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Top Ten 2012 – Alfonso Errico

1. Scott Walker – Bish Bosch

Data di Uscita: 03/12/2012

Un breve ascolto, durante la lettura



Parto da un presupposto semplice quando compongo, le cose caotiche non sono lineari. E le cose lineari non hanno motivo per esser raccontate, perché se una cosa è lineare sai dove nasce e sai dove andrà a finire. Questo è quanto, nella maniera più lineare possibile.

Capita di tanto in tanto che la mia roba la vogliano nei locali, perché incuriosisce o semplicemente per attirare clienti nuovi. È capitato anche con voi, e a me sta bene finché patteggiamo un prezzo e quello viene rispettato, right man?
Ma Scotty, dai siamo amici no, mettiti nei miei panni, c’è venuta meno gente di quella che c’aspettavamo.
Vuoi che mi metta nei tuoi panni? Bene, lo farò, hai un locale che vende alcol in una cittadina di merda che non ha nulla di meglio da offrire, te ne freghi di orari e restrizioni quindi sei uno dei pochi aperti dopo le due, hai un centro scommesse no stop a meno di 300 metri quindi tutti i falliti che mangiano lo stipendio della mammina in cerca di soldi facili vengono qui a finire gli spicci che restano. È giusto? Ho dimenticato qualcosa? Non voglio farti i conti in tasca ma suppongo che seralmente di soli shots fai 8 volte quello che avevamo pattuito.
Scotty, così mi offendi e se devo dirla tutta i miei clienti non sono soddisfatti, lo vedi quello lì? Ha un locale tre volte il mio, da quarantanni gli gira, è venuto al bancone e me l’ha detto? E m’ha detto anche che roba come la tua non l’aveva mai sentita, che manco sapeva se poterla definire musica.
E quindi il locale gli gira con roba che ha già sentito, da quarantanni, che bravo. No? Ha detto una cosa bella vero, che le cose che rimangono sempre uguali, lineari, girano? Giusto?
Non ti sto seguendo, comunque, Scott, ho solo questo per te questa sera, non posso raggiungere la cifra pattuita per come è andata.
Lascia stare, non voglio niente, va bene così.
Non fare così, prendili su.
Avrei preso il pattuito, se non ce la fai capisco, prendili, ne avrai bisogno, hai ancora quarantanni da sostenere.

Le cose semplici nascono per finire. Quelle complesse nascono? Forse finiscono, forse mutano, forse di quei soldi avevo bisogno, ma vuoi mettere la dignità?

Alfonso Errico

2. Bat for Lashes – The Haunted Man

Data di Uscita: 15/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

L’umidità e il fogliame erano un tutt’uno e m’abbracciavano, se non fosse per la sua reale assenza non avrei avuto problemi ad immaginare il ticchettio piacevole di una pioggia primaverile, e invece no. Era umidità, umidità dettata dall’oppressione di tanta vegetazione non battuta, in uno spazio che potevo immaginare risibilmente circoscritto così come terribilmente sconfinato. Quegli alberi così fitti non permettevano alla vista di scrutare l’orizzonte se non che verso il terreno, ancora evidente della mia condizione di naufrago in terra ferma e il cielo, terribile irraggiungibile cielo, monito e speranza dei persi. La rabbia della costrizione, preannunciatrice di una claustrofobia prossima la sfogavo a colpi di machete sui tronchi che sorpassavo alla cieca, un po’ per sfogo un po’ per il suono piacevole che la lama produceva impattando e ferendo quelle cortecce morbide e ricche di resina. Mi ripetevo che più che per il sollazzo di quel ritmo accattivante producevo l’azione in favore dei segni che lasciavo del mio passaggio, per chi avesse avuto l’ardire di cercarmi o per il me prossimo che li avrebbe trovati intuendo quella come strada già battuta.
Il tramonto era prossimo ed io di un tocco più disperato quando vidi il primo affiorare di una strada, un sentiero in pietre, mi ci immisi casualmente ed era stranamente, assurdamente, stretto per essere l’unico in quella grande ed irta foresta. Non sapendo da dove partisse e dove fosse diretto, naturalmente, seguii quella strada istintivamente scegliendo la destra piuttosto che la sinistra senza altro confidente se non un istinto ferino. Era ormai sera e terrorizzato trovai vantaggio nel diradarsi della vegetazione e in un cielo luminoso, altrimenti, ne sono certo, sarei impazzito dalla paura nel proseguire una strada così oppressiva. Raggiunsi una struttura in pietra che per navate e geometrie suggeriva matrice gotica, eppure, eppure per motivi di cattivo gusto o nosense riproduceva sulle vetrate e nei glifi in ottone in vista lo stile tipico dell’art nouveau. Che razza di scherzo era questo, chi mette una cattedrale, non in un deserto ma in una foresta sudequatoriale, chi la progetta in stile gotico per poi adornarla alla nouveau? Tu, disse una voce piombata alle mie spalle, mi girai e vidi una donna, una mulatta, lasciarsi cadere con grazia dalle fronde altissime di un baobab, nuda se non per stracci arresi alla bene e meglio sulle spalle e sui fianchi e con un copricapo Cheerokee vistoso e guarnito col piumaggio degli uccelli più estrosi. Prese equilibrio a pochi metri dall’impatto atterrando sulle punte, come un’atleta ben allenata fece morbida la caduta accovacciando elasticamente il corpo, si rialzò con calma e raccolti frecce ed arco corto inglese dalla faretra grezza sulla schiena mi puntò, sorrise e scoccò il colpo. Colpo che mi sveglia ora, mi concede la coscienza ogettuale tipica di chi abbandona lo stato comatoso in cui morfeo dopo un po’ di birre ti lascia e mi offre le capacità mnemoniche per ricordare fluidamente a chi appartiene il viso della mulatta, ciao Nasty, hai cacciato bene ieri sera. Buon giorno Pier, raccontami ora che non sbiascichi meglio quella storia del Pornografo di Vienna.

Alfonso Errico

3. Long Arm – The Branches Deluxe Edition

Data di Uscita: 14/12/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Fra qualche tempo sarà troppo tardi, l’ineluttabile bussa prontamente a tocchi di momenti e controtempi d’attimi. Perdi coscienza velocemente e presto sarai come tutti quei vecchi. Sanno tutto loro, borbottano, privilegiano le parole e comunicano solo con quelle, si fraintendono, innamorano, perdono, muoiono e lo chiamano vivere. Io e te eravamo un’altra cosa e presto tu sarai di quella gente. Siamo stille dell’iperuranio sorella/amor mio, sarà così ancora per poco. Toccherà anche a me lo so, so che fuori da lì non dureremo molto.

Destinati alla stupidità, all’ignoranza, alla paura! E dov’è lui, dov’è il re degli interstizi? Naturalmente non qui, qui lascia noi, emissari muti della novella incoglibile, cercherei un senso se avessi quella razionalità che mi trovo a temere e presto, presto, arriverà.

Ma-m’a.

Noooooo!
Il peccato originale, eccolo! La calce di babele e l’emozione degli astanti fedifraghi! E lei, la somma colpevole, l’amante sincera, che s’avvicina con le gote in fiamme e gli occhi lucidi ad innalzare la sua nuova, piccola sacerdotessa.
Mamma, l’altro nome di Dio sulle labbra e nei cuori di tutti i bambini del mondo.
Re degli interstizi, tu ti liberi dei credenti offrendoli ad un culto più palese, mi sta bene, ma allora perché ci mostri tanta grazia, perché ci butti in questa miseria?
Fa freddo, ho fame e odio.

La secondina, col viso dolce e il seno scoperto s’avvicina, raccoglie il titubante arreso e gli sussurra, non preoccuparti, amo anche te. Lui, non è ancora in grado di capirla. Eppure il calore della pelle, l’odore della bestia mansueta, la nenia melodiosa fra lo sferragliare delle pentole e le luci soffuse, sa di resa dolce e nuova fede.

T’ho sognato re degli interstizi, t’ho dato un nome per farti andar via, ho sognato anche lei, il suo nome l’ho già sentito. Prendo fiato, aspetto che le memorie scivolino lasciando in calce solo lei. Il granitico ultimo appiglio, prima parola utile.

Mamma.

Alfonso Errico

4. Frank Ocean – Channel Orange

Data di Uscita: 17/07/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

“I’ll watch you fix your hair
Then put your panties on
In the mirror
Cleopatra
Then your lipstick
Cleopatra
Then your six-inch heels
Cleopatra
She’s headed to the Pyramid
She’s working at the Pyramid tonight”

Mentre l’Italiano balla male (in discoteca), e fuori, si istalla una paura infinita sul suolo italico dalle prime note arrivate dalla caduta del meteorite Frank Ocean. Si era fatto sentire mandando segnali di fumo con partecipazioni vicino a personaggi abbastanza famosi tipo Jay-Z e Kanye West, magari troppo patinati e ricchi perché il classico hipster italiano impegnato, in tutti i sensi, ad elogiare Il Teatro degli Orrori se ne accorga. Purtroppo un personaggio difficile da portare alle feste dell’Unità o da proporre per qualche intervista intimista e autoreferenziale su qualche rivista locale e allora non ce ne facciamo nulla. Figuriamoci un mixtape se passa sotto la lente d’ingrandimento, tuttavia dall’altra parte dell’oceano e oltre le alpi il meteorite diventa sempre più gigante. Tyler the Creator e la squadretta di ragazzini, la Odd Future, imperversa sul web e in tutto il mondo, quasi tutto il mondo ok. Seppur la diversità di tonalità e di genere, rap incazzato da una parte e R’n’B cristallino dall’altra, Frank viene reclutato immediatamente e acquista sempre maggior potenza esplosiva. Si sono evoluti, dalle vecchie gang che si sparavano tra le due coste a colpi di pistola e di droga, a gang cresciute grazie al business e alla pubblicità sul web; il mondo è cambiato e non è retorica parlarne visto che in alcune zone vi è ancora una concezione passatista, o basata sul “meno li ascoltano meglio sono”, della musica e delle strategie commerciali più in generale.
L’arrivo dell’esplosione arancione di “Channel Orange” come dicevamo è stata così immensa da sentirsi pure in Italia, e come si poteva pensare la prima reazione è stata di autodifesa del suolo interno, paura e desiderio di ricacciare al mittente questo americano così costruito dalla pubblicità di Pitchfork da rappresentare il perfetto incubo per qualsiasi vero esperto di musica italiana preso dalla domanda: “Dove saranno finiti i cantautori di un tempo?”.
Eppure la storia la racconta proprio Frank, senza costruzioni fittizie sopra si schiude all’ascoltatore un mondo completo e pieno. Non si offenda nessuno, ma Ocean è un cantautore perfetto, in un senso globalizzato, un songwriter. Chitarre bollenti e suadenti, tastiere luminose e incedere a volte velocizzato, ma sempre in sottofondo. In primo piano assoluto la voce, i vari arrangiamenti e le tracce elettroniche non sovrastano, a guidarci in un viaggio a tratti autobiografico, storie di speranze distrutte, niente supponenza, genuinità e contenuto emotivo alle stelle. La quotidianità che si fonda con riflessioni sulla ricchezza economica, nulla è ovattato o coperto. E tutto questo concentrato di contenuti testuali e cura dei suoni non può che lasciare un sorriso compiaciuto nell’ascoltatore. Il ribaltamento delle preminenza del beat sul testo-voce-canzone è netto.
Dunque nel racconto si susseguono singoli da classifica e intermezzi ambientali fatti di sigle da playstation e da dialoghi sussurrati. “Thinkin Bout You” apre i cuori, “Super Rich Kids”, con la collaborazione di Earl Sweatshirt e del suo rap cerebrale, inchioda alla sedia con un duetto compatto e un sincopato piano. “Crack rock” gratta via l’epidermide ormai morta sulle mani e fa ondeggiare la testa in un sottofondo irresistibile. E poi infine i due opposti dell’intero disco a racchiudere questa perla. Da una parte “Pink Matter”, buona parte di cantato a cappella, sfuggente e sofferta fino alla maestosa intromissione del rap di  Andrè 3000: capolavoro fuori dal tempo. Dall’altra a chiudere tutto il cerchio c’è il fulcro e primo singolo. “Pyramids”, quasi dieci minuti che sanno di miracolo compositivo. Coretti da urlo, synth potentissimo e ballata romantica in un solo pezzo, uniti da una semplicità devastante in tutta questa complessità.
In questo caso è impossibile raccontare una qualche storia. Frank Ocean con questo Channel Orange è deflagrato e la storia è tutta dentro ai brani, ti arriva diretta e ti blocca.

Alessandro Ferri

5. Big K.R.I.T. – 4eva N a Day

Data di Uscita: 05/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Giorni quanti, sembrano pochi, asse di lancio per sogni remoti. Giorni quanti, non riesco a contarli, troppi per vecchie glorie pochi per i miei bisogni. Sono così, un inetto vuoto a rendere, belle promesse in apparenza. La mia maestra diceva spesso a mia madre che avevo talento, così il professore, così il capoufficio, come ci sono finito qui allora?
Com’è che sono anni che ancora precario faccio un lavoro di merda ed ho una merda di salario.
Quelli come me sulla carta cantano.
Dovrebbero stare avanti di decine di chilometri, ed invece, continuamente, m’attornio di persone che giudico niente. Eppure così, continuamente, un esistenza in loop fatta di nulla e niente.
Ho solo rabbia, rabbia inesplosa, amori persi da mettere in prosa, un pc vecchio e un catorcio obsoleto. M’accompagnano lontano da qui quando capita, a fingermi qualcuno dove non mi si conosce.
Nella realtà, quella banale, sono segretario in uno studio contabile di poco conto. Parlo meglio del mio capo, saprei fare il suo lavoro, sono più giovane ed ho un aspetto decisamente migliore.
Perché sono qui?
Sono qui perché mi manca qualcosa, ho un pezzo difettoso che disloca portanza e potenza. Una mente che lucidamente giudica il mio presente, un’altra che coabita con la prima che lo vive con pigra contrizione. Sono giuria inerme delle azioni che compio, ragiono sul perché non m’applico, perché sono pigro e stanco. Pigro perché qualunque che sia il mio sforzo ora, ora come allora, il risultato raggiungibile non sarà mai nemmeno paragonabile ai sogni che posseggo e celo dietro un velo di disinteresse. Stanco perché continuo a vedere al posto mio nella realtà, quella impossibile, persone piccole. Piccole come sono io ora.
Maledirmi ora è darmi più importanza di quanta me ne diedi quando ancora in grado di cambiare le cose, blandamente, decisi che cercare gloria era faticoso e meno divertente di passare la vita buttato in un club; sarebbe sbagliato nei confronti della bella persona che ai tempi ha abitato questa cariatide.
Pronto ora a nient’altro che il borbottio lamentoso tipico delle vecchie scoregge incapaci ad altro se non invecchiare ulteriormente.
Ed a sentirmi, in fondo, sono già vecchio. Stupirsi che ci sia stato un bambino qui dentro, ecco cosa. Il vecchio è evidente, esce fuori ad ogni commento, ogni affermazione, so già che è tutto sbagliato, come e quando sarà manchevole e la cosa peggiore è notare che, dio mio, non sbaglio.
E se non sbaglio a prevedere, io che son sbagliato a priori, allora questo mondo non è meno triste e malato di me.
Manchevole anch’esso di portanza.

Alfonso Errico

6. Flying Lotus – Until the Quiet Comes

Giorni quanti, sembrano pochi, asse di lancio per sogni remoti. Giorni quanti, non riesco a contarli, troppi per vecchie glorie pochi per i miei bisogni. Sono così, un inetto vuoto a rendere, belle promesse in apparenza. La mia maestra diceva spesso a mia madre che avevo talento, così il professore, così il capoufficio, come ci sono finito qui allora?
Com’è che sono anni che ancora precario faccio un lavoro di merda ed ho una merda di salario. Quelli come me sulla carta cantano. Dovrebbero stare avanti di decine di chilometri, ed invece, continuamente, m’attornio di persone che giudico niente. Eppure così, continuamente, un esistenza in loop fatta di nulla e niente. Ho solo rabbia, rabbia inesplosa, amori persi da mettere in prosa, un pc vecchio e un catorcio obsoleto. M’accompagnano lontano da qui quando capita, a fingermi qualcuno dove non mi si conosce. Nella realtà, quella banale, sono segretario in uno studio contabile di poco conto. Parlo meglio del mio capo, saprei fare il suo lavoro, sono più giovane ed ho un aspetto decisamente migliore. Perché sono qui? Sono qui perché mi manca qualcosa, ho un pezzo difettoso che disloca portanza e potenza. Una mente che lucidamente giudica il mio presente, un’altra che coabita con la prima che lo vive con pigra contrizione. Sono giuria inerme delle azioni che compio, ragiono sul perché non m’applico, perché sono pigro e stanco. Pigro perché qualunque che sia il mio sforzo ora, ora come allora, il risultato raggiungibile non sarà mai nemmeno paragonabile ad i sogni che posseggo e celo dietro un velo di disinteresse. Stanco perché continuo a vedere al posto mio nella realtà, quella impossibile, persone piccole. Piccole come sono io ora. Maledirmi ora è darmi più importanza di quanta me ne diedi quando ancora in grado di cambiare le cose, blandamente, decisi che cercare gloria era faticoso e meno divertente di passare la vita buttato in un club; sarebbe sbagliato nei confronti della bella persona che ai tempi ha abitato questa cariatide. Pronto ora a nient’altro che il borbottio lamentoso tipico delle vecchie scoregge incapaci ad altro se non invecchiare ulteriormente. Ed a sentirmi, infondo, sono già vecchio. Stupirsi che ci sia stato un bambino qui dentro, ecco cosa. Il vecchio è evidente, esce fuori ad ogni commento, ogni affermazione, so già che è tutto sbagliato, come e quando sarà manchevole e la cosa peggiore è notare che, dio mio, non sbaglio. E se non sbaglio a prevedere, io che son sbagliato a priori, allora questo mondo non è meno triste e malato di me. Manchevole anch’esso di portanza.

Data di Uscita: 02/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

UNTIL THE QUIET COMES

Cado nel tunnel delle essenze sonore e respiro luce, m’immergo nel blu violaceo delle pareti del cosmo e uccelli meccanici cinguettano melodie elettroniche… è tutto così magnifico ed intenso.
Tra gli alberi stellari il canto di una sirena: una donna magnifica con piume d’argento si cela tra i rami della foresta di silicio, intanto dall’altra parte del buco nero, nel teatro della galassia si apre uno spettacolo di burlesque, e le immagini viaggiano ancora in bianco e nero.

Cromatismi. Aberrazioni. Glitch.

Strati su strati, coperte di suono, polvere grossa e brillante, bottiglie d’assenzio…
Brillanti multisfaccettati scintillano al buio, una mano li accarezza lieve…

Il vento echeggia nel deserto: i barbari arrivano con le loro tute gialle e portano doni da un trip hop impregnato di chillwave e dmt: occhi di pitoni, peli di zanzare, pelli esotiche con squame di suoni prismatici, immagini altissime e forme lunghissime.

Il tempo. Il selvaggio. Il nero.

Il respiro profondo di una ragazza e poi… c’è una tribù che danza nella bruma, e lo sciamano spreme diamanti con le mani: stringendo sempre più forte li riduce in polvere.
Le sue mani sono enormi e sanguinano rumore rosa…

Il Tempo assiste con estrema devozione al rito ma è nervoso: spalle tese, nervi tesi, occhi lesi: è in trance. Voci ammalianti e spigolosi spazi sonori si creano intorno a Lui che pensa al ritmo: parole leggere e parole affaticate, suoni disconnessi e melodia.

Che fastidio irriverente…

L’uomo nero ha tre clessidre: una bianca, una rossa, una nera: quella bianca dà il tempo ai sogni, quella nera toglie o aggiunge ore al sonno, quella rossa accelera o rallenta i battiti del cuore…
L’alchimia delle onde, l’energia dei bassi, tutto nel minestrone dello sciamano urbano: una soluzione salina, dove si sciolgono cristalli di vetro cosmico.

Il viaggio. La mente. La giungla.

E poi… la luce in fondo al tunnel e mi ritrovo sopra una roccia nell’oceano a levitare tra pietra e aria, spazio e forma: sento la magia, ammiro il vuoto, aspetto la quiete…

Voglio la pace nel mondo.

I never want to come back…

Marco Caprani

7. Umberto Maria Giardini – La Dieta dell’Imperatrice

Data di Uscita: 05/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Ljus


La mano arrancò un po’ scostando la tendina pallida e sul vetro appannato si disegnò un’impercettibile scia umida. Col polsino della camicia, Rachele si ritagliò un varco fra il vapore che si era creato sulla finestra e guardò fuori. Gli occhi le si colmarono di un bianco tagliente. I raggi del sole finalmente colpivano la distesa di neve fra la porta di casa e il bosco.
Si voltò a guardare il viso addormentato di lui, la luce che poco prima le aveva prepotentemente invaso lo sguardo adesso le offuscava la vista, microscopici corpuscoli le danzavano davanti alle pupille. Il gatto sollevò pigro la testa, la osservò con quella superiorità felina un po’ saccente e si leccò una zampa per poi passarla sul muso candido.
La stanza respirava biancore e silenzio.
La stasi era rotta solo dalle palpebre assopite di Giulio che si muovevano febbrili.
Rachele sorrise.

***

Diluviava. Il cielo era così basso e torbido da sembrare a portata di mano. La pioggia incessante batteva controvento, disegnando forme astratte sui vestiti scuri di Giulio. A fatica riusciva a mettere un passo dietro l’altro sul sentiero sterrato che strisciava fra i grandi alberi neri.
Da un tempo che ormai pareva infinito, un imponente lupo dagli occhi glaciali lo scortava indicandogli la via e un’aquila maestosa lo vegliava dall’alto. Ne scorgeva appena le ombre, nella notte illune e tempestosa.
Udiva solo il proprio respiro affannato e i passi fangosi.
Si domandò quanto ancora avrebbe atteso per uno squarcio limpido nell’oscurità.

Luce dei miei occhi, torna a galla lenta, lieve, limpida.

***

Passò qualche minuto prima che quelle palpebre calmassero il loro ballo frenetico e cominciassero a socchiudersi. Rachele era rimasta a fissarle quasi rapita. Adesso, senza distogliere l’attenzione, le vide aprirsi del tutto mentre le pupille, simultaneamente, si restringevano annegate dalla luce.
Si chinò a baciargli la fronte, riempiendo d’ombra i vuoti che il corpo di Giulio disegnava fra le coperte. Poi si rialzò e tornò a vagare con lo sguardo nel candore che, prepotente, bussava sui vetri della finestra.
Giulio accompagnò i suoi movimenti, accarezzando con gli occhi ogni cellula di quel corpo leggero, dai capelli color ambra fino alle caviglie strette.
Ripensò al sogno fuligginoso, inspirò e l’aria limpida gli riempì le viscere.
Fu quasi nirvana.

Aprì il libro posato sul comodino e sulla prima pagina immacolata scrisse a matita:
La fortuna mi ha baciato poco
ma nel tuo corpo io precipito
nell’atomo che
invade,
gonfia le vene
e proietta un’immagine pigra, nuda.

Annachiara Casimo

8. Purity Ring – Shrines

Data di Uscita: 24/07/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Era come se in quella sala ci fossi stata solo tu, vestita dalla stoffa quanto basta, dalle luci oltre il dovuto. Ed è così che su una carnagione che immaginavo mulatta visti i tuoi lineamenti, il giallo e il magenta, il blu e il verdone, si concedevano, ordinatamente, secondo le direttive dei fari, il lusso di colorarti/vestirti. Era come se in quella stanza ci fossi stata solo tu, e cornici di ballerini anonimi dei quali non riuscivo a vedere nulla oltre l’interesse che non toccavano, la loro intestimoniabilità ridondava in dondolii e passi timidi sulla pista, svettavi nella mischia come avrebbe saputo fare solo  qualcun’altra, Giovanna D’arco, Anne Bonny, Lili Brik. Sapevo che quel sorriso sereno stampato in viso era una trappola, che tranquillizzava solo i più avventati, che di certo non eri il tipo di persona che si adegua agli approcci canonici. Non eri di certo il tipo da piacere come va, sai mica che ore sono, berresti qualcosa con me. M’avresti dispensato con disimpegno facile, mi spiace ho altro da fare, aspetto qualcuno, non ora. Per poi ballare tutta la sera da sola, se necessario in mancanza di qualcosa di meglio di un ordinario me. E nei lunghi secondi di deduzione l’ipotesi di un ordinario me si concretizza in un omino invisibile, medio in fattezze, modi e metodi che s’approccia per poi essere rimbalzato. Il sussulto in quegli attimi lunghissimi in cui hai trattenuto il catartico no coi sorrisi, dio, li maledii tutti. Tornasti a ballare sola, tornò al bancone triste. Riuscii a proiettarvi da lì a mezz’ora, sarebbe tornato ubriaco e più sicuro, saresti andata via annoiata dalle angherie di un ebbro insistente. Era il momento, valutai il da farsi, attesi attentamente mimetizzato fra le braccia dondolanti, fra i culi flosci e gli sguardi persi.

Lui s’allontana dal bancone.
Tu resti in pista non curante.
Io ordino due long drink.

Lui s’avvicina più sicuro e meno stabile.
Tu sorridi ma ti immagino imbarazzata dalla prossima insistenza.
Io lo seguo defilato.

-Ancora non arriva nessuno, sicura di non voler compagnia?
-Il mio uomo deve essersi dimenticato di me, credo tornerò a cas…
-Scusa l’attesa.

Sorrido beone e ti porgo uno dei due drink, lui evapora in una nuvola di vergogna e disappunto giusto in tempo per farmi aggiustare il tiro. Scusami, se vuoi sparirò, è solo che non volevo andassi via per un maldestro Don Giovanni da bei gusti. Sorridi di nuovo, non sapendo se per imbarazzo o apprezzamento mi dileguo dopo i convenevoli ancorandomi al bancone. Con la scusa d’aspettarti lì per chiacchiere più comode, nella ricerca dei tuoi tempi ed eventuale interesse, celo la mia incapacità di ballare così bene da starti affianco senza diventare una parte di quella cornice che non distinguevo quando ti guardavo in pista.

Alfonso Errico

9. The xx – Coexist

Data di Uscita: 10/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Il mio cuore batte in un modo diverso. Lo percepisco anche adesso che sono in macchina, diretto chissà dove.

La meta è incerta come il paesaggio circostante, mi importa solo di accendere il motore e di lasciarmi andare ai pensieri, rapidissimi come i fari delle macchine nella direzione contraria, che rimbalzano lungo il parabrezza, mi abbagliano per un istante e poi filano via lungo i fianchi della carrozzeria della macchina.

Sarà il mio modo di elaborare la separazione come mi continuano a ripetere i miei amici e forse hanno ragione: l’asfalto lucido sul quale scivolo è come un tappeto ritmico minimale, sul quale cantare la mia disillusione.

Comincia a piovere e sento odore di mare, sorrido. Le goccioline d’acqua scivolano delicatamente lungo il vetro prima di svanire in mille granelli polverizzati dal passaggio brusco del tergicristalli. Traduco ogni vibrazione dell’abitacolo in musica, soul elettronico per la salvezza dell’anima.

Si rasserena, apro i finestrini al massimo per farmi accarezzare dal soffio languido del vento, nella testa pensieri più calmi, come una dolce melodia acustica, appena sporcata dal battito regolare degli pneumatici sui giunti del ponte autostradale che sto attraversando.

Sul viso mi scorrono lacrime serene mentre rallento per raggiungere il casello di uscita. Il giovane addetto ha una radiolina dalla quale proviene un battito secco ed una voce calda, ammaliante. Ci scambiamo uno sguardo veloce e mi accorgo che lui ha in viso la mia stessa espressione. Prendo dalla tasca qualche lira stropicciata che gli consegno insieme al biglietto di uscita. Mi dà il resto, poi mi dice: “Sorgerà il sole, bisogna solo saper attendere. Magari nel frattempo ascolta buona musica, aiuta!”

Gli rispondo che lo sto già facendo da un pezzo e che va meglio. Lo ringrazio e riparto svelto, cercando di fare mente locale. Ogni cosa mi rimanda all’ultimo disco degli XX… e il mio cuore continua a battere in un modo diverso.

Maurizio Narciso

10. Sleigh Bells – Reign of Terror

Data di Uscita: 21/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Lubrico e odoroso scivola dal labbro, rivolo rosso ambrato, come fosse fango diluito dall’acqua stagnante d’un temporale passato. Il tuono che l’ha scatenato è tutto fra le tue nocche, schiantate di fretta sul viso, che accomodante s’è aperto nell’improbabile tentativo di trovare spazio sufficiente per la tua mano e la mia faccia. La mano s’è ritirata dopo il primo tentativo, e per quanto dei due il più sofferente sia io, noto bene che anche nel tuo viso si cela l’accusa di un dolore. Strana metafora quella dei pugni in pieno viso, non puoi darli senza ricevere in cambio un minimo contraccolpo. Se colpisci qualcuno allo stomaco dei due il leso è solo lui, ma prova a toccargli la testa e t’accorgerai che stai cercando di ledere ossa con ossa. A quel punto la sfida è a chi dei due beve più latte. È spesso così quando vuoi fottere qualcuno, toccagli lo stomaco, il portafogli, il cibo. Difficilmente, se intorti bene la storia, ti negherà il culo. Ma prova a cambiargli le idee, prova solo a convincerlo di qualcosa che non sente. Ed ecco che le domande, i dubbi, le argomentazioni, diverranno dicotomiche e tu per lui sarai giudice in egual maniera in cui poni giudizi. Un po’ questo è il motivo della nostra attuale tenzone, stupido redneck dei miei coglioni, sciorini stronzate sulla superiorità dell’ariano, patriottico fondatore e possessore della sacra terra degli States. Idiota da tre spicci, sai qual è la differenza fra me e te, l’unica vera differenza fra me e te? Che il mio albero genealogico si biforca. Ma non è il tuo signore onnipotente che offendi sgualcendo il figlio suo, non è l’immagine a sua somiglianza che pesti in questo momento? Argomentazione lirica, evidentemente per questo non compresa in todo, continuerai a picchiare ed io ad incassare sorridendo all’idea che presto, probabilmente, perderò i sensi smettendo finalmente di prendere parte a questa imbarazzante, stereotipata rissa da Waffle House e con ottime probabilità riprenderò coscienza quando parte di questo dolore m’avrà abbandonato. E tutto questo, il viso inevitabilmente sfregiato dalle percosse, centinaia di migliaia di neuroni persi nel trauma, costole incrinate, solo perché ho sostenuto che bisogna saper interpretare i testi. Perché a prenderli alla lettera si commette per forza errore, come il mio quando leggendo in un saggio di sociologia che nessun uomo è condannato alla certezza ho pensato di poter prendere a pugni le tue convinzioni, sicuro che la forza dei miei sillogismi non avrebbe trovato l’attrito dei tuoi colpi. In fondo, pensandoci, a iniziare sono stato io. Tu ti stai solo difendendo, e lo fai parecchio bene. Buona vita da porcaro promiscuo e alcolizzato allora, endogamico figlio di puttana.

Alfonso Errico

2 Responses to “Top Ten 2012 – Alfonso Errico”

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