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Function – Incubation

Data di Uscita: 04/03/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

L’alba nella stazione di Ostkreuz ricopre di chiarori tiepidi i binari arrugginiti e gli arbusti dai fiori gialli che si sono accaparrati le rotaie col tempo, è domenica mattina e i treni non hanno mai smesso di corrermi puntuali davanti alla faccia, siedo ferma ormai da un tempo indefinito a farmi proteggere e nascondere dalle ombre familiari dei vagoni della S-bahn. Poco più in là da me una anziana minuta trascina a fatica una sporta del Penny, quel rosso in mezzo a tutte queste tinte tenui mi violenta gli occhi; dalla parte opposta due altissimi ragazzi carichi di valigie, due biciclette da corsa e la nuvoletta umida dei loro respiri a bagnare delle chiacchiere troppo accese per la mia voglia di silenzio, e di solitudine.
Uscendo dal Berghain le orecchie continuano sempre a fischiare, e il petto si contrae e si rilascia sotto il peso dei bassi, non ne ho mai abbastanza della techno anche dopo ore e ore di lame e martelli sonori a volumi immani; varcata la soglia mi infilo puntualmente le cuffie che fino a pochi secondi prima tenevo appoggiate attorno al collo e mi volto, il casermone di cemento che con gli anni è diventata per me una seconda casa si staglia scuro e compatto in controluce, alle sue spalle i primi bagliori mattutini, sul selciato un tappeto irregolare di cicche di sigarette spente da un numero imprecisato di piedi, tra l’attesa di chi è in fila adesso per entrare ora, a contendersi l’ingresso per salutare l’inizio del giorno con ritmi sintetici, ossessivi.
Ci impiego meno di dieci minuti a raggiungere Stralau, le gru dei nuovi edifici a ridosso della Sprea bucano il cielo evanescente e libero dal fumo delle ciminiere; alla mia destra l’acqua rivolge riflessi luccicanti ma il mio sguardo stanco e sposato col grigiore li rifugge prontamente, soffermandosi a terra, passo dopo passo.
E quindi ti ho visto stanotte, ma la cortina di corpi danzanti posti a protezione delle mie insicurezze tra me e te mi ha tenuta al riparo dal rischio di scoprirmi, di svelarmi, di farti conoscere almeno le vibrazioni della mia voce. Ti osservavo da lontano, eri avvolto da fasci di luci accecanti, e poi ombre improvvise e di nuovo luci, di tutti i colori; mi aspettavi vicino alla scala come mi avevi promesso, il cappuccio enorme della felpa ti copriva il capo e parzialmente il volto, lasciando intravedere però la perfetta linea del naso. Mi tenevo a distanza e ti scrutavo, guardavi spesso l’orologio e poi spostavi le attenzioni sulla folla, per cercare quell’espressione velata di tristezza, la mia, che nei mesi di conversazioni notturne in chat aveva iniziato a demolire il tuo carattere spigoloso e privo di aperture. La durezza della pietra e la fragilità del vetro, unite da un incontro fortuito e virtuale come accade sovente ormai, tra i meandri di internet; ricordo le notti passate a raccontarci di noi, del nostro amore per questi suoni così marcatamente tedeschi e minimali, tanto magnetici quanto alienanti, e più scavavano tunnel oscuri, pulsanti, più ci sentivamo empaticamente coinvolti. Vivevi a Nord della città e forse non ti avevo mai incrociato ma molto più probabilmente sì. Con la musica di Dave Sumner toccammo il nostro apice di fusione, sembrava scontato che dovesse succedere qualcosa ora. Avevo tentennato quando mi proponesti di vederci, ma alla fine cedetti all’illusione di poter eludere la mia propensione alla rinuncia.
Evidentemente mi sbagliavo, ero stata imprudentemente ottimista, e stanotte il tempo scorreva, cadenzato da suoni oscuri e avvolgenti e dalle ritmiche lanciate a velocità forsennate che catalizzavano lo scuotersi della gente. Ho deciso di scomparire, di soppiatto, spalmata tra corpi di uomini e donne sconosciuti e agitati dalla mano invisibile della techno; ho trovato rifugio temporaneo nei bagni sporchi e malmessi, mi sono specchiata e lo sguardo che mi restituiva lo specchio mi sembrava impersonale, esterno, come se ci fosse un’altra donna di là, a fissarmi, ad ammonirmi e ricordarmi l’ennesimo fallimento con le relazioni umane. Ché la paura non ha fatto che costruire blocchi e paralisi, ha infilato ai miei piedi stivali di piombo, e inculcato visioni falsate di storie perfette da non rovinare coi miei modi maldestri, inetti, aspri. Il fiorire di un legame futuro dalle buone premesse forse è morto così, è rimasto incompiuto, strozzato da una testarda incapacità di trasformare in essere le situazioni in potenza.
Quando ho preso coraggio e sono uscita non c’eri più, ovviamente; mi attendeva la pista, un abbraccio amico e consolatorio, il sollievo di muovermi in sentieri noti e agitarmi compulsivamente, mimetizzata dalle persone, come fossi una tra tanti, indistinguibile.

Mi alzo dalla panchina ché si è fatto tardi, ho perso il conto delle sigarette che ho distrattamente fumato e ancor più lasciato spegnersi inermi tra le mie dita pallide; le ansie della vita le sfogo, oggi come sempre, tra i sentieri del Treptower Park, in camminate infinite, vigorose, infilando passi rapidi al caldo di fuseaux scuri e maglioni oversize, finché i pensieri che normalmente si accavallano nella mia testa paiono farsi più sopportabili, se non talvolta dissolversi, sotto la morsa di fatica e sudore.
Il treno per Tempelhof mi accoglie stremata e madida, di fianco si susseguono case alberi e capannoni filtrati dai vetri pieni di graffi e scritte e impronte di dita altrui; mi incanto a riflettere sulle infinite possibilità della vita, sull’importanza delle scelte, sui nostri percorsi che probabilmente ormai seguono traiettorie separate, se non opposte. Quasi mi dimentico anche di scendere, una volta arrivata; forse ti ho perso mentre il vento inizia a portare nuvole che gettano ombre sulla mia testa.

Federica Giaccani

5 Responses to “Function – Incubation”

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