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Grouper – The Man Who Died in His Boat

Data di Uscita: 04/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Carolyn veniva da quelle strane terre degli States affacciate su un lago magico, un lago che ti abbracciava e ti teneva a galla senza farti agitare, che sfociava in un deserto di minuscoli cristalli; poteva vederlo dalle vetrate della taverna il Great Salt Lake, incorniciato da sempre dai grossi infissi di legno bianco andava ad inserirsi silenzioso come un quadro in quella casetta solitaria dello Utah. Era nata ad Ovest la ragazza, e non si era mai spostata da quell’angolo di America. I suoi genitori, ancora giovanissimi, avevano assecondato il sogno di far fortuna insieme e avevano aperto un piccolo ristorante in città, subito dopo la fine del college e un matrimonio celebrato sotto il torrido sole di luglio, un timido pancione già a intravedersi tra le pieghe dell’abito morbido e immacolato.
L’anno si stava chiudendo quando Carolyn vide la luce; passate le prime settimane tra le braccia di due genitori ancora piuttosto incoscienti, fu affidata ben presto alle cure dei nonni materni in nome del destino del ristorante, un investimento da salvaguardare. Erano due persone miti, all’apparenza schive e silenziose, cuori grandi e generosi; e si sa che tra nonni e nipoti si instaurano immancabilmente dei legami fortissimi, degli affetti profondi in cui appoggio e dedizione si scambiano i ruoli col passare del tempo.
Gli anni scivolarono uno dopo l’altro e Carolyn entrava e usciva dalle stagioni della vita con un’ammirevole agilità, i nonni la vedevano crescere di statura, affinare la conoscenza della lingua, imparare cose a scuola e nei rapporti con gli amici di gioco; dentro le mura di casa veniva da loro avvicinata alle cose semplici, per non perdere di vista quelli che si definiscono valori. In particolare, se le domandassi ora cosa meglio ricordi di quegli anni, la ragazza probabilmente parlerebbe di quando il nonno le mostrava le costellazioni del cielo nelle limpide sere di estate, indicando con il lungo dito ogni piccola stella spiegandole le origini delle denominazioni, con gli occhi più scintillanti degli astri stessi. Oppure amerebbe ripercorrere i freddi inverni trascorsi sul divanetto di vimini accanto alla nonna che le insegnava a lavorare a maglia, per educarla alla pazienza e ai lavori di precisione, con la coperta di lana grossa intrecciata che si allungava dalle sue ginocchia e la superficie del lago compatta e fragile fuori, a pochi metri da loro. In ogni caso, chiunque di voi abbia avuto la fortuna di conoscere Carolyn, avrà ascoltato almeno una volta le vicende dell’uomo che era morto nella sua barca, una storia che i nonni si dilettavano a raccontarle di tanto in tanto, nelle pigre domeniche in cui c’era poco da fare. Il nonno estraeva una vecchia chitarra dal fondo della cassapanca in legno, solitamente la teneva coperta da pile di giornali locali che si ostinava a conservare e da panni consunti che usava per lavorare in giardino; si sedeva in fondo al tavolo, vicino ai fornelli, e cominciava a strimpellare melodie dense e liquide, ogni corda vibrava di dolcezza e parlava di tempi lontani che mai sarebbero tornati. L’aria si infittiva di malinconia, di quella che ti dipinge sorrisi sereni sulle labbra però, e la nonna raccontava con voce pacata e amorevole di quest’uomo solitario ma cordiale senza fissa dimora, il quale invecchiò a bordo di una barchetta spostandosi di porto in porto, conoscendo genti diverse di paese in paese, pescando trote di fiume. Lo trovarono morto nel letto un mattino, dopo giorni in cui la barca stranamente non voleva decidersi di salpare verso l’altrove: due pescatori insospettiti dalla lunga permanenza salirono a bordo e lo trovarono coricato sotto le coperte, sembrava dormisse e invece se ne era andato, il viso era disteso e addirittura la linea della bocca segnava un sorriso quasi impercettibile. La storia, dunque, era velata di tristezza, ma insegnava ad affrontare la vita sulla scia delle proprie pulsioni, assecondando il flusso naturale che ognuno ha dentro, nel sangue, nel cuore, per raggiungere la fine dei giorni in quiete, in equilibrio. Carolyn conosceva la narrazione a memoria, ciononostante interrompeva la nonna talvolta per porre domande a cui prontamente riceveva risposte e delicate carezze tra i ricci fluenti; il nonno faceva delle brevi pause e poi riprendeva, cambiavano le note e gli accordi, il sapore nostalgico restava intenso come non mai. Nessuno al di fuori di sua moglie e sua nipote era a conoscenza della sua passione per la chitarra classica, era un tacito segreto che saldava ancor più il loro legame. Carolyn me lo svelò la sera del suo sedicesimo compleanno, in cambio le baciai le labbra rosee e sottili sotto il portico; arrossimmo abbassando gli sguardi, ci salutammo veloci e sfuggenti in preda ad un tenero imbarazzo.

Dall’ultima volta che la vidi sono passati ormai dieci anni buoni, la mia auto percorreva la strada a ridosso del Salt Lake in quello che fu il mio commiato dallo Utah; lei era immobile sull’uscio di casa, come se stesse salutando la mia partenza in silenzio. Ora vivo sulla East Coast, ad ogni fiume che ho attraversato o costeggiato ho rivisto la bruna cascata di morbidi capelli di Carolyn, che mi parlava dell’uomo vissuto e morto sulla sua barca.

Federica Giaccani

2 Responses to “Grouper – The Man Who Died in His Boat”

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