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Top Ten 2012 – Giulia Delli Santi

1. Fiona Apple – The Idler Wheel Is Wiser Than the Driver of the Screw and Whipping Cords Will Serve You More Than Ropes Will Ever Do

Data di Uscita: 19/06/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Nothing wrong when
a song ends
in a minor key

L’amore è un dio cannibale che pretende in pegno frammenti d’anima ogni giorno, salvo eclissarsi all’improvviso quando pensavi il mosaico fosse compiuto, e non lo era.
La dedica questa volta è per lo spigoloso Jonathan Ames, boxeur romanziere, ma chissà non valga ancora come nota a piè di pagina per il ben più celebre compagno di ieri, il Paul Thomas Anderson di ‘Magnolia’ e ‘There Will Be Blood’. Le foto ricordo di una giornata radiosa a Coney Island trasformate quasi per necessità nello storyboard di un incubo virato in tonalità rancide, sceneggiatura impeccabile per rendere conto di come Fiona ‘Caramel’ Apple si persuase ad indossare gli abiti di Fiona ‘Rotten’ Apple scoprendo che, in fin dei conti, poteva non essere proprio una disgrazia.
Senza più narratori o registi al proprio fianco, la cantautrice dagli smisurati occhi celesti ha dovuto arrangiarsi. E’ tornata grazie alla scrittura a fare argine ad un bel campionario di mostri intimi, fissando al chiaro di luna le coordinate di una lotta sfrenata con il dispotismo del pensiero, con le ombre dolorose della mente, con il rimpianto. Ha rimasticato sentimenti e insicurezze dal gusto sgradevole, evitando di silenziare brutture, desideri di rivalsa e paranoie grottesche in confezione famiglia. Un lavoro creativo sporco, allucinato, orchestrato sul fondo torbido della propria coscienza. Un lavoro penoso già sbrigato in passato ma qui reso nobile da un intento autocritico viscerale, dall’intelligenza di chi sa fare ammenda. Amante gelosa e sadica. Zebra al neon sotto una pioggia di pura vergogna. Abbozzata e poi limata la parte, Fiona ha affidato la cura degli allestimenti al geniale scenografo e coproduttore Charley Drayton, vero pauperista dei battiti, almeno rispetto ai fasti barocchi di un Jon Brion o alle eccessive falsificazioni digitali di un Mike Elizondo. Ha quindi scelto di dirigersi in prima persona, ed il coraggio dietro il taglio realista sembra aver pagato: nessuna remora a mostrarsi pallida, triste e sciupata, quando il granito di una determinazione pazzesca è l’essenza stessa del proprio stare in scena. Davvero straordinaria nel riesumare fattivamente le proverbiali maschere del suo composto scetticismo, lo sguardo di Medusa e quel broncio meraviglioso, la Apple di ‘The Idler Wheel…’ rinnova le doti di attrice affilatissima, fascio di nervi sghembo e minimalista fragile, incostante, ma all’occorrenza non meno carismatica di Neko Case, astrazioni primitiviste comprese come da copione. Con il successo planetario dell’acerbo ‘Tidal’ la Sony aveva sperato di trovarsi per le mani un’ammiccante e docile gattina, ma la sullen girl di quel primo giro di giostra chiarì ben presto che sarebbe stata formidabile nel mettersi a nudo solo in chiave metaforica. Mancava la plastica da trasformare in platino, nel suo caso. Quella franchezza venerata dai fan e mal sopportata dal bazar della celebrità discografica approda oggi ad un risvolto di conclamata brutalità. Dopo i turgori orgogliosi di ‘When The Pawn…’ e i timidi raggi di sole del tribolato ‘Extraordinary Machine’, Fiona ha scelto di aggrapparsi con tutte le sue forze ad una forma di romanticismo appassito, ammalato e disturbante, che è tanto più onesto quanto più schietto, indifferente e lontano dagli agi del compromesso. Niente singoli da trincea televisiva generalista. Niente easy listening. Nessuna concessione alle fameliche sirene pop della sua major e nessuna torch song convenzionalmente intesa, con buona pace dei tanti che si erano affrettati a tirarla in ballo a sproposito magnificando appena qualche mese fa l’esordio dell’insulsa Lana Del Rey. Ormai inservibili anche gli immancabili apparentamenti di rito con le Tori Amos e le Joni Mitchell. La ragazzina costretta a lavare sulla piazza dei Grammy i panni insanguinati di una violenza subita in tenera età è finalmente cresciuta, forse dissolta per sempre. Al suo posto sul palco c’è oggi una donna vera con il fascino impervio e problematico della sua caparbietà di combattente istintiva, tutta unghie e cicatrici, esclusiva protagonista di ballate introverse, livide, accese solo ad intermittenza dai lampi feroci della sua voce: quell’energico irrequieto contralto che pennella sfumature, contrasti, intuizioni luministiche improvvise; che si stira e si accartoccia, si libra nel più esile dei ghirigori per poi svilirsi in un belato o lacerarsi sugli acuti in un lamento, sgraziata e ferita. Non finge una spensieratezza mai così lontana dal suo sentire attuale, ma si guarda bene anche dall’affettare pose estenuate o una comoda maniera della sofferenza. Quello di ‘Every Single Night’, segmento iniziale del film, è in tal senso un incipit quieto solo all’apparenza, ed in realtà la prima di una fila di finestre affacciate sul crudo e ribollente flusso di coscienza di una cantautrice davvero moderna. Il suo teatro d’azione sono fondali meccanici, tetri e inospitali, dominati dalla presenza marziale e quasi fisica del suo strumento feticcio: un pianoforte trasfigurato nel profilo disadorno della sua nuova consegna ritmica, suonato con sempre meno inutili slanci da virtuosa e sempre più concretezza, con quel piglio di drammatica autorevolezza a guidarla tra gli spifferi, in navigazione lenta sopra un fiume di angosce ormai impossibili da esorcizzare altrimenti. Le canzoni sono sequenze ingarbugliate e ritornanti. Si fanno largo in un intrico di sbuffi, clangori diseguali e grigie frattaglie percussive come faticose passeggiate in campo lungo sotto cieli plumbei, con il vitale e costante esercizio delle parole eletto a lenitivo specifico per quella sua splendida anima fratturata. Anche dentro inquadrature così poco ariose la performer newyorkese non rinuncia a regalare pagine di stupefacente, agra bellezza, agli scarti minimi dentro centrifughe dal vago sapore jazz, alla vorticosa seduzione della melodia. Al pari di certe magiche interpreti scandinave, si reinventa aliena. Giostra con pazienza e senza artifici dentro fotogrammi sonori brulli, lunari, per poi dipingere con il canto accese impressioni emozionali, per promuovere senza incertezze una versione scartavetrata del proprio languido magnetismo di cantante. Più che al titolo chilometrico ed opportunamente privo di chissà quale ermetico significato, il legame con i tempi di ‘When The Pawn…’ è affidato al tono di disinvolta ed audace malinconia, il registro più consono per far soffiare ancora quell’alito di rabbia passionale che è da sempre il pezzo pregiato nel repertorio dell’artista. Per una volta, tuttavia, la vera prova di forza si misura nelle ellissi. E nelle note in meno, nella scommessa di un gioco sempre praticato in sottrazione e sempre evocativo. Nella qualità dell’equilibrio al di sotto delle righe impennate di ieri. E’ questo l’autentico collante di un album che sul finale parrebbe stemperarsi, nei richiami all’infanzia e nel più frivolo accompagnamento strumentale di ‘Anything We Want’ come nella sofisticata cantilena di ‘Hot Knife’. Villaggi Potëmkin per incauti ascoltatori. Da maestra di illusioni, la Apple nasconde dietro un velo di falso ottimismo l’ennesima cappa di nuvole nere, per poi perdersi con la sorella Amber in un frastornante e pirotecnico crescendo polifonico che esplicita, mimandola, la follia dionisiaca dell’atto sessuale. Epicurea maliziosa o tetra espressionista. Licantropa e scavezzacollo o poetessa condannata ai marosi di una perenne inquietudine. Oggi Fiona è tutte queste figurine in un solo disegno, un collage scarduffato dove sono ancora tante le tessere cui mancano i colori di un cuore finalmente in armonia.

Stefano Ferreri

2. Andrew Bird – Break It Yourself

Data di Uscita: 06/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Spaventapasseri vestiti all’ultimo grido.

If memory serves us, then who owns the master
How do we know who’s projecting this reel

Morbo e ritenzione Mnestica.
Profili di porcellana accompagnano le mie confuse passeggiate lungo i corridoi immacolati della mia nuova casa. C’è odore stantio di acqua ossigenata nella stanza che divido con un vecchio di cui non ricordo il nome. Non molto tempo fa, dice, lavorava come tecnico in un cinema, oggi è quasi completamente cieco. A pensarci bene una sorte stravagante, sono tra quelli che hanno sempre sostenuto l’idea che la vita abbia un eccezionale senso dell’umorismo.
Verserà ancora un po’ di whiskey nella mia acqua o lo zuccherò nel suo tea?
Sappiamo bene che quel che dice non ha alcun senso, le giornate trascorrono monotone, la tv sempre accesa sullo stesso canale. Una volta mi hanno raccontato di un tale che ha provato a cambiare programma, ma si è addormentato prima di riuscirci.
Siedo alla finestra e mi lascio ad ascoltare la pioggia che picchietta lungo le immense vetrate. Dicevi che quando i ragazzi sarebbero cresciuti, avremmo preso una casa in Florida (o in California non ricordo) e ogni mattina avremmo atteso alla porta il furgone del latte trainare il sole nascente e avremmo giocato a dama tutto il giorno all’ombra del cedro che volevi piantare. Non rimane altro che un ricordo in perdita, c’è solo un grigio inconsistente previsto per il mio “oggi”. Se solo potessi guardare indietro, lo farei com’è stato fatto per il pianto di Euridice, ma quel che resta alle mie spalle è solo un’immagine deformata dall’aria calda, quel che accade al mondo nelle più afose giornate di primo Agosto.
Dimentico, è questa la mia colpa, e non basta un pugno di pillole di speranza a mutare la mia negligenza. A preoccuparsi di quel che ci circonda, sale un forte senso di frustrazione: dovrei ritrovare la vecchia armatura luminosa che mi renda invulnerabile a questo continuo perdersi, che mi protegga dal quel nulla che lascia trasparire il non ricordo di una vita, forse, non passata insieme. Vorrei voltarmi anche solo per ricordare cosa si prova ad invecchiare, come sono arrivato a questo, e liberarmi dall’affanno che suggerisce un “semplicemente non riesci a ricordarlo”.
Come ogni mattina mi rado con cura, indosso la mia giacca migliore e, prima di raggiungere la sala comune, osservo le scale che portano al piano di sopra, mi dicono sia quella la strada che porta alla fonte. Magari un giorno torneremo a ballare come fa la polvere se l’osservi controluce, come può chi è grato solo d’essere ancora vivo.

It’s all in the hands of a lazy projector
That forgetting, embellishing, lying machine

Giulia Delli Santi

3. Efterklang – Piramida

Data di Uscita: 24/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Esploratori spaziali di ritorno da una lunga missione furono tenuti lontani dagli sguardi del nuovo mondo, confinati su un’isola deserta, vecchio insediamento militare del nord.
Eroi nazionali che custodivano ancora negli occhi i clangori festanti delle parate militari, delle luminarie lungo i bordi della grande piazza e delle schioppettate di celebrazione della loro partenza, ora marciavano affondando i passi pesanti nel fango della piana sterminata e sul collo gelavano i fiati di cani scheletrici.
Una figura spettrale di donna volò verso i nuovi venuti, sospinta dall’alito di vento che chiuse profondo, alle sue spalle, il portone di un austero palazzone. Cucita su un camice bianco, la piramide, simbolo del nuovo ordine mondiale, riluceva su una scollatura che lasciava presagire un seno rigoglioso, occhialetti metallici sottolineavano il nero zingaresco raccolto sotto gli occhi, capelli verderame s’agganciavano dietro il bianco delle orecchie. Puntando gli occhi nel vuoto e allungando un braccio, invitò gli esploratori a seguirla sul retro del palazzone che si ergeva muto a dominare il paesaggio. Crepe tra i mattonati piegavano strisce di vento, e davano rifugio ad uccelli dalla testa biforcuta, le cui gole ululavano solitudine. Aerei militari irroravano scie chimiche abbandonando il cielo ad un grigio eterno.
Nessuno dei cosmonauti proferiva parola, camminavano uno dietro l’altro, sembravano mutanti decodificati, le pupille dilatate si riempivano di vuoto …
Una foglia mulinò nell’aria intralciando i passi del capitano, relegato in fondo alla fila. Trasversale corse la sua mente a stemperare il colore dei pulsanti e delle luci della navicella, e ad infrangere l’odore gommaceo dello scafandro, diventato l’odore dei giorni. Piegatosi rapido a raccogliere quella foglia rinsecchita sulla superficie melmosa, s’incolonnò lungo i passi dei compagni di viaggio, accorgendosi tardi della mano chiusa con troppa foga.
Mentre marciava cercò di concentrarsi intensamente sulla foglia, inatteso baluardo di vita che stentava a riconoscere, cercando di ricordarne il suo significato. Ma i passi robotici dei suoi compagni che sguazzavano nel fango sporcavano le immagini che tentava di riprendere dal fondo fumoso della memoria …
Sul retro del palazzone, sette uomini, in tenuta militare, tendevano i loro fucili fermi e muti come l’aria d’improvviso. Davanti alle loro sagome statuarie scintillavano a terra altrettante botole d’acciaio. Alle loro grosse spalle nuvole temporalesche s’accavallavano come chiome di cavalli in fuga. La donna, inchinatosi a salutare i militari, indicò bramosa, in una lingua dura e poco comprensibile agli esploratori, lo scintillio delle botole. Gli uomini venuti dallo spazio furono costretti a scoperchiarle e a restare a mirare sul fondo acquoso le loro sagome tremanti. Intanto file di scarafaggi e larve tornavano leste alla superficie e flebili dal profondo risuonavano gemiti e gorgoglii animaleschi. Le parole della donna si fecero sempre più brevi e dure, quasi s’indovinava il rossore sulle guance incipriate, e gli eroi capirono che dovevano sparire per sempre in quei buchi neri: come automi, la cui memoria addormentata non scuote più, scomparvero risucchiati dalla loro volontà meccanica e subalterna.
Il capitano rimase fermo, disorientato da tale sudditanza; aveva certo percepito il mutamento dei suoi compagni: il vuoto corrosivo del paesaggio riempire i loro occhi, sciogliere le espressioni, cancellare le parole, corrompere la volontà, azzerare la memoria.
Capì che quella foglia era un segno. Un segno di esistenza. Riaperta la mano il madore del suo palmo sciolse un odore che salì in fretta alle narici, il sangue gli si rimescolò tutto, una vampata di calore invase il corpo spingendolo lontano da quel grigiore che sapeva di morte: un giardino, delle foglie secche rastrellate, un vecchio ricurvo, il piccolo rogo che riempie acre l’aria, il vociare degli amici, le pieghe della gonna di una donna che attraversa veloce la strada, la città sbiadita nei clamori di fine estate.
In quell’istante seppe con precisione che quel mondo sortito prepotentemente dal passato era stato trasfigurato per sempre. La Storia aveva avuto una brusca accelerazione ed ora brancolava nel buio desiderosa della fine. La terra aveva smesso di dare frutti, le lingue erano scomparse, le città erano state blindate dagli eserciti, la memoria era diventata un crimine, l’umanità era talmente morta che non vi era più coscienza della morte.
Avvertì in quella condanna una grossa malinconia e una crescente solitudine scavare avidamente nel suo stomaco. La bellezza del mondo, ignorata dal dovere, sommessa dal progresso tecnico, tornava a brillare nella fiamma opaca del ricordo.
Una lacrima solcò l’occhio del capitano, quando una schioppettata, come quella festante che aveva salutato la sua partenza, all’ultimo richiamo aspro della donna, risuonò alle sue spalle e il suo corpo cadde piombo, pesante, senza vita. I brandelli di foglia si sparsero sul selciato e una folata di vento se li portò lontano da dove li aveva mandati.

Gianfranco Costantiello

4. Underdog – Keep Calm

Data di Uscita: 20/11/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

1° settimana
La pioggia continua a battere sulle pietre della strada in modo quasi violento; mi specchio nelle pozzanghere diversamente rispetto a quando lo faccio la mattina, tutte le mattine, davanti al mio specchio.
Mi sono rifiutato di andare dal “dottore”, non sono così solo. Adotterò diverse tattiche di guarigione: svegliarmi presto al mattino, mangiare poco, redigere dei rapporti scritti, ricominciare a scolpire, abolire in modo definitivo la fretta e, regola fondamentale, evitare discussioni inutili.

2° settimana
Ho preso a martellate l’orologio della cucina per non sentire più quell’insopportabile ed inquietante ticchettio, avrei voluto martellare il suono, in una meravigliosa e violenta sinestesia. Adesso giace sul pavimento come un castello abbattuto da un’orda di barbari e questa visione mi procura una brutale allegria che dura finché vedo le macerie entrare nel cestino.
Devo confessare che l’ho fatto principalmente per colpa della fame che mi attanaglia, per il mio stomaco vuoto che mi ricorda con dei vaghi deliri che sono una bestia la cui preoccupazione principale è mangiare per sopravvivere.

3° settimana
Mi sento decisamente meglio, ho stappato la bottiglia del torbido con una lenta e decisa gioia, ho raccontato tutto quello che avevo da raccontare a tutte le persone a cui tengo o almeno a quelle di cui ero sicuro che mi avrebbero ascoltato. Quando ieri sono uscito da casa di mia sorella, le gambe di una donna vestita di rosso mi hanno portato in un bizzarro posto. Non era la solita sala per ballare, ma un’allegra bettola circense in cui si ballava tango. Io ero seduto su delle gradinate verdi e piangevo serenamente ogni volta in cui la piccola orchestra suonava una milonga.

4° settimana
Ho sentito le nuvole esultare.
Mi sono svegliato guarito. Un attimo di estatico calore nella fredda indifferenza dell’universo. È abbastanza, mi basta, mi basta questo solo e insensato momento per esultare per il resto della mia vita, per guardarmi allo specchio e ridere di me e di tutto e gioire di me e di tutto.
Cammino per strada con le mie scarpe Derby marroni appena lucidate, contento di aver recuperato la cura per le cose; il vento di colpo spinge la cravattina rossa fuori dalla giacca e la manda a sinistra: non posso far altro che seguire la direzione indicata dal vento. Un grasso gatto mi conduce ad una rotonda, dove dei bambini mi portano davanti ad una pasticceria. Mi guardo attorno e vedo il posto dove suonano il tango e non posso far altro che tornarci. Dentro non c’è nessuno, solo un contrabbasso sta appoggiato ad una scala, pare chiamarmi, mi avvicino, lo accarezzo, lo abbraccio, lo suono. Un unico piccolo giro imparato forse dieci anni fa, mi pare sia di Mingus, non ricordo bene.
La barista mi sorride mentre il sole illumina una ballerina gialla che saltella vicino la finestra, becca un insetto e vola via.

Marco Di Memmo

5. Wild Nothing – Nocturne

Data di Uscita: 27/08/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Alzarsi prestissimo la mattina e vedere le prime nebbioline della giornata stagliarsi sulla pianura. Meglio stare nel letto fino a tardi per recuperare dai precedenti bagordi. Ma quali bagordi, qui non c’è granché da fare e si invecchia rapidamente. Prendere la chitarra in mano ed evadere nelle proprie camerette con i poster scuri attaccati alle pareti, sognare dolcemente tra i suoni spesso non troppo chiari. Poi magari al college si può mettere su una piccola band e sperare di raggranellare qualche dollaro in giro per i piccoli pub, tra una birra e un buon amaro. Le persone che mostrano interesse dopo ogni live e la crescente popolarità nel college, le sensazioni restano quelle: l’evasione che confluisce nella riflessione a volte pacata e a volte meno. Un ritorno a tempi passati, in decenni richiamati con estrema raffinatezza, quasi come se si fosse nati in un periodo sbagliato. La formula magica del synth sognante, li chiamano spesso revival in senso spregiativo. A rievocare certi fantasmi si rischia di finire uccisi dagli stessi, ci vuole un talento pazzesco per restare in vita.
Nelle proprie camere si può crescere benissimo così spensierati a giocare con la malinconia, la semplicità dei sentimenti e la fragilità degli stessi. Esportare l’intimità fuori dai confini della propria mente può diluire e far perdere la propria carica emotiva? Sembra normale un decadimento totale dell’intimità se fatta esplodere fuori. Certi casi mostrano il contrario, ai limiti del ragionamento razionale e a volte oltre.
E allora si può passare dal college a studi di registrazione ancora dozzinali ma dotati di funzioni base per registrare le proprie sensazioni antiche senza dispersioni varie; con i genitori magari a spingere per ripagare ancora più in fretta i debiti accumulati per lo studio del figlio. Senza l’idolatria del porsi al centro della scena si possono colpire le persone e il pubblico ed esplodere con la propria intimità facendola arrivare all’esterno. Fantasmi di nebbia che ballano al suono di tastiere riesumate chissà dove.
E se il successo diventa più grande bisognerà uscire dalla cameretta e girare il mondo, alla fine era quello il vero sogno, in giro con gli spettri a suonare ad occhi chiusi dappertutto. Sospesi tra fumi vari, esposizione al successo e mistura di trita e ritrita critica dappertutto. Il boom stropicciato che tanto piace alle folle chiamate independent.
E dopo la sbornia si resta semplici ragazzi, dopo la Rivelazione si cerca di non perdere l’intimità violata e ci si rimette in moto come sempre partendo dai propri spazi personali della Virginia.
Il riverbero diventa più pulito, le colorazioni sono sempre quelle, rimangono. L’impatto del tempo passato reso più delineato, costantemente vitale come una cartolina ricevuta e messa a riposare sul proprio cuore in una notte fredda. Potenzialmente contrastante con il tanto piacevole ostentare che fa godere e rizzare i peli ai critici, l’elaborazione non ostentata nasce da qui. La capacità di rimanere aderenti pur cambiando qualcosa. La forza del nascere insieme a certi spiriti del passato. E quella grandissima cura delle imperfezioni, che tanto piace in generale alla Cultura postmoderna rimasta ancorata alla malcelata diversità, si tramuta in cura del proprio spazio e basta. Si tornerà a viaggiare portando la nuova intimità in bella vista, con un carico di sensazioni da spargere al suolo. Disegnando le proprie vie i sogni e il buio prendono vita grazie al languore e al calore della voce, la compattezza si infittisce portandoci in un mondo più lucido e sognante allo stesso tempo. Minimale, ricoperto con ovatta senza piegature strambe ed aggiunta di archi: la nuova danza è compiuta. Paradise, Shadow & Nocturne.

Alessandro Ferri

6. Anaïs Mitchell – Young Man in America

Data di Uscita: 13/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Every day a dying day.

Sono passati già vent’anni da quella serena giornata di primo autunno. Le foglie prendevano ad impallidire appena, e la terra imbruniva come da rituale nel momento in cui sono stato mandato via da casa.“Occhi neri e deliranti”, mi chiamavi ribelle. Un figlio indesiderato, dicevi. Di fronte a te, io; che non ho mai saputo cosa significasse sentirsi voluto, che non sono mai stato accolto nel tuo gregge.
“Pastore, come ci si sente?”

Per i primi tempi ho vagato per le strade dell’Arizona, infinite distese a due corsie. Il deserto a farmi da sfondo, così rassicurante nella sua monotonia. E come il coyote si rivolge avido alla luna, io ero in cerca di un luogo dove far sentire il mio ululato.
Ho camminato a lungo finché non ho incontrato Annemarie: capelli d’oro morbido e corpetto osceno che mostrava curve risolute come fossero scolpite nel marmo. Il suo camminare fiero come si concede solo una “Star”, malgrado le considerazioni lascive dei suoi corteggiatori.
Di donne ne ho avute molte, anche quando ero con lei, ma non ho mai guardato nessuna di loro in quel modo. L’ho trovata in un paese insignificante e non riuscivo a spiegarmi come una come lei fosse rimasta così a lungo in quel posto così poco generoso. Lei che aveva classe, oh, se ne aveva… La sua presenza ha riempito a lungo il vuoto che mi portavo nello stomaco.
Eravamo a caccia di sogni, onnipotenti come ci si sente solo a quell’età. “Come ci si sente?”
Eravamo certi di poter possedere il cielo con tutte le stelle. Come rapaci eccitati alla vista di un ratto carnoso, volavamo a caccia dell’opportunità di cui voi eravate debitori.

I never felt so high / I think I’m coming down
I never laughed so loud / I think I’m coming down
Nothing gonna stop me now

Ho provato a non farle mancare nulla, ogni cosa in mio possesso era per solo per lei. Ma i conti sospesi cominciavano a pesare troppo sulla mia schiena. “La mia miseria era solo per lei”. Ho chiesto pietà questa volta, ma, ad attendermi, c’era il suo sguardo severo ed io, io ero solo ancora una volta.

Please / Please don’t leave
Easy feeling / Don’t leave me like that
Don’t set me Free.

Sono entrato in un bar in cerca di compagnia, qualcuno con cui prendere qualcosa da bere, e non mi stupii a vedermi allontanato come un accattone. Era evidente che il Sogno avesse un prezzo, ora.
Ho provato a mantenere la quota, ci ho provato a restare avanti, ma come dopo un trauma, quanto più mi sforzassi di ricordare, tanto più dimenticavo come ero finito così.
Sono stato barbiere, poeta, sarto e molte altre cose. Ho scoperto che il riflesso di me stesso non era in grado di rispondere alle domande che mi portavo dietro da una vita, ormai. Mi sono rivolto dunque al tuo Dio. Anche in questo caso non ho avuto risposta. Se non un mentore, chi può aiutarmi a capire chi sono?

Non sono certo tu potrai leggere questa lettera. Non ho tue notizie da quand’è morta mia madre. Non sono riuscito ad esserci per il funerale, però ogni tanto passo a salutarla, sai. Dovresti portarle fiori più spesso. Scrivo per ringraziarti, certo, perché concedendomi la strada così presto, strappandomi via dalla vostra aiuola come si fa con l’erba invadente, ho potuto annusare prospettive seducenti, ascoltare echi di lusinghe di un Sogno evanescente, trovandomi a chiedere, ora, se fosse mai cominciato.
Siamo noi le navi che hanno perduto la rotta in un paese non più disposto a far riverberare i suoi fari.

Giulia Delli Santi

7. First Aid Kit – The Lion’s Roar

Data di Uscita: 23/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Seduta a gambe incrociate sopra ad una panchina guardi scorrere il mondo e regali al vento i tuoi pensieri confusi. Non riesci a trovare una strada da seguire, continui a cercare e sbagliare, litigare con le parole e inventare equilibri.
Sembra voler volare via il lembo della tua sciarpa rossa insieme alle foglie e ai tuoi capelli che ti coprono gli occhi e ripensi a quando chiusa nella tua stanza scoprivi i primi dolori e non avevi scatole di medicine sul comodino ma ti bastavano le poesie tormentate di un ragazzino inquieto del Nebraska per dilatare e cicatrizzare le ferite.
Una folata di vento più forte all’improvviso e in ogni modo cerchi di non lasciar scappare via i fogli che hai in grembo.
Ricordi della prima estate in cui hai girato il mondo, tra la scoperta di anime che non sono la tua, sorrisi tirati agli stranieri da parte di cameriere dallo sguardo infelice, tramonti rubati di sfuggita dall’autostrada e le tue gambe accovacciate tra spartiti nel sedile posteriore dell’auto.
Primo tra tutto nella tua vita venne il canto, quando i cieli scuri li vedevi dalla finestra, protetta dal caldo della tua soffitta: una chitarra da dividere con tua sorella e le due voci che si intersecano fresche e secondo natura mentre il vento sibila minaccioso ricordandoti che è a Stoccolma che sei nata e che al freddo bisogna abituarsi.
Pensi che non vorresti sprecare più tempo tra l’aria ora tiepida ora gelida dei ricordi e questa che ti percuote le guance. Sai che è difficile, come smetterla di fantasticare su buoni propositi o di proteggersi dietro ad altre canzoni.
Come cenere trasportata dal vento, vorresti lasciar volare via le tue paure. Dimenticati dei riflessi in cui non ti riconoscevi. Nel mezzo del caos, continua a cercare qualcosa che sia vero. Osservi negli occhi l’umanità che sfila dall’altro lato della strada e fissando parole su carta sorridi pensandoti regina per qualche istante di quel teatro dell’assurdo che è il mondo.
Raccogli la tua borsa, tutti i fogli, aggiusti la sciarpa e il cappello di lana e ti alzi dalla panchina con un’immagine sola nella mente. Un vinile di Gram Parsons sul giradischi mentre fuori una tempesta.

Filippo Redaelli

8. John Talabot – ƒIN

Data di Uscita: 06/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

“Viene chiamato persistenza della visione… è l’unico modo per tenere gli occhi sempre aperti”.

Ricorderò per sempre questa frase pronunciata nella stanza 4.03 del museo del Prado, all’alba del mio settimo anno di età. Nonno Pierre passava giornate intere ad accarezzare con lo sguardo quei dipinti disconosciuti, firmati da una mano ignota. Troppo timidi gli autori, troppo umili, per pensare di aver creato qualcosa degno di essere visto, di essere condiviso. Le loro opere venivano disposte con noncuranza in una delle ultime sale del museo, senza teche o luci speciali per preservarli. Nessun custode si accorgeva di lui e della sua piccola sedia pieghevole, perchè quei dipinti affiancati da una targhetta con su scritto “Artista Sconosciuto” altro non erano che figli di un abbandono. Quel giorno indossava degli occhiali scuri come l’ho visto sempre fare, un debole tentativo di preservare una vista che giorno dopo giorno lo rendeva sempre più lontano dalla realtà.
Una moglie dispettosa”, commentava sorridendo.
Mi venne a prendere sotto casa nel tardo pomeriggio, tenendomi con la sua mano calda fino all’ingresso di Parque del Retiro. Quando il suo passo diventò più incerto ed il suo sorriso tremolante presi il suo posto, precedendolo. All’ingresso del museo riuscì a malapena a riconoscere i gradini, con solo le abitudini di mezzo secolo a sorreggerlo, ma una volta raggiunta la stanza il suo volto si illuminò.
Conoscevo il quadro che aveva scelto anche se non l’avevo mai visto, me ne aveva parlato talmente tante volte che era come se l’avessi dipinto io stesso.
Era così semplice, bianco e nero… un flusso di pensieri interrotti, storia di una civiltà perduta, affogata tra orrori e rinascita.
Nonno Pierre si sedette sul pavimento a gambe incrociate, le mani sulle ginocchia con le braccia a formare un angolo retto. Si tolse con calma gli occhiali scuri per fissare il suo sguardo sul dipinto, il che mi consentì di ammirare la bellezza di quegli occhi marroni dalle venature dorate un istante prima che perdessero per sempre la loro luce.
Più avanti nel tempo le convinzioni del nonno, anche dopo la sua morte, vennero viste con sospetto e con la tipica accondiscendenza che si riserva alle persone anziane. Sosteneva di essere riuscito a fissare quell’ultima istantanea nel suo immaginario, in maniera indelebile.
Si era scelto uno scenario visivo da poter sfogliare giorno dopo giorno, imperturbabile a quello che i suoi occhi oramai bianchi catturavano.
Era diventato, per me, il simbolo dell’uomo artefice del proprio destino, e molte altre cose.
Gli ho sempre creduto, ed è per questo che sono ritornato in questa stanza, stasera.
Mi hai insegnato tutto quello per cui ho vissuto. L’importanza dei momenti contro lo scorrere del tempo. A credere nelle persone che non modificano il loro spirito nonostante migrazioni e disabitudini.
E mentre la corona di oro e sangue colerà liquida sopra la mia testa, il mio ultimo sorriso sarà rivolto all’uomo che mi ha insegnato a sconfiggere la nostalgia, “rifugio dei cuori deboli, delle menti incapaci di proseguire, armageddon della parola più bella mai pronunciata: speranza”.

Filippo Righetto

9. Perfume Genius – Put Your Back N 2 It

D.d.U. 21/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

“Do your weeping now; All you loved of her lies here.”
(Dirge, Edna St. Vincent Millay)

Interno 17
Questa mattina sono stato svegliato dalla sua risata, vorrei che capitasse più spesso.
Le nostre stanze sono separate da cemento e intonaco ma riesco ancora a sentirle suonare i suoi valzer.
Ho abbandonato il letto con foga e, indossato il mio trucco migliore, ho aperto la porta per poterla guardare ancora prima che prenda la bicicletta per andare a lavoro.
Fingo di ignorarla con il mio sterile “buongiorno”, ma la voce tradisce un tremore.
Mi chiedo se si sia mai accorta di me.
Ciò che ho scritto è la tua assenza; quando divento l’ultima luce all’angolo della tua strada.

Giulia Delli Santi

10. Soap&Skin – Narrow

Data di Uscita: 13/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

“La solitudine è questa
situazione un po’ buffa, un po’
ridicola, un po’ aggressiva […]”
(P.V. Tondelli)

È l’immagine di una donna al pianoforte che suona Liszt, sullo sfondo un paesaggio marino olandese; le onde che si infrangono imponenti sugli scogli e corrono giù verso la riva. Spesso Helga riguardava questo video in vhs; era un ricordo di un viaggio degli anni Ottanta.
Da quando non c’era più suo marito doveva badare a se stessa, proprio come aveva fatto in gioventù quando era partita per affinare la propria anima traghettandola a Parigi. Qui aveva studiato design ma non si laureò mai. Fu lì che incontrò invece Mathieu, quello che sarebbe diventato suo sposo.

La solitudine, questa condizione in fondo naturale, necessita a volte di spiegazioni. C’è un impulso un po’ perverso nel far sentire la propria vicinanza ai cari di una persona scomparsa. Helga detestava quel viavai di visite, quelle telefonate di cordoglio da parte di gente che non vedeva da anni o che conosceva in maniera solamente indiretta. Ma, tant’è, non poteva farci niente. Alla fine s’era rassegnata a considerare tutto ciò come qualcosa di normale e pian piano aveva imparato a districarsi nel groviglio di frasi di circostanza ed espressioni di empatia di cui avrebbe fatto volentieri a meno.

Talvolta si chiedeva se fosse cinica. Tutta quella gente preoccupata, gentile, spesso in lacrime… possibile che nei loro confronti non riuscisse a provare la ben che minima gratitudine? Probabilmente tutta quella dimostrazione di affetto non la sentiva propria perché, realizzò, era diretta solo nei riguardi del marito defunto. Dunque, avrebbe senso provare ugualmente gratitudine? Per l’amore di Mathieu, sì, aveva pensato Helga. E allora, in realtà non provava più amore nei confronti di Mathieu? No, no, no! Helga rifiutava questa ipotesi. Con ferma convinzione. Il solo fatto che le fosse venuta in mente una simile fantasia le fece provare un senso di vergogna e, pentita, rivolse un rapido sguardo alla figura del marito scomparso posta sul comò.

Piuttosto, arrivò alla conclusione, lo aveva amato fin troppo da vivo. Amava così tanto la vita che nei confronti della morte provava un sentimento confuso eppur netto: il più totale disinteresse. È in vita che Mathieu era stato suo marito, amante, amico e persino padre. È in vita che si dimostrano gli affetti, pensava, non da morti. La morte è l’oblio e non merita alcuna considerazione. Diamo troppa importanza alla morte e poca alla vita.

Helga spense il televisore, si alzò in piedi e tirò un sospiro, come se per arrestare il suo flusso di pensieri bastasse una boccata di ossigeno. Infine prese una decisone improvvisa. Sarebbe tornata nel suo paese natio, in Svizzera.

Andrea Russo

6 Responses to “Top Ten 2012 – Giulia Delli Santi”

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