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Top Ten 2012 – Andrea Russo

1. Mount Eerie – Ocean Roar / Clear Moon

Ocean Roar

Data di Uscita: 04/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Un mondo da quella parte

L’auto gorgoglia su questa strada sterrata, ho paura che le gomme non tengano. L’oceano è ancora lì, immenso e assopito come un randagio. Scendo dall’auto, i fari proiettano due coni di luce che illuminano oltre la staccionata. Le luci di Victoria non si scorgono con la nebbia, e così il Canada sembra lontanissimo. Riconosco solo le isole di San Juan che sembrano mormorare da lontano: “Chi va là?”.
In questo stesso posto una volta ci portai mio nipote (i suoi erano in trasferta di lavoro). Era una di quelle rare sere dell’anno in cui il cielo è limpido e pieno di così tante stelle da sembrare una torta zuccherata. Mi colpì la sua grande immaginazione quando mi disse: «Guarda zio, arrivano le sirene!» «Ma dove?» feci io divertito. «Eccole lì – indicando le onde illuminate dalle stelle –, ci vengono incontro», potevo vedere nei piccoli occhi di mio nipote lo stupore di un grande evento. La cosa straordinaria fu che, guardandole attentamente, quelle onde increspate e dalla forma conica sembravano davvero il dorso di splendide sirene argentate.
Mio caro T., qui la foschia scende ancora più fitta e il freddo comincia a irrigidirmi le braccia. Ecco la pioggia, cade piano e si posa sui miei capelli, sull’erba bruna. Ecco il mare che si risveglia.

Ocean roar dreams return

Come in un sogno di vent’anni fa mi precipito di corsa in auto e riparto via dimenticando il berretto ormai zuppo d’acqua. Il maestoso velo grigio chiaro del cielo scroscia acqua e a malapena scorgo i fari delle auto che mi sfrecciano di fronte. Le sagome scure degli alberi che fanno capolino sull’orizzonte sembrano abitazioni di un paese sconosciuto e terribile. Finalmente arrivo in città ma la macchina decide di abbandonarmi proprio tra due case. Una ha le finestre completamente sbarrate. Dall’altra, invece, una donna di mezza età mi guarda sollevando le tendine del finestrino con le dita. Ho un sussulto ma lei sorride e mi fa un cenno di invito. Mi precipito sotto la pensilina e suono il campanello. Mi accoglie alla porta una ragazza di circa venti anni.
«Salve – esordisco –, una signora mi ha fatto cenno di entrare».
La ragazza sorride placidamente: «Sì, sono io». «Oh, scusami. Che strano, questa pioggia mi rende miope». «Non preoccuparti… Siediti pure, puoi aspettare qui che spiova». Mi accomodo su un sofà pregno di un odore umido: di foglie e sigaretta. Noto un giradischi con un vinile che gira ma non risuona nessuna musica, la ragazza alza il volume e si propagano dalle casse le note liquide di un synth che sembrano riempire tutti gli angoli della stanza e infine le parole sussurrate con una leggerezza disarmante lasciano che il tempo scorra alle spalle, con indifferenza.

Tossed on the waves
blown onto land
Grasping meaning
in churning mess
A moment of clear air breathing, seeing the expanse.
Totally at peace with the meaninglessness of living.

Andrea Russo

Clear Moon

Data di Uscita: 22/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

A chi parlo stanotte?

Corro via T., questa luna non è più la mia luna. E quella casa laggiù è solo una figura anonima tra alberi ordinati come soldati. Nuvole sconosciute spalancano le loro labbra come in uno sbadiglio di neonato, è il fumo della mia auto?
Ho dato un passaggio ad uno sconosciuto che attendeva da ore l’arrivo di una vettura. Ha dei capelli lunghi, unti e un giubbino nero come il suo cappello con visiera.
Gli chiedo: «A cosa ti serve un cappello con visiera a quest’ora?»
«Lo porto sempre», mi risponde.
Lo sconosciuto ha ragione, T., a volte teniamo addosso delle cose solo per abitudine e non ci sorprendiamo più di nulla. A questa luna così chiara e così piena concediamo solo degli sguardi vaghi e indifferenti.
Lo sconosciuto non parla molto e sembra anche abbastanza stanco. Non forzo la comunicazione per non sembrare invadente; tempo dieci minuti e l’uomo chiude gli occhi cullato dai suoni del nostro viaggio.
Dopo ormai venti chilometri di strada mi rendo conto di non aver chiesto dove è diretto. Tossisco un po’ per svegliarlo. Ha funzionato. L’uomo mi chiede che ore sono: le tre e un quarto.
«Ti dispiace se accendo la radio? O vuoi continuare a dormire?»
«Ma certo, amico. A quest’ora sulla radio nazionale c’è sempre un programma di musica contemporanea in cui ci sono ospiti molto preparati».
«Senti, ma dove sei diretto?»
«Oh, calcolando la tua velocità media dovrei arrivare a destinazione fra venti minuti. Altri trenta chilometri, all’incirca».
«Capisco».
So quasi per certo che a trenta chilometri da qui non c’è nessuna cittadina e nessun motel. Tuttavia decido di fidarmi, lo sconosciuto mi è simpatico. Sto pensando a quanto poco piacevole sarebbe stato trovarsi in auto con una persona piena di sé, magari un organizzatore di matrimoni o uno di quegli ospiti in radio tanto preparati su qualsiasi argomento. Ecco, se c’è qualcosa che mi fa saltare i nervi sono proprio le persone spocchiose e piene di boria. Non so perché, T., ma il termine ‘spocchia’ mi rimanda al termine ‘sporchia’. Non sai cos’è? La sporchia è una pianta parassita del Mediterraneo che nasce e si alimenta di linfa sottratta alle radici di altre piante. Lo so perché mio nonno era di quelle parti. I poveri agricoltori del sud Italia di un tempo ne mangiavano a sazietà e ancora oggi è usata a tavola come una sorta di reliquia. A sua volta ‘sporchia’ mi dà di ‘sporco’. Ecco, forse le tre cose sono collegate, T., fatto sta che quando ho a che fare con una persona spocchiosa, pensando e ripensando – magari durante il tragitto per tornare a casa – mi si disegna in mente l’immagine di questo parassita sporco e con la testa a forma di turione gigante. È inevitabile.
«Ehi, stiamo quasi per arrivare».
«Davvero? Qui non ci sono motel, sei sicuro?»
«Sicuro… No, non devo andare in nessun motel. La vedi quella curva? Di lì mi inoltro tra gli alberi, c’è una abitazione che dalla strada non si vede. È la mia casa».
«Vivi da solo, vero?»
«Col mio cane e le mie due galline», mi fa sorridendo.
«Divertente. Anch’io vorrei una casa fuori città immersa tra i pini».
«È un posto tranquillo, effettivamente, anche se le donne non ci passerebbero mai la notte».
«Ogni medaglia ha il suo rovescio».
«Bravo, e ti dirò: io le medaglie le indosso tutte dal rovescio!» Scoppiamo in una sonora risata che, a quest’ora tarda, pare davvero roboante.
«Sei un tipo strano, però mi sei stato di compagnia».
Accosto l’auto attivando le quattro frecce. Lo sconosciuto mi saluta sistemandosi il cappello con la visiera. Poi lo vedo scomparire tra i tronchi degli alberi che di sera si confondono col terreno e le foglie. Chissà se c’è davvero una abitazione inoltrandosi di lì, chissà se ho davvero dato un passaggio ad uno sconosciuto o se è stato tutto frutto della mia immaginazione. T., perché non mi rispondi mai?

Andrea Russo

2. Swans – The Seer

Data di Uscita: 28/08/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Lamentazioni e apostasia

È finita la gioia del nostro cuore,
si è mutata in lutto la nostra danza.
(Lamentazioni 5,15)

Dio! Hai lodato la mia sobrietà d’animo. Hai posto sulla mie labbra la tua parola. Le mie labbra sono ora secche e increspate. Dove sei adesso? Fatti vivo, fatti carne animale. Ti immagino come un lupo solitario e orgoglioso delle sue ferite. Non nasconderti oltre.
Il tuo regno è stato schiacciato, la tua gente ora muore di sete. Chi si saziava col tocco dei tuoi raggi, si umilia oggi nel fango. Chi vendeva a peso d’oro il suo pane, si nutre oggi di polvere. I nostri occhi si scioglieranno, e affideremo l’acqua alle nostre figlie che si specchieranno e si prostreranno in tua assenza.
La tua mente è nel mio occhio. La mia mente è nella tua mano. Perché ci vuoi abbandonare per sempre? Alzo gli occhi al cielo, il mio sguardo è rivolto alle nuvole. Esse volteggiano cupe nell’aria minacciosa. Sono un messaggio? Oppure sei lì, nascosto dietro la vetta di quella montagna spoglia e dall’aspetto austero. Stentoreo arriva il tuo grido, nel gemito terrificante di un gatto selvatico.

Ci hai ingannati, o Signore! Il nostro strazio non può durare così a lungo. Chi potrebbe ridarmi la vita è lontano, chi può consolare i bambini abbandonati è stato sconfitto dai nemici. E allora ti ripudio, Signore! Esci dalla mia mente, vai fuori e lasciaci con le nostre miserevoli pene! Sento la libidine percorrere i miei arti e la tua assenza mi fa gridare a pieni polmoni: «siamo liberi!» Liberi dall’odio e dall’amore, ma potenti e fieri come buoi sciolti dal loro giogo, come schiavi fuggiti dalla mano del padrone. Siamo liberi come la morte. E benedetti dalla morte inseguiremo i tuoi sudditi e li tormenteremo. Siamo liberi come la morte. Siamo potenti come la morte.

Ge ge ge ladder to god
Get fucked
Get fucked
We’re on a ladder to god
We’re on a ladder to god

We are blessed
We are blessed
Fuck
Bliss
Fuck
Bliss

Andrea Russo

3. Witxes – Sorcery/Geography

Data di Uscita: 08/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Viviamo in un posto dove gli uccelli cantano un grazioso motivo
e c’è sempre tanta musica nell’aria.
(I segreti di Twin Peaks)

In un luogo remoto, tra Adma ed Elham, nella valle di Siddin, c’è un posto misterioso. Antichi racconti narrano di una lunga e violenta guerra tra le due città e si crede che l’anima del re di Elham vaghi ancora nella valle alla ricerca di vendetta. La lunga guerra tra la città di Adma e la città di Elham, infatti, si concluse solo quando il re Chedor fu spinto in uno dei tanti pozzi di bitume di cui la valle di Siddin era ricca. La regina Sibri, moglie di Chedor, per la disperazione si lanciò da un dirupo. Da allora pare che tutti gli ignari viandanti che abbiano la sfortuna di passare da questa terra siano colpiti da una sorte funesta. C’è chi racconta di visioni mistiche, c’è chi diventa cieco o sordo, c’è chi perde l’uso della parola; i più fortunati dichiarano di essere precipitati in un perenne stato di struggimento. A migliaia di anni di distanza, dunque, un gran fascino e alone di oscurità avvolgono ancora la valle di Siddin.

Decisi di addentrarmi io stesso in questa impervia area e di sperimentare sulla mia pelle tutte le sensazioni che un viaggio singolare avrebbe potuto scatenare nella mia persona. In totale solitudine. Partii lasciando ogni oggetto di peso e di valore, o meglio, ogni oggetto che nel comune sentire sia definito di valore. Portai con me il minimo indispensabile. Non salutai nessuno, semplicemente partii. Appena giunto a destinazione fui colto da un grande senso di inconsistenza. Smisi di pensarmi singolo e cominciai a sentirmi parte di un grande sistema, quello dell’altro oltre me stesso. Alberi sghembi, pietre, foglie accartocciate. Tutti elementi di un armonioso universo verticale. Nessuna spinta oltre l’adesso. Nessuna melodia orizzontale. Solo il noi e ora. Sentii che questa sensazione di sospensione profumava molto di eternità: me ne inebriai. A un certo punto, dalle siepi arricciate e smosse dal debole vento vidi giungere una figura femminile. Aveva le gambe sottili, quasi ridicole, un abito bianco grazioso. Sussurrava parole fievoli e impercettibili in una lingua a me ignota.
«Sss…sib… Sibri!»
Un forte tremito percosse tutta la mia schiena. Caddi riverso, come colpito da un fulmine. Persi i sensi.

Quando mi risvegliai ero sul mio letto, nella mia abitazione, con le solite cose di sempre. E avevo in mente un motivo jazz, eppure io detesto il jazz! Tuttavia in quel momento ero sereno, sentivo di aver toccato l’eternità con la sola forza di un sogno.

Andrea Russo

4. Cloud Nothings – Attack on Memory

Data di Uscita: 24/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Jim accartocciò il mozzicone della sigaretta sul fondo del posacenere pieno. Un altro giorno ancora era passato senza che avesse fatto nulla. Certo, aveva ascoltato tutti i dischi usciti nelle ultime settimana e guardato quel film citato nel libro che aveva appena concluso ma nulla che la società ritenesse utile o economicamente fruttuoso, ecco.
Strappò un brandello di cartoncino dal libretto universitario e ne ricavò un filtro per una sigaretta artigianale. A fanculo pure l’università, aveva sperato di ricavarci qualcosa e l’unica cosa che aveva ottenuto era “un principio di depressione”, così l’aveva chiamato lo psicologo, a fanculo pure lui.
Il computer ormai datato continuava a ronzare fastidiosamente. Jim lo spense innervosito da quella necessità di condividere, mostrare, emulare, commentare, apprezzare, twittare, followare che condannava tutti – lui in primis – a non riuscire a staccarsi da un monitor abbagliante.
Ora, nella totale penombra, fece scattare l’accendino, la sigaretta sfrigolò qualche secondo prima di accendersi.
Inspirò, espirò.
Non aveva obiettivi né aspirazioni, riteneva di non averne la possibilità, sapeva che in qualche modo ogni aspettativa sarebbe stata disattesa, la rassegnazione lo spingeva a farsi bastare il fatto di svegliarsi ogni mattina e godersi un’altra, infruttuosa giornata.
Si spogliò, si infilò sotto le coperte e fece partire il giradischi. Give up / Come to know / We’re through. Era un crescendo che gli si infilava nelle vene e lo faceva rilassare. Chiuse gli occhi e continuò ad aspirare la sigaretta che pian piano si consumava. Give up / Come to know / We’re through. La voce di Dylan Baldi cominciava a incattivirsi e a far vibrare il piccolo altoparlante del giradischi. Jim strinse le lenzuola nel pugno, lo percorse la solita violenta accettazione di un destino inutile. Give up / Come to know / We’re through. Si sentiva inadeguato, terribilmente inadeguato.

GIVE UP / COME TO KNOW / WE’RE THROUGH.
NO FUTURE / NO PAST.

La batteria prese a pulsare incessante. Poi d’un tratto tacque. La sigaretta si spense. La mano mollo la presa sulle lenzuola accartocciate e la mente smise di assillarsi.
Jim accartocciò il mozzicone della sigaretta sul fondo del posacenere pieno. Un altro giorno ancora era passato senza che avesse fatto nulla.

Annachiara Casimo

5. Grizzly Bear – Shields

Data di Uscita: 18/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Zoom


Questa esistenza dal significato ignoto è simile alla linea irregolare delle colline verde-scuro che separa il mondo dal cielo. Più ci si avvicina più si perde di vista questa linea. Essa comincia a prendere consistenza; diventa albero, terra, animale. E infine scompare.
Zoom-in, zoom-out. E la cinepresa in spalla crea mondi, ne distrugge altri e poi, clic: fine della ripresa. Passo lo sguardo oltre. Le case in sequenza, da quassù, sembrano solo dei contenitori, nulla a che vedere con le vite e le sofferenze che contengono; esattamente come David Bell, il personaggio del primo romanzo di Don DeLillo. Osservo la realtà per quella che è. Il segreto dell’uomo occidentale è tutto qui: andare avanti, fare profitto, competere, rottamare, vincere. Ma a pensarci bene non è un segreto, anzi, è dna.
E allora non resta altro che entrare, chiedere il permesso alla società del consumo: “Ehi sono dei vostri tranquilli oh che bella casa dove hai comprato le tende davvero un aspetto accogliente guarda un vero affare”. E via così, tutti felici e contenti sorrideremo a un nuovo giorno grazie al nostro lavoro tutto sprint, e in macchina ascolteremo solo notiziari di economia da dieci minuti intervallati da quindici minuti di pubblicità “la nostra esperienza al vostro servizio” mentre fuori campeggerà il cartellone di un esponente politico locale con lo stesso identico slogan del cazzo: “la nostra esperienza al vostro servizio”. È proprio così che questo significato, giorno dopo giorno, diventerà sempre meno ignoto e farà capolino dal portafogli. O almeno di questo ti convinceranno.

At the end of the line
It is as if there’s no time at all
Nothing left to win
Every pleasure burned to the wick
Content to be alone
A quiet picture drawn each day before it ends
To remind me once again
Why I’m even here

Andrea Russo

6. Susanne Sundfør – The Silicone Veil

D.d.U. 26/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Tre haiku per Susanne Sundfør

#1
Fiori bianchi la
neve bacia la terra
e muore sola.

#2
La volpe scappa
dalle tue braccia cade
un bimbo nasce.

#3
Scorrono fiumi
di carezze parole
o videogames.

Andrea Russo

7. Soap&Skin – Narrow

Data di Uscita: 13/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

“La solitudine è questa
situazione un po’ buffa, un po’
ridicola, un po’ aggressiva […]”
(P.V. Tondelli)

È l’immagine di una donna al pianoforte che suona Liszt, sullo sfondo un paesaggio marino olandese; le onde che si infrangono imponenti sugli scogli e corrono giù verso la riva. Spesso Helga riguardava questo video in vhs; era un ricordo di un viaggio degli anni Ottanta.
Da quando non c’era più suo marito doveva badare a se stessa, proprio come aveva fatto in gioventù quando era partita per affinare la propria anima traghettandola a Parigi. Qui aveva studiato design ma non si laureò mai. Fu lì che incontrò invece Mathieu, quello che sarebbe diventato suo sposo.

La solitudine, questa condizione in fondo naturale, necessita a volte di spiegazioni. C’è un impulso un po’ perverso nel far sentire la propria vicinanza ai cari di una persona scomparsa. Helga detestava quel viavai di visite, quelle telefonate di cordoglio da parte di gente che non vedeva da anni o che conosceva in maniera solamente indiretta. Ma, tant’è, non poteva farci niente. Alla fine s’era rassegnata a considerare tutto ciò come qualcosa di normale e pian piano aveva imparato a districarsi nel groviglio di frasi di circostanza ed espressioni di empatia di cui avrebbe fatto volentieri a meno.

Talvolta si chiedeva se fosse cinica. Tutta quella gente preoccupata, gentile, spesso in lacrime… possibile che nei loro confronti non riuscisse a provare la ben che minima gratitudine? Probabilmente tutta quella dimostrazione di affetto non la sentiva propria perché, realizzò, era diretta solo nei riguardi del marito defunto. Dunque, avrebbe senso provare ugualmente gratitudine? Per l’amore di Mathieu, sì, aveva pensato Helga. E allora, in realtà non provava più amore nei confronti di Mathieu? No, no, no! Helga rifiutava questa ipotesi. Con ferma convinzione. Il solo fatto che le fosse venuta in mente una simile fantasia le fece provare un senso di vergogna e, pentita, rivolse un rapido sguardo alla figura del marito scomparso posta sul comò.

Piuttosto, arrivò alla conclusione, lo aveva amato fin troppo da vivo. Amava così tanto la vita che nei confronti della morte provava un sentimento confuso eppur netto: il più totale disinteresse. È in vita che Mathieu era stato suo marito, amante, amico e persino padre. È in vita che si dimostrano gli affetti, pensava, non da morti. La morte è l’oblio e non merita alcuna considerazione. Diamo troppa importanza alla morte e poca alla vita.

Helga spense il televisore, si alzò in piedi e tirò un sospiro, come se per arrestare il suo flusso di pensieri bastasse una boccata di ossigeno. Infine prese una decisione improvvisa. Sarebbe tornata nel suo paese natio, in Svizzera.

Andrea Russo

8. Hanne Hukkelberg – Featherbrain

D.d.U. 20/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Tre haiku per Hanne Hukkelberg

#1
Sono le mie ali
fatte di piume bianche
o di catrame?

#2
Gettar via tutto
abitudini sogni
un nuovo fuoco.

#3
Lunghe distanze
secche come mani arse
agitan foglie.

Andrea Russo

9. Bat for Lashes – The Haunted Man

Data di Uscita: 15/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

L’umidità e il fogliame erano un tutt’uno e m’abbracciavano, se non fosse per la sua reale assenza non avrei avuto problemi ad immaginare il ticchettio piacevole di una pioggia primaverile, e invece no. Era umidità, umidità dettata dall’oppressione di tanta vegetazione non battuta, in uno spazio che potevo immaginare risibilmente circoscritto così come terribilmente sconfinato. Quegli alberi così fitti non permettevano alla vista di scrutare l’orizzonte se non che verso il terreno, ancora evidente della mia condizione di naufrago in terra ferma e il cielo, terribile irraggiungibile cielo, monito e speranza dei persi. La rabbia della costrizione, preannunciatrice di una claustrofobia prossima la sfogavo a colpi di machete sui tronchi che sorpassavo alla cieca, un po’ per sfogo un po’ per il suono piacevole che la lama produceva impattando e ferendo quelle cortecce morbide e ricche di resina. Mi ripetevo che più che per il sollazzo di quel ritmo accattivante producevo l’azione in favore dei segni che lasciavo del mio passaggio, per chi avesse avuto l’ardire di cercarmi o per il me prossimo che li avrebbe trovati intuendo quella come strada già battuta.
Il tramonto era prossimo ed io di un tocco più disperato quando vidi il primo affiorare di una strada, un sentiero in pietre, mi ci immisi casualmente ed era stranamente, assurdamente, stretto per essere l’unico in quella grande ed irta foresta. Non sapendo da dove partisse e dove fosse diretto, naturalmente, seguii quella strada istintivamente scegliendo la destra piuttosto che la sinistra senza altro confidente se non un istinto ferino. Era ormai sera e terrorizzato trovai vantaggio nel diradarsi della vegetazione e in un cielo luminoso, altrimenti, ne sono certo, sarei impazzito dalla paura nel proseguire una strada così oppressiva. Raggiunsi una struttura in pietra che per navate e geometrie suggeriva matrice gotica, eppure, eppure per motivi di cattivo gusto o nosense riproduceva sulle vetrate e nei glifi in ottone in vista lo stile tipico dell’art nouveau. Che razza di scherzo era questo, chi mette una cattedrale, non in un deserto ma in una foresta sudequatoriale, chi la progetta in stile gotico per poi adornarla alla nouveau? Tu, disse una voce piombata alle mie spalle, mi girai e vidi una donna, una mulatta, lasciarsi cadere con grazia dalle fronde altissime di un baobab, nuda se non per stracci arresi alla bene e meglio sulle spalle e sui fianchi e con un copricapo Cheerokee vistoso e guarnito col piumaggio degli uccelli più estrosi. Prese equilibrio a pochi metri dall’impatto atterrando sulle punte, come un’atleta ben allenata fece morbida la caduta accovacciando elasticamente il corpo, si rialzò con calma e raccolti frecce ed arco corto inglese dalla faretra grezza sulla schiena mi puntò, sorrise e scoccò il colpo. Colpo che mi sveglia ora, mi concede la coscienza ogettuale tipica di chi abbandona lo stato comatoso in cui morfeo dopo un po’ di birre ti lascia e mi offre le capacità mnemoniche per ricordare fluidamente a chi appartiene il viso della mulatta, ciao Nasty, hai cacciato bene ieri sera. Buon giorno Pier, raccontami ora che non sbiascichi meglio quella storia del Pornografo di Vienna.

Alfonso Errico

10. Sharon Van Etten – Tramp

Data di Uscita: 07/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Quando eri bambina passavi le ore di notte a guardare attraverso la finestra i treni correre veloce.
Il ponte della ferrovia s’eleva maestoso sovrastando il grande fiume del nord. La meraviglia nei tuoi occhi riflessa tra le gocce di pioggia e la luce lunare sul vetro e ora, vent’anni dopo, il tuo viso si confonde sui finestrini mentre vede scorrere città nervose avvolte in luci artificiali e le visioni dei saggi che impotenti affogano nell’acqua.

Hai deciso di andartene da casa in un giorno di primavera sotto un sole accecante.
Neanche un arrivederci alla stazione, non l’avresti sopportato. Ti ha visto allontanarti di spalle con un biglietto già stropicciato nella mano. Il quartiere sfilava estraneo alla tua corsa. Non si vedeva niente ed entrambi portavate occhiali scuri. Come i tuoi occhi grandi, come notti tempestose.
Anni dopo in una camera d’albergo sei seduta sul letto e le corde della tua chitarra appoggiata in un angolo tremano di passati molto prossimi e atti d’amore perduti. Gli specchi corrosi dalla polvere non ti mettono più tristezza come al tempo dei primi spostamenti. Un vaso ricamato con fiori selvatici ti riporta alla memoria la tua infanzia. Una volta i tuoi capelli erano neri e lunghissimi come l’inchiostro con cui ora scrivi frasi per una nuova strofa. Scosti una manica troppo larga del maglione di lana, prendi una matita e cerchi un foglio. Annoti una parola che ti ronza da ore nella testa. Ispirazioni trovate tra palpiti di vecchi blues, preghiere alla notte, sotterranei labirintici delle città d’America. Hai cercato di sedurre i fantasmi per poi annientarli nella voce, hai creato esplosioni per ritrovare infine candore. Vorresti che ogni canzone potesse incominciare a diventare aria, posarsi su visi qualsiasi, confondere i suoi nomi in continuazione. Ti alzi, a passi leggeri e a piedi nudi, bevi un sorso d’acqua del rubinetto. Altri versi nati già morenti, la tentazione di smettere di comporre: sai che non ce la farai mai, ti accarezzi le vene del polso sinistro e sorridi.
Brandelli di pagine di vecchi diari da cui all’improvviso cade una vecchia fotografia. Eri in un parco della Francia del nord in estate, con lo sguardo abbassato fumavi e lui ti teneva una mano. La polaroid scattata dopo che ti ha trovata sdraiata sul pavimento con a fianco una tela strappata a metà sulla quale una ballerina in tempera nera sembrava danzare leggera. Ti addormentasti così, con le braccia ricoperte di colore e un sorriso quasi impercettibile e sincero. Sei ritornata a casa non molto tempo fa e al posto della sua casa hai trovato un ristorante etnico. In un’altra fotografia portavi una collanina così sottile che ti aveva regalato tua sorella prima di andarsene in Africa per sempre. Tra le gocce riflessi i tuoi capelli, sulla pelle brucia il tatuaggio di una rosa.
Se il mondo continua a tremare come possiamo rimanere in equilibrio?
Accarezzi uno ad uno i tuoi tatuaggi sulle braccia cercando di evocare immagini lontane, quasi premi le unghie contro la carne e l’inchiostro.
Il jeans nero strappato sul ginocchio, scuro come il cielo, come i tuoi occhi grandi, come questo tuo sguardo enigmatico e profondo, perduto e candido, come una notte tempestosa dove l’unica luna è questa tua pelle così bianca come bianco è il tuo viso contro questa sera che sembra splendere come mai prima mentre una luce brilla nel profondo dei tuoi occhi.

La città non si è ancora sciolta come nelle nostre allucinazioni.
Una ninna nanna sconclusionata mentre le strade si svuotano.

Il cielo nero e stellato ti sfiora, dentro te un cuore vagabondo
lanciato a tutta velocità insieme al treno nella notte.

Filippo Redaelli

3 Responses to “Top Ten 2012 – Andrea Russo”

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  3. sac à main longchamp…

    phupsgpgtu…

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