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Top Ten 2012 – Ilaria Pastoressa

1. Human Tetris – Happy Way In the Maze of Rebirth

Data di Uscita: 03/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

PLAY.

Una corsa contro il tempo, senza fine, che mi (s)finisce.
Mi incastro nei giorni, coi giorni a venire, che restano, che mi aspettano.
Che MI A S P E T T A N O.
Quanto mi farò attendere?!

Livello 1 di 10.
Fondamenta:
L’importante è far bene, c’è tutta la tranquillità dell’inizio, dell’esordio, del primo respiro.
Conoscersi. Guardarsi intorno. Il piano di lavoro è netto, dritto, livellato. Non ci sono, all’apparenza, interferenze. La radio suona, le tue dita si riempiono di inchiostro, si sporcano di parole che non dici.
Giorni di sole freddo, viso disteso, poco trucco.
Compro delle mele.

Livello 2 di 10.
Come passeggiare in campagna. Devo far attenzione a non calpestare i fiori ma tutto intorno, TUTTO, mi piace. Me ne convinco. L’evasione, le api, quell’abbaiare lontano, la primavera dei randagi che arriva.
I mandorli in fiore. Vorrei i ciliegi. Anche se gli idrocarburi mi ostacolano l’inspirazione, anche se le ciminiere comunque drogano il cielo, anche se c’è un frigorifero arrugginito sul bordo del muretto, qualche straccio, residui chimici e un divano che prima era rosso e ora è pallido: un salotto all’aperto, mi accomodo.

Livello 3 di 10.
Procedo. Leggo un libro. Mi incanto. Faccio un viaggio. Prendo un aereo. Mi taglio i capelli. Mi specchio e abbasso le palpebre timide. Forse non a mio agio, indosso il cappotto dell’anno scorso, la tasca è ancora scucita. I bottoni ci son tutti, però. Posso affrontare la città, quei sorrisi di circostanza. Il cinema vuoto, poche persone, una dolcezza triste.
Urbanizzazione dello smarrimento già accertato in anni passati. Dispersione. Immigrazione.
Un nuovo bar. La gente deve proprio amare il caffè!

Livello 4 di 10.
Insonnia. Convivere con il bisogno disarmante di dormire e non riuscire a fare incubi, nemmeno quelli, almeno quelli. Nulla. Pane e marmellata, le lancette velocissime che si spostano come ladri  negli appartamenti dai pavimenti in parquet, senza cigolii, senza il minimo cenno d’intrusione.
La discrezione nella violazione del tempo della vita, della notte, delle ore antimeridiane.
M’hanno preso tutto; il mio monolocale è vuoto. C’è solo un tavolo su cui appoggiare i gomiti, sfidando a braccio di ferro il vuoto.

Livello 5 di 10.
Una festa. Quella festa. Ho indossato una gonna e non mi piace. Mi fa freddo alle gambe, c’è un disco orribile. Ho i polpacci tesi. Mi siedo. Sorseggio dell’acqua minerale, poi del succo di frutta all’albicocca.
Non ci sono coriandoli.
Nessuno sorride ma tutti muovono i piedi. Il ritmo della banalità.

Livello 6di10
Università. La stazione. Le sette e l’alba. Quante volte il sole sorge in un mese, tante. In quanti giorni alba e tramonto rimangono soli e vorrebbero essere contemplati. Una tazza di tè, un manuale di letteratura, tante pagine, evidenziatori, post-it; compro tre matite nuove in una settimana. Le cuffie, il dolore delle orecchie schiacchiate, il piacere dei timpani sfamati dall’ultimo disco di ******.
Il concerto e poi subito a casa.

Livello 7.
La solitudine del numero 1, il “numero felice”.
Io. Pronome personale.
Prima persona singolare, verbo essere:  IO SONO.
Autonegazione: Io non ci sono.
Io vorrei esserci.
Stato in luogo figurato, non avvenuto, desiderato.
Lo schermo, la chat, petizioni su internet, le catastrofi.
I film in bianco e nero delle 3:45.
La grandine, l’asfalto a pois, l’impotenza, l’autosuggestione.
Come siamo suggestionabili.

Livello 8, 9, 10.
C’è della vita, dietro questi tentativi.

I tetramini piovono sulla schermata.
Sette possibili combinazioni.
Il punteggio è minimo, ancora.
Mi addestro ad incastrare i giorni, coi giorni a venire, che restano, che mi aspettano.
Mi aspetto.

Where’s the Happy Way In the Maze of Rebirth ?

Ilaria Pastoressa

2. Cloud Nothings – Attack on Memory

Data di Uscita: 24/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Jim accartocciò il mozzicone della sigaretta sul fondo del posacenere pieno. Un altro giorno ancora era passato senza che avesse fatto nulla. Certo, aveva ascoltato tutti i dischi usciti nelle ultime settimana e guardato quel film citato nel libro che aveva appena concluso ma nulla che la società ritenesse utile o economicamente fruttuoso, ecco.
Strappò un brandello di cartoncino dal libretto universitario e ne ricavò un filtro per una sigaretta artigianale. A fanculo pure l’università, aveva sperato di ricavarci qualcosa e l’unica cosa che aveva ottenuto era “un principio di depressione”, così l’aveva chiamato lo psicologo, a fanculo pure lui.
Il computer ormai datato continuava a ronzare fastidiosamente. Jim lo spense innervosito da quella necessità di condividere, mostrare, emulare, commentare, apprezzare, twittare, followare che condannava tutti – lui in primis – a non riuscire a staccarsi da un monitor abbagliante.
Ora, nella totale penombra, fece scattare l’accendino, la sigaretta sfrigolò qualche secondo prima di accendersi.
Inspirò, espirò.
Non aveva obiettivi né aspirazioni, riteneva di non averne la possibilità, sapeva che in qualche modo ogni aspettativa sarebbe stata disattesa, la rassegnazione lo spingeva a farsi bastare il fatto di svegliarsi ogni mattina e godersi un’altra, infruttuosa giornata.
Si spogliò, si infilò sotto le coperte e fece partire il giradischi. Give up / Come to know / We’re through. Era un crescendo che gli si infilava nelle vene e lo faceva rilassare. Chiuse gli occhi e continuò ad aspirare la sigaretta che pian piano si consumava. Give up / Come to know / We’re through. La voce di Dylan Baldi cominciava a incattivirsi e a far vibrare il piccolo altoparlante del giradischi. Jim strinse le lenzuola nel pugno, lo percorse la solita violenta accettazione di un destino inutile. Give up / Come to know / We’re through. Si sentiva inadeguato, terribilmente inadeguato.

GIVE UP / COME TO KNOW / WE’RE THROUGH.
NO FUTURE / NO PAST.

La batteria prese a pulsare incessante. Poi d’un tratto tacque. La sigaretta si spense. La mano mollo la presa sulle lenzuola accartocciate e la mente smise di assillarsi.
Jim accartocciò il mozzicone della sigaretta sul fondo del posacenere pieno. Un altro giorno ancora era passato senza che avesse fatto nulla.

Annachiara Casimo

1. Mount Eerie – Ocean Roar / Clear Moon

Ocean Roar

Data di Uscita: 04/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Un mondo da quella parte

L’auto gorgoglia su questa strada sterrata, ho paura che le gomme non tengano. L’oceano è ancora lì, immenso e assopito come un randagio. Scendo dall’auto, i fari proiettano due coni di luce che illuminano oltre la staccionata. Le luci di Victoria non si scorgono con la nebbia, e così il Canada sembra lontanissimo. Riconosco solo le isole di San Juan che sembrano mormorare da lontano: “Chi va là?”.
In questo stesso posto una volta ci portai mio nipote (i suoi erano in trasferta di lavoro). Era una di quelle rare sere dell’anno in cui il cielo è limpido e pieno di così tante stelle da sembrare una torta zuccherata. Mi colpì la sua grande immaginazione quando mi disse: «Guarda zio, arrivano le sirene!» «Ma dove?» feci io divertito. «Eccole lì – indicando le onde illuminate dalle stelle –, ci vengono incontro», potevo vedere nei piccoli occhi di mio nipote lo stupore di un grande evento. La cosa straordinaria fu che, guardandole attentamente, quelle onde increspate e dalla forma conica sembravano davvero il dorso di splendide sirene argentate.
Mio caro T., qui la foschia scende ancora più fitta e il freddo comincia a irrigidirmi le braccia. Ecco la pioggia, cade piano e si posa sui miei capelli, sull’erba bruna. Ecco il mare che si risveglia.

Ocean roar dreams return

Come in un sogno di vent’anni fa mi precipito di corsa in auto e riparto via dimenticando il berretto ormai zuppo d’acqua. Il maestoso velo grigio chiaro del cielo scroscia acqua e a malapena scorgo i fari delle auto che mi sfrecciano di fronte. Le sagome scure degli alberi che fanno capolino sull’orizzonte sembrano abitazioni di un paese sconosciuto e terribile. Finalmente arrivo in città ma la macchina decide di abbandonarmi proprio tra due case. Una ha le finestre completamente sbarrate. Dall’altra, invece, una donna di mezza età mi guarda sollevando le tendine del finestrino con le dita. Ho un sussulto ma lei sorride e mi fa un cenno di invito. Mi precipito sotto la pensilina e suono il campanello. Mi accoglie alla porta una ragazza di circa venti anni.
«Salve – esordisco –, una signora mi ha fatto cenno di entrare».
La ragazza sorride placidamente: «Sì, sono io». «Oh, scusami. Che strano, questa pioggia mi rende miope». «Non preoccuparti… Siediti pure, puoi aspettare qui che spiova». Mi accomodo su un sofà pregno di un odore umido: di foglie e sigaretta. Noto un giradischi con un vinile che gira ma non risuona nessuna musica, la ragazza alza il volume e si propagano dalle casse le note liquide di un synth che sembrano riempire tutti gli angoli della stanza e infine le parole sussurrate con una leggerezza disarmante lasciano che il tempo scorra alle spalle, con indifferenza.

Tossed on the waves
blown onto land
Grasping meaning
in churning mess
A moment of clear air breathing, seeing the expanse.
Totally at peace with the meaninglessness of living.

Andrea Russo

Clear Moon

Data di Uscita: 22/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

A chi parlo stanotte?

Corro via T., questa luna non è più la mia luna. E quella casa laggiù è solo una figura anonima tra alberi ordinati come soldati. Nuvole sconosciute spalancano le loro labbra come in uno sbadiglio di neonato, è il fumo della mia auto?
Ho dato un passaggio ad uno sconosciuto che attendeva da ore l’arrivo di una vettura. Ha dei capelli lunghi, unti e un giubbino nero come il suo cappello con visiera.
Gli chiedo: «A cosa ti serve un cappello con visiera a quest’ora?»
«Lo porto sempre», mi risponde.
Lo sconosciuto ha ragione, T., a volte teniamo addosso delle cose solo per abitudine e non ci sorprendiamo più di nulla. A questa luna così chiara e così piena concediamo solo degli sguardi vaghi e indifferenti.
Lo sconosciuto non parla molto e sembra anche abbastanza stanco. Non forzo la comunicazione per non sembrare invadente; tempo dieci minuti e l’uomo chiude gli occhi cullato dai suoni del nostro viaggio.
Dopo ormai venti chilometri di strada mi rendo conto di non aver chiesto dove è diretto. Tossisco un po’ per svegliarlo. Ha funzionato. L’uomo mi chiede che ore sono: le tre e un quarto.
«Ti dispiace se accendo la radio? O vuoi continuare a dormire?»
«Ma certo, amico. A quest’ora sulla radio nazionale c’è sempre un programma di musica contemporanea in cui ci sono ospiti molto preparati».
«Senti, ma dove sei diretto?»
«Oh, calcolando la tua velocità media dovrei arrivare a destinazione fra venti minuti. Altri trenta chilometri, all’incirca».
«Capisco».
So quasi per certo che a trenta chilometri da qui non c’è nessuna cittadina e nessun motel. Tuttavia decido di fidarmi, lo sconosciuto mi è simpatico. Sto pensando a quanto poco piacevole sarebbe stato trovarsi in auto con una persona piena di sé, magari un organizzatore di matrimoni o uno di quegli ospiti in radio tanto preparati su qualsiasi argomento. Ecco, se c’è qualcosa che mi fa saltare i nervi sono proprio le persone spocchiose e piene di boria. Non so perché, T., ma il termine ‘spocchia’ mi rimanda al termine ‘sporchia’. Non sai cos’è? La sporchia è una pianta parassita del Mediterraneo che nasce e si alimenta di linfa sottratta alle radici di altre piante. Lo so perché mio nonno era di quelle parti. I poveri agricoltori del sud Italia di un tempo ne mangiavano a sazietà e ancora oggi è usata a tavola come una sorta di reliquia. A sua volta ‘sporchia’ mi dà di ‘sporco’. Ecco, forse le tre cose sono collegate, T., fatto sta che quando ho a che fare con una persona spocchiosa, pensando e ripensando – magari durante il tragitto per tornare a casa – mi si disegna in mente l’immagine di questo parassita sporco e con la testa a forma di turione gigante. È inevitabile.
«Ehi, stiamo quasi per arrivare».
«Davvero? Qui non ci sono motel, sei sicuro?»
«Sicuro… No, non devo andare in nessun motel. La vedi quella curva? Di lì mi inoltro tra gli alberi, c’è una abitazione che dalla strada non si vede. È la mia casa».
«Vivi da solo, vero?»
«Col mio cane e le mie due galline», mi fa sorridendo.
«Divertente. Anch’io vorrei una casa fuori città immersa tra i pini».
«È un posto tranquillo, effettivamente, anche se le donne non ci passerebbero mai la notte».
«Ogni medaglia ha il suo rovescio».
«Bravo, e ti dirò: io le medaglie le indosso tutte dal rovescio!» Scoppiamo in una sonora risata che, a quest’ora tarda, pare davvero roboante.
«Sei un tipo strano, però mi sei stato di compagnia».
Accosto l’auto attivando le quattro frecce. Lo sconosciuto mi saluta sistemandosi il cappello con la visiera. Poi lo vedo scomparire tra i tronchi degli alberi che di sera si confondono col terreno e le foglie. Chissà se c’è davvero una abitazione inoltrandosi di lì, chissà se ho davvero dato un passaggio ad uno sconosciuto o se è stato tutto frutto della mia immaginazione. T., perché non mi rispondi mai?

Andrea Russo

4. Mecna – Disco Inverno

Data di Uscita: 07/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Corrado posò le chiavi sul mobile all’entrata, accese la lampada che illuminava solo una parte del corridoio, lasciando in penombra i tre metri circa che lo separavano dalla cucina.
Posò il cappotto sul divano, si sedette. Portò le mani alla fronte, si toccò i capelli ancora umidi, fissò il pavimento a voler cercare un percorso, una figura da definire attraverso le venature delle mattonelle.
Il silenzio di quel Gennaio era blu come la notte, come i suoi occhi, come la tazza del caffè non finito, lasciato a colazione chè doveva scappare al lavoro.
Si avvicinò alla finestra e da via Pinerolo poteva guardare gli alberi sedotti dal vento della sera, i lampioni solitari a testa bassa, arresi alla periferia, un pullman su cui non salì nessuno, i semafori ad alternar colori.
Accese la radio. I bassi si scontravano col battito cardiaco, il respiro era disteso ma preoccupato.
Avrebbe compiuto gli anni di lì a poche ore.
I fogli dei suoi progetti erano accatastati sulla scrivania, su qualche post-it aveva scritto le date dei concerti della settimana a cui non sapeva ancora con chi ci sarebbe andato, se ci sarebbe andato.
Il portapenne era come un vaso di fiori variopinti, c’erano pennarelli ovunque, alcuni indelebili, come le sue paure. Andar via da casa aveva annullato la distanza tra la percezione della caduta a piedi uniti sul futuro, e l’evidente dolore dell’atterraggio, senza paracadute, sulla precarietà di tutto: il domani, la serenità, l’amore, la giustizia dei sogni.
Aver scelto però, di andar via, era piuttosto un bisogno perché dov’era nato era difficile amarsi, sul serio.
Era difficile anche capire le buone intenzioni delle malinconie sempre in agguato ad ogni risveglio, ad ogni poesia letta, ad ogni addio sospirato.
Era fatto così, bene, male, era fatto così. La pioggia gli parlava dei viaggi, dei capelli della sua amata al profumo di viola e vaniglia, dell’estate solitaria ad aspettare l’abbraccio del piumone ed il calore del camino con i libri e le mani fredde a sfogliar le pagine.
Era domenica. Era difficile star soli, subire come un supereroe inutile al mondo, il potere della kryptonite che allontana le speranze e crea pensieri neri come i corvi.
Guardò il telefono, la chiamò.
Le voci erano in attesa di risposte come se le domande fossero già state fatte, come se il tempo per loro non ci fosse e bisognasse invertarlo. Dovevano vedersi, uscir fuori a fare due passi, guardarsi e ascoltare le note di quel disco inverno, gelido dentro, a ricomporre i pezzi del bricolage del cuore, nella pancia, dei giorni senza le idee a guardarsi nei riflessi dei vetri, dei finestrini dei treni, delle auto ferme in coda, a fine giornata.
Nonostante tutto, era la stagione migliore per non vedersi illusi e stupirsi del sole, per dimenticare cos’era l’amore e vederlo poi tornare.

Ilaria Pastoressa

5. New Candys – Stars Reach The Abyss

Data di Uscita: 23/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Quando decidemmo in quale direzione andare, non era né troppo tardi né presto. Non c’era un tempo scandito da orologi a pendolo dall’inquietante rintocco, piuttosto il nostro stomaco aveva a lungo subìto la tensione della partenza, senza mai alzar il piede da terra e compiere un passo, quel passo.
Muoversi, per noi, aveva significato, fino ad allora, attendere.
Era solo un movimento del pensiero  speranzoso di cambiamento, nella paralisi totale della rivoluzione, interiore e non.
<Aspetto tempi migliori!>, dicevamo l’una all’altro; come in quel quadro di van Eyck, eravamo fermi nella tela e riflessi nello specchio  convesso  e guardavamo le nostre spalle, scese come i deboli, rassegnate, mentre le nuvole scorrevano così determinate ad ogni stagione e si dissolvevano, un po’ come i sogni di gioventù. E mi chiedevo:  C’è anche un’età per sognare?

Faceva rabbia, appunto, avere la fiamminga attenzione nel trovare l’opportunità di ferirsi, di auto commiserarsi per sbagli nemmeno compiuti, nemmeno tentati, anziché cadere durante la corsa al miglioramento. Eravamo delle tartarughe viola uscite dalla tela del tempo, nel limbo del mondo, della vita stessa, a chiedere perdono alle persone ferite dalla nostra stasi ma soprattutto a noi stessi, poveri miseri viventi con gli obiettivi sfocati e la mente pesantissima.
Nuotavamo in acque evaporate, con lacrime salate che rovinavano gli scatti della memoria e logoravano la pellicola delle emozioni. Ci baciavamo con la paura d’infettarci di paure e allora lasciavamo che gli sguardi fossero tutto e niente per non diventar miopi, ancora.

Un giorno, a caso, di quelli in cui ti svegli e non guardi certo l’oroscopo e magari non c’è nemmeno quel sole che t’abbaglia e non è nemmeno il tuo compleanno (che poi , cavolo ci trovate nel festeggiare anni che passano?), uno di quei giorni in cui ti svegli col piede sinistro, quello giusto, sì, decidemmo di partire, di visitare le città invisibili che avevamo  solo ammirato in vista aerea sugli atlanti.

It starts when you cross
It ends when you fall down
No matter how you call it
I have just found out …
… that black is how the light is
in the morning silence

L’ansia assuefacente di scoprire il senso di tutto ci aveva portato a fare testa o croce con le possibilità,
per ovviare all’inutilità della nostra puntalità nell’andare a cena con la noia; nemmeno a lume di candela, poi.
Nessuno poteva ascoltare il suono di tutti quei pensieri che sino ad allora avevano costruito palazzi sulle tangenziali per il nulla,ed erano  così assordanti e pesanti che stancavano anche la gravità; avevamo  solo bisogno di comunicare che c’eravamo e ci servivano ottimi amplificatori Marshall per questo; avresti cantato con noi, Mondo, ti avremmo regalato con codardia un po’ di dubbi ma li avresti accuditi per bene mentre sorseggiavamo vino rosso in bicchieri di vetro, finalmente. Forse, era addirittura cristallo.
Era più che altro un disilluso arrivederci senza nemmeno, paradossalmente, troppe lacrime, con tutto quello che aveva decorato la tela sino ad allora, compresi i legami. Questa volta, dovevamo soffermarci meno sui colori e più sulle forme, sul sentimento che aveva permesso che tutto avesse un equilibrio poi perso, per “una serie di spiacevoli eventi”. In realtà no, la vita è personale, ed è personale anche la scelta del dolore e di come viverlo, è personale la fuga e il ritorno e tante attese insieme non possono coesistere. Per cui ci sarà sempre qualcuno che fugge da qualcosa e qualcuno che aspetta che l’altro ritorni, e quel qualcuno magari è l’altra parte di sé, fuori dal quadro che è stanca del punto di vista dell’osservatore e vuole cambiar respiro, tagliarsi la testa pesante e ricominciare.

I’m sorry my friend
it’s my fault again
and please don’t pretend
that you understand

I’ve found out a grove
where I used to go
in a foreign land
where I used to stand

Ilaria Pastoressa

6. Ghemon – Qualcosa è cambiato

D.d.U. 25/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Arrivati a quel punto potevamo anche fermarci, salutare la vita, chiudere gli occhi, sfamare gli incubi.
Com’erano allegri i fantasmi.
Avevo i polmoni pieni di respiri assecondati, ossigeno sporco.
Poi ho deciso di guardarti ancora, di non lasciare andare le parole e di disegnare con le speranze grandi quadri. Ricominciare è un’operazione a cuore aperto in cui doni sangue, midollo, tempo, illusioni . Bisogna azzerare il contatore degli errori, dei sogni, delle ipotesi fatte durante i viaggi disorientati dalla nebbia. Ero finalmente disposto a zittire la mente, annullare la dicotomia spicciola che mi rendeva zoppo di certezze.
Mi sono svegliato con una luce fortissima che proveniva dall’altra parte del vetro, oltre il palazzo. I periodi bui potevano anche essere bellissimi, ma non distinguevo più i colori.
Il mio Tyler Durden è morto, i pensieri sono randagi ora, gli amici dispersi, gli occhi gonfi e rossi, ma so che non sarei mai se cosí non fossi.
Questa vita però, non è la mia, per andare al mare, devo mettermi in malattia.
Cerco un piano di lavoro perfetto
, ancora.
Qualcosa è cambiato, qualcosa cambierà.

Ilaria Pastoressa

7. HAVAH – settimana

D.d.U. 10/06/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Puoi ignorare quanto vuoi il ritmo delle sette albe e dei sette tramonti,  riusciranno sempre a dirti che giorno è, i calendari, e non potrai scappare dai numeri in nero o in rosso.
La roulette della vita gioca a tenerti in affanno con vincite sperate e mai decretate.
Suona la sveglia:
motivazioni da darsi, stupori improvvisati e l’attesa folle.
In stanze si consumano sguardi per pareti silenziose;
guaina mielinica corrosa, pensieri distorti.
Ripetere gli stessi errori come una formula giusta.
Nucleari esplosioni nella testa di assordanti silenzi proclamati dalla distruzione del tutto per cosmici viaggi.
Non sei diverso, non lo sei (ancora) abbastanza.
Preferiamo annoiarci e fermarci qui. Oggi.
Che giorno è?

Ilaria Pastoressa

8. Fine Before You Came – Ormai

Data di Uscita: 22/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

M A G O N E
di Annachiara Casimo

La prima volta che l’ho visto, Alessandro aveva un berretto di lana blu calato fin quasi sugli occhi. Era seduto su uno scalino nell’androne di casa e parlava con un disco, rigirandoselo fra le mani: “Quant’era che t’aspettavo, quant’era, cazzo!”. Stetti ad osservarlo per una mezz’oretta dall’alto della rampa di scale, senza fare il minimo rumore, per non interrompere quel dialogo in cui c’era qualcosa che non coglievo, che mi sfuggiva.
Non avevo mai visto Alessandro prima di allora.
Non avevo mai visto nemmeno un disco in vinile, prima di allora.

Ai tempi avevo pochi amici, passavo interi pomeriggi nascosto fra un piano e l’altro del condominio in cui abitavo. Mi piaceva intuire le vite familiari altrui, captandone frasi al di là del muro e lasciandole libere di prender vita nei meandri dell’immaginazione.
Così, la ragazzetta castana del quarto piano era sicuramente affetta da una rarissima malattia che l’obbligava ad assumere farmaci ad ogni ora del giorno e della notte, per questo la sua sveglia suonava in continuazione svegliando il barboncino isterico della vedova Rubini. Alla base del matrimonio dei Palombi, poi, c’era di sicuro qualcosa di losco: quei due si tolleravano a malapena, non uscivano mai di casa insieme e spesso erano concerti di stoviglie rotte. Chi fosse quello ricco dei due, non l’ho mai capito, certo non si può dire che uno dei due brillasse in bellezza.
Da quando c’era Alessandro, comunque, era tutto più difficile. Ascoltava tutto il giorno musica a volume esagerato impedendomi di captare i movimenti del microcosmo condominiale e, quelle rare volte che inaspettatamente s’alzava un religioso silenzio, era lui ad aggirarsi per le trombe di scale con una faccia cupa.
Ne avevo timore. Anzi, lo odiavo.
Sì, se ora fossi qui, te lo direi quanto t’odiavo, tu e quella musica di merda.
Io all’epoca avevo a malapena un lettore cd con delle cuffiette mal funzionanti. E solo vecchi album di papà che mi piacevano ma non riuscivo più ad ascoltare senza provare un leggero senso di nausea. Non capivo a cosa diavolo gli servisse quella maledetta musica assordante, proprio non lo capivo. Capivo solo che m’aveva stordito l’immaginazione con quelle casse potenti.

Poi una mattina – era settembre – mia madre ebbe la geniale idea di accordarsi con la dirimpettaia, la mamma di Alessandro per l’appunto, perché restassi a pranzo da loro mentre lei era a lavoro. Fu il pasto più imbarazzante della mia vita: i rapporti sociali e le domande di circostanza mi hanno sempre messo un’ansia non indifferente. Appena dopo il dolce, Alessandro corse via in camera e la mamma pensò di fare cosa gradita invitandomi a seguirlo. In realtà, nessuno dei due aveva voglia di socializzare così mi limitai a stare in piedi sulla soglia della sua stanza senza parlare. Mi guardai attorno, gli scaffali erano pieni di dischi e libri di ogni colore e dimensione. Accanto al letto, in equilibrio precario su un mobiletto laccato di nero, c’era lo stereo con le casse (ben più piccole di come me l’ero immaginate, in realtà).

Non so chi dei due ruppe per primo le barriere della diffidenza ma da quel giorno io e Alessandro passammo sempre più tempo assieme. Sapeva come stupirmi: anche quando pensavo d’aver ormai ascoltato ogni suo disco, ne tirava fuori uno nuovo da qualche angolo della camera, lo piazzava sul piatto, si stendeva sul letto accanto a me e chiudeva gli occhi.
Il suo preferito era quello lì con cui dialogava la prima volta che l’avevo visto. In copertina aveva un enorme scarabocchio blu e si chiamava Ormai. Riusciva a inventare storie diverse per ogni canzone ogni volta che l’ascoltavamo. L’inquilina del quarto piano e la vedova Rubini lasciarono così il posto a chioschi sulla spiaggia infestati di pipistrelli e viaggi a Dublino che un giorno avremmo fatto per capire se faceva davvero cacare.

A settembre dell’anno successivo Alessandro si trasferì. Lo sapeva da giorni ma non me l’aveva detto, odiava le smancerie e gli addii. Mi lasciò una scatola dietro la porta di casa, dentro c’erano alcuni fra i dischi che più avevamo consumato; sul fondo della scatola, quello con lo scarabocchio blu.

9. Nient’altro che macerie – Circostanze

D.d.U. 03/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Le nostre vite sedimentarie, i nostri sogni alluvionali, alluvionati. Le lacrime che ci sommergono e le macerie ovunque. Siamo comunque trionfanti , sconosciuti e poveri di punti esclamativi.
Quante domande ancora dovremo porci per riconoscerci, allora?
Tu, chi sei?
Ci siamo schiantati più volte contro il muro dei limiti e delle limitazioni, abbiamo infranto leggi
che gli stessi firmatari non riconoscono, ci siamo amati nel silenzio e al buio per non apprezzare la disarmante bellezza.
Dovrebbe essere tutto fantastico, invece.
Di illusioni ne siam pieni, come sono piene le tasche di pochi spiccioli e qualche scontrino dei sogni comprati al discount.
Abbiamo un vizio: fumarci la vita e lasciarne consumare il mozzicone al vento.
Respira. Ci crediamo fragili, e lo siamo.

Ilaria Pastoressa

10. Burial – Kindred

D.d.U. 12/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Tutti i colori, schiariti e scuriti. Tutte le variazioni, seducenti e sferzanti. Tutte le sensazioni, pericolose e ammalianti. Propulsivo e scuro, le luci al neon agli angoli delle strade, e i muri sporchi di Londra dove ti incollo per baciarti. Una città per legittimare a pieno anche per un po’. Il pensiero che si fa fisicità.
Dubstep e dancefloor umidi e maleodoranti per accogliere ogni gesto spezzato e tutti i saliscendi dello stomaco, i bassi nella pancia.
Aperture di luce tra il sudore. L’ossessione di fondo sparsa tra battiti techno che si schiudono. “ I want you. I used to belong to you.
Altro mondo certamente e consiglierei di entrare, magari con una preparazione mentale e fisica dietro. Un training camp serio, ma manco tanto.

Alessandro Ferri

5 Responses to “Top Ten 2012 – Ilaria Pastoressa”

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  3. longchamp pliable…

    ovmvug…

  4. supra pas cher scrive:

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    La plupart des fichiers dans le thème WordPress Jai fin en. Php. Je voudrais être capable de faire les modifications de texte à lécran dans le thème WordPress, aussi, comment voulez-vous ajouter des pages, etc?….

  5. supra france scrive:

    supra france…

    Comment puis-je ajouter un compteur de visites sur mon blog Blogger? Des instructions détaillées seraient appréciés. Jai cherché sur google comptoir et je peux obtenir ce code html mais je ne sais pas quoi faire avec elle. Merci!….

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