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Top Ten 2012 – Marco Di Memmo

1. Fiona Apple – The Idler Wheel Is Wiser Than the Driver of the Screw and Whipping Cords Will Serve You More Than Ropes Will Ever Do

Data di Uscita: 19/06/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Nothing wrong when
a song ends
in a minor key

L’amore è un dio cannibale che pretende in pegno frammenti d’anima ogni giorno, salvo eclissarsi all’improvviso quando pensavi il mosaico fosse compiuto, e non lo era.
La dedica questa volta è per lo spigoloso Jonathan Ames, boxeur romanziere, ma chissà non valga ancora come nota a piè di pagina per il ben più celebre compagno di ieri, il Paul Thomas Anderson di ‘Magnolia’ e ‘There Will Be Blood’. Le foto ricordo di una giornata radiosa a Coney Island trasformate quasi per necessità nello storyboard di un incubo virato in tonalità rancide, sceneggiatura impeccabile per rendere conto di come Fiona ‘Caramel’ Apple si persuase ad indossare gli abiti di Fiona ‘Rotten’ Apple scoprendo che, in fin dei conti, poteva non essere proprio una disgrazia.
Senza più narratori o registi al proprio fianco, la cantautrice dagli smisurati occhi celesti ha dovuto arrangiarsi. E’ tornata grazie alla scrittura a fare argine ad un bel campionario di mostri intimi, fissando al chiaro di luna le coordinate di una lotta sfrenata con il dispotismo del pensiero, con le ombre dolorose della mente, con il rimpianto. Ha rimasticato sentimenti e insicurezze dal gusto sgradevole, evitando di silenziare brutture, desideri di rivalsa e paranoie grottesche in confezione famiglia. Un lavoro creativo sporco, allucinato, orchestrato sul fondo torbido della propria coscienza. Un lavoro penoso già sbrigato in passato ma qui reso nobile da un intento autocritico viscerale, dall’intelligenza di chi sa fare ammenda. Amante gelosa e sadica. Zebra al neon sotto una pioggia di pura vergogna. Abbozzata e poi limata la parte, Fiona ha affidato la cura degli allestimenti al geniale scenografo e coproduttore Charley Drayton, vero pauperista dei battiti, almeno rispetto ai fasti barocchi di un Jon Brion o alle eccessive falsificazioni digitali di un Mike Elizondo. Ha quindi scelto di dirigersi in prima persona, ed il coraggio dietro il taglio realista sembra aver pagato: nessuna remora a mostrarsi pallida, triste e sciupata, quando il granito di una determinazione pazzesca è l’essenza stessa del proprio stare in scena. Davvero straordinaria nel riesumare fattivamente le proverbiali maschere del suo composto scetticismo, lo sguardo di Medusa e quel broncio meraviglioso, la Apple di ‘The Idler Wheel…’ rinnova le doti di attrice affilatissima, fascio di nervi sghembo e minimalista fragile, incostante, ma all’occorrenza non meno carismatica di Neko Case, astrazioni primitiviste comprese come da copione. Con il successo planetario dell’acerbo ‘Tidal’ la Sony aveva sperato di trovarsi per le mani un’ammiccante e docile gattina, ma la sullen girl di quel primo giro di giostra chiarì ben presto che sarebbe stata formidabile nel mettersi a nudo solo in chiave metaforica. Mancava la plastica da trasformare in platino, nel suo caso. Quella franchezza venerata dai fan e mal sopportata dal bazar della celebrità discografica approda oggi ad un risvolto di conclamata brutalità. Dopo i turgori orgogliosi di ‘When The Pawn…’ e i timidi raggi di sole del tribolato ‘Extraordinary Machine’, Fiona ha scelto di aggrapparsi con tutte le sue forze ad una forma di romanticismo appassito, ammalato e disturbante, che è tanto più onesto quanto più schietto, indifferente e lontano dagli agi del compromesso. Niente singoli da trincea televisiva generalista. Niente easy listening. Nessuna concessione alle fameliche sirene pop della sua major e nessuna torch song convenzionalmente intesa, con buona pace dei tanti che si erano affrettati a tirarla in ballo a sproposito magnificando appena qualche mese fa l’esordio dell’insulsa Lana Del Rey. Ormai inservibili anche gli immancabili apparentamenti di rito con le Tori Amos e le Joni Mitchell. La ragazzina costretta a lavare sulla piazza dei Grammy i panni insanguinati di una violenza subita in tenera età è finalmente cresciuta, forse dissolta per sempre. Al suo posto sul palco c’è oggi una donna vera con il fascino impervio e problematico della sua caparbietà di combattente istintiva, tutta unghie e cicatrici, esclusiva protagonista di ballate introverse, livide, accese solo ad intermittenza dai lampi feroci della sua voce: quell’energico irrequieto contralto che pennella sfumature, contrasti, intuizioni luministiche improvvise; che si stira e si accartoccia, si libra nel più esile dei ghirigori per poi svilirsi in un belato o lacerarsi sugli acuti in un lamento, sgraziata e ferita. Non finge una spensieratezza mai così lontana dal suo sentire attuale, ma si guarda bene anche dall’affettare pose estenuate o una comoda maniera della sofferenza. Quello di ‘Every Single Night’, segmento iniziale del film, è in tal senso un incipit quieto solo all’apparenza, ed in realtà la prima di una fila di finestre affacciate sul crudo e ribollente flusso di coscienza di una cantautrice davvero moderna. Il suo teatro d’azione sono fondali meccanici, tetri e inospitali, dominati dalla presenza marziale e quasi fisica del suo strumento feticcio: un pianoforte trasfigurato nel profilo disadorno della sua nuova consegna ritmica, suonato con sempre meno inutili slanci da virtuosa e sempre più concretezza, con quel piglio di drammatica autorevolezza a guidarla tra gli spifferi, in navigazione lenta sopra un fiume di angosce ormai impossibili da esorcizzare altrimenti. Le canzoni sono sequenze ingarbugliate e ritornanti. Si fanno largo in un intrico di sbuffi, clangori diseguali e grigie frattaglie percussive come faticose passeggiate in campo lungo sotto cieli plumbei, con il vitale e costante esercizio delle parole eletto a lenitivo specifico per quella sua splendida anima fratturata. Anche dentro inquadrature così poco ariose la performer newyorkese non rinuncia a regalare pagine di stupefacente, agra bellezza, agli scarti minimi dentro centrifughe dal vago sapore jazz, alla vorticosa seduzione della melodia. Al pari di certe magiche interpreti scandinave, si reinventa aliena. Giostra con pazienza e senza artifici dentro fotogrammi sonori brulli, lunari, per poi dipingere con il canto accese impressioni emozionali, per promuovere senza incertezze una versione scartavetrata del proprio languido magnetismo di cantante. Più che al titolo chilometrico ed opportunamente privo di chissà quale ermetico significato, il legame con i tempi di ‘When The Pawn…’ è affidato al tono di disinvolta ed audace malinconia, il registro più consono per far soffiare ancora quell’alito di rabbia passionale che è da sempre il pezzo pregiato nel repertorio dell’artista. Per una volta, tuttavia, la vera prova di forza si misura nelle ellissi. E nelle note in meno, nella scommessa di un gioco sempre praticato in sottrazione e sempre evocativo. Nella qualità dell’equilibrio al di sotto delle righe impennate di ieri. E’ questo l’autentico collante di un album che sul finale parrebbe stemperarsi, nei richiami all’infanzia e nel più frivolo accompagnamento strumentale di ‘Anything We Want’ come nella sofisticata cantilena di ‘Hot Knife’. Villaggi Potëmkin per incauti ascoltatori. Da maestra di illusioni, la Apple nasconde dietro un velo di falso ottimismo l’ennesima cappa di nuvole nere, per poi perdersi con la sorella Amber in un frastornante e pirotecnico crescendo polifonico che esplicita, mimandola, la follia dionisiaca dell’atto sessuale. Epicurea maliziosa o tetra espressionista. Licantropa e scavezzacollo o poetessa condannata ai marosi di una perenne inquietudine. Oggi Fiona è tutte queste figurine in un solo disegno, un collage scarduffato dove sono ancora tante le tessere cui mancano i colori di un cuore finalmente in armonia.

Stefano Ferreri

2. Father John Misty – Fear Fun

Data di Uscita: 01/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

F. si sveglia lentamente ogni mattina, dorme molto poco, perlopiù svestita ma coperta dalla fastidiosa lana dei pensieri. È con ogni probabilità la regina di Babilonia e tutti, anche senza saperlo, sono pazzi di lei.
Si passano bei momenti nella sua città, ovunque si va si ha la testa coperta e si avverte una bizzarra libertà, lo stesso spirito che anima F., la donna più bella del suo meridiano. È forse la donna di cui si potrà innamorare il prossimo Gesù Cristo laico. Ha qualche piccola psicopatologia urbana che la porta a piangere molto spesso e a desiderare di vivere in qualche lontana campagna ai confini con un altro universo, mentre però continua a sguazzare nel ritmo postmoderno della sua danza e non sa far a meno della musica, con cui ha oltretutto stretto un legame più profondo che tutti sperano finisca presto.

L’organo suona mestamente e viene accompagnato da percussioni che sono vecchie e stanche almeno come l’essere umano. Sembra che tutte le parole che esistono in questo mondo siano già state dette in tutti i loro abbinamenti possibili. Sembra che tutte le combinazioni amorose possibili siano già state fatte. Sembra che nessuno creda più nella felicità e nell’amore, soprattutto gli infelici e i narcisisti.

F. è  bella come il papavero giallo e talvolta fa venire delle allucinazioni che creano alla vittima migliaia di immagini di F. nella mente e la trasformazione di qualsiasi donna in una potenziale F., può togliere le forze e far venire un sonno travagliato. Si potrebbero scrivere anni luce di parole su F. ed almeno la metà sarebbero parole tinte di rosso, altre sarebbero parole di tempo spogliato. Con lei si impara ad amare almeno per brevi momenti questa burla bellica che siamo tutti costretti a vivere ed a cui ci attacchiamo tutti come sanguisughe assetate e disperate.
La vita ha sciolto un altro anno, e comunque andranno le cose, anche se riuscirò a ricomporre la mia sfera, sarò per sempre innamorato di F..

Marco di Memmo

3. Underdog – Keep Calm

Data di Uscita: 20/11/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

1° settimana
La pioggia continua a battere sulle pietre della strada in modo quasi violento; mi specchio nelle pozzanghere diversamente rispetto a quando lo faccio la mattina, tutte le mattine, davanti al mio specchio.
Mi sono rifiutato di andare dal “dottore”, non sono così solo. Adotterò diverse tattiche di guarigione: svegliarmi presto al mattino, mangiare poco, redigere dei rapporti scritti, ricominciare a scolpire, abolire in modo definitivo la fretta e, regola fondamentale, evitare discussioni inutili.

2° settimana
Ho preso a martellate l’orologio della cucina per non sentire più quell’insopportabile ed inquietante ticchettio, avrei voluto martellare il suono, in una meravigliosa e violenta sinestesia. Adesso giace sul pavimento come un castello abbattuto da un’orda di barbari e questa visione mi procura una brutale allegria che dura finché vedo le macerie entrare nel cestino.
Devo confessare che l’ho fatto principalmente per colpa della fame che mi attanaglia, per il mio stomaco vuoto che mi ricorda con dei vaghi deliri che sono una bestia la cui preoccupazione principale è mangiare per sopravvivere.

3° settimana
Mi sento decisamente meglio, ho stappato la bottiglia del torbido con una lenta e decisa gioia, ho raccontato tutto quello che avevo da raccontare a tutte le persone a cui tengo o almeno a quelle di cui ero sicuro che mi avrebbero ascoltato. Quando ieri sono uscito da casa di mia sorella, le gambe di una donna vestita di rosso mi hanno portato in un bizzarro posto. Non era la solita sala per ballare, ma un’allegra bettola circense in cui si ballava tango. Io ero seduto su delle gradinate verdi e piangevo serenamente ogni volta in cui la piccola orchestra suonava una milonga.

4° settimana
Ho sentito le nuvole esultare.
Mi sono svegliato guarito. Un attimo di estatico calore nella fredda indifferenza dell’universo. È abbastanza, mi basta, mi basta questo solo e insensato momento per esultare per il resto della mia vita, per guardarmi allo specchio e ridere di me e di tutto e gioire di me e di tutto.
Cammino per strada con le mie scarpe Derby marroni appena lucidate, contento di aver recuperato la cura per le cose; il vento di colpo spinge la cravattina rossa fuori dalla giacca e la manda a sinistra: non posso far altro che seguire la direzione indicata dal vento. Un grasso gatto mi conduce ad una rotonda, dove dei bambini mi portano davanti ad una pasticceria. Mi guardo attorno e vedo il posto dove suonano il tango e non posso far altro che tornarci. Dentro non c’è nessuno, solo un contrabbasso sta appoggiato ad una scala, pare chiamarmi, mi avvicino, lo accarezzo, lo abbraccio, lo suono. Un unico piccolo giro imparato forse dieci anni fa, mi pare sia di Mingus, non ricordo bene.
La barista mi sorride mentre il sole illumina una ballerina gialla che saltella vicino la finestra, becca un insetto e vola via.

Marco Di Memmo

4. Sigur Rós – Valtari

Data di Uscita: 28/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Við höldum andanum

Fin dal mattino ero stato tormentato da una strana angoscia. Ad un tratto mi era sembrato che tutti mi lasciassero solo, che tutti mi abbandonassero.

F.D.

Respiro.
L’odore di brina che ancora riposa pigra sul letto d’erba della collina, alle spalle della vecchia casa di legno nell’Austurland, penetra persuasivo le mie narici. Lascio che ogni alveolo polmonare si gonfi come spugna in acqua, e l’assenso è dato. La pungente brezza del giorno nascente mi avvolge con una danza d’invadenza. Lascio che ogni centimetro di pelle sia graffiato dalla carezza di una gorbia di ghiaccio, e l’approvazione è concessa.
Brandelli di cielo; costretto ai capricci del vento indisponente che impone ai cumulonembi fluttuazioni ipnotiche, accelerati come in un film dopo aver stretto il tasto forward; mi accompagnano fedeli lungo la strada che mi porta un po’ più lontano da casa.
Proseguo apparentemente senza meta sorretto dal legno dell’aspettativa, promosso da una piccola bugia di bambino a scettro di indipendenza conquistata. Il passo, ancora una volta incerto, sembra presagire una morte lenta, seguito dalla giovane e fedele foschia che racconta di nuances di raccolta tristezza. Ma non voglio smettere di respirare; mi lascerò piuttosto trasportare dalla suggestione emotiva indotta dai frammenti di voce, placidi e rassicuranti, di qualche albero solitario che mi capita di incrociare lungo il percorso.
E ho l’impressione di vederla da lontano la nuvola di vapore accogliente che, come una madre, mi richiama al mio proposito. Rapito da una sensazione di paura ed eccitamento allo stesso tempo, mi trovo ad accelerare il piede. L’effetto prospettico mascherava la distanza effettiva, in poco tempo raggiungo le sue pendici. Venti metri di basalto colonnare mi separano dal fondo della cascata di cui non riesco a vedere la profondità. Il sole più alto è una benedizione, le nubi quasi del tutto allontanate. Mi scrollo di dosso ogni orpello, ogni elemento non necessario e mi vesto di vento. Seduto al margine del vuoto, chiudo gli occhi per contemplare la bellezza del paesaggio sonoro che mi avvolge in un abbraccio rassicurante. Ho finalmente l’impressione che il mondo sia assorto in una quiete silente, smorzata soltanto dalla liturgia corale dell’acqua il cui flusso omogeneo si rivolge perpendicolare al basamento, sicuro di quel che sarà il suo approdo, con una tale naturalezza.
Forse è la calma a darmi coraggio. Torno in posizione eretta e, fiero, gonfio il petto. La punta delle mie dita è accarezzata solo da aria ora. Il battito cardiaco si fa più intenso.

Un ultimo respiro e un altro passo avanti.

Giulia Delli Santi

5. Chapelier fou – Invisible

Data di Uscita: 09/04/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Ci sono degli strani rumori in cantina, sbattere di pentole, vaghe note, chiacchiere in una lingua strana e suoni elettronici. Mi muovo piano, ma quando apro la porta si calma tutto. Accendo la luce e scendo le scale; sento tossire e sbattere qualcosa nel buio.
Attorno a me c’è il vuoto, tutti gli scatoloni sono scomparsi di colpo e c’è un odore di silicio, o meglio un odore che mi ricorda il silicio, o forse il silicio non ha odore, non importa.
Sono in maniche corte e in poco tempo sento gelare, sento una strana voce e poi un’altra e d’improvviso mi viene buttata addosso una giacca che pare la parka eschimese. Il freddo diventa insostenibile. Spunta dal buio una piccola ragazza, poi un ragazzo, poi degli adulti e degli anziani.
Tramite una bizzarra suggestione mi passa nella mente un intero alfabeto di lettere strane e qualche millennio di storia: comincio a parlare l’inuktitut correntemente e chiedo spiegazioni.
È morto il re del Centro del Mondo e bisogna ristabilire la pace, gli Inuit erano suoi fedeli servitori (che dalla parte più calda del mondo sono stati portati in quella più fredda per proliferare in armonia) ed ora mi chiedono di andare al centro della terra a portare la pace.
Quando arriviamo lì ci accorgiamo che la pace è già arrivata ed è stata incoronata come regina. Dopo aver bevuto una birra andiamo su un piccolo e invisibile satellite della terra che gli Inuit dicono di aver costruito circa tre millenni fa. Torno a casa a prendere la macchina fotografica, ma essendo diventato invisibile all’occhio umano non Inuit non mi apre nessuno.
Alla nostra partenza un’orchestra di orsi bianchi ci suona una marcia che elimina la forza di gravità e ci dà la spinta per saltare (perché su questo satellite ci si può arrivare solo saltando).
È un bel posto, si mangia molto pesce secco e gli abitanti hanno una particolare preferenza per la musica psichedelica. Faccio un tour di questo grazioso corpo celeste a cavallo di una renna. Mi fermo in una strada lungo la quale si sentono solamente canzoni dei Velvet Underground ed entro in un locale sotterraneo semibuio. Il barista mi ricorda qualcuno… non riesco a capire. Dopo qualche whiskey mi rendo conto che il barista è uguale a me, anzi, sono io. Allora io chi sono? Io sono un Inuit ed imploro il me stesso dall’altra parte del bancone di ridarmi il mio corpo. “Eh no caro mio” mi dice bonario “non posso, sei diventato invisibile, anzi sei sempre stato invisibile, il corpo non ti serve”. I miei vestiti eschimesi cadono a terra: sono diventato del tutto immateriale. Con la mia nuova non-sostanza mi aggiro per il satellite e mi rendo conto che esso stesso è etereo.
Il mio non-cuore pulsa in modo impressionante, talmente forte che le onde che genera mi riportano sulla terra. Ho in mano uno scettro di osso di balena, ma soprattutto ho di nuovo le mani, ed ho di nuovo tutto il mio corpo e sono di nuovo me stesso. Sono in Terra del Fuoco, a qualche chilometro da Ushuaia, cammino senza sosta sapendo solo che sono alla ricerca di qualcosa, ma ovviamente non so di cosa. Un albatro mi si avvicina in volo e mi dice di andare dalla volpe Albert che ha quello che cerco.
Alcuni condor delle Ande cercano di portarmi via lo scettro che io uso a mia volta per scacciarli. Vedo in lontananza un bell’esemplare di volpe della Patagonia e gli chiedo informazioni: è il cugino di Albert e mi porta fino a lui all’interno di una caverna. Albert non dice una parola, mi guarda fisso per dieci minuti e poi mi fa “sì, nonostante tutto sei il prescelto” e mi butta una pietra che dice di essere “la sacra pietra che proviene dalla Luna”. La pietra si incastra perfettamente sullo scettro.
E questa è la storia di come sono diventato il Re degli Onironauti, discendente indiretto di un Inuit cacciatore di balene che si era stancato deponendo a mio favore, scegliendo la carriera di musicista jazz.

Un merlo bussa alla mia finestra e mi dice che tutto questo non ha senso. Io a mio discapito posso dirgli solo che fin quando non ne sapremo qualcosa in più, i sogni, che siano ad occhi aperti o chiusi, non hanno necessariamente un senso.

Marco di Memmo

6. Josephine Foster – Blood Rushing

Data di Uscita: 17/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Oh anima mia, fa’ che io sia in te adesso
Guarda attraverso i miei occhi, guarda le cose che hai creato
Tutto risplende

Per anni è stata sufficiente l’illusione, promossa come più facile delle imbeccate da quella figura così austera. Gonna a strascico, scialli e camicette nere, lunghi capelli di corvo raccolti in uno chignon.
E lo sguardo dall’inconfondibile ombra triste, sempre enigmatico nella sua gravità.
Ovunque la riconoscevi come il fantasma di Emily Dickinson, persa in un passato astratto ed impossibile.
I frammenti malinconici della sua antologia folk claustrale, compilata con ascetico riguardo sulle liriche della poetessa di Ahmerst, non potevano che rappresentare il fondo di questo esorcismo, quasi una liberazione. Nelle altre riletture quel senso di possessione mancava. Niente abbaglio mesmerico dentro le canzoni, anche se coraggio e finezza antiaccademica sono sempre stati insopprimibili prerogative per la sua sensibilità di artista. Così i lieder della tradizione romantica tedesca trasfigurati in ‘A Wolf in Sheep’s Clothing’ dai fuochi bianchi e acidi delle chitarre elettriche, così il canzoniere popolare di Garcia Lorca tonificato in ‘Anda Jaleo’ dal cristallo del charango e da una vivida asprezza gitana esercitata a tutto campo.
Esaurito lo slancio di questa sua parentesi devozionale, Josephine Foster torna a vestire i panni della strega campestre degli esordi, quando lo standard appalachiano delle sue composizioni per ukulele era traviato dalla vitalità selvatica di un’affilata ma irrequieta vena psichedelica. Soltanto una sfaccettatura tra le altre per quella voce incredibile, un soprano salmodiante forgiato in ambito lirico e sorpreso nell’imbarazzo tra inclinazioni lugubri e ridenti arabeschi, smussatura palese dei tanti anni spesi a perfezionarsi tra funerali e sposalizi.
Appena pubblicata la seconda raccolta iberica, Josephine ha abbandonato il suo rifugio andaluso per tornare in patria e registrare il nuovo ‘Blood Rushing’, disco che rilascia uno sfacciato aroma di States sin dall’inequivocabile allegoria della copertina, personale rivisitazione pittorica della propria bandiera nazionale. Il sottile filo rosso che lega campi e firmamento è lo scorrere impetuoso di un sangue – o di un vino, stando all’incalzante ritornello di ‘O Stars’ – che è l’essenza stessa della natura orgogliosa ed indomabile. Il Rio Colorado dei remoti esploratori spagnoli si tuffa dal Grande Carro a battezzare una nazione e ad ancorarla a quanto ha di più sacro. Non soltanto il sole, oggetto di una benedizione sincera in una luminosa mattina d’inverno. Non solo il vento, che sferza indifferente le mille torri di Chicago. Non solo gli affacci vertiginosi sulle Rocky Mountains, o le colture vezzeggiate nella febbre di un canto propiziatorio. Tutto il quadro insieme, l’intero patrimonio. Anche la pancia gassosa della terra, anche la limpidezza feconda dell’acqua, lo scintillio benevolo delle stelle.
Blushing è il doppio in scena e la guida, colei che arrossisce, che presta occhi e cuore sul sentiero. E’ suo il diario che sfogliamo, miniature tonali e annotazioni di un misticismo astrale. Un compendio bucolico che ricorda la spensierata Arcadia di Vashti Bunyan, ma con ambientazioni e corredo simbolico profondamente americani. Un sigillo evidente nella piega populista di certe ballate, alt-country che non disdegna rigogli gospel e riscatta la maggiore prevedibilità della scrittura con tutta la classe ed il polso della cantante, oltre magari ai pregevoli orpelli flessuosi della sua chitarra. Al solito il picking nudo si apre ad un florilegio di digressioni. Stilizza fino all’osso ma non rinuncia ad aggraziare l’ordito con suggestioni arcane quanto inattese, rendendo movimentato e a tratti perfino eccentrico un album, per altri versi, dalla perentoria impronta classicista. Semplice e semplicemente arrangiata ma del tutto accattivante, la cavalcata di ‘Sacred Is the Star’ è il manifesto emblematico di questo inedito approccio easy listening: folk melodioso e zampettante, refrain killer in una dotazione di pelli e mandolini, carta di libera cittadinanza per le orecchie di ogni ascoltatore. Anche rallentando i giri e curando più a fondo la foggia dei ricami, la scrittura si conferma penetrante e disinvolta.
Naturale e suadente Josephine, eppure impervia. Sfuggente quando al momento del congedo sceglie di far bisticciare country-blues e psych-folk e va a bersaglio per franchezza innata.
Blood Rushing’ è la sua improvvisa colica pop.
Svolazzante. Ambigua.
Nervosa, eterea, lussureggiante.
Fragile come le Electrelane auliche e commoventi dell’addio. Pure pietrosa. Eruttiva ed arrembante nel suo vestitino avant-folk, a briglie sciolte in poche sfuriate elettriche come riusciva ai Gorky’s Zygotic Mynci in piena sbornia da crapule rock. Oppure esile e silvana in quella mise da maliarda à la Joanna Newsom, che dai tempi della New Weird America le è sempre calzata a meraviglia.
La Foster di oggi è un quarzo opalescente. Una maestra di incantesimi, di fascinazioni raminghe. La sirena che intesse delicate ninnananne per un mondo spogliato di ogni armonia. E proprio come Emily nella sua stanza, continuerà ad irretirci nella perfezione silenziosa della nostra solitudine.

Stefano Ferreri

7. Giulio Aldinucci – Tarsia

Data di Uscita: 02/08/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Non conoscevo molto bene né la matematica né la fisica, tantomeno la meccanica.
Vivevo quasi in montagna, in un’ordinata casetta vicina ad un piccolo ruscello, dove potevo assistere ogni sera al concerto delle rane ed alle sinfonie degli uccelli. Un elettricista anarchico mi montò l’impianto elettrico, io lo aiutai quanto potei, divertito dalle sue storie che provenivano da un tempo parecchio lontano. Le lampadine ronzavano un po’, ma in fin dei conti era un bel lavoro che ammiravamo soddisfatti; l’elettricista mi fece anche i complimenti per la casa: l’avevo recuperata da un crollo quasi certo e l’avevo arredata secondo lo stile bohémien-frugale-ordinato che avevo sviluppato un po’ al paese ma soprattutto in città. Suonò un paio di stornelli alla chitarra e mi divertii ad accompagnarlo col clarinetto, ma soprattutto ad ascoltare il contenuto eretico di quei canti. Mangiammo una frittata con gli asparagi selvatici che avevo colto il giorno stesso.
Mentre eravamo a tavola gli parlai della mia idea: costruire un aeroplano. Non restò molto sorpreso da questo proposito insolito, ma piuttosto si meravigliò del fatto che io non avessi la minima competenza nel farlo. Mi consigliò un paio di persone a cui affidarmi e se ne andò salutandomi con pacata allegria.
Il giorno dopo feci gli ultimi lavori di recupero della piccola officina che avevo accanto alla casa, ma al termine dei lavori mi accadde una cosa strana: avevo del tutto abbandonato l’idea dell’aeroplano. Dopo essermi lavato un po’ presi la bicicletta e pedalai per qualche chilometro prima di arrivare alla stazione. Presi il primo treno che mi avrebbe portato al mare. Mi era venuta l’improvvisa voglia di non vedere più i profumati alberi e le pietre, ma la delirante distesa d’acqua che ci esalta e annulla al tempo stesso. Riuscii a chiamare un mio amico che abitava in un paese lì vicino ed appena arrivai prendemmo una barca. Il mare era calmo e molto freddo, noi avevamo pesanti giacche e poca voglia di parlare, ma molto piacere nello stare insieme. Il mio amico pescò un paio di pesci che mangiammo a cena. A tarda sera rimanemmo a dormire nella sua piccola casa sulla spiaggia dove viveva quando non era né in mare né in montagna. Il vino e lo iodio formavano una vaga sensazione di perfezione sensoriale, dove la pace dei sensi non era nella loro inazione ma nella loro delicata azione simultanea. Stavamo bene e parlammo con leggerezza dei nostri problemi, dei nostri progetti e delle nostre idee fino ad addormentarci.
Sognai un pescatore africano che portava un rinoceronte su una grossa barca.
Nonostante non fosse affatto mia abitudine mi svegliai poco prima dell’alba. Scesi le cigolanti scalette di legno della casa e mi andai a sedere sulla spiaggia per assistere al rientro dei pescherecci. Presi un foglietto piegato e scrissi cinque versi. Cominciava a spuntare il sole ed io avrei presto abbandonato la pianura per fare ritorno a casa, una delle mie tante case.
Pensando all’immortalità dei granchi fantasticai sul ritorno in paese o forse in città, o magari andare a insegnare in Francia come immaginavo qualche anno prima.
Poi arrivò il giorno col suo peso, sostenibile in proporzione a quanto si guardi il cielo, e il mio amico mi accompagnò a prendere il treno.
Tornato a casa trovai l’elettricista addormentato sul gradino della porta. Si alzò ed andò ad aprire l’officina dove mi presentò la sorpresa: mi aveva regalato una sua vecchia motocicletta malandata perché “più realistica” dell’aeroplano; in più aveva trovato degli arnesi per lavorare il legno che mi sarebbero stati molto utili.
Così mi misi a fare un mobiletto per l’elettricista e a ristudiare la matematica e la fisica, ma la cosa che mi sorprese di più fu che iniziai a riparare quella vecchia motocicletta con cui oggi sono tornato al mare per vedere i pescherecci rientrare.

Marco Di Memmo

8. Brother Sun, Sister Moon – Brother Sun, Sister Moon

Data di Uscita: 16/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Immagini d’infanzia

Agostino si era fermato sotto la mia finestra lanciando un fischio prolungato e mia madre, che già trafficava ai fornelli di primo mattino, aveva rincalzato, con voce stridula, costringendo a svegliarmi.  Il pavimento freddo, sotto i piedi scalzi, m’aveva riportato interamente alla realtà e, infilando il capo nel pertugio lucente tra la tapparella e il davanzale avevo riconosciuto la sagoma imbellettata di Agostino. Era la prima domenica di primavera, le campane risuonavano in fondo alla grande strada alberata: la messa sarebbe cominciata da lì a poco.

Ma lungo lo stradone avevamo infilato furtivamente un vicolo, oltre il quale si apriva un sentiero sterrato. Scapezzando qualche ramo basso di mandorlo, pestando dell’erbaccia selvatica, Agostino era sgattaiolato nell’anfratto lungo il fienile, dove nascondeva il suo pallone di cuoio. Riapparve rosso in volto, scrollandosi il panciotto dai rametti e dalle foglie e dai petali bianchi, esibendo trionfante, sul palmo della mano, il pallone, per poi scagliarlo lontano, verso la grande campagna, calciandolo al volo col collo del piede.

Il gomitolo coriaceo rimbalzava incerto tra i nostri piedi, lungo il sentiero gibboso, mentre strombazzavamo i nomi di alcuni calciatori simulando le voci dei cronisti sportivi della radio. Il vento tiepido sfiorava i nostri capelli e le bocche sorridenti, s’ingolfava nelle fossette delle guance, e socchiudevamo le palpebre agli improvvisi bagliori di sole che filtravano obliqui lungo il fitto pioppeto.

E, dopo un lungo tratto polveroso, sfiancati, finivamo su uno slargo erboso, recinto dal muretto storto sul retro della chiesa, dove, con le mani infilate nelle sacche del pantalone di velluto, ci aspettava, statuario, Leo. Un deciso colpo di spazzola a destra, che scoperchiava una scriminatura lattiginosa e millimetrica, era stato rassettato con della gelatina, tant’è che i capelli restavano saldati alla testa anche quando, correndoci incontro, grugnendo e paonazzo in volto, aveva affondato goffamente un tackle.

Con le gambe penzoloni sul muricciolo, acchittati nei nostri panciotti domenicali – rispolverati col fazzoletto, che aveva asciugato le nostre fronti madide di sudore -– rifiatavamo dalla serie interminabile di palleggi e attendevamo la fine della messa per confonderci con la frotta di gente che, all’andate in pace del prete, si rovesciava con malcelata frenesia sul sagrato.

Di lì a poco la messa sarebbe finita, scortata dal clangore festante delle campane, mentre davanti ai nostri occhi si apriva solenne la sterminata campagna, che improvvisamente s’abbuiava, sospesa in un odore pungente ed acre,–foriero di pioggia; e un treno, oltre i filari di mandorli in fiore, inarcando sbuffi di fumo nell’aria rappresa, andava sferragliante, chissà dove.

Fummo costretti a riparare nel piccolo casolare, poco distante, circondato da un muretto a secco. Leo ansante, un po’ spaventato dal temporale e cogli occhi pensierosi – che forse rivedevano il suo volto contrito davanti a sua madre, che lo aveva scoperto disattendere la messa domenicale – si era raggomitolato sulle ginocchia, in un angolo, mentre sferzava, sul tetto in lamiera, la pioggia. E mi sembrava di stare a guardare, nel rimbombo metallico, pungolati da refoli di acre frescura, un altro Leo: non più il ragazzetto ciarliero e pomposo che scorazzava con la sua bici e striava l’asfalto liscio con lunghissime e fumanti sgommate sotto il balcone della bella Marianna. Adesso, di tanto in tanto, stronfiava come un soldato e strofinava le mani imperlate di sudore sul pantalone per scaricare la tensione.

Ma subito il sole tornava a spettinare i suoi caldi raggi sulle nostre teste stordite, e con passo adagio, come smarriti, abbandonavamo il nostro rifugio, riguadagnando la strada. E il chiacchiericcio dei credenti, riparatisi, gomito a gomito, sotto i tendoni del caffè della piazza, al di là della chiesa, cresceva e si spandeva leggero nell’aria ancora umida della campagna che, tra le sue fronde e ombre semoventi, infondeva una sconosciuta inquietudine.

Gianfranco Costantiello

9. Jüppala Kääpiö – Animalia Corolla

Data di Uscita: 12/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Seguendo la forma dei suoni

Una casa fantasma tra due oliveti apparsa in una fitta nebbia mattutina.
Un giovane vecchio uomo con la barba che sconfessate le parole muove i suoi passi tra l’erba e i sassi.
Lo stesso luogo dove forse tre secoli prima tentò di cacciare una fagiana con una pietra.
Un vuoto enorme, una coscienza della non-coscienza, ricordi vaghi che galleggiano nel mare salato degli occhi, sifr, uno zero, una cifra, le osservazioni astronomiche degli arabi.
Una fontana, dei girini in una vasca, la pasta fumante sui tavoli di legno, le panche, le altalene.

Ti seguo, Forma, in tutte le tue forme, ti seguo e ti cerco, e mi si induriscono i piedi, e mi si raffredda la mente; sei l’unica ragione, l’unica grande cosa che ritengo forse sacra.
Ti seguo, te lo ripeto, con la pochezza dei miei sensi che cerco di estroflettere, con la mia potenza, con la mia miseria, ti cerco coi miei denti, con le ginocchia: gli occhi la bocca le orecchie il naso la pelle le ho aperte per te e sono in te.
Ti avverto, Forma, e ti chiamo così ribaltandoti, tu che sei tutti i contenuti, tutte le infinitesimali e vibranti particelle, tu che ti fai spazio tra la grande mappa dei volatili e la società dei pesci e ti elevi nel più piccolo insetto fino a far esplodere il torace umano, fino a far deflagrare gli astri, fino a far disintegrare le galassie.
Ti avverto, te lo ripeto, nella sacra inconsistenza dei violini, nei crateri della luna, nella controversa melodia dei buchi neri che confondono tanto il tempo quanto gli umani e che sono, per le nostre piccole luminose vite, non più importanti di un’arancia.

Tra quei pini lontani ho sempre immaginato dei lupi timorosi degli uomini, dei daini agorafobi che mantengono il loro mistero, delle lepri che si offrono in pasto alla vita.
Le cime frastagliate delle montagne ci mantengono a terra: la montagna è più giovane dell’antichissima pianura.
Una parte di me pare essersi smarrita (guardo la mia solitudine e non la riconosco, poi ricordo un verso “avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale”) ma forse la ritroverò.
I fiori si dischiudono in una meraviglia purpurea e il polline vortica impazzito attorno agli animali venuti al circo dell’esistenza, mentre nelle profondità dell’oceano i calamari giganti ridono della luce.
La cognizione del dolore sentendo lo stridio dei cingoli graffiare l’aria. La cognizione della gioia vedendo la vermiglia luce del sole raccogliersi in grossi raggi nell’onirica allucinazione del tramonto.

Sulle ali di migliaia di coleotteri vengo a portarvi il mio corpo.

Marco Di Memmo

10. Tame Impala – Lonerism

Data di Uscita: 05/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

L’erba dello spiazzo di terra dietro la casa di Kevin era in via di guarigione. La terribile ondata di caldo che l’aveva portata a divenire di un giallo chiarissimo aveva lasciato spazio a qualche sporadica pioggia riparatrice. Erano soliti stendersi lì in cerchio nella parte più bruciata, con le teste rivolte al centro e incollate le une alle altre e con i piedi che puntavano la casa costruita in legno dagli avi alla fine del diciannovesimo secolo. Il sistema di raccoglimento dell’acqua piovana spioveva dal tetto, per il riutilizzo, facendola defluire esattamente in un grandissimo tinello sempre di legno. La forma quadrangolare della costruzione era ancora in perfette condizioni nonostante gli anni e le tecniche di riscaldamento erano il meno invasive possibili, si sfruttava il sole e la presenza degli elettrodomestici; il materiale termico isolante posto su tutti i lati della casa unito a sistemi di ventilazione molto arcaici faceva il resto.
Kevin dopo la morte del padre aveva appreso tutti questi segreti insiti nella costruzione, li sfruttava a pieno in un riutilizzo estremo e massimale; staccato 25 km dalla città più vicina era solito andare e tornare rapidamente alla sua abitazione. Nella stanza-salotto l’intreccio di chitarre, percussioni e tastiere era ben coagulato con le superfici. Pietre quasi trasparenti dai mille colori creavano percorsi brillanti tra le varie stanze coprendo quasi interamente i ripiani della mobilia presente, i riflessi di luci davano una vitalità estrema agli interni.
Kevin era solito muoversi con i suoi amici tra il salotto e la cucina, solo dopo essere sicuri di aver captato i flussi giusti di calore ed energia trasportavano fuori le strumentazioni. Ponendole in cerchio attorno a loro nel prato creavano una sorta di Crop Circles metallico. Questo nelle serate più calde.
Quando si scatenavano le riflessioni sonore e le improvvisazioni dove i pensieri dei presenti venivano trasportati e fusi insieme. Un miscuglio psichedelico si fondeva piano piano facendo ondeggiare la testa a tutti; il classico veniva a scontrarsi con nuove forme. Le chitarre diluite ma comunque prorompenti in una cascata senza fine di tastiere e di giochini dilatanti e sferzanti. La tecnologia e il fantasma di John Lennon per creare degli orizzonti totalmente nuovi. La collezione di pietre luminose poste anche loro nello spiazzo esterno infilavano le lori luci tra i suoni e specialmente nelle sessioni notturne lo spettacolo era assicurato. Quando i synth cosmici cozzano contro i riff psichedelici classici si assiste al paradosso di un controllo estremo proprio lì dove non dovrebbe esserci. Apocalypse Dreams & Elephant.
La stagione più fredda trasporta queste sessioni nel grande salotto interno.
Lo stato all’interno è inebriante come all’esterno, una passività consapevole e psichedelica, una sorta di trasposizione della teoria del recupero costante che va a formare il nuovo. Si potrebbe anche tirare la filosofia greca ma è meglio evitare.
Una speciale tribù pone le sue basi su questi riti unificatori a base di martellanti percussioni che incalzano i componenti. Be Above It.
Quando la potenza lisergica si va a scontrare contro il materiale isolante della pareti dà vita al calore necessario alla sopravvivenza in questi tempi chiamati di crisi, la tenuta dell’irreale crea qualche appiglio nel reale dando la possibilità di sentirsi cullati e riscaldati davvero anche in condizioni definite estreme. Gli avi avevano pensato bene questa costruzione sperduta.
La nenia strappacuore e lacrime chiude tutto disfacendosi in una distorsione rumorosa. Sun’s Coming Up.

Alessandro Ferri

5 Responses to “Top Ten 2012 – Marco Di Memmo”

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