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Plantman – Whispering Trees (Top Ten 2013)

Data di Uscita: 16/01/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

There’s nothing scary hiding under your bed

      Al diavolo le feste comandate. Dimenticati i tacchini in forno, dimenticati i parenti a tavola, dimenticati i ringraziamenti ai parenti seduti in attesa di tacchini al forno e salsa ai mirtilli.
      Quello fu il primo anno che decidemmo di partire insieme. L’idea suscitò profonda riluttanza da parte di tua madre, io, tu e una Kaiser Fraser modello Manhattan del cinquantuno. Ciminiera color piscio e grande aderenza promessa da mio fratello se solo fossi riuscito a metterla in moto: freno a mano in tensione, cambio in folle e piedi staccati dai pedali. Un respiro profondo e una leggera carezza al quadro comandi, come se avessi di fronte un piccolo Robin Redbreast ferito da un ginepro troppo alto, fino alla chiave che giro delicatamente e il motore comincia a borbottare.
      Non c’è fretta: porto il piede sinistro al pedale della frizione e insisto fino in fondo. Un movimento rapido e sicuro della mano fino al cambio, inserisco la prima. Porto a riposo lo stazionamento e lascio andare lentamente il pedale della frizione come se stessi centellinando un olio prezioso e nello stesso momento, con il piede destro, inizio a premere l’acceleratore piano, delicatamente, come se stessi calpestando una zolla di terra troppo umida, con lo sguardo soddisfatto di chi sa che sta per compiere un miracolo.
      Ti raccontavo con il tono del più preparato degli insegnanti che guidare una macchina non ha nulla a che fare con l’esperienza. È piuttosto una questione di sensibilità. Tu mi guardavi con gli occhi di chi ha desiderio d’apprendere, di chi crede di avere di fronte una tra le massime autorità in materia “qualsiasi cosa”. Non l’ho mai negato per la verità. Il mio orgoglio.
      Ogni anno la meta era scelta quasi casualmente; l’unico riferimento in nostro possesso era una carta della contea dello stesso anno dell’auto, da sempre li nel cruscotto. Probabilmente non erano mai state separate. Le pagine ingiallite come l’acero in autunno, avevano lo stesso odore di posacenere e le guide delle pieghe erano consumate al punto d’aver creato dei solchi irreparabili tra le città in parallelo che quasi riportavano alla memoria una Berlino appena divisa in agosto. Ci sentivamo come due pionieri in esplorazione, senza mezzi, senza soldi. Ogni passo era saturo di desiderio, esclusivamente mossi da impulsi d’azzardo. Che poi, a volerla raccontare tutta, le nostre non sono mai state così grandi imprese. Ma nelle tue mani le colline dell’Essex, distese di castagno, diventavano impervie montagne cilene e noi, alle loro pendici, scalatori preparati con il bisogno di raggiungere il tetto del mondo che pulsa avido nei nostri stessi stomaci.
      Appena raggiunto il mare, l’escursione programmata diventava un’appassionata caccia al feroce halibut che ci vedeva impegnati con potenti mezzi in attesa paziente e vigile, nella speranza che la nostra preda si lasciasse scorgere tradita dai momenti luminosi che dimostrano le alghe, mosse al suo passaggio se sfiorate dal sole dell’est.
      Andiamo a guardare l’alba all’hanningfield reservoir, così hai chiesto, e l’eco della tua voce, mitigata dal muschio che rivestiva la moltitudine di ontano, ci faceva strada fino a valle. Appena usciti dalla fitta coltre arborea, si presenta di fronte a noi uno straordinario cielo trafitto da infiniti dardi luminosi che facevano luce alle morbide colline e al timido lago così da renderlo un elegantissimo palcoscenico con le sue acque puntellate di minuscole luci danzanti. Quella vista t’impressionava come fosse la cosa più straordinaria che ti potesse capitare e neanch’io avevo mai visto un cielo così. Era talmente pregno di stelle che non riuscivo a riconoscere nessuna della manciata di costellazioni che con gli anni ero riuscito a memorizzare solo per far colpo sulla ragazza di turno. Ci sistemammo ai piedi di un salice, sicuri che la nostra compagnia ne avrebbe fatto cessare il pianto di solitudine. “Il cigno, Ercole, la caffettiera”, ti assicuro che esiste, e il tuo sguardo assonnato era mio complice. Ci guardavamo divertiti al pensiero che dal nostro ormai vicino ritorno, conveniva farci trovare pronti a giustificare la fuga improvvisata. Magari con un regalo, che forse avrebbe commosso tua madre al punto da concederci il suo perdono. Mi chiedi se il prossimo anno saremmo partiti ancora e la mia conferma, per il prossimo e per gli anni a seguire, non poteva che trasformarsi in sorriso che fiorisce come un ciliegio primaverile di fronte alla schiettezza di una domanda sbiascicata un istante prima di cadere addormentata: Vuoi sposarmi papà?

      Giulia Delli Santi

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