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Archive for marzo, 2013

Pigeon Hole – Chimp Blood

D.d.U. 05/03/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Una banda di sbandati che non crede in niente se non nel vagare come un branco di lupi dalle zanne sanguinanti, fanatici animali metropolitani che vagano e combattono con cassette della posta e un vago nichilismo. Geniali linee melodiche alternate con quel desiderio così stupido e naturale di vivere il proprio tempo, così quegli attacchi di house celato sotto la solita rabbia urbana o suburbana e le risate e gli attacchi.
Ed è strano sentire come tutti questi suoni elettronici e tutti questi pensieri che odorano di cemento e CO2 si intonino così bene con l’immagine di uno scimpanzé infuriato.

Marco Di Memmo

Youth Lagoon – Wondrous Bughouse

Data di Uscita: 05/03/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

C’era un’enorme chiocciola sul cui guscio un grande satellite bianco era accerchiato da minuscoli pianeti che ruotavano in una danza leggerissima. Non vi era un punto in cui il guscio si restringesse naturalmente per accogliere il corpicino viscido dell’animale, continuava, piuttosto, allargandosi verso il basso in forme astratte che inglobavano altri pianeti, alcuni sormontati da splendidi anelli colorati. La scia che il mollusco lasciava dietro di sé era d’oro e arancio, quasi fiammeggiante…
Su una delle due antenne non c’era, come di consueto, un occhio ma un’apertura, quasi una bocca, da cui sputava del liquido bluastro verso l’altro, verso un piccolo pavone che sovrastava, come un sole, il cielo con la sua sontuosa coda.
Dalle radici di due palme gemelle s’infittiva un paesaggio notturno. Un feto illuminava l’oscurità specchiandosi nel mare in cui galleggiava una barchetta minuscola. Pesci, meduse e farfalle svolazzavano leggiadri sopra una collina da cui un occhio gigante osservava tutto ciò che intorno avveniva.
Poco più in là delle pecore pascolavano accanto ad una lapide.
YOU’LL NEVER DIE YOU’LL NEVER DIE YOU’LL NEVER DIE YOU’LL NEVER DIE.

Un arcobaleno sui toni del verde segnava il confine fra futuro e passato. Vedevo il bimbo e l’adolescente, vedevo un domani. Un ticchettio segnava i secondi, con incedere prima fermo e poi pian piano più veloce fino ad accelerare vorticosamente e trasformarsi in una corsa di cavalli. Li sentivo avvicinarsi, non riuscivo a scorgerli.
Il silenzio. Delle spirali si innalzavano dalla terra e nascevano fiori, li vedevo colorarsi delle stesse cromie smeraldo dell’arcobaleno. I petali si striavano di sfumature e si dischiudevano, si staccavano lievi dalle corolle e, mutati in piume, salivano sempre più in alto. The garden of earth / it blooms in the seed. Una gazza mi si posava sulla spalla, la sentivo sussurrarmi all’orecchio vecchie poesie d’amore, aveva la tua voce.
YOU’LL NEVER DIE YOU’LL NEVER DIE YOU’LL NEVER DIE YOU’LL NEVER DIE.

Annachiara Casimo

Autechre – Exai

Data di Uscita: 04/03/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

MATER LC02070

Questa tuta spaziale mi costringe il petto e gli arti, la sento pesantissima, come fosse un’armatura medioevale. Cammino lungo il bordo esterno del mio velivolo in cerca della falla rilevata dal computer di bordo ma non ne trovo alcuna. I miei piedi sono ancorati allo scafo e ogni movimento è faticosissimo. Cominciano a bruciarmi gli occhi, rientro anche oggi senza aver trovato nulla di rilevante.

Sono partito due anni fa e sulla terra non tornerò più. Non a causa del problema esterno rilevato da “MATER LC02070”, quello è un inconveniente da poco, rallenterà solamente di due anni e quattro mesi il mio arrivo su Plutone. Sono un fisico, chimico, ingegnere aerospaziale, matematico, medico-chirurgo, professore di filosofia ma soprattutto il primo uomo ad affrontare un viaggio interspaziale così lungo da non permettergli un ritorno sulla terra. Ho dedicato la mia vita alla scienza e questo sarà il mio ultimo dono all’umanità.

Il mio soggiorno qui si basa sulla ripetitività di azioni indispensabili a curare questo enorme ecosistema viaggiante, assicurare il prosieguo del suo equilibrio dinamico e garantire di conseguenza il mio arrivo sul pianeta inesplorato. Sbarcherò tra quarant’anni, sei mesi e tre giorni. Sarò vecchio e la mia figura esile sarà la prima a calcare la polverosa superficie aliena.

Il mio diario di bordo è registrato in vinile, curioso che questo sia ancora il mezzo di immagazzinamento dati più preciso. La scatola nera che contiene l’incisore dei dischi è un gigantesco monolite nero sul quale sono impresse null’altro se non le proprie generalità: Æ / Exai. Il meccanismo di registrazione effettua anche il download automatico dei dati ogni 12 ore trasmettendo a terra le informazioni grazie a svariati ripetitori di segnale disseminati su ogni pianeta sui quali l’uomo è riuscito a lanciare satelliti. Purtroppo però è solo un trasmettitore di onda, la ricezione non è più possibile avendo superato già da sedici giorni la distanza massima di garanzia ovvero otto volte la distanza terra-luna. Non posso più avere riscontri dalla base operativa terrestre, speriamo che tutto stia filando liscio…

PIANETA TERRA

Ricezione dati da “MATER LC02070” in corso, tentativo n. 1.604,00:
Start -“FLeure; irlite (get 0); prac-f; jatevee C; T ess xi; vekoS; Flep; tuinorizn; bladelores; 1 1 is; nodezsh; runrepik; spl9; cloudline; deco Loc; recks on; YJY UX” – Stop.

Conversione Audio:

http://www.youtube.com/watch?v=FiRLb8AYgIc

Nulla da fare, da settimane non riusciamo più a ricevere una comunicazione comprensibile. Il segnale sembra compromesso ed è praticamente inutilizzabile. Chiamatemi quei due tecnici della sintassi, com’è che si chiamano, Sean Booth e Rob Brown, forse loro sapranno come utilizzare queste rumorose stringhe di codici dando loro un senso compiuto.

Maurizio Narciso

Lapalux – Nostalchic

Data di Uscita: 26/03/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Jeremy lavora nella stanza delle fotocopie della EAM.
I suoi compagni si chiamano Kerry, Jenna, Astrid, e Jeremy non saprebbe ancora dire se siano persone reali, o se siano assimilabili a quelle macchine vuote il cui ronzio ammorba la sua esistenza giorno dopo giorno.
Il ronzio, quel ronzio… l’aveva sentito per la prima volta in metrò qualche giorno prima, trasmesso dagli altoparlanti che di solito ospitavano la monotona voce femminile di qualche Essex girl. In piedi, stretto ad un appiglio, aveva visto una mano affusolata e dalle vene in evidenza scivolare nella tasca di un estraneo, per impossessarsi di un oggetto o per donare qualcosa, Jeremy questo non era riuscito a capirlo. Aveva studiato tutti i volti delle persone a lui vicine, ma nessuno aveva visto, tutti continuavano a masticare parole incuranti della bellezza di quel gesto, rapido ed evanescente, ipnotico come quelle girandole che costruiva da bambino per stupire la sua vicina di casa.
Quella sera Jeremy tornò nel suo appartamento, appoggiò le chiavi di casa nella ciotola sul comodino di fianco all’ingresso, si tolse il guanto destro e vide, veramente, la sua mano. Ruotava, lenta, dolce, in un gioco di luce prismatica dove ogni ombra era una domanda non posta, ed ogni solco una risposta da trovare.
Il giorno dopo il suo capo gli chiese se si sentisse bene e lui rispose che si, stava bene, stava estremamente bene. Il ronzio aveva assunto una dimensione pseudo corporea, tradotto da onde meccaniche in linguaggio del corpo. Jeremy continuava a pensare alla scena a cui aveva assistito. Sapeva di essere l’unico ad aver visto, ma non aveva ancora capito completamente… aveva cominciato a scalfire quella patina di insensibilità che, ora se ne rendeva conto, ricopriva ogni cosa.
Jeremy prese la sua decisione qualche mattino dopo, nella stanza delle fotocopie. Indossava per la prima volta, sotto il completo d’obbligo, la sua maglietta preferita.

Che cos’è, realtà. I turbamenti che proviamo nudi, nascosti agli occhi del Mondo, o le emozioni manifestate all’aperto, tra giudizi e riscontri?

La sua mano scivolò sotto il bavero della giacca per poi fermarsi all’altezza dello sterno, a contatto con il tessuto della sua pelle, per poi finire in posizione di riposo…
Tutto ad un tratto i faretti sul soffitto focalizzarono la loro luce bianca in tanti fasci verticali di energia incontaminata, mentre dagli scanner irradiava un bagliore fucsia pallido che abbracciava tutto. Nella camera si sparse il suo profumo, ampio come l’odore di pane appena sfornato, non aggressivo, ma morbido come un ricordo.
E lì, nel centro della stanza, sotto un cielo carminio composto da parole e non da immagini, c’era la sua conferma.

Margherita ha gli occhi che guardano in una direzione opposta rispetto alla sua voce.

Filippo Righetto

In Zaire – White Sun Black Sun

Data di Uscita: 19/03/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Siamo sempre sull’orlo del conosciuto, mai dentro, mai fuori. Quando blandamente ti chiedi se il bicchiere della tua vita sia mezzo pieno o mezzo vuoto ti appelli ad un modo di dire basato su congetture erronee e anacronistiche, il bicchiere non è mai mezzo vuoto, mai mezzo pieno, il bicchiere è sempre pieno, per metà d’acqua e metà d’aria, magari. Siamo generazioni collaborative, scoprendo ricordiamo chi ha preparato la strada, guardiamo anche per loro e in loro c’è il seme del nostro estro. Quando si è istruiti a farlo, la realtà appare in un’altra maniera e questa comprensione permette spessore. La capacità aumenta la capacità, perché un bicchiere porta l’acqua solo quando sai che è fatto per questo. Altrimenti, la contiene soltanto. Perché la conoscenza è fonte, l’educazione anfora, la volontà bicchiere. E in tutto questo le idee sono i picchetti attraverso cui passa il filo della nostra storia. E in tutto questo l’umanità non ha fatto che disegnarsi addosso alle proprie idee. Ogni volta che formuli dedichi qualcosa a chi c’è stato, vincoli chi verrà. Sostituire il pregiudizio privato con congetture pubblicamente verificabili è il più grande esercizio di verità, cosa ti dice questo? Cosa ti suggerisce questo assioma? Che la verità, la conoscenza, le idee, trovano forza nella condivisibilità. E immagina quanto apparirermo ridicoli quando voleremo da una stella all’altra saltando fra i wormhole, quando ci godremo un alba di galassia e non di un sole solo. Quando t’abbraccerò nella coscienza collettiva di centinaia di individui, e ricorderemo con un sorriso come questa stella si sta spegnendo, come questo sistema sta crollando ineluttabilmente. L’inesorabile sconfitta del calore, la morte termica e dunque il cambiamento che svela la menzogna di una fine infinita. La fine è sempre finita, sempre finirà.
Eleganti verità, orpelli di interrelazioni, complessità e continuità di sistemi.

Alfonso Errico

My Bloody Valentine @ Hammersmith Apollo, London (12/03/2013)

Un breve ascolto, durante la lettura

Prima che aprissero i cancelli, io e Raffaella ce ne stavamo sul retro di un pub, proprio all’angolo dell’Apollo, cinti da un muricciolo di mattoncini rossi, tradendo l’attesa tra una pinta di birra e delle boccate di fumo, quando d’improvviso risuonarono, nell’incertezza delle prove, come di lontano, come se piovessero dal cielo, le schitarrate nervose di Thorn e quelle celestiali di Wonder 2.
Ad essere precisi, era come se mia sorella avesse messo su un loro disco nella stanza accanto o di sopra, e la musica arrivasse ovattata ma vibrante scivolando tra l’intercapedine muraria, le tubazioni, lo scheletro ferreo della casa e allo stesso tempo ci fosse il cielo di Londra e il vento di Londra a farmi brillare gli occhi.
Davanti all’ingresso c’è gente accampata dalle quattro. (altro…)

John Grant – Pale Green Ghosts

Data di Uscita: 11/03/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

John iniziò a perdere le speranza di cambiare il mondo durante i propri studi universitari, si convinse amaramente che la storia non sarebbe andata come i suoi desideri. L’insegnamento della Storia non aveva quasi più nessun senso, in pochi si mostravano interessati a concetti considerati troppo astratti in un mondo sempre più avviato verso la tecnologia estrema coniugata a forme di aberrante democrazia liquida.
I pensieri funerei divennero cupa e triste realtà nei primi mesi di supplenza in una scuola superiore qualsiasi in una parte a caso dell’Europa meridionale, per intenderci dall’Italia in giù. La disaffezione per la Sua materia prediletta lo costernava portandolo in uno stato di flebile coscienza; tra una lezione e l’altra, tra un giorno e l’altro era solito vagare come un’anima in pena nella città sempre più fatiscente dopo che il governo della zona in questione aveva scelto di staccarsi dal resto del mondo globalizzato per seguire logiche antiche e reazionarie. Debiti spaventosi ed esercizi commerciali tenuti in piedi con sussidi statali erogati tramite carta straccia decorata in malo modo, alunni sognanti in un mondo di plastica fatto di aggeggi elettronici all’ultimo grido sempre sovvenzionati dallo stato per tenerli buoni. Sciatti sono considerati i pochi ragazzi interessati agli insegnamenti storici, scorbutici e strambi invece i professori che la insegnano.
John non aveva più la forza di rivoltare la situazione come un calzino e continuava la sua vita adattandosi in malo modo al susseguirsi sempre più farraginoso degli eventi. L’amore, la passione, la gioia, la scoperta e la curiosità venivano confinate nella propria casa, nel proprio monolocale adibito a raccoglitore di idee nate probabilmente morte per la mancanza del contesto giusto. La mattinata a scuola, le interrogazioni passate a riprendere i bulli invece che a fare domande. Dopo qualche mese, con una barba sempre più folta, John era solito entrare in classe senza più dire nulla: gambe sul tavolo e lettura in silenzio del giornale mentre il trambusto scuoteva i muri. La noia aveva preso le redini delle prime ore di luce durante le sue giornate.
La sua collezione infinita di vinili era la salvezza, l’appiglio ad un periodo anteriore e più lucente della propria vita. La polvere posata su alcune pile messe leggermente in disparte non diminuiva il fascino dei suoni che quei supporti potevano fornire, una sensazione unica in grado di trasportare la sua mente in lidi a cui solo lui aveva accesso. L’ultimo arrivo, con quel titolo così rappresentativo, lo aveva messo davanti a svariate questioni. Pale Green Ghosts. Sulla copertina una figura maschile tremendamente simile alla sua immagine riflessa nello specchio, quel velo di cinismo nero su tutti i testi delle tracce contenute nell’album.
Suoni vari e mai banali, si rivedeva in tutto questo sconvolgimento interiore che fuoriusciva dai tracciati spianati dall’incedere dei pezzi. Synth e pianti, arrangiamenti claustrofobici e canzoni per pianoforte, voce d’altri tempi ed elettronica dinamica fusa ad un certo soul d’annata. L’assoluta poesia si marchia cupa di riflessioni sulla violenza e sulle distruzioni causate dalla mente e da un corpo malato.
Why Don’t You Love Me Anymore. Glacier. Blackbelt. Pale Green Ghosts. Perle assolute che scompongono e riplasmano il tempo nella piccola abitazione di John.
I suoi poveri alunni direbbero riguardo all’esperienza del disco: “OH BRO, CHE BOTTA, FORTE BRO”.
Se solo capissero la tragica situazione.

Alessandro Ferri

Daughter – If You Leave

Data di Uscita: 18/03/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Elena ha gli occhi secchi ma di un turchese che può gareggiare con il cielo. L’atmosfera trattiene il respiro, sta, immobile. Come in attesa di qualcosa, come alla vigilia di un temporale. Elena è uscita di corsa da casa di Neil, dopo l’ennesima incomprensione, con la pioggia a bagnarle i capelli appiccicati sulla fronte, come a fare da riparo alla luce cristallo del suo sguardo. Corre e cammina con passi irregolari, senza meta, cerca di asciugarsi una lacrima densa di mascara e si morde un’unghia nell’attimo successivo. Neil è seduto su una poltrona del soggiorno, la bottiglia di whiskey appena aperta ai suoi piedi, i capelli spettinati, lo sguardo vuoto. Il sospetto è che nessuno dei due abbia voluto questo epilogo, senza un ultimo bacio disperato, dopo una giornata di carezze, con un silenzio di troppo prima del fulmine a ciel sereno, quella decisione presa dal fato e da entrambi, dalla mente e dall’istinto, dalla mancanza di sentimenti di due cuori non più di velluto ormai abituati ad eludere le emozioni. Stanno, Elena e Neil, lei con la sua corsa sotto la pioggia, lui con il suo guardare senza sosta il muro bianco davanti a lui, stanno e non sanno di esser stati capaci di lasciarsi per chissà quanto tempo, di alimentare rimpianti, bruciature, notti insonni. Stanno e non pensano a niente, sotto un cielo bianco, di plastica, mentre ritorna l’inverno. Elena passerà l’estate successiva ad invidiare coetanee ancora capaci di farsi del male, di avere degli artigli da spolverare, a guardarsi allo specchio e vedere una sagoma inerme. Cercherà di ritornare alla normalità passando attraverso la sua voce di seta. Sussurrando soffici melodie su un nastro usurato dagli anni e dagli usi, riascoltando il suono di alcune parole nelle notti di neve, con il silenzio tutt’intorno. Non sa ancora di questa sua eccezionalità nel momento in cui smette di correre e decide di scavalcare un cancello di un campo sportivo, mettendo a rischio la tenuta dei suoi jeans strettissimi e della sua giacca di pelle. Mentre con un movimento involontario del polso evita che un braccialetto si incastri in una delle punte del cancello, Neil a stretto contatto con le sue pareti non riesce, come sempre, a pensare a qualche cosa. Lentamente va schiarendosi il cielo, tra circa un’ora l’alba ritornerà sulla città. Elena rimane immobile ad ascoltare il suo respiro e la freschezza del vento, in piedi sul trampolino di una piscina. Il ciuffo di capelli le copre ora completamente la vista, ora le lascia solo un occhio scoperto. Prima che nasca un nuovo giorno la sua mente e le sue pupille si confondono con l’acqua, guardano i suoi piccoli spostamenti, cercano conforto. Le onde leggere sono il ricordo degli abbracci di Neil, del primo istante in cui si era sentita più viva, ma anche desiderio di risvegliarsi invisibile e vagare per il mondo senza poter essere urtata da niente. Essere come le foglie sugli alberi e stare in equilibrio a ricevere luce o dissolvere i sentimenti galleggiando nell’acqua, guardando le stelle cadere. L’alba sta per arrivare. Elena scuote il suo braccio sinistro e si accarezza con le dita ghiacciate un fiore tatuato appena sotto al collo, adagiato su più vertebre. La sua pelle è di porcellana, sanguina, ma nonostante più cadute non andrà mai in frantumi.

Filippo Redaelli

Doldrums – Lesser Evil

D.d.U. 25/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

L’avevano dato per spacciato, la cartella clinica parlava chiaro, il cervello non era più in grado di comandare azioni né tantomeno gestire le emozioni. La depressione si era fatta strada, subdola, nella sua giovane vita, tuttavia i continui sbalzi d’umore, repentini e violenti, sembravano confermare e contraddire i responsi a fasi alterne. Ma si sa che funziona così.
Lo si incontrava per le strade di Toronto, tra le vie e i bar e le frequentazioni in comune; incrociavamo sguardi diffidenti e nessuna parola, lui si barricava dietro all’onnipresente laptop e lasciava esplodere suoni folli e malati, come fosse un videogame impazzito. Claire lo lodava senza riserve, a me suscitava tenerezza, ma anche profonda inquietudine.
Ora che è sulle copertine di tutte le rispettabili riviste di musica indipendente, che il genio è deflagrato, siamo tutti davvero preparati al contagio?

Federica Giaccani

Function – Incubation

Data di Uscita: 04/03/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

L’alba nella stazione di Ostkreuz ricopre di chiarori tiepidi i binari arrugginiti e gli arbusti dai fiori gialli che si sono accaparrati le rotaie col tempo, è domenica mattina e i treni non hanno mai smesso di corrermi puntuali davanti alla faccia, siedo ferma ormai da un tempo indefinito a farmi proteggere e nascondere dalle ombre familiari dei vagoni della S-bahn. Poco più in là da me una anziana minuta trascina a fatica una sporta del Penny, quel rosso in mezzo a tutte queste tinte tenui mi violenta gli occhi; dalla parte opposta due altissimi ragazzi carichi di valigie, due biciclette da corsa e la nuvoletta umida dei loro respiri a bagnare delle chiacchiere troppo accese per la mia voglia di silenzio, e di solitudine.
Uscendo dal Berghain le orecchie continuano sempre a fischiare, e il petto si contrae e si rilascia sotto il peso dei bassi, non ne ho mai abbastanza della techno anche dopo ore e ore di lame e martelli sonori a volumi immani; varcata la soglia mi infilo puntualmente le cuffie che fino a pochi secondi prima tenevo appoggiate attorno al collo e mi volto, il casermone di cemento che con gli anni è diventata per me una seconda casa si staglia scuro e compatto in controluce, alle sue spalle i primi bagliori mattutini, sul selciato un tappeto irregolare di cicche di sigarette spente da un numero imprecisato di piedi, tra l’attesa di chi è in fila adesso per entrare ora, a contendersi l’ingresso per salutare l’inizio del giorno con ritmi sintetici, ossessivi.
Ci impiego meno di dieci minuti a raggiungere Stralau, le gru dei nuovi edifici a ridosso della Sprea bucano il cielo evanescente e libero dal fumo delle ciminiere; alla mia destra l’acqua rivolge riflessi luccicanti ma il mio sguardo stanco e sposato col grigiore li rifugge prontamente, soffermandosi a terra, passo dopo passo.
E quindi ti ho visto stanotte, ma la cortina di corpi danzanti posti a protezione delle mie insicurezze tra me e te mi ha tenuta al riparo dal rischio di scoprirmi, di svelarmi, di farti conoscere almeno le vibrazioni della mia voce. Ti osservavo da lontano, eri avvolto da fasci di luci accecanti, e poi ombre improvvise e di nuovo luci, di tutti i colori; mi aspettavi vicino alla scala come mi avevi promesso, il cappuccio enorme della felpa ti copriva il capo e parzialmente il volto, lasciando intravedere però la perfetta linea del naso. Mi tenevo a distanza e ti scrutavo, guardavi spesso l’orologio e poi spostavi le attenzioni sulla folla, per cercare quell’espressione velata di tristezza, la mia, che nei mesi di conversazioni notturne in chat aveva iniziato a demolire il tuo carattere spigoloso e privo di aperture. La durezza della pietra e la fragilità del vetro, unite da un incontro fortuito e virtuale come accade sovente ormai, tra i meandri di internet; ricordo le notti passate a raccontarci di noi, del nostro amore per questi suoni così marcatamente tedeschi e minimali, tanto magnetici quanto alienanti, e più scavavano tunnel oscuri, pulsanti, più ci sentivamo empaticamente coinvolti. Vivevi a Nord della città e forse non ti avevo mai incrociato ma molto più probabilmente sì. Con la musica di Dave Sumner toccammo il nostro apice di fusione, sembrava scontato che dovesse succedere qualcosa ora. Avevo tentennato quando mi proponesti di vederci, ma alla fine cedetti all’illusione di poter eludere la mia propensione alla rinuncia.
Evidentemente mi sbagliavo, ero stata imprudentemente ottimista, e stanotte il tempo scorreva, cadenzato da suoni oscuri e avvolgenti e dalle ritmiche lanciate a velocità forsennate che catalizzavano lo scuotersi della gente. Ho deciso di scomparire, di soppiatto, spalmata tra corpi di uomini e donne sconosciuti e agitati dalla mano invisibile della techno; ho trovato rifugio temporaneo nei bagni sporchi e malmessi, mi sono specchiata e lo sguardo che mi restituiva lo specchio mi sembrava impersonale, esterno, come se ci fosse un’altra donna di là, a fissarmi, ad ammonirmi e ricordarmi l’ennesimo fallimento con le relazioni umane. Ché la paura non ha fatto che costruire blocchi e paralisi, ha infilato ai miei piedi stivali di piombo, e inculcato visioni falsate di storie perfette da non rovinare coi miei modi maldestri, inetti, aspri. Il fiorire di un legame futuro dalle buone premesse forse è morto così, è rimasto incompiuto, strozzato da una testarda incapacità di trasformare in essere le situazioni in potenza.
Quando ho preso coraggio e sono uscita non c’eri più, ovviamente; mi attendeva la pista, un abbraccio amico e consolatorio, il sollievo di muovermi in sentieri noti e agitarmi compulsivamente, mimetizzata dalle persone, come fossi una tra tanti, indistinguibile.

Mi alzo dalla panchina ché si è fatto tardi, ho perso il conto delle sigarette che ho distrattamente fumato e ancor più lasciato spegnersi inermi tra le mie dita pallide; le ansie della vita le sfogo, oggi come sempre, tra i sentieri del Treptower Park, in camminate infinite, vigorose, infilando passi rapidi al caldo di fuseaux scuri e maglioni oversize, finché i pensieri che normalmente si accavallano nella mia testa paiono farsi più sopportabili, se non talvolta dissolversi, sotto la morsa di fatica e sudore.
Il treno per Tempelhof mi accoglie stremata e madida, di fianco si susseguono case alberi e capannoni filtrati dai vetri pieni di graffi e scritte e impronte di dita altrui; mi incanto a riflettere sulle infinite possibilità della vita, sull’importanza delle scelte, sui nostri percorsi che probabilmente ormai seguono traiettorie separate, se non opposte. Quasi mi dimentico anche di scendere, una volta arrivata; forse ti ho perso mentre il vento inizia a portare nuvole che gettano ombre sulla mia testa.

Federica Giaccani

Devendra Banhart – Mala

Data di Uscita: 12/03/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Sono difficili da sopportare le aspettative di chi ti sta attorno, ogni tuo passo può frantumare un uomo di cristallo o far scattare una trappola che può colpirti a morte.
Sorvola sulle aspettative invece la mia piccola donna senza speranza, che vaga come uno spirito col suo spettro che le stringe i ventricoli e le svuota gli occhi. Non conosce la vendetta eppure marcia su ogni cosa con una sottile furia, come i minuscoli infestanti che sono capaci di devastare sterminati campi. Ti gira intorno senza farsene accorgere e può capitare sbadatamente di dimenticarsi di lei, ma quando torna fa stringere il petto e fa tremare, e si è pronti a scappare da qualche parte, correre su per delle scale e nascondersi con lei per dimenticarsi tutte le convenzioni posticce che abbiamo imparato a rispettare disprezzandole inconsciamente.
E sul suo piccolo pancino liscio e piatto ballano in silenzio due vecchi amanti che hanno tradito qualsiasi convinzione, solcato il letto di uomini e donne di ogni genere, pensato tutti i pensieri, ma sono rimasti fedeli alla loro iniziale folle folgorazione dolce. E non hanno mai temuto di essere un po’ maldestri e un po’ patetici, ma soprattutto non hanno mai avuto paura di essere teneri.
Ha un sguardo serio, profondo e triste, come di una schiava offesa dalla vita, ma è sempre pronta ad avvinghiarsi al corpo incomprensibile dell’esistenza. Ama in modo strano e silenzioso ed è capace di sorprendere, coi suoi baci celati, puri ma pronti al peccato, tranquilli ma disposti alla trasgressione. Le sue magre e belle gambe coperte da calze nere che fa sfiorare con pudica malizia calmano gli occhi di ape e richiamano senza un apparente motivo al suo esile collo di polline.
Viene il rimorso di non averla amata meglio, col corpo e l’anima, perché anche quando tenta lo fa con ineffabile delicatezza.

Marco Di Memmo

Darkstar – News From Nowhere

D.d.U. 04/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Rivedersi dopo dieci anni, o forse dieci giorni, e conciliare la bestialità con l’amore. Cercare di tuffarsi dentro al piacere, poi rifiutare il piacere, poi rifiutare la propria anima, poi rifiutare il vuoto e quindi tuffarsi di nuovo dentro al piacere. Cosparso di note giace un antico corpo, succhiano la sua materia le api come gli umani, le alci come le sequoie, i sassi come i fiori.

Marco Di Memmo

Cyclopean – Cyclopean

D.d.U. 04/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Nella mano del ciclope la ballerina biancovestita si esercita: appoggia la sua mano al pollice del gigante e prova le posizioni che conosce ormai da tempo. Un Picasso immaginario li ritrae con umore blu mentre dal cielo piovono monete d’oro, raccolte all’istante dai polpi giardinieri e da giovani esseri umani che accumulano ricchezza nel fondo del mare. Tutti corrono, senza sapere dove vanno, girandosi di continuo come se qualcuno li stesse seguendo; presto loro il mio braccio, sul quale salgono in tutta fretta, fino a riunirsi e a sedersi sul mio avambraccio, dove, ormai al sicuro, ammirano estasiati una graziosa ballerina che si esercita nella mia mano, nella mano del ciclope.

Marco Di Memmo

Billy Bragg – Tooth & Nail

Data di Uscita: 18/03/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Parlare di Billy Bragg è davvero come ballare d’architettura. Inutile. Come imbrigliare tra i vetrini del microscopio una passione, alla disperata ricerca di formule che non verranno. Certo l’azzardo di questa citazione logora e bellissima rischia di sembrare un tremendo oltraggio. Siate clementi. Se mai vi capitasse di incontrarlo, me l’accordereste. Se mai vi capitasse di trovarvelo davanti, là da solo su un piccolo palco di travi malandate, vi accoglierebbe con occhi buoni e le sue fidate chitarre ben pronte allo scatto. This Machine Kills Fascists, recita la prima, e già vi vedo scettici sotto le vostre nuvolette. “D’accordo, ma questa l’aveva pensata Woody Guthrie secoli fa”. Tutto giusto, ma Bragg è proprio l’uomo che ha raccolto da uno svogliato Dylan quel testimone, perché si portasse a termine un’impresa. Da improbabile predestinato, ha poi saputo andare a medaglia. Un onore quella valigia di poesie silenti ricevute in dote da Nora Guthrie, affinché di musica le si vestisse. Anche un onere probabilmente, ma alleviato dall’assistenza eccellente dei Wilco operai e pre-rivoluzione-copernicana, quelli in cui Jeff Tweedy ancora sgomitava col compianto Jay Bennett per la piazza del timoniere. Uno scrigno di liriche trasformato in una raccolta tripla di canzoni che non si sarebbe potuto immaginare più vive, e allora tocca archiviare quello slogan bruciante come atto d’amore piuttosto che alla voce “furto con scasso”. Che poi, a pensarci bene, l’ultima parola era stata anche cambiata ai tempi di ‘England, Half English’, fine anni novanta forse. Non più Fascists – pure bersaglio prediletto delle sue freccette di nylon – bensì Time, per una combattiva sei corde acustica nei nobili panni dell’ammazza-noia. Bragg è sempre stato però anche anima elettrica, dal dissenso ultrariverberato degli esordi al tenero jangle retrò della prima maturità, con il nome di Joe Strummer intagliato nel cuore e incollato sotto il ponte della sua Gibson.

E’ l’attore protagonista di un Ken Loach di fine anni ’80 che non si è mai fatto. Il musicista spavaldo che piazzava in copertina delle cesoie da lattoniere invece che un ribelle d’annata come Alain Delon. Oppure la lanterna del minatore negli anni del thatcherismo più devastante, con ovvie recriminazioni sul fatto che Eric Cantona abbia avuto il suo bravo soggetto e lui no. Big Ol’ Nose lo scricciolo senza bussole, quello che suonava nei parchi assieme al vicino di casa e si concesse una comparsata di qualche settimana nell’esercito, corso di educazione manichea in poche pratiche lezioni. Big Ol’ Nose il militante sfrontato, l’artista di propaganda ma anche l’eterno angelo di casa, con le gemme soul e Motown dell’infanzia ancora in pista sul giradischi del salotto. Quello che rubò a Majakovskij quel titolo troppo assurdo per essere vero, tanto per ornare la sua torta migliore con un’ultima ciliegina di puro genio. Quello privato e romantico del “tempo libero dei lavoratori”, quello del canzoniere ideologico ma non dogmatico di ‘The Internationale’, quello pop e con gli amici giusti di ‘Don’t Try This at Home’, ideale per le grigliate in compagnia del sabato pomeriggio. ‘William Bloke’ e il relativo rimpasto di priorità, con l’idealismo accantonato per fare posto al pragmatismo, erano nella natura delle cose. Un po’ come la ragazza di cui il Nostro era in cerca quando giurava di non voler cambiare il mondo o l’Inghilterra, rimpiazzata nel rosario delle necessità da una babysitter per il figlio piccolo. Nessun tradimento in realtà, nessuna utopia da sfregiare. Il bardo di Barking è sempre stata persona concreta, anche nella sua fase più arrabbiata. Non sarebbe arrivato altrimenti a permutare il rassicurante socialismo all inclusive con il più agile socialismo del solo cuore.

Inevitabile chiedersi allora quanti Billy Bragg si siano avvicendati sin qui. Il miope che si crogiola sotto il sole dei luoghi comuni si ostina a vederne uno soltanto, specie di dinosauro oltranzista. Un ritratto per nulla edificante. Basta però una manciata di istantanee del cantante a sbugiardarlo senza troppe cortesie. La sua discografia come un diario corposo, avvincente, tra coscienza civica e delicatezza intimista, dove sentimenti e politica si sono spesso incontrati. L’ultima pagina ci consegna un Bragg da meditazione, insolito, yankee. Uno “Sherpa of Heartbreak”, come lui stesso si è definito. Attento alle fratture emotive e alle difficoltà relazionali. Alla fatica dietro le cicatrici, alle infruttuose rincorse a rimorchio di un arcobaleno, al senso di perdita. Nell’ultimo biennio il Progressive Patriot ha concesso una licenza illimitata ai fidati Blokes, coi quali sembrava aver perso mordente. E’ tornato a fare la spola in solitaria tra un piccolo club e l’altro, coronando con l’estemporaneo progetto ‘Pressure Drop’ il vecchio sogno del teatro canzone: un po’ comizio, un po’commedia, installazione d’arte e concerto, con pochi ritocchi rispetto a quelle mitragliate di aneddoti e ironia che sono i suoi folgoranti spettacoli. Quindi è volato a Pasadena per registrare questo ‘Tooth & Nail’, il suo disco da navigato alfiere dell’Americana. La scelta di Joe Henry in guisa di produttore e coautore chiarisce le nuove coordinate meglio di tutte le note stampa di questo mondo, mentre le pennate di pedal steel griffate Greg Leisz o l’elegante impronta Delta di ‘Handyman Blues’ valgono come sbaffi di evidenziatore sul taccuino per rimarcare l’assunto.

Dietro l’ispida corteccia esibita nelle foto promozionali s’impone uno sguardo accigliato à la Johnny Cash, e nasconde un sorriso. Sarà la sicurezza grandiosa con cui abbraccia un songwriting dal taglio smaccatamente classicista, con esiti felici quanto spiazzanti, oppure il piglio del cantastorie pauperista di ‘January Song’, tutta sostanza e disillusione. All’improvviso l’irruenza della gioventù è davvero molto, molto lontana. Sono cambiati i registri tramite i quali filtrare il reale, evidentemente più prossimi alla sua attuale sensibilità di ultracinquantenne. Rimane però la costante dello stile semplice e disadorno dei suoi autoritratti, non per posa ma per indole. Bragg non è più il portavoce di un disagio sociale. Le ombre di oggi sono un’esclusiva del suo spirito, ma non prevaricano. Il respiro è lungo. Ci sono i giusti margini per fare ammenda magari, annullare tutti i puntini di sospensione e guardarsi dentro senza più trucchi o proclami universali. Un album intimista quindi, non un album angusto. Raccontarlo tirando in ballo il disimpegno è fuori luogo perché l’onestà e la lucidità del suo profilo di cantante non sono evaporate con l’urgenza di un tempo. Si sono cristallizzate, piuttosto. I veri frutti della lezione di Guthrie arrivano adesso e sono paste di disciplina, coerenza, dignità. E allora eccolo il cantore vagabondo che sembra tornato a quelle sessions amichevoli assieme ai Wilco, le parole del maestro nuovamente splendenti e affrancate dalla polvere. Niente più casa significa niente più vincoli né confini. Con la saggezza della misura, con la fiducia indefessa nell’uomo e la frugalità dei piccoli passi, questo nuovo Billy ricorda a tratti l’omonimo Principe oldhamiano, perfino ottimista se visto in controluce. Si ritaglia scampoli di viva meraviglia e non nega il tesoro di una sconfinata gratitudine. La convinzione è che i giorni a venire saranno comunque migliori, e che eventuali rese dei conti rimarranno eccezioni prive di strascichi. Come le sonorità elettriche in questo disco, rare e mai esasperate, perfette per accompagnarsi con una voce invecchiata ma ancora magnificamente evocativa. Oltre il velo di malinconia vigile e coscienziosa, nessuna traccia di autocompiacimento ed anzi un ultimo sibillino messaggio che profuma d’orgoglio: “conservo ancora l’entusiasmo di chi si innamora di tutto”, un po’ come capitava al nostro Faber.

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, si domandava Carver. Giusto per riservarsi il piacere di non offrire risposte certe. Nessuna risposta, da sola, sarebbe stata plausibile.
Inservibile ogni ragionamento.
Parlare di Billy Bragg, oggi, apre l’orizzonte alla stessa capricciosa inconcludenza.

Stefano Ferreri