cui risposte riecheggiano agghiaccianti, ed un futuro d’indimenticabile solitudine.

You keep my heart calling whenever you’re out of my view.

Gli inverni erano troppo lunghi, riuscivamo a superare la noia inventando storie di abusi e tormenti solo per avere la migliore ragione di cercare il coraggio di piegare l’angoscia con un abbraccio. E prendevi in giro la mia insicurezza con l’arrogante fascino che strizza l’occhio a chi è convinto che l’amore tra pari sia la cosa più comprensibile a questo mondo. Arrivarono anche gli anni degli arrivederci e le lettere dei primi tempi colme di sofferenza come avevi previsto. Potevo riconoscerle dalle lacrime che hanno contratto fogli di bugie e soddisfazioni inesistenti. Non è stato facile lasciarsi alle spalle l’ultima, dove confessavi un’infanzia insignita dalle attenzioni proibite di tua madre, portate nello stomaco come si fa con una medaglia in decoro all’onore. Dopo la sua morte, gli anni passati in un benzinaio appena fuori città per concedere la tua riconoscenza a qualche rivoltante cliente di passaggio e tirar su, così, pochi soldi per la prossima dose. In ultimo la decisione di farla finita, del non sopportare più una vita disposta solo a mortificarti; e me, che ammetto d’aver accettato la tua scelta solo dopo anni di analisi e tanto Xanax.
Spero di poter essere di nuovo qui quando l’ultimo petalo sarà pronto a cadere.
Una volta mi hai detto che c’è sempre un ritorno negli occhi di chi se ne va.

Giulia Delli Santi

Motorpsycho – Still Life With Eggplant

Data di Uscita: 12/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Marla, raccontamene un altro po’, giuro, non lo dirò a nessuno. Dimmi, lei che ha fatto per avere quelle sfere d’onice. Non te ne fai scappare una vero, Saddy. Tu le storie tristi le annusi, è il vento che ti dice da che parte proviene l’olezzo del marcio. No, Marla, non dire così, quella creaturina è benedetta, il marcio non le appartiene, l’ha insozzata, ma ha saputo prenderne le distanze, quel colore, quell’abbaglio intonso ne è la conferma. Il male c’è stato, perciò l’espressione è spenta, ma qui, qui abbiamo una tigre in gabbia, osserva mentre placidamente versa veleno, aspira oppiacei, strofina un sollazzo. Sono solo lenitivi che servono a distrarsi, verrà il giorno e si libererà, prenderà il marcio porco che l’ha buttata in questa pattumiera per le palle, gli darà il ruolo del vinto, magari lo lascerà anche in vita, libero, in modo che possa valutare che misero esserino è. È una tigre, una bella tigre. Sarà, Saddy, ma noi comuni mortali vediamo solo una baby puttanella in un quartiere lurido, che fuma, beve e si scoscia su un pusher piuttosto che un altro. E poi, questa storia delle storie, che interesse hai, perché vuoi le vite di questi ragazzini? Metà di loro non vedrà i trenta. Marla, io ti amo, e tu lo sai, ma quando fai così mi fai incazzare, dove sei cresciuta tu? Dove sono cresciuto io? Questo, è un merdaio un po’ migliore perché un’ ex puttana protegge le ragazze, tu. Ed un ex galoppino tiene la zona, io. Ho mai chiesto il pizzo ai negozianti, qui? Eh? No, Saddy, mai. E tu chiedi la percentuale alle ragazze? No, Saddy, giuro sulla madonna che non l’ho mai fatto e non lo farei mai. E di cosa viviamo? Di elemosina, Saddy. Di gratitudine, Marla! È questo che non capisci, è per questo che voglio sapere di quella ragazzina, perché un giorno, quando uno di loro, uno di questi cazzi mosci di quindici anni, per fare il duro, in un vicolo buio, senza alcun preavviso verrà a prendermi e ferro alla mano mi spezzerà. Non dire così, Saddy, ti rispettano e non lo farebbero mai. Mi temono, non mi rispettano, perché non mi conoscono e io non conosco loro. Negli occhi di quella bambina io vedo i tuoi, Marla, e devo salvarla, perché lei sarà la compagna ideale per il Saddy dopo di me, quello che deve rendere questo posto degno di essere vissuto.
Allora, è stato un ex, scommetto uno stronzetto viziato, le ha spezzato il cuore, non è così?
Sad, il padre ha fatto una cosa che nessun padre dovrebbe fare mai a sua figlia.
Non aspettarmi in piedi. È per questo che non volevo dirtelo. Ti amo, Marla. Ti amo anche io, Saddy.

Alfonso Errico

The Flaming Lips – The Terror

Data di Uscita: 16/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Non ricordo da quanto tempo seguo questi binari, ore oppure giorni, camminando tra il ciglio erboso del limite esterno del tratturo ed uno dei due ferri scuri della treno-via. La mia esile figura è invisibile ai convogli merci che mi sfrecciano accanto, i vuoti d’aria a volte mi fanno danzare, cambiare di colpo direzione in piroette incontrollabili.

Dentro le due rotaie si alternano legno e pietrisco, sembrano dei tasti di un pianoforte ed in testa suona la nostra melodia di amanti interrotti. “Ci siamo conosciuti troppo presto” dicevi, “il nostro rapporto non durerà per sempre” ripetevi, eppure io credevo che nulla sarebbe potuto andare storto, un amore perfetto il nostro, ma a tempo determinato.

Dopo otto anni insieme non mi rimane altro che un deserto dentro, di una aridità stordente, vorrei abbandonarmi al pianto ma il mio corpo è prosciugato. Il ricordo di noi non da tregua, è una lama affilata che penetra in profondità nella carne. “A love that explodes, Convulsing your body, Your only hand extending in the deep, Try then walking away on a bridge to nowhere, To nowhere, to no one”.

Ho sete ed inizia a girarmi la testa, in lontananza intravedo una stazione, accelero il passo, la mia lunga e sottile ombra mi precede e si confonde con quelle dei fili elettrici che si stagliano nell’immenso cielo azzurro senza nuvole. Le nubi sono tutte dentro di me.

Lo scalo merci è deserto così decido di montare su un vagone di quelli aperti, un letto di ferro cocente proiettato verso il sole di mezzogiorno. Mi concentro ed osservo la stella incandescente fino a sentir bruciare le orbite, chiudo gli occhi per il dolore e nella mente prende forma un paesaggio psichedelico color arancio e turchese, i contorni sono luminosissimi e rischiarano il nero pece del buio che sento dentro.

Sento mancare le forze e perdo conoscenza.

Mi risveglio in un letto di ospedale, sento l’ago della flebo ma non riesco a vederla, ho gli occhi fasciati e vedo solo nero. Ho vicino un’infermiera che mi fa domande alle quali non ho voglia di rispondere, mi limito a dirle che ho perso tutto e che nel cuore non sento altro una melodia triste.

“Try to explain why you’ve changed
I don’t think I’ll understand”

Maurizio Narciso

James Blake – Overgrown

Data di Uscita: 08/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

La ragazza fuori dal camerino mi ha detto che le ho cambiato la vita, così, senza mezze misure. Ho fissato a lungo quegli occhi profondi e sconosciuti senza saper bene cosa dirle. Ho sorriso, per quanto anche i miei sorrisi non ci abbiano ancora fatto l’abitudine.

What will become of me
If I can’t show my love to thee?
What will become of me?

È la terza stanza d’albergo che abito questa settimana ma non noto differenze con le precedenti, i profili di queste periferie mi sembrano gli stessi se non c’è il tuo corpo a farmi da scudo con i gomiti ben saldi sui davanzali.
Ho sempre un momento di gelido spaesamento quando si accendono le luci sul palco, non posso fare a meno di indagarmi e riscoprirmi ogni volta, attraverso le aspettative di quel pubblico. Chi sono io per soddisfarle, chi per deluderle?

I don’t wanna be a star
But a stone on the shore
Long door, frame the wall
When everything’s overgrown.

Un tipo mi ha abbracciato a fine concerto, era simpatico, mi ha parlato a lungo della sua band di cui ho appuntato il nome su un fazzolettino. Ho le tasche piene di ritagli di carta, nomi, numeri di telefono, siti internet, fotografie, poesie, affetto e non ritrovo quella frase che mi avevi scritto tu su un brandello di giornale. Sex shapes the body, truth shapes the mind. Ti farebbe ridere sapere che qualcuno se l’è tatuato su un braccio, dopo averlo sentito in un mio pezzo.
Rovente, da fuori, giunge la luce del tramonto, colora di rosso questo corpo pallido mentre penso alle tue mani e alla loro capacità di comprendermi, fra tante altre che mi circondano e mi sfiorano.
Ci pensi mai? Ci sono persone che mi osservano, si aspettano che mi comporti in un determinato modo, che dica determinate cose. È terribilmente difficile, per questo schivo ragazzetto londinese, conversare con decine di persone ogni sera e riuscire a dare ad ognuno la risposta che vuol sentirsi dare. Mi rendo conto di quanto dovrei esser grato ad ognuno di loro per la stima che ripone in me ma non credo di esserne all’altezza e sono irrimediabilmente terrorizzato.
Domani è la volta di Minneapolis, spero di ritagliarmi abbastanza tempo per sedermi ad osservare il Missisipi e imparare da lui la quiete. Per adesso ci provo e mi distendo su questo letto anonimo, apro un libro e penso alla tua voce.
Sarebbe bello, per una volta, ritrovarti fra gli sguardi altrui e rilassarsi nella pace di un volto amico.

I need you like I need satisfaction.

Annachiara Casimo

Bonobo – The North Borders

Data di Uscita: 01/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Heaven for the sinner

Ti è sempre piaciuto immergere le mani nell’acqua, fin da bambina. Non aveva importanza il colore… le tinte pervinca del lago Moraine aggraziate da polvere di quarzo e silicati, il filtro rosato del lago Retba con i suoi cumuli di sale. La trasparenza, la limpidezza, non significavano nulla.

L’acqua è onesta liquida… riflette con generosità la persona che risponde al tuo nome di battesimo, al nome che ti sei dato, ed al nome a cui rispondi quando nessuno ti chiama.

Mi hai detto queste parole stando seduta sulle punte, le braccia distese lungo le gambe con i polsi all’altezza delle ginocchia, la mano sinistra sopra la mano destra con le dita un po’ aperte per avere una finestra da cui guardare. Hai modellato la tua anima su quelle forme come la creta nella quale affondavano i tuoi piedi nudi in un’ansa del fiume Narmada, quando, dopo aver visto il sole tingere le nuvole dei colori dei tuoi desideri, hai scoperto che non c’è differenza tra cielo e terra.
Quando ho raccolto le mani a coppa ti sei messa a ridere dolcemente, come una madre che ammira gli sforzi di un bambino mentre legge un libro senza conoscere le parole.

Se ti metti le mani sugli occhi, come speri di poter vedere qualcosa?

Ho cominciato a divaricare le dita e le ho subito richiuse, spaventato per via dell’acqua che sfuggiva dalla mia presa. Mi hai messo una mano sul braccio e mi hai detto che quel fiume non si sarebbe mai essiccato, sarebbe stato sempre pieno e rigoglioso. Ti ho guardato intensamente, desiderando e sperando che tu avessi ragione. Ho immerso le mani come ti avevo visto fare, ma quando sono emerse dall’acqua i miei occhi hanno tremato di nuovo. Tu allora mi hai stretto il braccio più forte e mi hai avvolto con quelle parole regalate ad una persona che non ha nulla.

Siamo noi a scegliere quali parole devono essere scritte per ultime.

Vedevo… le gocce che cadevano secondo l’ordine da me scelto… la campana delle rivoluzioni fallite, sprovvista di un pendolo, ma il cui accento era risuonato per migliaia di anni nelle orecchie degli uomini sconfitti. Vidi le mie scelte passate e le loro conseguenze, ad un passo dal commettere gli stessi errori. L’ultima goccia cadde dalle mie mani e, increspando quel mantello languido, mi fece vedere tutto il resto. Il fiume si popolò di quelle persone che mi hanno sempre tenuto una mano sulle spalle. Formando un semicerchio, si strinsero attorno a me. Dal gruppo si staccò un amico che si è sempre rivolto a me con il palmo orientato verso l’alto. Nella sua mano c’era un biscotto che diffondeva una morbida fragranza di nocciole nell’aria. Mi sorrideva, invitandomi a mangiarlo. Morsi la superficie e, senza fermarmi, arrivai al cuore. Di un colore giallo ocra, profumava di zenzero e di un futuro scritto su un filo d’erba piegato dal vento.
Tutto cominciò a scomparire, i dubbi e le incomprensioni che dividono, come sciolte sotto una lente d’ingrandimento che era sempre esistita, in attesa che la luce spuntasse dalle nuvole.
Rimase solo la certezza che due persone possono stare in equilibrio sullo stesso principio, senza il timore di cadere.

Filippo Righetto

Tyler, the Creator – Wolf

Data di Uscita: 02/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Come per Frank Ocean mi è impossibile raccontare una storia, si tratta di personalità troppo eccessive per circoscriverle. Come fare a costruire un racconto ad esempio su Steve Jobs? , io non ne sono in grado e qui mi limito a riportare i dati di fatto visto che il resto sarebbe mera supposizione. Tutto è saturato e resta la vena creativa dell’artista, qualcosa di terribilmente debordante. Una matrioska creata per far uscire fantasmi e fissazioni di tutti i giorni.
Ad un persona x, ipotetica voce che mi chiede di consigliarle un disco, direi questo:” Tyler Gregory Okonma meglio conosciuto come Tyler The Creator è un giovane ragazzo che espone ed esprime le sue idee in varie modalità. Tyler ha cambiato l’hip hop scorticandolo per bene con la fondazione della Odd Future. Le personalità in gioco sono multiple e ci si scontra apertamente con una varierà quasi infinita di inclinazioni. La ribellione, il genio, la misoginia, il razzismo in varie forme, l’abilità spalmata su tutti i campi artistici, l’ironia, la comicità, l’ignoranza del fanciullo poco cresciuto, l’indecenza, la mancanza, la gelosia, la sincerità, una sorta di maturazione e l’ingenuità di chi dice tutto apertamente. Un’unica personalità si apre come la coda di un pavone con le sue piume colorate che ostenta il suo armamentario. Se poi non ti piacciono gli animali che si atteggiano potresti non apprezzare questo lavoro ma è un problema tuo; le perle come queste sono poche ma nello stesso tempo si possono donare a chiunque comprenda l’ispirazione folle che sta dietro”.
“E la storia è un terrificante triangolo amoroso: Sam e Wolf per avere Salem. E l’introspezione penetra la rabbia e l’allucinazione diventa seria in uno spettacolo surreale ma pregno di significati. I triangoli amorosi sono un tema trito e ritrito, chi riesce ad intercettare l’attenzione altrui con spunti del genere è decisamente da apprezzare. E se due bulli un poco ingenui portano le loro turbe in primo piano il gioco è fatto. Dovresti proprio ascoltarlo questo album che si potrebbe definire un “concept album”, ma questi sono paroloni inutili. Il tema è questo ma gli spunti narrativi presi e poi gettati via creano milioni di strade alternative. Piano, flow, jazz, urla d’orrore, synth, trame di batterie scarne e minimali, voce cupa che gratta il cuore e le orecchie, beat e metriche meccaniche si aprono al soul. Se sei un cazzo di indie-folk-pop totalitario e ti fa schifo il rap posso dirti che ci sono anche Laetitia Sadier e Erykah Badu, non c’è altro da dire”.

Jamba

Tutto parte in un Camp estivo, il Camp Flog Gnaw. Eco finale in ascesi o crisi epilettica. Paranoia totale

Get hip to the pew, you can drink piss and eat a dick in a few. The sickening view of visuals, i’ll eat yor ribs! I’m a wolf, the meet your kids after school, and give them drugs cause it’s cool

Cowboy

Metafora del viaggio, della vita e meccanica sonora scarna alla massima potenza con aperture dorate. Ipnosi

“ I am the cowboy on my own trip, I am the cowboy on my own trip, I am the cowboy on my own trip and I am the cowboy”

Awkward
Un romanticismo malato ti pervaderà completamente, la voce di Frank Ocean intersecata perfettamente, l’innamorarsi ingenuo e totale. L’insicurezza.

You’re my girlfriend, you’re my girl (whether you like it or not!), you’re my girl, you’re my girlfriend, you’re my girl, girlfriend. You’re my girl, you’re my girlfriend, you’re my girl (Shit I know that you’re my). You’re my girl, you’re my girlfriend, you’re my girlfriend.

Domo 23
Spacca tutto, sporcizia ed esplosione sonora alla massima potenza, Golf Wang.

Answer
Telefonate senza risposta a padri mai conosciuti. Ritmo sgranato e quieto in un intreccio tra passato, presente e futuro.

Hey Dad, it’s me, um…
Oh, I’m Tyler, I think I be your son
Sorry, I called you the wrong name, see, my brain’s splitting
Dad isn’t your name, see Faggot’s a little more fitting

48
Droga e media. Rimanere una persona normale è possibile oltre il successo. Beat caldo e decadente in vorticosa distorsione.

Crack fucked up the world, and I wonder if they realized the damage. I mean, they come from an era who made a lot of money of that shit

Partyisntover / Campfire / Bimmer
Cori allucinati, emotività, lounge, la passione per i Tame Impala,ipnosi finale con duetto Tyler e Frank Ocean. Capolavoro.

The party isn’t over, we could still dance girl
But I don’t have no rhythm
So fuck it, take a chance with a nigga
Like me, like me

IFHY
Amore passivo aggressivo, l’amore distratto e complesso allo stesso tempo, frammenti di gelosia. Synth killer, beat in loop e Pharrell a chiudere in bellezza. Scuse mal gestite.

I fucking hate you
But I love you
I’m bad at keeping my emotions bubbled
You’re good at being perfect
We’re good at being troubled, yeah

Pigs
Bulli omicidi e risse, vetri spaccati. Il film dell’orrore in slow motion è servito.

We are the Sams, and we’re dead — it’s just four of us
We come in peace, we mean no harm, and we’re inglorious

Treehome95
Il soul e i doppi sensi amorosi. Classe allo stato puro.

I want to go
I want to go
Baby, let’s go
To my treehome
Treehome

“Il tutto è una visione oscillante tra il grottesco, il caricaturale e il riflessivo. L’energia sprigionata è folle ma messa sotto un maggiore controllo rispetto alle precedenti uscite. Dimentico di dirti che prima di consigliarti questo album devo rivelarti un’altra cosa. Se non se un indie-totalitario ma solo un totalitario devo ammettere che probabilmente Tyler non sarà mai chiamato ad un patetico concertone del Primo Maggio o ad un ritrovo di nostalgici. Troppo misogino e americano da una parte e troppo nero dall’altra.
Il lupo se ne farà una ragione perché esce vincitore, impossibile perdere con una dose di talento del genere caro ascoltare x.”

Alessandro Ferri

The Knife – Shaking the Habitual

Data di Uscita: 08/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Erano stati fermati in un rocambolesco blitz notturno nel quartiere bene di Stoccolma, ed ora eccoli, sbattuti nelle prime pagine di tutte le più autorevoli testate internazionali.
“Una retata senza precedenti” – raccontano gli esperti del corpo di polizia, alcuni con folte barbe bianche a testimoniare decenni trascorsi a rincorrere e acciuffare criminali o presunti tali. In quella notte era stata sfregiata la patina lucida e rassicurante della Svezia prospera e ineccepibile agli occhi del sentire comune.
Di lì a poco sarebbero cominciati gli interrogatori in caserma, il commissario Clas Lindberg sfogliava distrattamente le foto segnaletiche che la giovane segretaria gli aveva costretto tra le mani al posto del solito bicchierone di caffè bollente. Aveva appoggiato un lungo instante lo sguardo sui capelli di lei, tipicamente lisci e chiarissimi, raccolti in una treccia che le cadeva sulla spalla, per poi tornare sui volti delle persone fermate, uno ad uno. La sua mente faticava a comprendere come avessero potuto costituire un’accozzaglia così eterogenea, l’esperienza sul campo lo aveva portato a stamparsi in testa degli indentikit stereotipati per ciascun crimine o anche semplice infrazione a lui nota: dallo scarno drogato che spacciava nascosto da un cappellino di lana al trafficante d’armi con gli zigomi alti e lo smoking nero d’ordinanza.
Eppure in quella notte, sotto le acide luci al neon di un commissariato troppo piccolo per contenerli tutti, era stipata una gran moltitudine estremamente eterogenea di individui in attesa di essere interrogati. Soltanto poche ore prima li avevamo sorpresi a mettere a ferro e fuoco la prospera Östermalm, animati da un inedito impeto riottoso; slogan campeggiavano su cartelli e striscioni portati fieramente per le strade e poi di corsa da un androne all’altro dei palazzi signorili, “open my country, the truth will run”. Bussavano alle porte, capillari, a raccogliere anziane coppie nei loro sogni tranquilli tra morbide vestaglie di cachemire e quadri di valore alle pareti, a sorprendere giovani imprenditori ancora svegli a controllare le azioni in borsa o ad accarezzare corpi sinuosi di donne bellissime. Il risveglio, amaro e violento, era destino comune: vi erano urla e corse e mani dure che afferravano altre mani, inconsapevoli, per poi trascinarle in strada; nessun riguardo di fronte al loro sconcerto, alla loro vergogna nel venire esibiti al freddo della notte, occhi che si scrutavano a vicenda, più per riconoscere se stessi negli altri e nell’altrui senso di vergogna, che per curiosità e morbosità verso il prossimo. Chiunque cercava di coprirsi come meglio poteva, alcuni avevano soltanto le loro braccia per stringersi addosso i vestiti, e lo sguardo chino a terra.
Dietro l’angolo la strada si allargava e si veniva a creare lo snodo di Karlaplan a cui confluivano cinque o sei viali; proprio al centro di esso avevano impilato casse vuote di birra, l’una sull’altra, a formare un pulpito sgangherato largo a malapena per i piedi di Olof e Karin Dreijer che si agitavano come due ossessi, brandendo bandiere di tutti i colori e urlando al megafono. Alle loro spalle degli stereo che emettevano musica in sincrono, un muro di amplificatori, le finestre dei palazzi che una ad una si illuminavano come tantissimi occhi nel buio della notte, e alcune si aprivano lasciando il posto ad altri – di occhi, persi, costernati, increduli.

“Of all the guys and the signori,
Who will write my story,
(…)
All the guys and the signori
Telling another false story”

La moltitudine non smetteva di riversarsi in strada, era trascorsa poco più di mezz’ora e il quartiere era praticamente accerchiato, costretto alla resa da un esercito di persone comuni di tutti i tipi e di tutte le età, volte a smascherare l’ipocrisia di un paese apparentemente libero e tollerante, ma in verità in costante e subdola repressione nei confronti del “diverso”. La musica intanto andava senza sosta da quel palco sgangherato, una miscellanea elettronica di techno martellante, frammista a suite sghembe e ansiogene, lampi isterici di danze convulse e ancora parole di denuncia, sentite e gridate con polmoni gonfi di rabbia.

“And that’s when it hurts
When you see the difference
It’s a raging lung
And a difference
What a difference
A little difference would make”

Io li guardavo ad alcuni metri di distanza, con tutti gli altri agenti come me lì accorsi per sedare la rivolta inaspettata e ristabilire l’ordine, casacche tutte uguali schierate nell’attesa di ricevere le direttive dall’alto; in quei minuti ho osservato attentamente quelle persone, mi sembravano vittime senza distinzione, gli “assalitori” e gli “assaliti”, ché in fondo quegli abitanti di Östermalm presi in ostaggio altro non erano che capri espiatori dell’ignoranza di un sistema dalla faccia pulita e dalle mani sporche.

E forse alla fine potrei esserci io, in questo momento, sotto torchio, al posto di qualsiasi arrestato che poco fa abbiamo condotto in caserma.

Federica Giaccani

The House of Love – She Paints Words in Red

Data di Uscita: 13/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Trouble in mind

Sapevo che non avremmo mai potuto amarci. Lo seppi dalla prima volta che la vidi (il dizionario di latino stretto con fierezza contro il petto ancora acerbo sotto il maglioncino rosso). Era una ragazzina, neanche maggiorenne. Un abisso fatto di anni, idee e sentimenti ci teneva lontano. E non sarebbe servito a nulla parlarci, e d’altronde non avrei veduto come sarebbe potuto accadere. Era preferibile restare distanti, sfiorarci solo con lo sguardo quando lei usciva di scuola e sfilava per la mia strada, e non restare fermi l’uno davanti all’altra. Sì, perché lei avrebbe notato il peso dei miei anni, le mie mani goffe, i miei discorsi aggrovigliati e senza speranza. Mentre io forse avrei sentito il suo fiato innocente di limone e dentifricio spandersi nell’aria e portarmi lontano (al vento fresco tra le tende in un mattino d’estate di dieci anni fa probabilmente), le sue parole rincorrersi e sovrapporsi e cadere nel vuoto del suo bicchiere di limonata.
Tutto ciò che desideravo era il suo viso. I suoi occhi ricordavano altri occhi incontrati altrove; la sua bocca mi pareva di averla già sfiorata. Respiravo una serenità perduta in quel viso angelico che saliva di tanto in tanto dal fondo della strada. Al suo seguito un plotone di compagni di classe che probabilmente tentavano di sedurla parlandole dell’ultimo film visto al cinema o discorrendo di letteratura. Ma lei giungendo davanti al mio portone, mentre io sistemavo la legna nel garage o aiutavo mia madre a prendere le sporte della spesa, rallentava il passo dedicando il suo volto ai miei occhi. E poi spariva come risucchiata dagli sfrigolii dei fornelli accesi e dall’odore di fritto che serpeggiava dai portoni socchiusi e dalle finestre aperte sui balconi.
Come un randagio brancolavo in coda al supermercato, o alla posta o nel riflesso di un profilo di ragazza dinanzi ad una vetrina, innamorandomi furtivamente della perfetta forma ovale di un orecchio che provava a restituirmi l’illusione della sua presenza. Una vertigine interiore mordeva lo stomaco e incrinava il respiro quando intercettavo le sue gambe sottili, la forma del suo naso e il castano dei suoi capelli corti tremare nel lampo di luce che baciava la strada. Era un gioco di rimandi e di corrispondenze quello che mi conduceva di viso in viso verso il raggio obliquo di un sole morente che sussurrava l’avvento della piccola luce delle stelle. E fu così che, volgendomi all’indoratura di un tardo pomeriggio, la vidi ancora, vicino ma allo stesso tempo distante, come da un angolo remoto dell’universo – dove non potevo sapere il suo nome, dove non potevo sentire la sua voce.

Gianfranco Costantiello

Kurt Vile – Wakin on a Pretty Daze

Data di Uscita: 09/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Erano le sei. Non si capiva se stavo alzandomi o andando a dormire. Ma la luce del sole era così bella che non potei far altro che alzarmi. Il pavimento era freddo e le mattonelle piene di polvere. Indossai una maglietta e aggiunsi sopra, aperta, una sbiadita camicia a quadri. Presi i primi pantaloni che trovai e andai a bagnarmi la faccia con dell’acqua gelata.
Uscii fuori e il cane venne a salutarmi. Si stava bene. La sottile brezza sembrava essere dalla mia parte e gli altri cani, stranamente, stavano in silenzio. Non pensavo affatto a come avrei fatto a vivere le prossime due settimane senza soldi.
Mi infilai un paio di calze doppie e un vecchio paio di scarpe di cuoio. Pensai di prendere il furgone e andare in città, ma andai ad aprire il cancello delle galline, che cominciarono a scappare dappertutto dentro il recinto. Raccolsi un paio di uova e le andai a friggere con una spessa striscia di pancetta. Mentre la padella scoppiettava andai a mettere un disco di Neil Young.
Mangiai con molta calma e bevvi pure un bicchiere di vino. Lessi un po’ e presi il furgone. Mi avviai senza sapere esattamente dove andare.
Arrivai in città in un’ora, dopo aver corso discretamente. Ero riuscito a trovare una specie di manager, anche se la cosa non mi interessava più di tanto. L’avevo sentito solo a telefono. Ci incontrammo davanti a un bar e non mi fece una buona impressione. Mi disse che avrei suonato la settimana successiva, in una serata con dei buoni gruppi e mi aggiunse una data a fine mese in una specie di bettola in cui però ci andava anche qualcuno a cui piaceva la musica. Di soldi non se ne parlava proprio, perciò rimanevo col dubbio su come campare nelle settimane che mi rimanevano.
Andai a bere un whiskey and soda con gli ultimi spiccioli che avevo. Al bar tenevano il volume della radio alto, probabilmente per rintronare i clienti che arrivavano là mezzi sbronzi e, vista l’impossibilità di parlare con qualcuno, si preoccupavano soltanto di far diventare intera la loro sbronza.
Il sole era ormai alto e non sapevo che ora fosse, così mi riavviai velocemente verso casa.
Isis stava già preparando da mangiare e non mi chiese nemmeno dove ero stato, ma mi sorrise. Suonai per lei un blues col vecchio pianoforte a muro che si trovava in quella casa prima che ci arrivassi io.
Erano anni che non sapevo più se fossi innamorato di lei, ma non me ne facevo più un problema, bastava guardarla sorridere o fare qualsiasi cosa con la sua innata eleganza per convincersi di amarla.
Il pranzo fu scarno ma buono e ci stendemmo sul divano abbastanza soddisfatti. Le piaceva guardarmi mentre pensavo. Parlammo del nostro programma per la giornata: riposare un po’, mangiare una mela, fare l’amore, riparare la finestra del bagno. Il programma fu rispettato ed Isis andò a lavorare.
Andai ad annaffiare l’orto, me n’ero dimenticato la mattina, e rientrai a casa per leggere. Continuai a leggere per molto tempo, saltando la cena, finché tornò Isis dal ristorante con due bistecche che dei clienti schizzinosi non avevano neanche toccato. Quindi mangiammo insieme e andammo in camera.
Io tornai fuori e alzai gli occhi in alto. La notte nera e il cielo stellato sembravano essere d’accordo con me: ero fottuto, ma me la cavavo bene.
La giornata era finita, senza sorprese, ma il giorno dopo sarebbero potute cambiare parecchie cose, soprattutto nella mia testa, ma quella giornata era comunque finita così, ed ero contento.

Marco Di Memmo

Teho Teardo & Blixa Bargeld – Still Smiling (Top Ten 2013)

Data di Uscita: 22/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Questo piccolo grande italiano mi diverte.
Il suo aspetto è buffo eppure negli occhi ha quella luce, che possiede solo chi riesce a vedere oltre le cose, sentire veramente la musica, vedere le note che si celano dietro al tutto. La sua vita sono le colonne sonore, dice lui stesso che riesce ad appuntare sul pentagramma espressioni, gesti e movimenti che osserva, come se fosse la cosa più naturale che ci sia. Poi sa intonare i rumori, condurre i feedback di chitarra in esecuzioni che rimandano alla lunga tradizione italiana per l’avanguardia della velocità. Saper gestire quiete e tempesta non è da tutti, sono convinto che la nostra collaborazione porterà a qualcosa di grande.

Questo tedesco è un genio.
Il suo sguardo è severo almeno quanto il suo accento ma è una truffa. Ha uno spirito ironico ed una nota comica che accentua nei momenti di maggiori tensione per rendere la collaborazione più fruttuosa. L’idea dei cappelli conici in copertina del disco fu la sua. Quando è concentrato sulla musica diventa un chirurgo, le note sul suo pentagramma sono rigorosamente appuntate a matita, in cerca della perfetta collocazione. La sua linea vocale è incredibile, un saliscendi vertiginoso che deve incastonarsi alla perfezione nel contesto musicale. Soluzioni banali non sono nemmeno prese in considerazione. Let’s do it a dada continua a ripetere.

Insieme abbiamo composto il nuovo manifesto musicale futurista contemporaneo!

Maurizio Narciso

The Burning Hell – People (Top Ten 2013)

Data di Uscita: 16/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Il mondo è bello perché vario.
Il mondo è bello perché avariato.
Il proverbio e la sua distorsione umoristica. Bravi fratelli e coinquilini, identica dignità per entrambi, nelle stanze vagamente assolate dell’ultimo Burning Hell. Che è ancora il disco di un gruppo e di un uomo solo al comando, one-man band si diceva una volta. Quelli che in Canada continuano a spuntare come funghetti nel sottobosco indipendente, laddove i distratti vacanzieri dell’ascolto non hanno occhi che per la sequoia Arcade Fire, dito di ciclope senza più lune da puntare. Dici Burning Hell e pensi anche Woodpigeon, due menti vulcaniche travestite da orchestre, il più delle volte. Passaparola che valgono una condanna senza appelli alla volatilità. Segreti così ben custoditi da divenire silenziosi anche per chi ne ha musicato le trame, come il Mark Hamilton dimentico del proprio talento nelle prove recenti. A differenza di lui, Mathias Kom non è mai parso tanto concreto come oggi. Sarà il trafiletto nel Guinness dei Primati per quel blitzkrieg tour di ventiquattro ore e dieci date, mezza Europa conquistata attaccando con tre e non difendendo affatto. O forse l’innocuo spettro dell’agorafobia, chiuso finalmente nel cassetto dei ricordi assieme alla cattedra in storia alla Trent University. Non occorrono scuole per insegnare, quando si vive scrivendo canzoni. E non servono comitati accademici, se ad accompagnarti hai l’unico strumento che ti fa sorridere mentre lo suoni.

Il mondo è bello perché è un mosaico. Le singole tessere sono interpreti modeste e diranno anche poco, piccoli smalti anonimi cui non accorderesti il favore di uno sguardo. L’accostamento cromatico rovescia però la prospettiva e ti stupisce nel trovarti stupito. Lo sa bene Mathias quanto sia sfaccettata la realtà umana, avendola già perlustrata in lungo e in largo armato solo di pungente ironia e dell’inseparabile ukulele. Sindaci di rione e patetici musici da bar. Ballerini e bulletti di dubbia prestanza. Romanzieri e filibustieri. In tutti il germe di un insormontabile fallimento esistenziale, ambitissimo bonbon narrativo quando ci si aggrappi come disperati alla prima opportunità utile di evasione dall’inclemenza del proprio specchio. Incuriosito e affascinato dalla ricchezza di una collettività squinternata ma in fondo avvincente, quasi quanto il Woody Guthrie fotografo senza macchina fotografica di “Bound for Glory”, l’eclettico talentino di Peterborough ha confezionato un album piccino davvero superlativo, assemblando nove ritratti teneri e insieme feroci in un affresco che conserva vividi i tratti peculiari della sua arte, ma senza precludersi più elevate aspirazioni. Dai capitani d’industria malati di profitto ai viaggiatori annoiati, dai sognatori destinati a far sempre da tappezzeria ai rapper amatoriali, con i loro deliri di onnipotenza degni dei maestri del culto: tra le pieghe di “People”, Kom si diverte a raccogliere e mettere alla berlina manie e tic contemporanei quasi fosse un bizzarro entomologo innamorato del nostro declino. A rendere più amare le sue ricognizioni, il fatto di includere se stesso senza alcuna scappatoia tra coloro che son sospesi in attesa di dannazione, per aver tradito a giochi fatti l’adulto che sognava di diventare quando nulla ancora era compromesso.

Un disco sui desideri che non saranno mai realizzati, e forse nemmeno espressi. Una raccolta di fiabe nerissime e senza lieto fine, con il fatalismo dei vichinghi a trovare sponde impensabili tra i rapaci spelacchiati delle haciendas messicane. E apocalissi morbide, scabre radure di disincanto, carnevali vitalissimi e scampoli di umbratile intimismo, senza mai darla vinta alla desolazione.
A legare il tutto, nastrino color sangue annodato nel più sontuoso dei fiocchi, l’impareggiabile scetticismo di sempre. Quello inscritto nell’intestazione stessa abbracciata per i propri deliziosi misfatti musicali, il nome rubato a un opuscolo sulla Bibbia e inzuppato in un inchiostro beffardo, così da canzonare la perversione religiosa della cristianità evangelica e di ogni altro fanatismo dogmatico. Paroliere vertiginoso e penna raffinatissima, Mathias non è stanco di giocare con il kit del piccolo enciclopedista e dispensa generoso le sue ardite miscele di sacre scritture e cultura pop, country goticheggiante e dark cabaret, confinando in una misera enclave le tentazioni balcaniche e il pur felice bozzettismo folk cui pareva voler asservire per sempre i suoi Burning Hell. La morte è ancora attrice protagonista, ma a servirla recita un cast che ne affoga i soliloqui in una coralità frastornante, tutta guizzi, ben lontana dal bandismo circense dei tanti Brancaleone yankee apparsi negli ultimi anni. Così i toni gravi sono pareggiati da strumenti caldi e baldanzosi come il clarino della dolce metà, Ariel, o l’allegria del proprio piccolo feticcio a quattro corde. Ci si commuove rimanendo fanciulli ilari, e il treno di “Stand By Me” non ci risparmia. Ma si tratta di semplici sogni, abbaglianti come il freddo sole del nord e programmati per impazzire presto, come una maionese canaglia.

Dici Mathias Kom e pensi anche Elvis Perkins, uno che dalla Grande Mietitrice ha patito più di un tiro mancino. Il superbo artigiano della combriccola “In Dearland”, il desaparecido del western crepuscolare evocato con profitto nella tetra favola di congedo. Dici Mathias Kom e pensi al suo alter-ego giovanile, Mathieu Comme, e lo riconosci per il trasformista scellerato che è sempre stato. In testa la zazzera telespallesca di un novello Adam Duritz, nell’armadio mille travestimenti tutti plausibili: i Soul Coughing sofisticati e meno arditi sperimentatori, i Clientele sinuosi, gli Okkervil River immortalati nel loro meraviglioso candore da diorama sixties. O dei banalissimi Decemberists, che fanno fine e non impegnano granché. Ovunque aleggia poi il fantasma di un impossibile Bill Callahan espressionista, destinato a incarnarsi proprio sul filo di lana in un numero di spiazzante, superbo mimetismo. L’aderenza al modello è totale, pesanti come il piombo i debiti, ma letto alla stregua di un omaggio lo si può perdonare e apprezzare come la bella illusione che è in fondo. Virtuosismi da camaleonte e balocchi intellettuali a parte, in “People” batte davvero il cuore di un pianeta disgraziato e bellissimo. Quella indovinata dai nuovi Burning Hell è un’intonazione tra il confidenziale e lo smaliziato oltremodo convincente, in miracoloso equilibrio tra emotività e calligrafia.
E ci siamo dentro anche noi. Passioni, visioni, utopie, fantasie e falle. Falle soprattutto. Mie e di voi quattro, che avete bruciato interi minuti del vostro tempo prezioso tra i sofismi di questa recensione inservibile, all’inseguimento di un senso che – mi spiace dirvelo – non c’è mai stato.

Stefano Ferreri

The Besnard Lakes – Until in Excess, Imperceptible UFO

Data di Uscita: 02/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Alamogordo è dove la speranza va agli alberi pizzuti.
Se avete presente l’isola di Böcklin, ripensatela priva di aneliti romantici ma con carica simbolista elevata a potenza. E senza i cipressi possibilmente, solo deserto. Potrete anche darci una passata di sgrassante al limone, ma rimarrà il simulacro triste e corrotto in cui una certa idea di progresso l’ha trasformato. Sì, perché Alamogordo è il luogo dove il genio evase dalla bottiglia per non esservi mai più intrappolato. Demone scaltro, idolo amaro. Il posacenere in cui hanno lasciato a consumarsi il caro vecchio totem della frontiera, e un’utopia appena rimessa in tiro dopo i rovesci della grande depressione.
Alamogordo è il primo giorno di uno sterminato autunno.
Non proprio un bel posto per escursioni oniriche, ma spiegatelo voi all’estro bizzoso dei coniugi Jace Lacek e Olga Goreas, origini nell’est Europa e adozione canadese, al riparo dagli spifferi della guerra fredda. Fin troppo facile il nesso, ma chissà che gli sposini della scuderia Jagjaguwar non ci abbiano visto dell’altro. Il risvolto cinico della poetica del fanciullino 2.0 brevettata da Steven Spielberg, perché no? Alamogordo è anche il nulla in cui andò a rovinare la luccicante navicella del nostro amato E.T., partita in un trionfo di commozione sui titoli di coda del film per poi schiantarsi con il sigillo Atari nel fondo tossico di un’immonda discarica abusiva. Il più brutto videogioco di tutti i tempi e insieme la più incredibile metafora partorita dagli anni ottanta, per un rovescio della medaglia che ha saputo adeguare il mito di Icaro ai visionari da strapazzo del presente, non senza puntualità. E forse è proprio in questa desolata bruttura che si specchia il nuovo disco dei coniugi Lacek, riuscendo però nell’impresa di sublimarne gli spunti in una trama densa di suggestioni liriche quanto elusive. Rispetto alla fragorosa grandeur o all’epica squassante di ‘The Roaring Night’, ai disastri mentali e gli sperimentalismi arrembanti di ‘The Dark Horse’, qui il loro collettivo, Besnard Lakes, ha curato una raccolta assai più sfuggente. Impalpabile, come opportunamente suggerito anche dall’ermetismo in pillole di titolo e copertina, per quanto il fascino nelle loro canzoni riesca se possibile più plastico che in passato. Il flusso sonoro ha raggiunto un equilibrio che prima era sempre mancato e l’album si candida a diventare la perfetta trasposizione di un sogno. L’assenza di steccati nella sceneggiatura ricorda Gondry, satirica anarchia esclusa, mentre la grana fotografica mette al bando i contrasti che erano un po’ la loro firma nella luce.

L’elegia in soft focus di questo ‘Until in Excess, Imperceptible UFO’ ha indotto la critica a largheggiare con l’aggettivo “cinematico”, nemmeno a sproposito peraltro. Ralenti, piani sequenza, campi lunghi se non lunghissimi. Rimangono un’ostinata prerogativa della band di Montreal, il suo capriccio più amabile, per non dimenticare la predilezione per le riprese in esterni. Anche questa pellicola è girata in spazi aperti, interamente, e si apre nel pallore umido di una foschia caparbia, adagiata come soffice trapunta su una distesa erbosa. Nell’incertezza superba in cui ci troviamo abbandonati ci accoglie Olga, dalla sua casa fantasma sulla collina. Fattezze di sirena, voce suadente come il riverbero di una malinconia che non possa davvero far male. Eppure dietro questa calma alberga il lustro spento della morte, par quasi di sfiorarne l’ombra. E la nebbia è un muro, una presenza che irretisce e non esclude sinistre pressioni. Il gruppo ci culla con un dream-pop al calor bianco, tra refoli sonici e nuance space-orchestrali che saturano i già ridotti margini di manovra e sommergono anche la maestosità del coro, per poi renderne tutta l’energia nel bagliore di un attimo. Quando ci si presenta Jace, il suo falsetto è una dolce lama che fende la bruma. Quieti con la loro elettricità sempre finemente atmosferica, maliardi nel concedersi il balocco di piccole vampe azzurre innescate con le chitarre, ma abbastanza subdoli da non lasciare riferimenti validi. Nessun appiglio per noi avventati ospiti del loro miraggio. Sembra quasi che scherzino con gli ascoltatori i Besnard Lakes, con gentilezza. I cavalli neri di un tempo soggiogati e chiamati ad abbellire la vecchia giostra su cui danziamo un girotondo, la cui eleganza classicista trascolora un poco per volta alla stregua di un ricordo che si sfaldi, inesorabile. Poi un lieve sibilo, e lo scenario si rivoluziona: uno scorcio finalmente rischiarato dall’accompagnamento pop limpido, senza prefissi né suffissi, ma con l’amichevole adesione di uno Spencer Krug chiamato a ricambiare qualche favore arretrato. Ci diremmo lucidi in quest’oasi rinfrancante e soleggiata, e invece siamo nel cuore della creatività laboriosa del subconscio, con entrambi i piedi nella Fossa delle Marianne del sonno. E negli anfratti scivolosi di un torpore privo di regole, riecco inaspettata la mansuetudine fumosa della memoria. L’etereo splendore tratteggiato come in una tregenda d’angeli ancora non caduti – Les Paul Baritone, Epiphone Casino e la fedele Jazzmaster – omaggia l’inarrivabile altrove wilsoniano celebrandone l’inquietante, algida natura. L’invito, ancora una volta, è a lasciarsi andare, a far viaggiare incontrastata l’immaginazione, mentre il suono flessuoso solleva una polvere laminata che è incantevole sfarfallamento ma anche escoriazione a fil di pelle.

La mezzanotte arriva senza farsi annunciare e porta con sé tenui fuochi che destano meraviglia ma non sanno scaldare, e nemmeno bruciano. Nella rincorsa delle voci, il piacere di perdersi. Nella confusione, la fiducia di una notte nuovamente tersa, stellata, che chiama alla contemplazione. Finché le chitarre non scelgono di affollare la volta con una torma minacciosa di nuvoloni neri, l’impagabile schianto di un fortunale shoegaze già abbozzato negli sguardi come un’inedita tempesta del tardo William Turner. Ipotesi poi risparmiataci con l’allontanamento verso un’ulteriore solitudine, nel freddo di una passione disarmata, nei respiri congelati di un inverno che ricorda da vicino le tregue effimere ma bonarie dei L’Altra. Il viaggio conserva così i medesimi fragili contorni di quello pianificato con le sole forze del pensiero nel più riuscito lavoro di una band inglese che in pochi ricorderanno, Alfie, lei pure alquanto audace per indole astrattista. ‘Do You Imagine Things?’, titolo emblematico che può tornare utile. Stessa illusione di false simmetrie e specchi, stessa incorporea presenza. Le ascensioni pirotecniche degli Zeppelin e dell’Electric Light Orchestra, la fumisteria spigolosa e il virtuosismo progressive, i Fleetwood Mac rivisitati e le detonazioni a marchio Constellation: banditi dall’album di famiglia. Gli incendi sul mare e tutti i cannoni, conflitti ipotetici ma spaventosi, cedono il posto al maggior costrutto di una pace dilatata e pur sempre fantasiosa, al ghiaccio, alla rarefazione e le inquietudini intime. Pulite, ripiegate, conservate come candidi fazzoletti nelle tasche.
Infine Alamogordo, che è dove i sogni vanno a morire.
Le bombe all’idrogeno danno ragione all’apocalisse di un’umanità ormai senza speranze, identica a quella profetizzata da uno scrittore triestino tanti anni fa. I Besnard Lakes più visionari non mancano l’appuntamento con la paura condivisa. Volturano la loro creazione in incubo senza troppi complimenti. Sparecchiano la tavola e spalancano gli scuri a quasi tre minuti di raggelante e impassibile crepuscolo, ultimo panorama in cui s’intromette beffarda la rifrazione delle gocce di pioggia lontane – o sono lacrime? – di un delicato fallout. E intanto il lampo abbaglia e scortica i nostri occhi, indifferente.
Li chiudiamo invano nell’istante stesso in cui torniamo ad aprirli.

Stefano Ferreri