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Top Ten 2012 – Filippo Righetto

1. Pepe Deluxé – Queen of the Wave

Data di Uscita: 14/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Clochard.

Più che una figura sociale sono uno stato mentale, ho sempre pensato. Brulicanti come mosche, consapevoli ed indifferenti del disagio quasi fisico che provocano, continuano la loro vita che mi è sempre parsa senza scopo.
Qui sotto ce ne sono a centinaia, a migliaia.
Fare una stima accurata è difficile dato che l’unica fonte di luce sono poche candele sparse qua e là in maniera asimmetrica, ed il riflesso causato dalle mele dorate che pendono da un enorme albero al centro della caverna, su una collinetta formata da carabattole, ninnoli e rottami che cresce sotto i miei occhi, alimentata da centinaia di migliaia di tasche che vengono svuotate.
Lo chiamano il Giardino delle Esperidi.
Non so dire come mi sia ritrovato qui… magari ammirando un dipinto sono entrato in un sogno scomparso, oppure toccando un fregio di una colonna mi si è aperto sotto i piedi un canale per il centro della Terra.
Forse è bastata quella moneta donata senza essere richiesta, appoggiata sul tetto di cartone di un uomo senza volto.
In questo spazio infinito, ogni cosa è fonte di rumore.
Sagomato nella roccia spunta un organo nato con il Mondo, ogni tasto collegato con una gigantesca stalattite, a formare il litofono più geniale ed incantevole mai pensato.
Sopra un’antica carrozza nobiliare incastrata tra le rocce di un laghetto sotterraneo, un conte decaduto aggredisce con le dita abbellite da anelli senza pietre una chitarra elettrica senza corde, ad ogni fatica del suo braccio corrisponde una scarica energetica proveniente da due enormi bobine di Tesla poste alle sue spalle.
Questi suoni vengono avvolti dal respiro di un numero indefinito di bicchieri di plastica con all’interno delle monete, di forchette battute fra loro, di sciarpe bagnate nell’acqua, il tutto a condurre alla vera meraviglia tra le migliaia di corridori usciti della prima Arca.

Lei si chiama Erizia, quattordicesima Queen of the Wave. Capelli mossi e ribelli, castani con riflessi bordeaux imprigionati in una coda che lascia intravedere il candore delle spalle. Avvolta da scialli e foulard, cammina scalza sulla collinetta ed ognuno si inginocchia al suo passaggio. Ha un seno robusto, una catenina passa da un anello sulla narice sinistra fino all’acquamarina sul suo ombelico. Canta con voce profonda ed ammaliante della profezia di Oceanus, il gigantesco fiume che circonda il Mondo. Quando la canzone all’interno del Giardino delle Esperidi sarà perfetta, le acque si alzeranno di nuovo per riversarsi con fragore là dove le disparità sono più ingiuste, cosicchè quando si ritireranno tutte le proprietà saranno confuse, indistinte, e l’equilibrio tra chi ha e chi non ha sarà finalmente ristabilito.

Mi sono risvegliato seduto sulla strada, la schiena appoggiata ad un muro.
Il cielo, nuvoloso, mi faceva pensare ad Erizia. Entrambi, firmamento e sacerdote, racchiudevano una bellezza acuita dal fatto che, all’improvviso, poteva essere nascosta agli occhi degli uomini.
Non ricordavo di avere dei vestiti così sporchi, né delle scarpe così malmesse. Ispezionando le tasche con dei guanti bucati ho trovato un foglietto spiegazzato con su scritto “qualcosa che suoni come un flauto”.
Dopo un attimo di sbigottimento, tutto mi tornò in mente.
Mi alzai sorridendo, e fischiettando mi diressi al prossimo cestino.

Filippo Righetto

2. John Talabot – ƒIN

Data di Uscita: 06/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

“Viene chiamato persistenza della visione… è l’unico modo per tenere gli occhi sempre aperti”.

Ricorderò per sempre questa frase pronunciata nella stanza 4.03 del museo del Prado, all’alba del mio settimo anno di età. Nonno Pierre passava giornate intere ad accarezzare con lo sguardo quei dipinti disconosciuti, firmati da una mano ignota. Troppo timidi gli autori, troppo umili, per pensare di aver creato qualcosa degno di essere visto, di essere condiviso. Le loro opere venivano disposte con noncuranza in una delle ultime sale del museo, senza teche o luci speciali per preservarli. Nessun custode si accorgeva di lui e della sua piccola sedia pieghevole, perchè quei dipinti affiancati da una targhetta con su scritto “Artista Sconosciuto” altro non erano che figli di un abbandono. Quel giorno indossava degli occhiali scuri come l’ho visto sempre fare, un debole tentativo di preservare una vista che giorno dopo giorno lo rendeva sempre più lontano dalla realtà.
Una moglie dispettosa”, commentava sorridendo.
Mi venne a prendere sotto casa nel tardo pomeriggio, tenendomi con la sua mano calda fino all’ingresso di Parque del Retiro. Quando il suo passo diventò più incerto ed il suo sorriso tremolante presi il suo posto, precedendolo. All’ingresso del museo riuscì a malapena a riconoscere i gradini, con solo le abitudini di mezzo secolo a sorreggerlo, ma una volta raggiunta la stanza il suo volto si illuminò.
Conoscevo il quadro che aveva scelto anche se non l’avevo mai visto, me ne aveva parlato talmente tante volte che era come se l’avessi dipinto io stesso.
Era così semplice, bianco e nero… un flusso di pensieri interrotti, storia di una civiltà perduta, affogata tra orrori e rinascita.
Nonno Pierre si sedette sul pavimento a gambe incrociate, le mani sulle ginocchia con le braccia a formare un angolo retto. Si tolse con calma gli occhiali scuri per fissare il suo sguardo sul dipinto, il che mi consentì di ammirare la bellezza di quegli occhi marroni dalle venature dorate un istante prima che perdessero per sempre la loro luce.
Più avanti nel tempo le convinzioni del nonno, anche dopo la sua morte, vennero viste con sospetto e con la tipica accondiscendenza che si riserva alle persone anziane. Sosteneva di essere riuscito a fissare quell’ultima istantanea nel suo immaginario, in maniera indelebile.
Si era scelto uno scenario visivo da poter sfogliare giorno dopo giorno, imperturbabile a quello che i suoi occhi oramai bianchi catturavano.
Era diventato, per me, il simbolo dell’uomo artefice del proprio destino, e molte altre cose.
Gli ho sempre creduto, ed è per questo che sono ritornato in questa stanza, stasera.
Mi hai insegnato tutto quello per cui ho vissuto. L’importanza dei momenti contro lo scorrere del tempo. A credere nelle persone che non modificano il loro spirito nonostante migrazioni e disabitudini.
E mentre la corona di oro e sangue colerà liquida sopra la mia testa, il mio ultimo sorriso sarà rivolto all’uomo che mi ha insegnato a sconfiggere la nostalgia, “rifugio dei cuori deboli, delle menti incapaci di proseguire, armageddon della parola più bella mai pronunciata: speranza”.

Filippo Righetto

3. Kendrick Lamar – good kid, m.A.A.d city

Data di Uscita: 22/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Sono cresciuto in una città sposata con Ms. Liquor, nella quale un ragazzo poteva percorrere solo due strade: morire indossando la divisa della legge o il colore di qualche gang.
Mio nonno rientrava nella prima categoria, ma in famiglia nessuno era fiero di lui. Quando morì lo misero nella bara con il suo golden flask. “Ha fatto più danni con quello che c’è lì dentro che con la sua pistola”. Ero piccolo e quella fiaschetta aveva il suo stesso odore, un’aroma acre, pungente, stargli troppo vicino era impossibile. Quando mi sollevava io mi ribellavo, allora leggevo negli occhi di mia madre tutta la tristezza per un bambino che non si vuole sedere sulle ginocchia di suo nonno. Per lo stesso motivo mia nonna aveva smesso di fumare, lui no. Forse è per questo che alla veglia funebre a casa di mia zia era lei quella in piedi a piangere un liquido molto più amaro di quello che aveva ucciso suo marito. Lo ripeto, ero piccolo, e l’innocenza a volte può fare più danni della malizia. Presi la fiaschetta e corsi da mia madre. Era seduta al tavolo in cucina, una figura misera, ma di umile dignità. Le dissi: “Mamma, il nonno è qui dentro!”. Mia madre non mi aveva mai picchiato fino ad allora, ma in quel momento non c’erano parole per commentare la situazione. Ricordo il dolore e il calore alle guance, e mia zia che la tratteneva mentre entrambe singhiozzavano.
Nonostante tutto, la mia adolescenza fu costellata da episodi di reati minori e, ovviamente, dalla bottiglia, booze. Ero la dimostrazione che non si impara dai propri errori, che l’espiazione è per pochi e che per gli altri rimane solo la solitudine di un’esistenza inconsapevole. Ero vittima della peer pressure, quell’aria di conformismo alle regole della strada che annulla le identità ed annebbia le coscienze. Ho passato quegli anni all’interno di una stanza buia in compagnia di una tazza, senza un amico vero, con molti sogni irrealizzati, ma senza la disperazione necessaria per realizzarli.
La forza la trovai sul letto dove era distesa mia madre.
Capii tutto, senza che lei dovesse parlare.
Gli sbagli e le promesse.

Me lo hai detto con gli occhi in una sera qualunque di ottobre.
Canta di me, del mio passato.

Filippo Righetto

4. Trust – TRST

Data di Uscita: 28/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Le persone razionali ponderano parole e gesti, dosano entusiasmi e non si lasciano fregare dai colpi di fulmine. Anche con la musica, le persone razionali necessitano di più ascolti prima di sbilanciarsi in giudizi, esprimono pareri ragionati e non esplodono in isterie incontenibili.
Una volta ero una persona razionale, poi ho imparato a farmi travolgere.

Tempo fa mi presentasti Maya e Robert in quel lurido locale dalle pareti nere scrostate, non abbiamo fatto altro che bere come le spugne, ammiccarci dietro gli occhiali neri e sfiorarci l’un l’altro sotto il tavolo, noncuranti di chi fossero le gambe che stavamo accarezzando – andava bene tutto. L’età della ragione aveva voltato i suoi tacchi già da un pezzo, qui si trattava di vivere all’istante, di vivere al massimo. I nostri visi puliti, a tratti acerbi, trasudavano un’ingenuità incontenibile, eppure avevamo le idee chiare su tutto. Si trascinavano lentamente discussioni nostalgiche, come fossimo gente vissuta che ha già imparato tutto dalla vita; discorsi trascendenti sulla trinità e considerazioni toccanti su storie d’amore finite male,  una cupa sensualità muoveva le nostre bocche e i nostri gesti. Poi loro se ne andarono lasciando me e te in uno stato di ipnosi indecente. Avevamo perso la testa.

Quando tornarono nella nostra città mi chiamasti nel pieno della notte, eri fuori di te. Anch’io poi non riuscii più a riprendere sonno. Venimmo a sapere che erano di passaggio; ci vedemmo in un albergo squallido di periferia, a loro piaceva da impazzire, giusto il tempo di alcune birre rannicchiati sui materassi, i posacenere saturi di cicche a terra e un gatto che ci solleticava i piedi nudi con la coda. Ci lasciarono il loro nuovo disco, pochi convenevoli e un titolo immediato, troncato nelle vocali: TRST  (è anche il nome di Trieste in sloveno, ho pensato io).
Ero totalmente priva di difese, uno sguardo rotto e disperato mi fissava dalla copertina, un uomo goffamente alla ricerca di tratti femminili mediante un make-up eccessivo e una parrucca corvina, un ibrido o un essere ambiguo – secondo il dire comune. In realtà ho sempre pensato che l’ambiguità risiede molto di più nelle persone che si ostinano a dare un’immagine candida di sé, nascondendo il torbido dietro facciate rassicuranti; qui è tutto alla luce del sole, non c’è niente da occultare, l’onestà è prerogativa. Supplicava fiducia quest’uomo, dietro di lui un tendone di un celeste pallido, da spalancare. Do you TR(u)ST me? Yes, I do.
Avevo solo voglia di tornare a casa da sola, o inconsciamente non volevo intralci per dirottare la notte verso l’ignoto; c’era da aprire un sipario ed aspettare l’impatto, una di quelle situazioni invitanti in cui si sa di assaggiare il proibito da un momento all’altro. Quello che seguì fu un connubio di velocità massima e movimenti ipnotici in un dancefloor ignoto, synth a valanga a frantumarmi in pezzi infiniti, ritmiche ossessive e tanto ballabili da far crollare qualsiasi impaccio. E un intreccio di due voci complementari: quella di Robert, tetra e profonda – quasi proveniente da un universo alieno, e quella di Maya, suadente e languida. Sfacciatamente accattivanti, la timidezza si fondeva con la determinazione in maniera esemplare.
We believe in nothing.
Sfrecciavo così in auto, buio e coni di luce bianca in successione, buio e coni di luce bianca alla velocità della luce; una corsa lanciata all’estremo, poi solo buio. D’improvviso scorsi un parcheggio, decisi di fermarmi; rapita da chissà quale campo magnetico finii per scendere dei gradini seminascosti, mi arrivò l’onda d’urto di un club per anime nostalgiche in pantaloni fascianti. In fondo ero una di loro, tuttavia una somma di nostalgie decadenti ed elettriche non ricreano mai vere empatie, erano lì a scuotersi su echi industrial potentissimi che fracassavano timpani e stomaco, e cercavano nuovi contatti fisici.
Wait for my calling.
Wait for my life.
Wait for my lover.

Sguardi conturbanti in salsa dark wave. Please hold me tight.
L’attitudine era sfrontata e irriverente, ma il cuore fragile e appeso a un filo; mi trovai avvinghiata ad uno sconosciuto, una malinconia sconfinata musicava con delicatezza e ritmiche minimali un amore concluso. Ci inumidimmo a vicenda il collo di lacrime.
The streak survives in the night.
Lo persi di vista subito dopo, non me ne importava granché; dormii in auto. Al mattino il mio viso salato parlava di un viaggio sconvolgente senza ritorno.

Federica Giaccani

5. Swans – The Seer

Data di Uscita: 28/08/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Lamentazioni e apostasia

È finita la gioia del nostro cuore,
si è mutata in lutto la nostra danza.
(Lamentazioni 5,15)

Dio! Hai lodato la mia sobrietà d’animo. Hai posto sulla mie labbra la tua parola. Le mie labbra sono ora secche e increspate. Dove sei adesso? Fatti vivo, fatti carne animale. Ti immagino come un lupo solitario e orgoglioso delle sue ferite. Non nasconderti oltre.
Il tuo regno è stato schiacciato, la tua gente ora muore di sete. Chi si saziava col tocco dei tuoi raggi, si umilia oggi nel fango. Chi vendeva a peso d’oro il suo pane, si nutre oggi di polvere. I nostri occhi si scioglieranno, e affideremo l’acqua alle nostre figlie che si specchieranno e si prostreranno in tua assenza.
La tua mente è nel mio occhio. La mia mente è nella tua mano. Perché ci vuoi abbandonare per sempre? Alzo gli occhi al cielo, il mio sguardo è rivolto alle nuvole. Esse volteggiano cupe nell’aria minacciosa. Sono un messaggio? Oppure sei lì, nascosto dietro la vetta di quella montagna spoglia e dall’aspetto austero. Stentoreo arriva il tuo grido, nel gemito terrificante di un gatto selvatico.

Ci hai ingannati, o Signore! Il nostro strazio non può durare così a lungo. Chi potrebbe ridarmi la vita è lontano, chi può consolare i bambini abbandonati è stato sconfitto dai nemici. E allora ti ripudio, Signore! Esci dalla mia mente, vai fuori e lasciaci con le nostre miserevoli pene! Sento la libidine percorrere i miei arti e la tua assenza mi fa gridare a pieni polmoni: «siamo liberi!» Liberi dall’odio e dall’amore, ma potenti e fieri come buoi sciolti dal loro giogo, come schiavi fuggiti dalla mano del padrone. Siamo liberi come la morte. E benedetti dalla morte inseguiremo i tuoi sudditi e li tormenteremo. Siamo liberi come la morte. Siamo potenti come la morte.

Ge ge ge ladder to god
Get fucked
Get fucked
We’re on a ladder to god
We’re on a ladder to god

We are blessed
We are blessed
Fuck
Bliss
Fuck
Bliss

Andrea Russo

6. Josephine Foster – Blood Rushing

Data di Uscita: 17/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Oh anima mia, fa’ che io sia in te adesso
Guarda attraverso i miei occhi, guarda le cose che hai creato
Tutto risplende

Per anni è stata sufficiente l’illusione, promossa come più facile delle imbeccate da quella figura così austera. Gonna a strascico, scialli e camicette nere, lunghi capelli di corvo raccolti in uno chignon.
E lo sguardo dall’inconfondibile ombra triste, sempre enigmatico nella sua gravità.
Ovunque la riconoscevi come il fantasma di Emily Dickinson, persa in un passato astratto ed impossibile.
I frammenti malinconici della sua antologia folk claustrale, compilata con ascetico riguardo sulle liriche della poetessa di Ahmerst, non potevano che rappresentare il fondo di questo esorcismo, quasi una liberazione. Nelle altre riletture quel senso di possessione mancava. Niente abbaglio mesmerico dentro le canzoni, anche se coraggio e finezza antiaccademica sono sempre stati insopprimibili prerogative per la sua sensibilità di artista. Così i lieder della tradizione romantica tedesca trasfigurati in ‘A Wolf in Sheep’s Clothing’ dai fuochi bianchi e acidi delle chitarre elettriche, così il canzoniere popolare di Garcia Lorca tonificato in ‘Anda Jaleo’ dal cristallo del charango e da una vivida asprezza gitana esercitata a tutto campo.
Esaurito lo slancio di questa sua parentesi devozionale, Josephine Foster torna a vestire i panni della strega campestre degli esordi, quando lo standard appalachiano delle sue composizioni per ukulele era traviato dalla vitalità selvatica di un’affilata ma irrequieta vena psichedelica. Soltanto una sfaccettatura tra le altre per quella voce incredibile, un soprano salmodiante forgiato in ambito lirico e sorpreso nell’imbarazzo tra inclinazioni lugubri e ridenti arabeschi, smussatura palese dei tanti anni spesi a perfezionarsi tra funerali e sposalizi.
Appena pubblicata la seconda raccolta iberica, Josephine ha abbandonato il suo rifugio andaluso per tornare in patria e registrare il nuovo ‘Blood Rushing’, disco che rilascia uno sfacciato aroma di States sin dall’inequivocabile allegoria della copertina, personale rivisitazione pittorica della propria bandiera nazionale. Il sottile filo rosso che lega campi e firmamento è lo scorrere impetuoso di un sangue – o di un vino, stando all’incalzante ritornello di ‘O Stars’ – che è l’essenza stessa della natura orgogliosa ed indomabile. Il Rio Colorado dei remoti esploratori spagnoli si tuffa dal Grande Carro a battezzare una nazione e ad ancorarla a quanto ha di più sacro. Non soltanto il sole, oggetto di una benedizione sincera in una luminosa mattina d’inverno. Non solo il vento, che sferza indifferente le mille torri di Chicago. Non solo gli affacci vertiginosi sulle Rocky Mountains, o le colture vezzeggiate nella febbre di un canto propiziatorio. Tutto il quadro insieme, l’intero patrimonio. Anche la pancia gassosa della terra, anche la limpidezza feconda dell’acqua, lo scintillio benevolo delle stelle.
Blushing è il doppio in scena e la guida, colei che arrossisce, che presta occhi e cuore sul sentiero. E’ suo il diario che sfogliamo, miniature tonali e annotazioni di un misticismo astrale. Un compendio bucolico che ricorda la spensierata Arcadia di Vashti Bunyan, ma con ambientazioni e corredo simbolico profondamente americani. Un sigillo evidente nella piega populista di certe ballate, alt-country che non disdegna rigogli gospel e riscatta la maggiore prevedibilità della scrittura con tutta la classe ed il polso della cantante, oltre magari ai pregevoli orpelli flessuosi della sua chitarra. Al solito il picking nudo si apre ad un florilegio di digressioni. Stilizza fino all’osso ma non rinuncia ad aggraziare l’ordito con suggestioni arcane quanto inattese, rendendo movimentato e a tratti perfino eccentrico un album, per altri versi, dalla perentoria impronta classicista. Semplice e semplicemente arrangiata ma del tutto accattivante, la cavalcata di ‘Sacred Is the Star’ è il manifesto emblematico di questo inedito approccio easy listening: folk melodioso e zampettante, refrain killer in una dotazione di pelli e mandolini, carta di libera cittadinanza per le orecchie di ogni ascoltatore. Anche rallentando i giri e curando più a fondo la foggia dei ricami, la scrittura si conferma penetrante e disinvolta.
Naturale e suadente Josephine, eppure impervia. Sfuggente quando al momento del congedo sceglie di far bisticciare country-blues e psych-folk e va a bersaglio per franchezza innata.
Blood Rushing’ è la sua improvvisa colica pop.
Svolazzante. Ambigua.
Nervosa, eterea, lussureggiante.
Fragile come le Electrelane auliche e commoventi dell’addio. Pure pietrosa. Eruttiva ed arrembante nel suo vestitino avant-folk, a briglie sciolte in poche sfuriate elettriche come riusciva ai Gorky’s Zygotic Mynci in piena sbornia da crapule rock. Oppure esile e silvana in quella mise da maliarda à la Joanna Newsom, che dai tempi della New Weird America le è sempre calzata a meraviglia.
La Foster di oggi è un quarzo opalescente. Una maestra di incantesimi, di fascinazioni raminghe. La sirena che intesse delicate ninnananne per un mondo spogliato di ogni armonia. E proprio come Emily nella sua stanza, continuerà ad irretirci nella perfezione silenziosa della nostra solitudine.

Stefano Ferreri

7. Silent Servant – Negative Fascination

Data di Uscita: 10/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Temptation, Desire


C’è un momento adatto ad ogni cosa. Un’apparizione invisibile riflessa su ciascuna superficie. Una canzone per ogni peccato.

Anonimo

La città è iniziata a cambiare quando hanno deciso di spegnere le luci.
Senza quell’impersonale e sottile mantello dato dalle lampade al sodio a bassa pressione, le strade furono illuminate solo dalle nostre scelte. Fu come se, paradossalmente, l’assenza di luce mettesse in risalto i contrasti e le zone d’ombra della nostra personalità.
Cominciasti a vedere altre cose, altri colori, altre storie.
Il rosso neon, simbolo dell’ignoto e del coraggio delle proprie convinzioni, demarcava i luoghi accettati dai più.
Il verde anestetico che trapelava da finestre sporche, a segnalare corridoi corrotti e viziati. Chi li infestava non era visibile dall’esterno, ma cionondimeno esisteva, perchè basta solo che una parola sia pronunciata per renderla reale.
I lampioni e le altre luci artificiali tracciavano un percorso urbano attraverso i quartieri metropolitani e, finchè non ti domandavi cosa fosse il buio o cosa fosse successo alla vita nelle zone ora sommerse dall’ombra, ti sentivi protetto. Ma i ricordi sono un’arma feroce, destabilizzano il tuo quieto vivere, e ci volle poco tempo per ritrovare l’immagine mentale di quella costruzione color rame dalle pareti frastagliate, chiusa da un pesante portone dal quale, ne sei convinto, era più difficile uscire che entrare.
Ti blocchi all’incrocio e le tue pupille si dilatano dal terrore, perchè quella struttura aliena era maligna, annullava chiunque si interessasse ad essa, e ti fa cadere vittima della confusione perchè i suoi corridoi riflettevano il verde pallido mentre le pareti si coloravano di rosso, offuscando tutto quello che prima per te era netto e definito. La consapevolezza aggrava il tuo panico immateriale quando realizzi che le strade lì sotto erano illuminate, che la traiettoria scelta passava proprio lì, ai piedi di qualcosa che non dovrebbe essere permesso.
Chiudi gli occhi sperando che, quando li riaprirai, sarà giorno.
Dietro, davanti, alla tua destra, la luce dei lampioni. Alla tua sinistra, il buio.
Tentazione e desiderio, d’innanzi alle zone d’ombra. Pensi di essere spinto dalla tua curiosità innocente, ma i tuoi passi sono guidati dall’insicurezza di un’esistenza evanescente, dall’insoddisfazione verso una vita alla quale non hai mai smesso di chiedere.
Tiri fuori il coltello a serramanico, punti la lama contro di te ed avanzi, dopo aver concepito il pensiero che l’oscurità è un attrattore strano, e lì dentro i discorsi su prospettiva e dimensione non collimano.

Filippo Righetto

8. Flying Lotus – Until the Quiet Comes

Data di Uscita: 02/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

UNTIL THE QUIET COMES

Cado nel tunnel delle essenze sonore e respiro luce, m’immergo nel blu violaceo delle pareti del cosmo e uccelli meccanici cinguettano melodie elettroniche… è tutto così magnifico ed intenso.
Tra gli alberi stellari il canto di una sirena: una donna magnifica con piume d’argento si cela tra i rami della foresta di silicio, intanto dall’altra parte del buco nero, nel teatro della galassia si apre uno spettacolo di burlesque, e le immagini viaggiano ancora in bianco e nero.

Cromatismi. Aberrazioni. Glitch.

Strati su strati, coperte di suono, polvere grossa e brillante, bottiglie d’assenzio…
Brillanti multisfaccettati scintillano al buio, una mano li accarezza lieve…

Il vento echeggia nel deserto: i barbari arrivano con le loro tute gialle e portano doni da un trip hop impregnato di chillwave e dmt: occhi di pitoni, peli di zanzare, pelli esotiche con squame di suoni prismatici, immagini altissime e forme lunghissime.

Il tempo. Il selvaggio. Il nero.

Il respiro profondo di una ragazza e poi… c’è una tribù che danza nella bruma, e lo sciamano spreme diamanti con le mani: stringendo sempre più forte li riduce in polvere.
Le sue mani sono enormi e sanguinano rumore rosa…

Il Tempo assiste con estrema devozione al rito ma è nervoso: spalle tese, nervi tesi, occhi lesi: è in trance. Voci ammalianti e spigolosi spazi sonori si creano intorno a Lui che pensa al ritmo: parole leggere e parole affaticate, suoni disconnessi e melodia.

Che fastidio irriverente…

L’uomo nero ha tre clessidre: una bianca, una rossa, una nera: quella bianca dà il tempo ai sogni, quella nera toglie o aggiunge ore al sonno, quella rossa accelera o rallenta i battiti del cuore…
L’alchimia delle onde, l’energia dei bassi, tutto nel minestrone dello sciamano urbano: una soluzione salina, dove si sciolgono cristalli di vetro cosmico.

Il viaggio. La mente. La giungla.

E poi… la luce in fondo al tunnel e mi ritrovo sopra una roccia nell’oceano a levitare tra pietra e aria, spazio e forma: sento la magia, ammiro il vuoto, aspetto la quiete…

Voglio la pace nel mondo.

I never want to come back…

Marco Caprani

9. Wild Nothing – Nocturne

Data di Uscita: 27/08/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Alzarsi prestissimo la mattina e vedere le prime nebbioline della giornata stagliarsi sulla pianura. Meglio stare nel letto fino a tardi per recuperare dai precedenti bagordi. Ma quali bagordi, qui non c’è granché da fare e si invecchia rapidamente. Prendere la chitarra in mano ed evadere nelle proprie camerette con i poster scuri attaccati alle pareti, sognare dolcemente tra i suoni spesso non troppo chiari. Poi magari al college si può mettere su una piccola band e sperare di raggranellare qualche dollaro in giro per i piccoli pub, tra una birra e un buon amaro. Le persone che mostrano interesse dopo ogni live e la crescente popolarità nel college, le sensazioni restano quelle: l’evasione che confluisce nella riflessione a volte pacata e a volte meno. Un ritorno a tempi passati, in decenni richiamati con estrema raffinatezza, quasi come se si fosse nati in un periodo sbagliato. La formula magica del synth sognante, li chiamano spesso revival in senso spregiativo. A rievocare certi fantasmi si rischia di finire uccisi dagli stessi, ci vuole un talento pazzesco per restare in vita.
Nelle proprie camere si può crescere benissimo così spensierati a giocare con la malinconia, la semplicità dei sentimenti e la fragilità degli stessi. Esportare l’intimità fuori dai confini della propria mente può diluire e far perdere la propria carica emotiva? Sembra normale un decadimento totale dell’intimità se fatta esplodere fuori. Certi casi mostrano il contrario, ai limiti del ragionamento razionale e a volte oltre.
E allora si può passare dal college a studi di registrazione ancora dozzinali ma dotati di funzioni base per registrare le proprie sensazioni antiche senza dispersioni varie; con i genitori magari a spingere per ripagare ancora più in fretta i debiti accumulati per lo studio del figlio. Senza l’idolatria del porsi al centro della scena si possono colpire le persone e il pubblico ed esplodere con la propria intimità facendola arrivare all’esterno. Fantasmi di nebbia che ballano al suono di tastiere riesumate chissà dove.
E se il successo diventa più grande bisognerà uscire dalla cameretta e girare il mondo, alla fine era quello il vero sogno, in giro con gli spettri a suonare ad occhi chiusi dappertutto. Sospesi tra fumi vari, esposizione al successo e mistura di trita e ritrita critica dappertutto. Il boom stropicciato che tanto piace alle folle chiamate independent.
E dopo la sbornia si resta semplici ragazzi, dopo la Rivelazione si cerca di non perdere l’intimità violata e ci si rimette in moto come sempre partendo dai propri spazi personali della Virginia.
Il riverbero diventa più pulito, le colorazioni sono sempre quelle, rimangono. L’impatto del tempo passato reso più delineato, costantemente vitale come una cartolina ricevuta e messa a riposare sul proprio cuore in una notte fredda. Potenzialmente contrastante con il tanto piacevole ostentare che fa godere e rizzare i peli ai critici, l’elaborazione non ostentata nasce da qui. La capacità di rimanere aderenti pur cambiando qualcosa. La forza del nascere insieme a certi spiriti del passato. E quella grandissima cura delle imperfezioni, che tanto piace in generale alla Cultura postmoderna rimasta ancorata alla malcelata diversità, si tramuta in cura del proprio spazio e basta. Si tornerà a viaggiare portando la nuova intimità in bella vista, con un carico di sensazioni da spargere al suolo. Disegnando le proprie vie i sogni e il buio prendono vita grazie al languore e al calore della voce, la compattezza si infittisce portandoci in un mondo più lucido e sognante allo stesso tempo. Minimale, ricoperto con ovatta senza piegature strambe ed aggiunta di archi: la nuova danza è compiuta. Paradise, Shadow & Nocturne.

Alessandro Ferri

10. Egyptian Hip Hop – Good Don’t Sleep

D.d.U. 12/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Ho in mente un’idea, prova a seguirmi.
Questo mal di testa, questa fitta acuta alla tempia destra, che mi perseguita da giorni, se altro non fosse che una richiesta?
Da un pianeta superiore e lontano, perso agli occhi della realtà e visibile dal mondo della mente.
Il regno di Iltoise, governato dal Re con un solo occhio Yoro Diallo, che governa dispotico dalla sua fortezza costruita nella miniera di carbone e poi ribattezzata Suono d’Avorio. Lì, dove catene silenziose pendono dalle nuvole nere, mi concentrerei sui contorni tinti di arancione e giallo: qualcosa dovrà pur splendere da qualche parte.
Da un’isola carnivora dimenticata dalle carte nautiche, che forse non esiste ma che è comunque importante, come gli spazi vuoti tra le parole.
Forse è un’illusione psichedelica.
Forse sento solo il bisogno di cantare una canzone, libera, così ti chiederanno “stai tremando dentro di te?”.

Filippo Righetto

One Response to “Top Ten 2012 – Filippo Righetto”

  1. sac longchamp pas cher…

    irhjorj…

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