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Atoms for Peace – Amok

Data di Uscita: 25/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

C’è un pesce biondo, schizofrenico, che balla tra le onde conturbanti del Mozambico e sa mutare le sue pinne in ali, portandosi dall’estremo sud dell’Africa fino ai deserti occidentali di questo continente, dove si nutre delle onde sonore emesse dalle chitarre e ruba le antichissime storie dei griot.
Disperde la propria materia nel vento e si affida alle perturbazioni che lo portano in America. Ora non ha più una sostanza, non sa di cosa sia fatto, etereo ed eterno.
Vibra nell’aria di oscure cantine newyorkesi, vorticando amorosamente con la musica di nere chitarre elettriche. Si sposta nelle immense praterie, strisciando selvaggiamente nella folta pelliccia dei bisonti che si scaraventano verso la vita; corre senza sosta nelle infinite distese di mais, seducendo folli ragazze dagli occhi azzurri che spargono la loro esistenza nel mondo. Arriva nell’assolata costa occidentale per poter portare la sua non-materia su una materia che gli consentirà di infilarsi tra le fragili fibre del tessuto della storia.

Dal mio cervello parte l’impulso nervoso, dalle mie dita di carne nervi sangue ed ossa il movimento, dal movimento delle mie dita prende vita la macchina. Dal mio cervello elettrico partono le macchine, il creato elettrico. S’incrocia l’umano con la sua tecnica fino a confondersi; il braccio di uomo afferra il fianco di donna, il campione viene afferrato da una bizzarra linea melodica. Onde tra onde, urti, spinte, forze.

Da un’indescrivibile acqua sonora guizza un pesce giallo, sempre più pazzo, fa esplodere bombe letali e poi si pente, dona gli atomi alla pace. Dalle sale losangeline si tuffa direttamente nel Pacifico, con un salto folle, disperato, pieno di coraggio e libido, teso verso la gioia, verso il senso.
Nuota per centinaia di chilometri, lungo le coste del Messico; attraversa il canale di Panama e si riapre all’Atlantico. Percorre le coste assolate toccando nudi corpi bruni, dimentica il nord e la fredda sostanza del silicio, e tra i tetti di lamiera rotola fino alle pelli tese dei tamburi che lo scagliano in alto, di spiaggia in spiaggia, dove alterna fuochi e feste a miseria e disperazione.
La sua è una continua mutazione, pesce petalo uccello onda uomo, cambia la sua forma ingenuamente e si muove quasi a spasmi, con scatti, contorsioni, passi leggeri, nella naturale artificialità della danza, muta il suo stupore elettronico in concretezza umana, scivolando dagli anonimi tasti di un computer fino alle braccia di cinque uomini moderni in tutto, ma non dissimili dai rapsodi o dalla prima persona che ha raccontato una storia.

C’è solo una secolare ubriachezza che ci può salvare da questo martirio naturale eppure così folle e insensato, è un’ebbrezza violenta che, in una delle sue forme, ci fa impugnare un pugnale fatto di materia da percuotere, un pugnale che scagliamo contro il pesante corpo del tempo, perforandolo con onde sacre a cui diamo spesso il nome di Musica.

Marco Di Memmo

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