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Archive for gennaio, 2013

High Highs – Open Season

Data di Uscita: 25/01/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

We’ve got eyes on the back of our heads

Mi stropiccio gli occhi e sollevo la sveglia, 14:26 di una Domenica qualsiasi. Sporgo la testa per guardare meglio oltre la finestra: passe-partout d’abete, anima d’acciaio e vetri intorpiditi dal freddo, con eleganza indossano felci di ghiaccio. Dal cielo pallido, stamane a digiuno d’aquiloni, sembra emanarsi un leggero vapore umido ma per il riflesso glaciale della luce esangue non riesco a distinguere chiaramente se, ad attendermi, è ancora il perpetuo movimento caotico di New York. C’è ancora neve stanca e un respiro soffice lascia tintinnare gli specchietti che ha appeso sul suo davanzale. Riconosco una voce canticchiare un motivo ingenuo “buon umore” dalla stanza affianco, golden haze, e mi diverte restare a letto, nascondermi tra le lenzuola per rubare un ascolto come fa un bambino elettrizzato dal furto di un pugno di chewing gum molti colori.

When flowers bloom, even in the spring time, we came for two sail on the sea […]

Mi lascio annegare tra le lenzuola pregne ancora del suo odore, esploro e mi stupisco degli incredibili passaggi tonali –luci e ombre- che tagliano la trama che mi avvolge e cavalco cuscini di nuvola solo per soddisfare le fantasie di chi cerca ancora muta compagnia. In silenzio, è così semplice confondersi nella solita trappola ossessiva di ricordi infantili che manipola le mie emozioni e richiama nostalgia color sabbia: dicono sia una maledizione l’arrivo dell’inverno. Come ogni anno, il calore che penetra profondo e riscalda le letture pomeridiane all’ombra del frassino che è diventato tuo a Bryant Park, lascia posto alle tenerezze di un vento maldestro capace di far sanguinare le mani come se trafitte da centinaia di stoccate superbe e il sole torna ad essere un crudele ricordo sbiadito. Ma tutto questo è vero almeno quanto lo è la sensazione rassicurante di rientrare a casa dopo una rapida passeggiata notturna fino al market dietro l’angolo forzata dalla necessità di un ultimo bicchiere di vino in sua compagnia a raccontarsi, “prometto”, l’ultima storia, come ami fare da quasi cinque mesi, prima di tornare alle lievi premure del letto compiacente.

Il borbottio insistente si converte all’odore ricco di caffè e cereali, il flusso d’acqua si arresta e la porta della stanza si apre. Comodo maglione d’alpaca e capelli sciolti sulle spalle. Un impercettibile movimento della testa per spostare il ciuffo che casca appena sopra l’occhio, lei è incredibilmente bella. Con la mano l’invito ancora una volta a sedermi accanto.

Giulia Delli Santi

Mountains – Centralia

Data di Uscita: 22/01/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Ho passato la mia vita sui tram, quindi posso dire di aver visto molte cose.
Le carrozze bianche e rosse trainate dai cavalli di Kolkata, i gettoni metallizzati di Dublino, le vecchie lamiere turchesi di Gothenburg.
Seduto, libero, per tratte dimenticate, o in piedi stipato, incapace di vedere.
Qualcuno di straordinario ha detto che senza nessuno come testimone, anche le grandi storie non sarebbero esistite. Forse è per questo che gli avvenimenti mi hanno sempre affascinato. Anche se non mi coinvolgevano in prima persona o se il corso degli eventi trascorreva immutato dalla mia presenza, io ero lì, coinvolto nei sentimenti e nell’essenza.
È con questa premessa, amici, che vi racconterò dell’incontro tra il cantante muto e la sensitiva priva dell’udito. Un ragazzo di vent’anni o giù di lì, innamorato delle corde della sua chitarra, del suono e della vita, che non smise di cantare una volta persa la voce. Io lo vedevo, lo capivo dai suoi occhi, quando cantava si commuoveva. Ed era felice, anche se per tutti la sua voce era vuota, anche se la sua chitarra vibrava d’aria e non era tesa. Veniva accompagnato da riflessi d’indifferenza e qualche sorriso vago.
Poi lei, “Liana” recitava il cartello che aveva appeso al collo. Chiedeva aiuto agli altri con umile pacatezza senza poter sentire le loro risposte. Ogni volta che qualcuno le donava qualcosa le sue labbra si accarezzavano in un sorriso dolce, e si aggiustava i capelli dietro un orecchio. Ed io lo so, e l’ho visto, quando la ragazza che aveva smesso di sentire incontrò il menestrello senza voce… lei sorrise, anche se nella borsa del ragazzo non c’erano banconote. Lui le stava dando qualcosa di intangibile, di invisibile agli altri, anche se le sue mani stringevano solo una chitarra senza corde. All’inizio ho pensato che lei potesse leggere le labbra e avrebbe avuto senso, perchè lei era anche cieca, o forse eravamo noi a non vedere. Era una vibrazione che lui trasmetteva e che lei cullava per poi rimandarla indietro. Qualcosa di incomprensibile e di meraviglioso, una danza di polline e fieno.
Li vedevo trasformarsi davanti ai miei occhi… diventare due navi identiche, un’immagine speculare della stessa realtà, incastrarsi perfettamente in un mondo fatto di incontri tra spigoli e curve.

Ricordo la gioia provata, tanto forte da soverchiare la solitudine… ricordo la conclusione, osservata dal lato della strada, sfuggente come una ciocca di capelli non legati, profumata di conforto e di speranza.

Filippo Righetto

Local Natives – Hummingbird

Data di Uscita: 29/01/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Vola sopra le onde dell’oceano di Los Angeles che si lasciano accarezzare dalla luce del sole mentre laggiù, sulla riva, due bambini si rincorrono e sollevano la sabbia in nuvole cascanti. Si nasconde invisibile tra i tuoi passi scalzi e barcollanti mentre dietro, alle tue spalle, dei colori esplodono in mezzo al cielo e i sognatori rimangono a guardare. Cambia direzione più volte e ora precipita, poi si rialza, più volte, senza nessuna predeterminazione. Vola verso profumi che non conosce e si immagina l’estasi nascosta dietro veli serici da accarezzare. Sorvola porte che si aprono e chiudono, finestre che sbattono, tende ricamate e sbiadite, la luce tra le foglie, i saliscendi dell’umore, i sentimenti che si perdono e riavvicinano. Danza insieme a suoi simili sfidando la forza del vento e da là, fuori, pupille si fermano a guardare, a guardarli cullarsi come arabeschi nel vento, sfiorando nell’intimo il pensiero di farsi crescere un paio di ali. Vola a fianco del viso di un uomo che scrive sull’acqua con la piuma di un gabbiano che gli abissi servono solo per far nascere fiori, sfiora e guarisce tempeste di mare, naufragi, uragani inaspettati, corpi in decomposizione. Sfiora e vorrebbe posarsi sul palmo della mano alzato al cielo di una ragazza che immobile lascia vagare i suoi occhi verso l’infinito e che non ha ancora deciso chi vorrebbe essere nei mesi successivi e a che ora del giorno le piacerebbe tatuarsi appena sotto all’orecchio destro una piccola gabbia con le porte forzate. Sfiora e vorrebbe curare i sogni di un giovane scultore nei momenti in cui la grazia svanisce, nel momento in cui ritorna l’incubo in cui vede trasformarsi la pelle di Emily in cipria in una notte d’estate. Vola a fianco di una giovane donna che passeggia su e giù per il lungomare con un sandalo solo nella mano sinistra e il filo di un palloncino nero ben stretto nella mano destra. Vorrebbe smettere di volare ma non può e si nasconde mentre gli umani producono eclissi, quando le loro mani si corrodono, quando gridano al mondo che muti non sono più in grado di dipingere rose. Vola più in alto e vorrebbe unirsi alla danza dei fuochi d’artificio, nuotare nelle iridi di chi dalla terra si meraviglia a guardare, seduce e non si brucia volando in simbiosi con le fiamme di un falò mentre giovani lanciano in aria i sassi incorporei che hanno deciso di togliersi dalle scarpe. Diluisce sorvolando tutta la sua malinconia, le concede qualche minuto al tramonto, vorrebbe abbracciare le anime perse che si trascinano all’alba nelle loro giacche migliori. Vola e non sa che un colibrì continua a volare appena sotto all’orecchio sinistro di una ragazza perduta, quasi invisibile. Un vortice si impadronisce dell’atmosfera, negli incubi tutto continua a scontrarsi, a diventare cenere, a dissolversi, scomparire. Là un uomo cerca di annotare le sue ultime parole su foglietti di cartastraccia, là un giovane si allaccia le stringhe delle scarpe nuove mentre qualche chilometro altrove esplodono scintille nel cielo. Un canto si leva, svanisce, ritorna: una goccia impercettibile di cristallo tra il silenzio e lo scoppiettio del fuoco. Emily avvolge capelli attorno al suo indice, non ha paura della brace, il suo viso rimane incolore. Vola mentre vede nascere le ali di un cigno dai ricami della sua maglietta stropicciata, mentre al centro della spiaggia il fuoco si spegne e rimane abbandonata una giacca di jeans, mentre una sigaretta immobile si spegne tra le sue mani di porcellana e non cade. Cosa ci rimane? Trasformare in tenue eleganza anche i sogni più neri. Apro gli occhi, prima che un colibrì si schianti contro una lastra di vetro.

Filippo Redaelli

Brothers in Law – Hard Times for Dreamers

Data di Uscita: 30/01/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Era giorno da giorni, mesi, anni. Lustri. Il sole aveva invaso tutto. Non c’erano più sottoboschi penetrati dai raggi a stento, le ombre diventarono accessori quotidiani da calpestare che inseguivano i corpi delle persone, soprattutto delle ragazze dai capelli lunghi e mossi che spesso il vento sfiorava maliziosamente. I colori erano nitidissimi, le cromatiche variazioni della vita tutte disposte sulla tavolozza del tempo, adatte a qualsiasi occasione, abbinate con l’azzurro del cielo, il grigio delle domeniche uggiose, l’alba perenne che tutto lasciava nascere e nulla scomparire. Era tutto lì, a portata di mano, d’orecchio, d’occhio. Gli sguardi non si nascondevano più, nessuno era più abituato al silenzio del mare e della luna che si amavano con la dolcezza che solo la notte poteva dare e disegnare. Nessun mistero, dunque?! Nessun vicolo buio, nessun lampione acceso, nessuna lucciola, nessun tramonto.
L’acqua del mare brillava ogni minuto, il pelo delle volpi, sulle montagne, era caldo, morbido, vermiglio; la neve, sciogliendosi, dava nuova vita a piccoli ruscelli, si fondeva con la terra, l’attraversava.
Ti guardavo sempre con gli stessi occhi di cui adesso ci chiedevamo davvero quale fosse il colore, chè c’eravamo amati soprattutto chiudendoli, con le lacrime che rendevano l’iride un piccolo lago a specchio, sempre lì a sperare di non dover mettere in discussione gli abbracci. Il camino bruciava la legna come il tempo bruciava le possibilità che ci passavano davanti, come i treni che non fermano alle stazioni secondarie, diretti per i paesi nordici, dove il freddo ti distende la pelle e le biciclette le usano anche gli avvocati in giacca e cravatta.
Andare ai concerti con tutta quella luce che abbagliava nonostante gli occhiali da sole, non era lo stesso.
Per ascoltare i dischi, dovevamo chiudere bene le finestre, tirar le tende rosse sulle vetrate, togliere le scarpe e sederci sui tappeti, al centro della stanza, sperando che qualcuno quel giorno decidesse di non uscire per strada e far rumore.
Il silenzio, il silenzio non c’era più.
Le migrazioni degli uccelli erano disorientate, come lo eravamo noi, con le nostre ali di cera, timorosi e nauseati, come vampiri, del calore della stella più luminosa.
Ma più di ogni altra cosa, erano tempi duri per i sognatori.
Gli edifici crollavano, le speranze uccidevano, i sentimenti, bhe, quelli rimanevano nascosti perché era la sera a farli nascere.
Non sognavamo dal giorno in cui ci conoscemmo, dove tutta la bellezza concentrata, per proteggerla, dovemmo rinchiuderla nelle scatole dei biscotti che come vasi di Pandora rimasero sigillati per anni con del nastro adesivo colorato. Il sottile strato di polvere ci ipnotizzava, la luce creava scie in movimento di piccole particelle sospese, come le nostre vite. Come noi. Ci sentivamo appigliati ad una fune con un precipizio sott’i piedi, di quelli di cui non vedi la fine, che però ti fanno percepire l’infinito.
-Quanto durerà?-, mi chiedevi con i tuoi occhi marroni e con le ciglia lunghe bagnate da lacrime invisibili.
Ed io non ti sapevo rispondere, non lo facevo mai. Le mie parole erano piene di tutto ciò che non ti dicevo.
Fu un momento. Impazzimmo. Le mani si fecero rigide, accigliammo corrugando la fronte, concentrandoci sui buchi neri che circondavano il mondo, quel momento.
-La fine è vicina, l’inizio è per sempre ed ogni volta-
Mi piaceva ascoltare le tue teorie su quello che sarebbe stato e mi piaceva che mi coinvolgessi in progetti senza linee rette.

When the lights go down
we’ll understand that it was magic.

Non so cos’accadde, ma un’aurora ipnotica travolse la stratosfera. Cumulonembi di terra, nuvole, acqua e respiri, accerchiarono il sole. Tu eri fermo e non riuscivo nemmeno a stringerti la mano.
Nessuna alba.
Quello, era il nostro primo tramonto dopo attese.
L’inversione del tempo, le dinamiche celesti inspiegabili ci stavano dando l’opportunità di chiudere gli occhi e concederci alle illusioni, agli incubi, ai grandi viaggi notturni a palpebre basse.
Quaranta ore per costruire di nuovo l’impalcatura per i sogni, quaranta ore per correre al buio, scontrarci e farci male chè nemmeno le ferite c’erano più concesse, quelle fatte per raggiungere gli obiettivi, con le teste contro il muro a sanguinare di soddisfazione.
Quel mondo luminoso in realtà era una caverna senza finestre, era una grossa bugia travestita da stella, era il complotto di fari accesi su quello che DOVEVA ESSER VISTO, un’eclissi sulla volontà. Dov’era la nostra volontà?

Cosa è vero? Cosa ci resta? Cosa sarà?
Liberiamoci da questa pelle marcia, lasciamo respirare le ossa rotte, diamo ai sogni succulenti pasti ed un mazzo di fiori.
Dormi con me.

Ilaria Pastoressa

Toro Y Moi – Anything in Return

Data di Uscita: 22/01/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Avevano giocato a poker tutta la notte, avevano festeggiato un nuovo salvataggio automobilistico: il comparto meccanico della terza fabbrica di Detroit era stato adeguatamente messo in sicurezza. Arnold aveva dato la notizia, il pomeriggio stesso, agli operai in fibrillazione. I pochi ispanici, due di numero, erano i più preoccupati; gli altri, in prevalenza neri, ne avevano già viste in passato ed erano certi della buona riuscita del negoziato. Redigere uno pseudo comunicato stampa, calcolare i numeri e metterli in un grafico, porre in risalto i meriti dei dirigenti senza dimenticare nessuno. I-Pad, smartphone e Mac vari erano banditi davanti alle carte. DeMar con un poker di 3 si era portato via tutto il piatto e la partita, le recriminazioni erano continuate fino alle prime luci dell’alba tra un liquore e del buon vino italiano, non si dovrebbero mischiare gli alcolici.
Non c’era tempo di mettersi a riposare su un comodo futon di cotone messo a disposizione dall’azienda. I rumori della città che si metteva in moto erano nitidi e nello stesso tempo lontani, già messi in secondo piano grazie all’imminente vacanza premio per tutti i dirigenti. Arnold era diretto sul lago Michigan dove, di recente, aveva acquistato una casa da Rudolf, un amico architetto di New York grazie ad uno strano contratto per il quale Arnold era vincolato a seguire i consigli e le modifiche dell’amico. C’era affinità di pensiero tra i due ma all’arrivo nella terra dei Grandi Laghi Arnold ebbe un sobbalzo nel vedere la propria casa con nuove dimensioni e forme. Come in un grande quadro avveniristico i piani erano collegati da ascensori che lasciavano trasparire ogni filo metallico presente; l’estensione e la spinta verso l’alto si coniugavano ad un primo piano parecchio ampio con una base rettangolare imponente. Le stanze dei piani alti erano totalmente rivestite da specchi, una leggera patina trasparente mostrava tutto l’arredamento interno. La lucentezza sprigionata era meccanica e la sensazione di freddo lasciata dai vetri non traspariva affatto; gli ascensori, elementi meccanici e non architettonici, portavano dappertutto. La sua mente neoclassica venne così sconvolta da questa visione terribilmente astrusa ai suoi occhi, restava comunque una forza magnetica in grado di attirarlo dentro senza remore alcuna.
Una volta dentro fu amore a prima vista tra le moquette finemente composte e gli armadi brillanti e funzionali ad ogni evenienza. I drink ben riposti nel salotto e la cucina piena di ogni tipo di provvista per la breve vacanza rilassante; quadri e fotografie del luogo a creare quel senso di familiarità portatore di pace interiore. Una testa di cervo totalmente kitsch stroncava la sobrietà e fissava Arnold con occhi feroci strappandogli un sorriso divertito. “ Che burlone Rudolf, lo chiamo subito”, furono le sue parole prima di essere rapito da un suono proveniente dall’ultimo piano. L’ascensore asettico ci mise un attimo a portarlo in quella che doveva essere la soffitta e nella quale era posizionato un giradischi di legno pregiato.
Cori in loop mischiati a dance da fine anni 70’ lo misero immediatamente di buonissimo umore. Le tastiere luminose utilizzate per comporre suoni così pop ponevano in risalto geometrie decisamente lounge grazie ad una rarefazione timida indescrivibile. I sintetizzatori funky uniti ad un soul lontano e la voce calda. Una gioia quieta pervase il cuore di Arnold. Poco dopo si tolse la camicia bianca a righe nere, prese l’agenda, cercò il numero di Jasmine e la chiamò immediatamente per invitarla a passare qualche giorno insieme.
Si svegliarono la mattina dopo in un soffice letto bianco, nudi avvolti dalle coperte con in sottofondo una texture sensualissima, Touch.

Alessandro Ferri

Torres – Torres

Data di Uscita: 22/01/2013

Un breve ascolto, durante la lettura


Il libro poggiava sul tavolo con la costa rivolta verso l’alto e le pagine a contatto diretto con la superficie fredda su cui facevamo colazione assieme quasi tutte le mattine. Lo sollevai, era il diario di Jim Carroll che le avevo prestato. A pagina 58 aveva sottolineato a matita uno stralcio di dialogo: “Non sarebbe bello se fossimo noi a passare attraverso la luce e non viceversa?”; ricordavo bene quelle pagine, quel dialogo fra Carroll e Andrea Feldman. Il suo suicidio, la volubile consapevolezza con cui aveva radunato spettatori per quel suo ultimo, macabro spettacolo: tutto in quella storia ci aveva per qualche motivo impressionate.
Assieme, Sylvia e io, avevamo cercato notizie più approfondite sul web e c’eravamo imbattute in alcune foto della Feldman, lineamenti non proprio delicati ma bellissimi. Non avevo potuto fare a meno di prendere in giro Sylvia per quel suo broncio perenne così simile a quello dell’attrice. Aveva sorriso, non lo faceva spesso. Era un caso di meteoropatia inversa, era davvero contenta solo quando pioveva. E anche a me piaceva molto.
Ci sedevamo sul tappeto davanti alle vetrate della sala da pranzo con una tazza di tisana calda e guardavamo il cielo squarciato da quei tagli di luce rapidissimi ma accecanti e terribili. Puntualmente nella casa calava un religioso silenzio che ci trasportava dritte alle viscere della nostra esistenza, giù fino alle convinzioni e alle paure più ataviche e radicate. Adrenalina seguita infine dalla pace nel momento in cui spalancavamo tutte le finestre assaporando l’odore della pioggia.
La sua assenza, ora, è simile a quelle crepe che corrono in cielo nelle sere estive fino a pugnalare la terra. Mi scuote dalle interiora, mi sconvolge e, al tempo stesso, non mi stupisce.

“Non sarebbe bello se fossimo noi a passare attraverso la luce e non viceversa?”: ho sfiorato con il dito il tratto a matita e ho preso a leggere ad alta voce l’intera pagina, poi il capitolo, poi tutto il libro. Non avevo mai sentito rimbombare così la mia voce nella casa: mi sembra che la mancanza di una persona possa spogliare un ambiente di ogni arredamento possibile; mi sembra che le mie corde vocali abbiano sentito il bisogno di farsi più gravi per giungere anche al suo orecchio.
Ha lasciato una musicasetta nello stereo, ferma sulla seconda traccia di un disco triste, angoscioso. Premo play e, nello stesso istante, la pioggia comincia a cadere al di là della vetrata. I tuoni si fondono perfettamente con la canzone. Mi siedo sul tappeto, guardo il temporale: stranamente mi sento sollevata.

Annachiara Casimo

Pantha du Prince & The Bell Laboratory – Elements of Light

Data di Uscita: 15/01/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Mi chiedi di raccontarti come fosse andato il mio isolamento dal mondo e la memoria mi è amica, ricordo il bianco della neve, assoluto, accecante. Camminavo da solo immergendo a fatica gli stivali nella coltre intatta, nel silenzio irreale; era mattina e l’alba aveva da poco salutato la mia partenza lungo sentieri invisibili. Il freddo mi tirava la pelle del volto, ma al contrario di quello che si dice circa le temperature troppo rigide che congelano i sensi, percepivo una sensibilità amplificata, minuziosa nei dettagli. L’odore acre del freddo, del ghiaccio, mi accompagnava come una guida fantasma nella fitta radura innevata; scostavo fronde per fare spazio al mio corpo appesantito dall’enorme cappotto preso in prestito da Jacob, soffici cristalli luminosi si staccavano dalle foglioline vellutate per posarsi sulle mie spalle, sul cappello, e sulla barba che avevo deciso di farmi allungare. Con la coda dell’occhio vedevo una lepre selvatica che coi suoi movimenti furtivi e spaventati rompeva, di tanto in tanto, il silenzio assoluto; mi fissava con inconsapevole curiosità, poi si ritraeva non appena intuiva di essere stata scoperta, poi di nuovo riprendeva a seguirmi. Mi piaceva molto sentirmela accanto, era l’unica compagnia che avrei accettato in quelle circostanze così nuove e insolite per me, ma così fortemente volute; l’animaletto mi aiutava a non perdere il contatto con la terra, mentre i miei pensieri già cominciavano a perdersi lungo percorsi immateriali.
Non ho mai avuto un buon rapporto con la religione, o forse il mio atteggiamento perennemente critico mi ha sempre posto sulla difensiva nei confronti del non-tangibile; il mio pellegrinaggio, alla ricerca di un antico santuario oggetto di leggende ai piedi del focolare, era volto principalmente a mettere in discussione le mie – fino a quel momento – solide certezze. Sì, Jacob e i suoi fratelli mi avevano persuaso con un’inaspettata facilità, ero stato fregato come un pollo! “Giuro che non prometterò più nulla dopo essermi scaldato con l’acquavite.” – dissi a me stesso, solennemente.
E alla fine ero lì; il sole, seppure lentamente, si stava alzando e dirigeva chiarissimi bagliori attraverso i fitti rami degli alberi, facendo brillare di vita i cristalli, creando riflessi nuovi e variopinti. Il senso di meraviglia abbracciava ogni cosa e mi sorpresi piacevolmente assorto in una nuova dimensione, richiamato da musiche di campanelli, tintinnii soavi e brillanti come i ghiacci, suoni cristallini: provenivano da una costruzione in pietra di altre epoche, malcelata dalla vegetazione. Doveva essere per forza il famoso santuario.
Con una leggera indecisione spalancai il piccolo uscio in legno scuro, quello che mi accolse tra le quattro mura lapidee, disegnate da striature madreperlate, fu il raccoglimento di uno stretto numero di religiosi singolari, in preghiera. Erano ritti in piedi attorno a un altare marmoreo, sguardi fissi a terra e mani giunte, mormoravano intime parole impercettibili anche alla più attenta lettura labiale. Non capivo cosa stessero invocando, ascoltavo rapito una melodia di campane e campanelli tessuta dalle abili mani grandi di uomo vestito come loro ma seduto in disparte, in un angolo non battuto dalla luce eterea che, dall’alto di una vetrata a cuspide, entrava nel santuario. Una strana combinazione di fattori scatenanti mi rese particolarmente sensibile all’introspezione e mi mise in contatto con delle forze trascendenti, mai incontrate prima nella vita; o meglio, da perfetto razionalista, preferisco dire che si creò una miscela chimica esplosiva che innescò questa inedita reazione. Fatto sta che senza capire come né perché mi ritrovai a ballare nella neve, una danza liberatoria e mossa da fili invisibili, a ricongiungere me con un’entità spirituale impalpabile. C’è chi prega e c’è chi danza, alla fine della fiera sono pur sempre anime che si spogliano di vincoli terreni e si vestono di fiducia.

Mi chiami per nome e mi stringi con più forza la mano destra, comincio a sentire delle voci accanto a me, dei sussurri a voce bassissima come per non disturbare, e arrivano delle luci calde a investirmi il viso. Evidentemente mi ero assopito, e forse tutto questo racconto scaturito dalla mia bocca era solo frutto dell’immaginazione, eppure lo sento vero, reale. La cattedrale di Oslo è così grande e distante dal santuario del bosco, tuttavia la sacralità mi spinge violentemente indietro e altrove, a sensazioni analoghe. Hai voluto che ti portassi a vedere Pantha du Prince e io l’elettronica l’ho sempre rifuggita; sarà colpa di questa novità analogica, di questo cocktail scintillante di xilofono percussioni campanelli e marimba, che condisce di nuovi sapori e nuove tinte la techno (seppur melodica) sempre tanto temuta, sì forse sarà quello. Ma io ora muovo timidamente i piedi, mi si scalda il cuore e mi sento libero e luminoso come tra la neve, in quel giorno che non si saprà mai se sia davvero esistito.

Federica Giaccani

Foxygen – We Are the 21st Century Ambassadors of Peace & Magic

Data di Uscita: 22/01/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

È difficile ascoltare musica così “californiana” con tutta questa bile in corpo. È difficile che qualcuno si faccia “ambasciatore della pace e della magia del 21esimo secolo” trattandosi appunto del secolo ventesimoprimo. È difficile poi prendersi sul serio prendendo sul serio queste cose.
Faccio un respiro profondo e provo a scuotere il corpo dormiente della mia volontà. Trovo una via di mezzo, cerco di essere comprensivo. Paratassi. Ma non troppo.
Immagino tutto questo:

Rompo un uovo e lo metto a friggere, seguendo il dettato della musica. Mangio l’uovo e verso l’olio avanzato nell’apposito recipiente contenente olio alimentare esausto. Scendo in strada ed è marzo, quindi chiedo a tutti che fine abbia fatto febbraio insieme agli ultimi giorni di gennaio, ma le risposte sono troppo vaghe e insoddisfacenti. Una lieve pioggerella cade sulla città, ma sono ancora troppo nervoso per sopportarla, dunque rivolgo il mio sguardo arcigno alle nuvole, le quali con molta gentilezza smettono di assolvere il loro antico dovere e se ne vanno.
Ora il cielo è incredibilmente azzurro. Un uomo senza cappello mi chiede quale sistema di valori può adottare per vivere una vita più serena, ed io gli rispondo, con fermezza, di applicare una feroce arbitrarietà ad ogni sua decisione, aggiungendo però di non essere affatto d’accordo con quello che gli ho appena detto. L’uomo fa sette passi e poi scompare dietro una colonna. Una signora che porta in braccio tre dozzine di uova, le fa cadere. Un’altra signora, leggermente più anziana, scivola sulle uova che sono a terra e fa cadere due dozzine di uova che ha in un fagotto. Un vecchio si affaccia da una finestra e mi chiede cosa sia successo. Dopo un momento di riflessione gli dico gentilmente di tornare in casa sua. Il vecchio esce di casa in fretta e mi spara con un fucile. Ma non mi colpisce… centra una terza signora, più anziana di tutte, che porta una sola dozzina di uova, le quali, molto rammaricate, si infrangono sul terreno senza alcun segno di dolore.
Un vigile molto razionale mi fa la multa per “poca chiarezza”, dicendo che dovrebbe aggiungere una contravvenzione per “mancanza di linearità”, ma mi grazia. Io gli rispondo “tutto nel mondo è burla”, ma non coglie la citazione e mi fa anche la seconda ammenda di cui sopra. A questo punto, non senza (piccolo-borghese) soddisfazione, gli mostro il mio tesserino di “commissario straordinario all’ortogonalità”. Mi guarda allibito e straccia subito le due multe. Con incredulità mi dice che non se lo sarebbe mai aspettato da me.
Continuo a camminare, ormai sicuro di non avere altri inconvenienti nel corso della mia passeggiata. Vedo volare i sempiterni passerotti e mi interrogo sul termine “alato”; la mia curiosità viene soddisfatta da un dizionario che Atena occhio azzurro ho posto su una panchina per rallegrarmi:

alato
[a-là-to]
A agg.
1 Che ha le ali
‖ Cavallo alato, ippogrifo
‖ estens., BOT Di organo vegetale dotato di espansioni

Penso che se le mie ossa fossero pneumatizzate e fossi dotato di due imponenti ali, volerei fino all’assolata California. Penso pure che se fossi una Thunbergia alata, per quanto potessi essere in grado di arrampicarmi, dovrei stare a terra, trattenuto dalle mie radici.

Tornando alla realtà, con la volontà che si è nuovamente assopita, tra le note di una musica che aspira al sole, io mi consegno alla luna.

Marco Di Memmo

Esben and the Witch – Wash the Sins Not Only the Face

Data di Uscita: 21/01/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

26 gennaio 2013

Sono un impiegato e dal lunedì al venerdì mi sveglio alle sei, mi lavo, bevo una tazza di latte freddo ed esco in strada per prendere l’autobus. Quattro ore di lavoro, trenta minuti di pausa pranzo e poi le ultime tre ore e mezzo di attività lavorativa fino al termine dell’ora del ricordo. Poi il vuoto. La voce di sirena che ho in testa mi guida a partire dalle sedici e trenta circa o almeno così credo. Alle ventuno e trenta di ogni giorno mi ritrovo nel letto, completamente nudo, annientato, con una fame tremenda e lividi ovunque. Quelli nuovi, violacei, si aggiungono o sovrappongono ai precedenti, di colore giallognolo. Ceno con quello che trovo in frigo e chiudo gli occhi. Li riapro alle sei in punto e tutto ricomincia, regolarmente. Non so bene quando è iniziata questa non-lucidità a tempo determinato, non ne ho ricordo alcuno. Vivo da solo, i miei genitori sono in cielo e non ho amici, nessuno può aiutarmi a comprendere, nemmeno quel medico che mi ha consigliato di scandire tutte le giornate facendo bene attenzione all’orario nel quale eseguo ogni operazione che reputo importante. Mi ha anche imposto di tenere un diario e allora eccomi qui ad annotare le mie giornate ordinarie ogni sabato mattina alle ore nove. Ho deciso che questa sarà l’ultima pagina delle mie annotazioni. Credo in Dio dopotutto, non potrà essere così terribile lanciarmi nel vuoto dalla finestra del bagno. Otto piani di uno stabile verde smeraldo dove i condomini non mi salutano e accelerano il passo quando mi incontrano; decidono di scendere a piedi non appena mi intravedono nelle vicinanze dell’ascensore. Ecco, oggi prenderò una scorciatoia verso il pian-terreno.

Lascio alla polizia questi miei appunti e ci tengo a scrivere che non me ne andrò da solo, nossignore, alle sedici e trenta circa spiccherò il volo e ci sarà una piccola batteria e poco altro, forse il suono di qualche chitarra rumoreggiante in sottofondo ma sopra tutto una voce, una voce di sirena, che è allo stesso tempo sacra e sensuale.

Maurizio Narciso

Alasdair Roberts – A Wonder Working Stone

Data di Uscita: 22/01/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Un giorno incontreremo forse il suo ritratto sul dizionario, accanto alla parola “Mite”. Significante e significato congiunti così, in un matrimonio degno del miglior Saussure. L’abito che fa il monaco ha questa volta le sembianze di un impegnativo maglione retrò a dolcevita e di un viso spigoloso quanto basta, addolcito appena in parentesi da due folte basette. Uno schizzo a china sulla carta ingiallita dal tempo: Alasdair Roberts è un ragazzone alto, dinoccolato, con la faccia buona che hanno i pastori dalle sue parti. E forse un pastore avrebbe anche finito per diventarlo, non si fosse trovato a recitare il ruolo dell’eroe in una fiaba che oggi diremmo cinematografica, con un’attempata leggenda del crooning o una rockstar maledetta nei panni attanziali dell’aiutante magico al posto del barbuto forestiero Will Oldham. Immaginiamolo diciottenne il nostro Ali, inchiodato dal rossore mentre passa a Bonnie Prince Billy un demo della sua band del liceo, gli Appendix Out. E figuriamoci i suoi occhi stupefatti nell’affrontare la lettera della prestigiosa Drag City, pronta a offrirgli un contratto senza ulteriori preliminari. Vero che sembra un romanzo, ma andò in scena sul serio nella Glasgow del 1995. Da allora il ragazzo si è fatto strada senza mai alzare i gomiti, eccezion fatta per gli irrinunciabili momenti di distensione nel pub sotto casa. Adottato dal Principe, adottato da Jason Molina negli anni splendidi dei Songs: Ohia, e poi da entrambi ad un tempo con il progetto in patrocinio Amalgamated Sons of Rest. Pure una benedizione dal santino Sean O’Hagan per non farsi mancare nulla, ed un lasciapassare in Secretly Canadian. Tanti padrini, tanti dischi messi in pila negli anni, prima con quel gruppo sempre più scomodo, quindi in perfetta solitudine e infine con solo una ristretta corte di amici selezionati. Tanto tempo speso a costruirsi la fama del folksinger instancabile, poco incline alle frenetiche divagazioni espressive ma altresì avverso alle tentazioni manieriste o accademiche del puro revival. Con la penna e la chitarra ha vergato una bozza d’armistizio tra i retroterra folklorici delle sue campagne e di quelle inglesi, gallesi e irlandesi, muovendo con la cautela del filologo e riservandosi di tanto in tanto il piacere di un inciso tra il progressive e l’acidulo, alla maniera di un Greg Weeks finalmente lucido. Per le parole si è ripensato pescatore di scintille dorate, dal monumentale forziere della letteratura: stralci di epica cavalleresca e tetre murder ballads, medievalismi e canzoni marinaresche, vivificati grazie a ricche orchestrazioni da protocollo o stilizzati abbracciando soluzioni assai più spoglie, cameristiche e sostanziali. Lo scorso anno si è celebrato il matrimonio tra le sue Lowlands e le Highlands della cantante e attrice Mairi Morrison, in un brillante disegno di revisionismo celtico tratteggiato con il contegno dei fini musicologi e chiuso dalla pubblicazione di un disco intitolato semplicemente “Battesimo”. Come offrire all’afflato degli antichi canzonieri gaelici una pelle nuova di zecca – scorza blues, jazz o bossa nova – riuscendo comunque appropriati. Fedele al suo credo artistico, Ali rinnova oggi il legame magico tra arcaismi ed attualità trasfigurata anche nei solchi della sua ultima prova in studio, ‘Wonder Working Stone’.

Roberts l’affabulatore col viso da eterno ragazzo, piglio moderno ma repertorio polveroso, e bardo fuori quota per questi nostri miseri giorni balordi. Un pulviscolo comunque prezioso, il suo. Così plateale, in un avvio che sa di filastrocche dei tempi andati, da esonerare in platea chiunque non chieda altro pretesto per accantonarlo e passare oltre. Le prime ballate colpiscono per la pienezza degli arrangiamenti, per il fulgore classicista, il mestiere e la passione, non certo per chissà quale omessa sorpresa. E’ la bontà della tradizione, bellezza, la sua fragranza, e tu non ci puoi fare niente. Lo standard bucolico è rispettato alla stregua di un cerimoniale sacro, nella flemma dei toni come nell’inoffensivo arsenale a disposizione: viole e violini dappertutto, corni, flauti, chitarre acustiche in abbondanza, un cameo della fisarmonica. Per la patente di genuinità – sai mai che qualcuno ancora gliela domandi – vale la stessa carta del devoto in pellegrinaggio di cui riporta traccia qualsiasi recensione che parli di lui, speranza sul Cammino dei mostri sacri del folk inglese. Pentangle e Fairport Convention le stazioni obbligate, ma una breve sosta anche nella Caledonia tratteggiata dal dulcimer e dalla sei corde del padre Alan ormai una vita fa. Il finale in lingua della lunga canzone dicembrina rappresenta allora l’ovvia acme di questa immersione nelle immobili ma limpide acque del passato. E’ musica lontanissima dalle maliarde lusinghe dell’hype, dal fascino volatile che ogni moda porta cucito in bella vista sul bavero. Le suggestioni, tuttavia, non le fanno difetto. L’imprevedibilità poi, stesso discorso. Quando i ritmi si fanno incalzanti si sarebbe tentati d’aspettarlo al varco, certi di scorgere nei suoi quadretti la Scozia oleografica delle peggiori cartoline. Ma Ali è già altrove. Assorto nel trastullo di una contaminazione con il country della scuola nordamericana, così da avvicinare per condotta espressiva il suo vero mentore. Che è lì davvero ad un soffio, non appena il ricamo replica gli scarni disegni di un album come ‘Spoils’. E’ proprio nella disciplina del pauperista che Alasdair svela le grandi seduzioni della sua terra aspra, alla maniera del compaesano Mike Scott e dei suoi Waterboys per l’Irlanda. Con James Yorkston persuaso dalle potenzialità infinite dell’artificio pop e King Creosote ormai sedotto dalle fruttuose joint venture in salsa elettronica, Roberts sembra quindi in grado di prevalere sui due alfieri del Fife nella sua stessa specialità. Parlare ancora solo di promesse, in ogni caso, suona ingeneroso per tutti. Con le atmosfere senza tempo annoverate nella sua lista di referenze, sospese in un incanto quanto mai distante dall’insulsa bruttura contemporanea, non c’è proprio più nulla che vada dimostrato. A trentacinque anni Ali è un cantautore fatto, prima ancora che un eccellente mastro artigiano. Come il cantato evocativo e mai sopra le righe che porta in dote, ha saputo esser forte nelle proprie debolezze. Tra languori elettrici e sobrie finiture, in ‘Fusion of Horizons’ sembra togliersi lo sfizio di un’impressionante aderenza al songwriting umbratile e alla tenue, umanissima malinconia di uno dei giganti della scuderia, quel Bill Callahan che alcuni anni fa lo portò con sé in giro per il mondo. Rispetto ai Simon Breed e agli Adrian Crowley , discepoli pedestri del verbo Smog, qui è però proprio il timbro vocale ben diverso a marcare una netta distanza. Un po’ come quando lo spettro tormentato di Nick Drake fa capolino nella meravigliosa ‘Gave the Green Blessing’ e tocca a quella sua voce chioccia infrangere la sfibrante angheria dell’immagine nello specchio, inarrivabile. I piedi e il cuore, tuttavia, scelgono una concretezza che non si potrebbe immaginare più terrena. Nessuna bizzarria ancestrale questa volta, sconfinamenti nel fantastico opportunamente interdetti. In loro vece, un’ininterrotta celebrazione delle radici, di un universo popolaresco, comunitario, e delle sue fiabe scure da tramandare a oltranza. Lo spirito di un disco caloroso, partecipato e come sempre suonato in modo magnifico, risplende nella leggerezza conviviale, materia povera per definizione che può però tradursi in lusso se le motivazioni sono quelle giuste. Svagarsi, per dirne una, magari sabotando un grande classico jazz per trarne un divertissement eclettico. Capita così di ritrovare in Roberts e i suoi accoliti la nutrita squadriglia Lambchop, per giunta in un clima di ostentata licenza. Stesso virtuosismo ad ampio raggio, stesso stupefacente affiatamento ed identico fluire torrenziale eppure placido.
Curiosa l’ironia, arrivati sul delta: un’ora e passa di musica oltremodo rigogliosa, ed un microscopico aggettivo di sole quattro lettere per contrassegnarla. Ancora una volta, Saussure approverebbe.

Stefano Ferreri

Plantman – Whispering Trees (Top Ten 2013)

Data di Uscita: 16/01/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

There’s nothing scary hiding under your bed

      Al diavolo le feste comandate. Dimenticati i tacchini in forno, dimenticati i parenti a tavola, dimenticati i ringraziamenti ai parenti seduti in attesa di tacchini al forno e salsa ai mirtilli.
      Quello fu il primo anno che decidemmo di partire insieme. L’idea suscitò profonda riluttanza da parte di tua madre, io, tu e una Kaiser Fraser modello Manhattan del cinquantuno. Ciminiera color piscio e grande aderenza promessa da mio fratello se solo fossi riuscito a metterla in moto: freno a mano in tensione, cambio in folle e piedi staccati dai pedali. Un respiro profondo e una leggera carezza al quadro comandi, come se avessi di fronte un piccolo Robin Redbreast ferito da un ginepro troppo alto, fino alla chiave che giro delicatamente e il motore comincia a borbottare.
      Non c’è fretta: porto il piede sinistro al pedale della frizione e insisto fino in fondo. Un movimento rapido e sicuro della mano fino al cambio, inserisco la prima. Porto a riposo lo stazionamento e lascio andare lentamente il pedale della frizione come se stessi centellinando un olio prezioso e nello stesso momento, con il piede destro, inizio a premere l’acceleratore piano, delicatamente, come se stessi calpestando una zolla di terra troppo umida, con lo sguardo soddisfatto di chi sa che sta per compiere un miracolo.
      Ti raccontavo con il tono del più preparato degli insegnanti che guidare una macchina non ha nulla a che fare con l’esperienza. È piuttosto una questione di sensibilità. Tu mi guardavi con gli occhi di chi ha desiderio d’apprendere, di chi crede di avere di fronte una tra le massime autorità in materia “qualsiasi cosa”. Non l’ho mai negato per la verità. Il mio orgoglio.
      Ogni anno la meta era scelta quasi casualmente; l’unico riferimento in nostro possesso era una carta della contea dello stesso anno dell’auto, da sempre li nel cruscotto. Probabilmente non erano mai state separate. Le pagine ingiallite come l’acero in autunno, avevano lo stesso odore di posacenere e le guide delle pieghe erano consumate al punto d’aver creato dei solchi irreparabili tra le città in parallelo che quasi riportavano alla memoria una Berlino appena divisa in agosto. Ci sentivamo come due pionieri in esplorazione, senza mezzi, senza soldi. Ogni passo era saturo di desiderio, esclusivamente mossi da impulsi d’azzardo. Che poi, a volerla raccontare tutta, le nostre non sono mai state così grandi imprese. Ma nelle tue mani le colline dell’Essex, distese di castagno, diventavano impervie montagne cilene e noi, alle loro pendici, scalatori preparati con il bisogno di raggiungere il tetto del mondo che pulsa avido nei nostri stessi stomaci.
      Appena raggiunto il mare, l’escursione programmata diventava un’appassionata caccia al feroce halibut che ci vedeva impegnati con potenti mezzi in attesa paziente e vigile, nella speranza che la nostra preda si lasciasse scorgere tradita dai momenti luminosi che dimostrano le alghe, mosse al suo passaggio se sfiorate dal sole dell’est.
      Andiamo a guardare l’alba all’hanningfield reservoir, così hai chiesto, e l’eco della tua voce, mitigata dal muschio che rivestiva la moltitudine di ontano, ci faceva strada fino a valle. Appena usciti dalla fitta coltre arborea, si presenta di fronte a noi uno straordinario cielo trafitto da infiniti dardi luminosi che facevano luce alle morbide colline e al timido lago così da renderlo un elegantissimo palcoscenico con le sue acque puntellate di minuscole luci danzanti. Quella vista t’impressionava come fosse la cosa più straordinaria che ti potesse capitare e neanch’io avevo mai visto un cielo così. Era talmente pregno di stelle che non riuscivo a riconoscere nessuna della manciata di costellazioni che con gli anni ero riuscito a memorizzare solo per far colpo sulla ragazza di turno. Ci sistemammo ai piedi di un salice, sicuri che la nostra compagnia ne avrebbe fatto cessare il pianto di solitudine. “Il cigno, Ercole, la caffettiera”, ti assicuro che esiste, e il tuo sguardo assonnato era mio complice. Ci guardavamo divertiti al pensiero che dal nostro ormai vicino ritorno, conveniva farci trovare pronti a giustificare la fuga improvvisata. Magari con un regalo, che forse avrebbe commosso tua madre al punto da concederci il suo perdono. Mi chiedi se il prossimo anno saremmo partiti ancora e la mia conferma, per il prossimo e per gli anni a seguire, non poteva che trasformarsi in sorriso che fiorisce come un ciliegio primaverile di fronte alla schiettezza di una domanda sbiascicata un istante prima di cadere addormentata: Vuoi sposarmi papà?

      Giulia Delli Santi

Yo La Tengo – Fade

Data di Uscita: 15/01/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Fade

John avrebbe voluto fissare il tempo: gli occhi di Jane nell’istante segreto in cui s’accordavano ai suoi, mentre le bocche intorno dicevano niente, strette tra le striature della parete in legno – su cui s’abbandonava la testa sognante – il tavolo lucido, le sedie malferme, la posa del respiro sul dorso dei bicchieri vuoti. Inseguendola tra il fruscio delle sciarpe e l’umido dei capotti che tratteneva le livide folate della sera nei chiassosi corridoi, tentò invano di ancorarsi al nero lanceolato dei suoi occhi e alla sfrontata piega delle labbra.
– Ti amo, ti amo dalla prima volta che t’ho visto, o forse, e più probabilmente, dalla seconda –
avrebbe potuto esordire così, messosi la porta alle spalle, e ritrovandola, bellissima, in piedi, sotto la luce ranciata del neon. Mentre quello che lasciò cadere fu una balbettante richiesta – ci – ga – rette – affondando sulla erre, in francese, forse perché parlare in un’altra lingua concede l’agio di essere qualcun altro, magari in un altro luogo, e chissà, in un altro tempo.
Scortati dal ronzio febbrile del refrigeratore, che giungeva sordo dalla cucina, fissavano il lastricato, tirando boccate di fumo acerbo nel freddo paralizzante della strada. John aveva cominciato a grattarsi nervosamente le nocche della mano destra con le unghia della mano sinistra, pensando a quando quei maledetti insetti microscopici lo avevano punto.
Poi un vento tragico soffiò, e John si disse che rabbia, che rabbia non essere vento e starsene fermi, a guardare …

… guardare dal finestrino di un’auto in corsa la campagna scorrere in un intermittente campo di luce, la testa di Jane rovesciata sulla sua spalla, il vento tra i capelli, la primavera d’improvviso.
Amarsi, litigare, amarsi ancora, e probabilmente abbandonarsi era solo il lascito inesorabile di una coincidenza, di un incontro scandito dall’assenza di un qualsiasi altro rapporto amoroso, che le loro vite avevano disatteso. John aveva una lunga storia con F., mentre Jane aveva appena rotto con T. colmando la sua solitudine con un tipo mal pettinato conosciuto nei corridoi universitari. Nel breve periodo in cui lei era singola, John, tentennando al suo sguardo sfrontato riflesso sul marciapiede di ghiaccio di fine gennaio, l’aveva quasi strattonata e baciata in un angolo della notte. Forse furono i residui di un sogno buio a fargli credere di averla posseduta, dato che, in realtà (ma come credere alla realtà?), aveva chiuso gli occhi e finto di morire, come accadde su quel sedile posteriore.
Amarsi non implica necessariamente il possedersi a vicenda: era il tacito accordo siglato quando gli occhi di Jane avevano insistentemente cercato quelli di John nei vaghi silenzi che seguirono al contatto fortuito tra le loro mani.
Quando l’auto s’arrestò sullo slargo erboso, egli saggiò l’aria, assaporandone l’odore di vaniglia tra i capelli di lei, e, riaprendo gli occhi, la vide; la vide, tra un lembo di cielo e il verde rigoglio di un ramo di quercia, svanire nel fiato del giorno.

Gianfranco Costantiello

Fire! Orchestra – Exit! (Top Ten 2013)

Data di Uscita: 11/01/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Un gigante di pietra ha preso per mano la statua della libertà e ingrandendosi ha iniziato a ballare dissennato agitando le braccia e le gambe freneticamente come le tribù di antenati che attorno a fuochi sacri cominciarono a posare le prime pietre di canto e percussione che formarono la sua materia.
Ammassando asteroidi ha costruito il suo letto, incastrandolo in una galassia come un Ulisse titanico. Se chiudi gli occhi riesci ad essere quel gigante e puoi stenderti nel suo letto-galassia per parlare con Dio attraverso il tuo pensiero.
Tutto è delirio, soprattutto la libertà, soprattutto l’essere uomini. Uomo umano, uomo tempo, il suo stesso tempo di cui crede di conoscere qualcosa, di cui crede di aver svelato il mistero del suo scorrere, mentre quello è un enigma in cui scorre la materia, facendosi decomporre e ricomporre. L’umano trema, si contraddice, lascia vibrare la sua anima in gola, tracima dagli ottoni e i legni, esplode nell’orchestra e sale fino agli astri.
Quel gigante assume migliaia di forme ed è migliaia di forme, incarna -o meglio impietra- ogni genio, è fatto di pezzi di storia, di miti, di leggende, è ogni titano, ogni pazzo: è il sesto re di Babilonia, è un poeta provenzale, è “colui che precede il sole”, è Beethoven, ha la solennità di Omero, è una triade di note, è Crono, è un baleniere feringio, è Monk che balla in delirio, Mingus che sorride. Canta il gioioso rumore dell’universo.
Questo gigante, Jazz, figlio di una grande madre meravigliosa, è sempre stato un po’ tocco al cervello, ma da un buon mezzo secolo è iniziato ad impazzire veramente, da quando il verbo delirante di un sassofonista e di una folle schiera di semidei si è sparso nei suoi minerali folli.
Ora se ne sta come il pensatore di Rodin sul ciglio di un pianeta remoto e talvolta, ridestato da un’idea improvvisa, cattura qualche astro, lo sbriciola e ne sparge le polveri sulla nostra terra. Questi granelli siderali colpiscono all’improvviso donne dalle voci potenti, musicisti distratti ed altri adepti alati della grande madre che si adunano in riunioni sonore dionisiache, aperti al piacere, aperti alla conoscenza, aperti alla libertà, tenuti legati solo da un sottile filo alla realtà regolata, al canone. Pregano tutto ciò che è sacro, forse senza saperlo, lodano il gigante e la sua genitrice, adorano tutti gli dei, cantano inni alla notte e al sole.
È un fuoco che s’insinua nelle membra della terra ed esploda e grida, è un’orchestra, un tramite mistico, una disordinata schiera di luci che ci porta ballando, in trance, verso l’uscita.

Marco Di Memmo