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Archive for febbraio, 2013

My Bloody Valentine – m b v

Data di Uscita: 03/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

She found now

L’ illusione e la delusione di passare da una bocca ad un’altra, di assaporare la saliva di un’altra ghiandola, di cercare cogli occhi chiusi, tra le pieghe delle lenzuola, l’inarcatura di una schiena su cui deve essere rimasta la traccia di un graffio e scoprirla cambiata anche nel gioco delle vertebre. Ridefinire le forme, gli incavi, le curve, imparare a dire un nuovo nome e dimenticare il calore delle coperte in cui si stava al riparo dall’inverno, l’alito di vino e tabacco, le persiane semichiuse.
V. se ne stava sospesa nell’aria con una lunga pertica per tenersi in equilibrio sulla corda. Era stato un pomeriggio senza amore, e l’ultimo clamore del giorno ora s’insediava per durare nel tempo, nel ricordo: il sole correva lungo il marciapiede, penetrava stanco in un ingresso socchiuso, chiedeva silenzio all’andirivieni dei bambini. Sfuocata nella smerigliatura della porta, un’ombra, si muoveva appena.
Era un vecchio che, risvegliatosi dal torpore del giorno, s’era messo il cappello e la giacca, e aveva acceso la radio. Macilento e zoppicante era sopravanzato fin sull’uscio, sul gradino che lo separava dalla strada. Altre facce s’affacciarono dalle finestre, indistinte contro la luce di un neon, tirando boccate di fumo e tradendo l’attesa con un tamburellio lunare delle dita sul davanzale.
La corda univa nelle linee della periferia due palazzoni dai muri scalcinati, vecchie strutture postatomiche, ferro e cemento dai contorni secchi e precisi che si ergevano a dominare l’incertezza dei passi nella strada. Ora, una nube di fumo, che convogliava i fumi delle canne fumarie, s’addensava contro il cielo nella stasi serotina, gettando un’ombra cupa e fredda nello spazio intorno.
V. fece due passetti, rapidi e uno di seguito all’altro. Un bambino di sotto nella strada aveva fermato la bicicletta nello stridio del freno e guardava nel cielo. Apriva un poco la bocca dallo stupore.
Sbocciavano intanto le mani umide di una ragazzina ai cancelli del cortile. Rincasava e il cuore le batteva ancora: aveva dato il suo primo bacio quel pomeriggio. I bambini se ne stavano seduti sulle scale stringendosi cogli occhi lucidi attorno a storie di fantasmi. La radio ronzava nell’ombra. Il vecchio, caricando con le dita tozze la sua pipa, seguiva cogli occhi il lungo percorso di un canale di scolo: provava a immaginarsi le pieghe, le curve, le rugosità. In fondo alla strada, sotto la luce bluastra di una bolla di sapone, una sirena si specchiava nella vetrina di un pub e muoveva una mano a rigovernare la sua lunga chioma. Oltre i vetri, all’interno, abbandonato su una sedia, un uomo la guardava. Forse pensava a come sarebbe stata la sua vita con lei.
V. si era innalzata oltre il livello dei tetti, oltre le canne fumarie, oltre gli occhi stanchi e annoiati. Dalle sue scapole parvero venir fuori delle ali piumate. Alcune piume caddero dal cielo coprendo le strade, e fu come il versarsi di una pioggia bianca, silenziosa, immacolata.

Gianfranco Costantiello

Night Beds – Country Sleep

Data di Uscita: 05/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Un uomo vestito dei suoi sogni

Al nostro primo appuntamento sono arrivato leggermente prima.
Non avevo anticipato la sveglia di qualche minuto, non l’avevo prestabilito, era semplicemente successo, tra i bottoni di una camicia che si allacciano più in fretta ed il tram che non si fa attendere.
Erano le nove di mattina ed il sole era alto dietro le mie spalle.
Camminavo spedito, forse anche tu avevi impiegato meno tempo ad intrecciarti i capelli come quell’attrice francese che mi aveva fatto innamorare della belle époque quando avevo quindici anni.
Sono passati tutti questi anni e non mi hai ancora detto come facessi a saperlo. Ti vergogni di dirmi che forse, per te, quello non era il nostro primo appuntamento, ma il terzo o l’ottantesimo. Che non eravamo in Piazza San Giorgio, ma in un’altra via e in un pianeta diverso.
Che eri rimasta seduta ad aspettare per tutti quegli anni nella casetta sull’albero dietro il vecchio ponte romano, con un cestino di vimini appoggiato sull’erba ed una mano sulla corda pronta a tirarlo su, e che io ero arrivato e ci avevo lasciato cadere dentro un biglietto le cui parole ricordi sfumate, ma che avevano la forma di un sorriso.
La luce del sole estendeva la mia ombra, così come quella di tutte le persone che stavano entrando nella piazza. Per un attimo pensai di togliermi le cuffie per sentire la tua voce nel caso mi stessi chiamando, ma qualcosa mi bloccò. Era un’altra ombra, e un’altra e un’altra ancora, tutte intorno a me, alte ed irriconoscibili, ignote e splendide. Si muovevano veloci, volteggiando in una danza misteriosa governata dal caso.
Rallentai il passo fino quasi a fermarmi, sperando che da quel vortice di parentesi scure ne emergesse una che arrivasse a toccare la mia. In quel momento decisi che non mi sarei mai accontentato, che non avrei smesso di cercare finchè non avessi trovato un’ombra che si incrociasse con la mia.

Ero vestito dei miei sogni e per te fu facile trovarmi, per scrivere con un ago di pino intinto nell’inchiostro una risposta che non mi hai mai voluto rivelare, ma che ci consente di vivere da sempre la stessa notte di campagna.

Filippo Righetto

Nick Cave and The Bad Seeds – Push the Sky Away

Data di Uscita: 18/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Diari

Cara Bee,
ho appena scaricato la foto che ha inviato via mail mia sorella. Come cresce in fretta suo figlio! Per un attimo ho avuto l’impulso di chiamarla ma non trovo le forze, perciò, per non vanificare il mio desiderio di interloquire in qualche maniera con qualcuno, decido di scriverti.
Come sai, da tre mesi mi sono trasferito in questa nuova città e ho trovato una sistemazione soddisfacente seppur precaria. Stamattina ho avuto una piacevole conversazione con un personaggio del posto. Dice di essere stato frate eremita per quindici anni, poi è tornato nel mondo civilizzato ma qui tutti lo definiscono un po’ matto; sarà, ma ho scorto nei suoi occhi tutta la fibrillazione e il candore di uno spirito completamente libero, privo di imposizioni. Non fraintendermi, non intendo scomparire, tagliare ogni tipo di contatto ed emulare le gesta di quell’uomo fuori dal tempo. Tuttavia credo sia indispensabile, giunto oramai a un punto cruciale della mia vita, mettere in fila i fotogrammi di ieri e quelli di oggi per riconoscere e annotare le cose importanti e le cose superflue per poi dividerle le une dalle altre.
Non è la mia una semplice cesura, una raccolta differenziata dei sentimenti, delle gioie, delle speranze e dei tormenti. Né voglio montare un patetico filmino dei ricordi. È una necessità, questa, di rispondere a una domanda: cosa sto facendo?
Per rispondere al meglio a questo quesito ho pensato bene di osservare. Osservare quanto più posso ogni cosa che ha a che fare con la mia quotidianità, staccarmene.
Ti aggiorno presto,

Kin

***

Cara Bee,
detto, fatto. Ti aggiorno con grande soddisfazione. Riflettendo sul bisogno di osservare, l’altro giorno ho pensato bene di andare in cima a una collina dalla quale si ammira un bellissimo scorcio della città coi suoi due campanili che sembrano grattare le nuvole.
Sarà un brano rock and roll ascoltato in auto, sarà stata la velocità con la quale guidavo; alla fine mi sono sentito sollevato. “Sollevato”, credo di aver trovato il termine appropriato. Lì, su quella collina mi sembrava di dominare il mondo, non nel senso di comandare o chissà che. Sentivo di reggere il mondo, il mio mondo fatto anche di piccole banalità. Una canzone dice: “quando senti di aver ottenuto tutto ciò per cui sei venuto, se tutto hai ottenuto e non hai altro da chiedere, devi solo sollevare, sollevare il cielo più in là”. Ebbene, non sento altro nella testa, non sento di dover rispondere più a nessuna domanda. Adesso sento solo delle cose da fare. E tutto ciò mi… solleva!
Non vedo l’ora di rivedere mia sorella e conoscere mio nipote.

Kin

Andrea Russo

Shout Out Louds – Optica

Data di Uscita: 27/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Sfrecciavano su un largo viale in sella a delle biciclette, al tramonto, cercando di rincorrere l’esplosione di colori del sole, baciati da una brezza leggera. Mille e cinquecento tinte di rosso e arancione invadevano l’azzurro del cielo e si adagiavano, come all’interno di una cornice, nelle lenti dei loro occhiali scuri. Li hai visti ballare agli angoli delle strade nelle notti più miti d’estate, hai sentito lo scalpiccio delle loro scarpe sul pavé, li hai seguiti tra un atterraggio e l’altro in aeroporto, Lisbona, Glasgow, l’inverno in Normandia sognando raggi miti ad invadere il viso, Stoccolma. Al tempo presente sono appoggiati ad un bancone di un bar, entrambi con un bicchiere in mano, stanno in silenzio, guardano nel vuoto, non hanno bisogno di parlare per comprendersi. Manda giù un sorso per ridere sopra ad alcuni giorni grigi del passato, poi i ricordi si confondono con le luci dei lampioni fuori dalla vetrina del locale, sulla passeggiata mare, e tra il fumo delle sigarette che s’alza in cerchi per raggiungere la luna. Ha fatto pace con le sue qualità fuori dal comune, hanno detto. Sono fratello e sorella, amanti, allieva e maestro,compagni di gioco. Si divertono a confondere gli anni, ora sono in un locale alla moda in centro città, ospiti privilegiati ad una mostra fotografica. Anche se fossi costretto ad oltrepassare l’oceano, lo farò con te, lui pensa. Un cuore non può mimetizzarsi troppo a lungo, la sua anima resterà sempre la stessa, nonostante i tagli di capelli, le giacche nuove. Sorride disteso, lui, nei suoi abiti nuovi di zecca. Il tramonto è passato, la notte ha conquistato il suo spazio, ora è lei a ricordare. A cosa pensi? Chiese a lui. Sogno di vivere nel blu dei fiumi che si abbracciano, i tuoi occhi. La sua riposta. Non riescono a sentirsi all’aumentare del volume della musica, è il tempo delle danze. Tra i coriandoli e il ritmo incalzante è ancora il quattordici di luglio, il giorno dei fuochi d’artificio e delle foto dell’infanzia appese nella stanza. Il primo arrivederci, la fine di una vacanza, il sud della Francia. Nel cambio di tempo e di luogo lui frena la bicicletta e, immaginando la strada deserta dietro di sé, s’affaccia verso il mare. Si abbracciano e le dice che dovrebbero sentirsi come due fuochi ardenti resistenti all’acqua. S’affollano i futuri, nel silenzio successivo. Un’aria dolce e una melodia sono un velo trasparente che sfiora l’atmosfera, la notte entra in scena anche sui lunghi viali, il mare prende il posto del cielo, la sabbia si trasforma in un tappeto stellato. Cercando di rincorrere la stella più luminosa, sfrecciavano in sella alle loro biciclette, illuminati da una luce gentile. Li hai ripresi quella sera in un locale del centro, mentre accennavano passi di danza, sul posto, uno in fronte all’altro, come sospesi in un altrove. Lui le bacia la pelle bianca da poco generosamente nuda della spalla, con una mano le cinge delicatamente i fianchi nascosti da una stoffa leggera, le sussurra all’orecchio alcune parole. Forse le ha promesso un trasferimento nella Francia del sud, dove lei è nata. Giusto pochi istanti prima di scattare una fotografia , la fotografia che le avrebbe permesso di rimanere giovane per sempre.

Filippo Redaelli

Apparat – Krieg und Frieden (Music for Theatre)

Data di Uscita: 15/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Sergej vive nei pressi del fiume Enisej, nella Repubblica popolare di Tuva. La sua modesta abitazione sorge vicino ad un foresta immensa, un luogo oscuro meta di eremiti e sciamani dalle spiccate capacità curative.
La vita precedente a San Pietroburgo era frenetica, la sua vena poetica si era spenta fino ad annientarsi. L’hockey, il calcio e la mondanità lo avevano inghiottito rapidamente in un susseguirsi di eventi causati dal suo fulmineo e lucente successo come poeta espressionista capace di delineare perfettamente uno spazio urbano fonte di angoscia e smarrimento. Nel trasformato contesto globale riuscì a tracciare nuove fobie dai riflessi cangianti e mostruosi al limite dell’ignoto, iniziò collaborazioni con le maggiori riviste russe d’arte e non solo – anche i quotidiani desideravano le sue rubriche.
Il suo volere artistico si era tuttavia annebbiato totalmente e la nuova opera commissionata dal festival dell’arte Ruhrfestspiele: un’interpretazione di Guerra e Pace, celebre romanzo di Lev Tolstoj, non lo faceva dormire.
Inconscio e desideri repressi stavano per esplodere e comporre in quelle condizioni non era possibile. Tali problematiche, un tempo foriere di grande ispirazione, si erano tramutate in un pericoloso vortice di sensazioni non più controllabili. Sono le classiche crisi produttive e poetiche che o bloccano totalmente l’uomo oppure lo portano su nuove strade.
E in un gelida notte d’ottobre nella città della rivoluzione bolscevica trovò la scintilla. Un barbone ai bordi della strada che inneggiava a Lenin lo colpì immediatamente costringendolo ad uno stop, quasi pietrificato dai suoi lamenti. Finirono a bere vodka insieme seduti sull’asfalto gelido e prima di fare ritorno a casa il mendicante lo bloccò e si mise a ripetere come una forsennato la parola Tuva. Questo suono gutturale convinse Sergej a trasferirsi.
Da sempre terra autonoma che cercò in vari modi di sfuggire all’abominevole dominio comunista prima di allinearsi obbligatoriamente ai dettami della pianificazione totale e priva di senso. L’arresto di Kuular, buddismo e sciamanesimo rasi al suolo e collettivizzazione della vita non riuscirono comunque a distruggere la vena nomade di questa zona estrema e difficilmente assoggettabile. I vecchi monasteri, i disastri immani del Partito e i segni della sofferenza percepiti nell’aria ghiacciata dell’inverno incombente.
Le catene montuose invase dai fiumi e dai laghi portavano gli occhi di Sergej a seguire infiniti percorsi, l’isolamento totale creò una nuova foga compositiva. La resistenza alle condizioni spesso proibitive diede una forza antica alla sua scatola cranica, innervata di adrenalinica riflessione partorì il capolavoro. Forsennate camminate nelle foreste seguendo sentieri naturali, dialoghi fatti di silenzi con i curatori locali e notti insonni a scrivere.
La trasformazione totale, la nascita di un artista poliedrico e formidabile in più campi. L’impressionismo si impossessò di Sergej, le sensazioni davanti alla Natura portate a galla con immane potenza. Lo scorrere rapido e paradossalmente distaccato del tempo appuntato in ogni singolo istante dinnanzi al mutare delle condizioni di partenza. Il tracciato dell’opera sempre pronto a superarsi per giungere a lidi inesplorati, impossibile predire che cunicoli attraverserà in futuro l’artista.
Nei festeggiamenti per i dieci anni dell’interpretazione di Krieg und Frieden, tra riconoscimenti prestigiosi e viaggi promozionali dappertutto, fu chiesto di creare una sorta di colonna sonora.
Sergej che nel frattempo studiò la musica si dedicò anima e corpo al progetto ritornando nella sua casa accanto al fiume Enisej. Drone, archi, pianoforte e leggere percussioni a sfondare le barriere temporali. Melanconia e malinconia a tenersi per mano. Archi funerei messi a disposizione dell’impetuoso scorrere del fiume che porta le proprie acque a spargere i sedimenti in ogni metro quadro della zona. 44. Intromissioni ambientali e fermenti della natura tra i vortici ghiacciati a una temperatura oscillante tra i – 10° e – 35°. 44 (noise version). Tod. Lo sporcarsi in pensieri violenti ed isolati tra le montagne innevate vedendo vecchi film di stato con deportazioni in massa. PV. Il tintinnio del carillon a far vibrare l’aria mattutina prima di partire per lunghe camminate solitarie. K&F Thema. L’epica e una nuova alba. A Violent Sky.

Alessandro Ferri

Mogwai – Les Revenants

Data di Uscita: 25/03/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

In fondo è quello che abbiamo sempre voluto, non è così? Una casa in campagna, lontano dal tran tran cittadino, lontano dai bistrò sul corso della stazione, dalle luci di natale tenute fino a marzo, dalla movida frenetica del weekend che ti forza al bar hopping perché è sabato. Abbiamo quello che ci serve no? Un orto ricco, provviste e scatolame, un piccolo pollaio e mura altissime. L’acqua forse è l’unico problema, ma pioverà e filtreremo, in un modo si farà. È tutto quello che abbiamo sempre voluto, ma l’abbiam preso nel modo più incredibile, abbiam pagato troppo e l’acquisto non è stato liberamente scelto. Il fatto è che, da un giorno all’altro, i morti si sono alzati in piedi e hanno iniziato ad attaccare i vivi. Io non lo so cos’è, prima che tutto andasse a farsi fottere gli opinionisti parlavano di morbo, qualche cardinale annunciava la venuta del signore, ed altri semplicemente dicevano che non era vero niente. Era tutto troppo strano, al punto che non ci abbiam creduto finché non ci sono entrati in casa. Da lì alla selezione culturale è stato poco amor mio. Fu la prima cosa che capimmo, sarebbero sopravvissuti i più intelligenti, gli stupidi sono corsi in chiesa o nelle stazioni di polizia. Hanno cercato il gruppo, il lusso sfrenato visto che i soldi valevano meno della forza, la sopravvivenza della specie. Ma la realtà è che, a mio avviso, indipendentemente dalle origni dell’effetto, ci troviamo di fronte ad un processo evolutivo. L’umanità, per come la conoscevamo deve smettere, i nostri morti stanno facendo solo una parte e noi non possiamo soprvvivergli a lungo. Quindi il gruppo, l’approccio ramingo alla nuova esistenza, la ricerca di piaceri eccessivi in uno scenario desolante sono la stupida risposta ad una domanda complessa. Cosa deve fare un condannato a morte per evitare di morire? E l’umanità tutta, di fronte ad una domanda mal posta, come ha sempre fatto, si pone con una risposta semplice e inefficace: sopravvivere più a lungo possibile. Il fatto è che un condannato a morte non può evitare di morire, come nessuno d’altronde. Può solo godersi le piccole cose che una cella misera può offrire, fare pace con la coscienza e considerarsi ad un passo dalla fine della pena. In fondo è quello che abbiamo sempre voluto, una casa in campagna.

Alfonso Errico

Beach Fossils – Clash the Truth

Data di Uscita: 19/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Dietro il parchetto del paese c’era una casa abusiva e abbandonata immersa nella tipica lama pugliese. Era piccina e sarebbe passata inosservata a chiunque se non fosse stato per quel rosso ormai scolorito con cui un passato proprietario forse un po’ eccentrico l’aveva interamente tinteggiata.
Era nota a tutti i ragazzini della zona per quell’aura di mistero che l’avvolgeva, alimentata da leggende metropolitane legate probabilmente proprio alla tinta scarlatta che evocava strane associazioni mentali a quelle fervide immaginazioni adolescenziali.

Tommaso era un tredicenne come tanti, esagitato dai primi slanci ormonali e dalle prime conquiste d’indipendenza. Passava i pomeriggi di quell’accenno di primavera ammazzando il tempo fra un libro e due timidi tiri a quelle prime sigarette. Da qualche tempo tentava disperatamente di entrare nelle grazie di un gruppo di ragazzetti appena più grandi di lui. Rubare qualche monetina dalla cassettiera della mamma e procurarsi di nascosto quel pacchetto di sigarette rappresentava solo uno, forse il più piccolo, di quei tentativi disperati. Anzi presto avrebbe avuto modo – sperava – di conquistarsi il posto nel gruppo con una specie di rito di iniziazione da cui ogni “adepto” era destinato a passare: il giro della Casa Rossa.
Tommaso non era molto convinto a proposito dei miti che narravano di inquilini sovrannaturali, tutt’al più temeva ratti e scarafaggi ma non avrebbe mai potuto confessarlo.
In ogni caso l’euforia e l’eccitazione, quando giunse la sera designata per la prova, avevano spazzato via qualsiasi timore e condizionamento psicologico negativo. Voleva solo farsi valere e provare di non essere una mezza sega, come qualcuno sosteneva bocciando l’idea di accoglierlo nel branco.
Si disposero tutti davanti la facciata della Casa. Davide, il “capo”, diede un calcio al portone ammuffito e quello cedette subito. Tommaso capì che era un chiaro invito ad entrare. Si avvicinò all’ingresso, ripassando a mente il percorso che avrebbe dovuto compiere, come gli avevano spiegato.
Il primo passo fu il più difficile, il buio era quasi totale, gli passarono frettolosamente una torcia e lo spinsero dentro. Si fece un po’ di luce e, schivando merde e ragnatele, trovò finalmente la scala che conduceva al piano superiore. I pioli scricchiolavano sotto il peso delle scarpe da ginnastica e le mani scivolavano sul legno marcio ma ce la fece. Il piano di sopra era meno sudicio, lentamente arrivò fino alla persiane rosse, le spalancò e la luce lunare invase la stanzetta. Istintivamente si lasciò andare in un grido nel vento, quasi un ululato di soddisfazione alla luna.
Inspirò l’odore della brezza serale, poi passò all’altra finestra, spalancò anche quella. Spense la torcia e tornò sui suoi passi verso la scala. Riprese a scendere, un piede dietro l’altro ed uscì dalla Casa correndo. Era in un vortice di esaltazione. Essere riuscito in quella stupidissima impresa gli dava un senso quasi di immortalità. Tutti gli altri lo abbracciarono, si sentì finalmente parte di un gruppo.
Inforcarono le biciclette e corsero incontro a quell’estate che avrebbe avuto il sapore dei vigneti e l’odore del sudore fraterno.

Annachiara Casimo

Atoms for Peace – Amok

Data di Uscita: 25/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

C’è un pesce biondo, schizofrenico, che balla tra le onde conturbanti del Mozambico e sa mutare le sue pinne in ali, portandosi dall’estremo sud dell’Africa fino ai deserti occidentali di questo continente, dove si nutre delle onde sonore emesse dalle chitarre e ruba le antichissime storie dei griot.
Disperde la propria materia nel vento e si affida alle perturbazioni che lo portano in America. Ora non ha più una sostanza, non sa di cosa sia fatto, etereo ed eterno.
Vibra nell’aria di oscure cantine newyorkesi, vorticando amorosamente con la musica di nere chitarre elettriche. Si sposta nelle immense praterie, strisciando selvaggiamente nella folta pelliccia dei bisonti che si scaraventano verso la vita; corre senza sosta nelle infinite distese di mais, seducendo folli ragazze dagli occhi azzurri che spargono la loro esistenza nel mondo. Arriva nell’assolata costa occidentale per poter portare la sua non-materia su una materia che gli consentirà di infilarsi tra le fragili fibre del tessuto della storia.

Dal mio cervello parte l’impulso nervoso, dalle mie dita di carne nervi sangue ed ossa il movimento, dal movimento delle mie dita prende vita la macchina. Dal mio cervello elettrico partono le macchine, il creato elettrico. S’incrocia l’umano con la sua tecnica fino a confondersi; il braccio di uomo afferra il fianco di donna, il campione viene afferrato da una bizzarra linea melodica. Onde tra onde, urti, spinte, forze.

Da un’indescrivibile acqua sonora guizza un pesce giallo, sempre più pazzo, fa esplodere bombe letali e poi si pente, dona gli atomi alla pace. Dalle sale losangeline si tuffa direttamente nel Pacifico, con un salto folle, disperato, pieno di coraggio e libido, teso verso la gioia, verso il senso.
Nuota per centinaia di chilometri, lungo le coste del Messico; attraversa il canale di Panama e si riapre all’Atlantico. Percorre le coste assolate toccando nudi corpi bruni, dimentica il nord e la fredda sostanza del silicio, e tra i tetti di lamiera rotola fino alle pelli tese dei tamburi che lo scagliano in alto, di spiaggia in spiaggia, dove alterna fuochi e feste a miseria e disperazione.
La sua è una continua mutazione, pesce petalo uccello onda uomo, cambia la sua forma ingenuamente e si muove quasi a spasmi, con scatti, contorsioni, passi leggeri, nella naturale artificialità della danza, muta il suo stupore elettronico in concretezza umana, scivolando dagli anonimi tasti di un computer fino alle braccia di cinque uomini moderni in tutto, ma non dissimili dai rapsodi o dalla prima persona che ha raccontato una storia.

C’è solo una secolare ubriachezza che ci può salvare da questo martirio naturale eppure così folle e insensato, è un’ebbrezza violenta che, in una delle sue forme, ci fa impugnare un pugnale fatto di materia da percuotere, un pugnale che scagliamo contro il pesante corpo del tempo, perforandolo con onde sacre a cui diamo spesso il nome di Musica.

Marco Di Memmo

Jamie Lidell – Jamie Lidell

Data di Uscita: 18/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Sul mio cartellino c’è scritto “M. N. – Responsabile di Settore / Direzione W”. Sono l’addetto alle revisioni delle macchine umanoidi tipo “W.A.R.P.” e non vedo l’ora di andarmene a casa. Oggi ricorre il mio anniversario di matrimonio e vorrei essere con mia moglie e non davanti a questo ammasso di circuiti e silicone rosa.
Numero identificativo dell’oggetto, vediamo un po’… ecco, dietro l’orecchio sinistro “n. 232”; data di produzione “18 febbraio 13”.
Ci credo che si sia degenerato, è un modello vecchissimo, questi automi venivano utilizzati al tempo delle feste in discoteca e dei predicatori porta a porta. Sarà di qualche collezionista d’antichità non c’è dubbio.
Vediamo il repertorio che ha in memoria… cazzo si è inceppata la scheda in microfilm, forza, staccati dal corpo macchina, forzaaa!!! Ecco, meno male. Una bella pulita e ne sapremo qualcosa in più su di lui. Con quello che è disposto a sborsare il cliente per il recupero dati se mando a puttane la faccenda il capo impianto come minimo mi ucciderà. Speriamo che ci sia rimasto qualcosa di leggibile… sembra di si, il Qubit rileva qualcosa… probabilmente riusciremo a salvare il suo contenuto. Verifica dati in corso… perfetto, sono state rilevate tre stringhe di dati, speriamo siano leggibili:

***Super-Collider_1999_Head-On_2002_Raw-Digits***(0121r246ff458-45369r542k536)

***G-Lister_2002_G-Lister-Rides-Again***(21566r66-4756grd686)

***Jamie-Lidell_2000_Muddlin-Gear_2005_Multuply_2008_Jim_2010_Compass_2013_JamieLidell***(423665fiidh2532-5254t56332296214522hg8984-652156333256l3)

La sintassi sembra corretta, proviamo a decriptare l’ultimo codice ed a fare una prova d’ascolto in dissociazione corporale…
Se fila tutto liscio sarò a casa tra poco più di mezz’ora… Ecco qui:

http://www.youtube.com/watch?v=mNY5jJv57MQ

E’ una bomba!
Che suono è!? E’ musica nera e bianca allo stesso tempo, funky al 100% ma suonata dalle macchine, non posso credere di aver trovato una musica tanto valida rinchiusa in questo rottame… Ok, tento di fare un back-up completo dei dati e poi copio tutto sul mio Qubit personale.
Fatto! Il capo sarà ben felice di sapere che ho recuperato tutti i dati, ne terrò una copia per me, come compenso extra.
Il corpo macchina è oramai inutilizzabile ma la sua memoria musicale è un piccolo tesoro. In vent’anni di lavoro non mi era mai capitato un giurassico che conservasse una tale roba dentro… dovrò rivalutare il mio parere sui nostri cari vecchi antenati del ventunesimo secolo… e questa sera avrò anche la musica giusta per la nostra serata di festeggiamenti!

Maurizio Narciso

Grouper – The Man Who Died in His Boat

Data di Uscita: 04/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Carolyn veniva da quelle strane terre degli States affacciate su un lago magico, un lago che ti abbracciava e ti teneva a galla senza farti agitare, che sfociava in un deserto di minuscoli cristalli; poteva vederlo dalle vetrate della taverna il Great Salt Lake, incorniciato da sempre dai grossi infissi di legno bianco andava ad inserirsi silenzioso come un quadro in quella casetta solitaria dello Utah. Era nata ad Ovest la ragazza, e non si era mai spostata da quell’angolo di America. I suoi genitori, ancora giovanissimi, avevano assecondato il sogno di far fortuna insieme e avevano aperto un piccolo ristorante in città, subito dopo la fine del college e un matrimonio celebrato sotto il torrido sole di luglio, un timido pancione già a intravedersi tra le pieghe dell’abito morbido e immacolato.
L’anno si stava chiudendo quando Carolyn vide la luce; passate le prime settimane tra le braccia di due genitori ancora piuttosto incoscienti, fu affidata ben presto alle cure dei nonni materni in nome del destino del ristorante, un investimento da salvaguardare. Erano due persone miti, all’apparenza schive e silenziose, cuori grandi e generosi; e si sa che tra nonni e nipoti si instaurano immancabilmente dei legami fortissimi, degli affetti profondi in cui appoggio e dedizione si scambiano i ruoli col passare del tempo.
Gli anni scivolarono uno dopo l’altro e Carolyn entrava e usciva dalle stagioni della vita con un’ammirevole agilità, i nonni la vedevano crescere di statura, affinare la conoscenza della lingua, imparare cose a scuola e nei rapporti con gli amici di gioco; dentro le mura di casa veniva da loro avvicinata alle cose semplici, per non perdere di vista quelli che si definiscono valori. In particolare, se le domandassi ora cosa meglio ricordi di quegli anni, la ragazza probabilmente parlerebbe di quando il nonno le mostrava le costellazioni del cielo nelle limpide sere di estate, indicando con il lungo dito ogni piccola stella spiegandole le origini delle denominazioni, con gli occhi più scintillanti degli astri stessi. Oppure amerebbe ripercorrere i freddi inverni trascorsi sul divanetto di vimini accanto alla nonna che le insegnava a lavorare a maglia, per educarla alla pazienza e ai lavori di precisione, con la coperta di lana grossa intrecciata che si allungava dalle sue ginocchia e la superficie del lago compatta e fragile fuori, a pochi metri da loro. In ogni caso, chiunque di voi abbia avuto la fortuna di conoscere Carolyn, avrà ascoltato almeno una volta le vicende dell’uomo che era morto nella sua barca, una storia che i nonni si dilettavano a raccontarle di tanto in tanto, nelle pigre domeniche in cui c’era poco da fare. Il nonno estraeva una vecchia chitarra dal fondo della cassapanca in legno, solitamente la teneva coperta da pile di giornali locali che si ostinava a conservare e da panni consunti che usava per lavorare in giardino; si sedeva in fondo al tavolo, vicino ai fornelli, e cominciava a strimpellare melodie dense e liquide, ogni corda vibrava di dolcezza e parlava di tempi lontani che mai sarebbero tornati. L’aria si infittiva di malinconia, di quella che ti dipinge sorrisi sereni sulle labbra però, e la nonna raccontava con voce pacata e amorevole di quest’uomo solitario ma cordiale senza fissa dimora, il quale invecchiò a bordo di una barchetta spostandosi di porto in porto, conoscendo genti diverse di paese in paese, pescando trote di fiume. Lo trovarono morto nel letto un mattino, dopo giorni in cui la barca stranamente non voleva decidersi di salpare verso l’altrove: due pescatori insospettiti dalla lunga permanenza salirono a bordo e lo trovarono coricato sotto le coperte, sembrava dormisse e invece se ne era andato, il viso era disteso e addirittura la linea della bocca segnava un sorriso quasi impercettibile. La storia, dunque, era velata di tristezza, ma insegnava ad affrontare la vita sulla scia delle proprie pulsioni, assecondando il flusso naturale che ognuno ha dentro, nel sangue, nel cuore, per raggiungere la fine dei giorni in quiete, in equilibrio. Carolyn conosceva la narrazione a memoria, ciononostante interrompeva la nonna talvolta per porre domande a cui prontamente riceveva risposte e delicate carezze tra i ricci fluenti; il nonno faceva delle brevi pause e poi riprendeva, cambiavano le note e gli accordi, il sapore nostalgico restava intenso come non mai. Nessuno al di fuori di sua moglie e sua nipote era a conoscenza della sua passione per la chitarra classica, era un tacito segreto che saldava ancor più il loro legame. Carolyn me lo svelò la sera del suo sedicesimo compleanno, in cambio le baciai le labbra rosee e sottili sotto il portico; arrossimmo abbassando gli sguardi, ci salutammo veloci e sfuggenti in preda ad un tenero imbarazzo.

Dall’ultima volta che la vidi sono passati ormai dieci anni buoni, la mia auto percorreva la strada a ridosso del Salt Lake in quello che fu il mio commiato dallo Utah; lei era immobile sull’uscio di casa, come se stesse salutando la mia partenza in silenzio. Ora vivo sulla East Coast, ad ogni fiume che ho attraversato o costeggiato ho rivisto la bruna cascata di morbidi capelli di Carolyn, che mi parlava dell’uomo vissuto e morto sulla sua barca.

Federica Giaccani

Warm Soda – Someone for You

Data di Uscita: 15/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Cavalcare una delusione d’amore quasi fosse la più imponente delle muraglie d’acqua.
Quanto sapresti restare in equilibrio su quella vetta increspata, tu e quel po’ di talento, con la tua vecchia tavola scadente a bande colorate? Giusto il tempo della scuffia, forse. Un attimo di puro orgoglio, e poi giù nell’abisso. Per Matthew Melton il guizzo perfetto sembra essersi congelato. Una gif animata in loop lunga più di cinque anni, poche figurine tornite ripetute fino alla nausea e nessun fotogramma di cadute rovinose o annegamenti. A guardarlo in faccia non si sarebbe certo indotti a concedergli tutto questo credito: occhi “che non sorrisero” e baffo retrò à la John Holmes, incastonati in un fisico lungagnone che pare il calco esatto del Joey Ramone degli anni d’oro. Un parallelo iconografico avvalorato dall’immancabile giubba di pelle nera, la stessa che Matt indossava nella natia Memphis quando ancora andava a ripetizioni dal caposcuola Jack Oblivian assieme a sodali del calibro di Alicja Trout e Jay Reatard. Proprio per il compianto astro nascente della scena rock cittadina scattò la fotografia splatter scelta come copertina di ‘Blood Visions’ e destinata a divenire, col senno di poi, un triste presagio di morte. In questo segmento iniziale, Melton non seppe tuttavia ritagliarsi ruoli più significativi dell’anonimo gregario. Una faticosa gavetta la sua, spesa in compagini marginali del circuito locale – Memphis Break-Ups e River City Tanlines – senza un solo straccio di prospettiva. Come nel più classico dei film del genere, la consapevolezza di averne a basta lo spinse a vendere il poco che possedeva, a salutare gli amici più cari e ad imbarcarsi nel proprio “illusorio sogno californiano”. Non sarebbe durato molto neanche l’improvvisato progetto di una nuova scalcinata combriccola, gli Snake Flower, che in questa incarnazione originaria comprendevano oltre a lui l’ex Barbaras Cole Weintraub e l’artista di performance concettuali Bunny Lampert, di cui fece presto ad invaghirsi. Avrebbero potuto diventare i nuovi Lee Ranaldo e Leah Singer se, al termine di un disastroso abbozzo di tour, la fanciulla non gli avesse dato il benservito preferendogli un “pretenzioso docente d’arte con l’aria del John Lennon esangue”.
Lo salvò il cuore infranto. La sceneggiatura prevedeva a questo punto una breve dirompente sequenza, protagonista il suo desiderio di rivalsa. Ecco quindi una nuova formazione opportunamente battezzata Snake Flower II, la parola “rinnegato” in bella vista nella cover sopra la foto della Datsun bianca, profumo di anni settanta e libertà nello stereotipo di un sogno ad occhi aperti. A condire il primo modesto successo, una sensibilità ad ampio raggio. Dai T-Rex melodici di ‘Beard of Stars’ alla psichedelia dei Love e degli Electric Prunes, dal folk di Dylan ai Big Star, chitarre rubate all’Oblivian dei Reigning Sound, squassate con impeto primitivista e registrate sul più pulcioso dei quattro piste. Matt non avrebbe più perso l’appetito. Solo un altro passo avanti per la nascita della sua creatura fortunata, Bare Wires, confermando le stesse coordinate di massima, l’identica attitudine cruda ma onesta e il consueto vizietto nel circondarsi di batteriste o bassiste: Donelle, Erin ed Heather gli ultimi petali della margherita, comune a tutte il laconico “non m’ama”, ma senza più cascare in stupidi inciampi del pivello.

Il resto è storia attuale. Quattro dischi di qualità crescente in altrettanti anni fino al pretestuoso epilogo, le colpe di una noia tutta propria addossate ai compagni di turno senza troppi riguardi. A sbugiardare quella exit strategy che il Nostro immaginava senz’altro ben assortita, pensa oggi involontariamente proprio l’esordio del suo nuovo gruppo Warm Soda, ‘Someone for You’. Una manciata di secondi adrenalinici subito in avvio, con la voce registrata al solito molto alla buona, per il più scontato dei “dove eravamo rimasti”. Ed è ancora fermo a quell’approccio tenero e diretto il buon Matt, a quel sound sabbiato ma sostanziale, solo studiato un tantino meglio. Furbo per come mette in tiro la bassa fedeltà della casa, ma non abbastanza da riuscire a intortare i più smaliziati. Nel suo fare ragguardevolmente ruffiano, la sopravanzante title track incarna la quintessenza dei felici automatismi meltoniani, tra riff rutilanti, tempestivi assoli al fulmicotone e quel cantato indeciso tra tedio e pose languide, ancora nel segno della ruvidezza. La faciloneria sempre più conclamata nei refrain offre la prova tangibile di un ulteriore – minimo – scarto espressivo, insieme ai ritmi tendenti alle impennate e ai minutaggi ormai ridotti al lumicino. Ha scarnificato il suo songwriting il ragazzo del Tennessee, e già punta ad un’idea bruciante di easy listening esasperata dal rumorismo alla moda. Efficace senz’altro, sincero mica tanto. Stilemi hard-rock liofilizzati trovano la giusta dissimulazione in un mix che impasta la platealità un po’ tamarra di certe sgangherate band dei novanta con l’opportunismo fattivo e la farina doppio zero dei veri campioni dell’indie recente. Se la cartavetro delle chitarre riporta quasi per necessità al marchio Oblivians e quel basso felpato dovrebbe avere il copyright Buzzcocks, il battito minimale che si atteggia a drum machine sembra infatti copiaincollato tale e quale da ‘Is This It’. E’ ancora ‘Someone for You’ a guidare una pattuglia di canzoni che tradiscono ad ogni livello debiti pesantissimi nei confronti dei primi Strokes, dando seguito a quel paio di episodi che nel testamento fasullo ‘Idle Dreams’ già apparivano precise avvisaglie di una virata stilistica. ‘Waiting For Your Call’, caso limite, rasenta il plagio. Con la T-shirt degli Urge Overkill nascosta quasi con vergogna sotto il vissuto Schott nero, il citazionismo di Matthew Melton si prepara a diventare senza grandi complimenti un revival del revival. Strategia che non potrà mai dirsi al riparo dalle critiche dei puristi, anche se non è improbabile che alla fine possa rivelarsi remunerativa. La cricca di giovani slacker denominata Parquet Courts ha già tentato l’azzardo qualche mese fa e con discreto profitto, viste le regali benedizioni dell’oracolare Pitchfork.
Chi abbia seguito le peripezie della canaglia baffuta sin da prima del suo trasloco a Oakland non potrà che registrare come dello spirito grezzo degli esordi non siano rimasti che l’abbigliamento e una certa simpatica sfrontatezza. Noi debosciati, si sa, paghiamo bene il disimpegno. Dietro l’apparente leggerezza si è impinguata la baldanza, proporzionata ormai alla messe dei riverberi prodotti. Contrariamente a tutta questa sfilza di preamboli, l’indirizzo semantico del disco tende però più al pop che al rock. E a poco valgono le smentite del frontman, quando disconosce ogni parentela per la sua ambigua ‘Lola’ con l’omonima drag queen cantata dai Kinks. Il finale pirotecnico esalterà pur fuori tempo massimo i cuori garage dei recenti trascorsi, ma le inflessioni glam enfatizzate qui come nell’eloquente ‘Jeanie Loves Pop’ spostano con una certa prepotenza la barra verso i languori iperglicemici di metà anni ’70. Tra chitarroni abbacinanti e sovraesposti, il teatro si è fatto per forza ammiccante. Una strizzatina d’occhio sulla sua bella faccia di bronzo. Matt porta lo stesso nome di uno dei ragazzi protagonisti di ‘Big Wednesday’, manco a dirlo quello più dotato e scapestrato. L’onda della rivincita dovrebbe essersi infranta da tempo, la coniglietta nemmeno la si ricorda. Eppure lui è ancora in cima a un cavallone immaginario e tiene vivo l’entusiasmo quasi fosse l’ultima ragione di vita. Queste sue affilate e squillanti canzoni frizzano per un istante prima di svanire per sempre come fate morgane analcoliche. Così almeno recita l’etichetta, e io ho timore che menta.
Neanche mezzora per una sbornia con tutti i crismi. Non si è mai visto, mai.

Stefano Ferreri