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Top Ten 2012 – Gianfranco Costantiello

1. Dark Dark Dark – Who Needs Who

Data di Uscita: 02/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Il segno del tempo nella piega di una ruga, capelli bianchi arruffati sulla fronte, occhi grossi e liquidi a fissare il muro di gambe, di fruscii, di mani incrociate. Joe lasciò la parete scalcinata per muoversi verso un tavolo ai margini della sala, dove era seduto, sotto un neon intermittente, un giovane dall’aria triste. Sfilata una sedia da sotto al tavolo, Joe gli si mise di fronte, senza lasciarsi sfuggire con lo sguardo la figura sinuosa della bella Marie.
Tra le colonne circolari del grande stanzone, una calca di giovani ciondolava allegra e danzante al ritmo della musica, mentre un capannello di ragazzotti trafficava davanti al bancone vuotando all’unisono una fila di bicchieri. La bandicciuola, composta da cinque musicisti venuti da Minneapolis, se ne stava sul palchetto, al centro della sala, dimenandosi tra le capriole di fumo e strilla isteriche.
Il ragazzo fissava Marie, il suo profilo che gli ricordava con prepotenza Anna Karina. La fissava da un’ora o forse più. Lei svolazzava divertita e impudente tra le braccia di alcuni uomini. Joe trasse dal taschino della giacca un pacchetto di sigarette che allungò al ragazzo. Assorto nelle nebbie dell’alcool e preso dal desiderio di stringere Marie, egli ne riuscì a sfilare una, timidamente, e ad adagiarla tra le labbra segnate da una piega amara. La giacca una taglia più grande e la cravatta allentata sulla camicia sembravano declassarlo a una irreparabile solitudine. Dopo alcuni istanti in cui gli occhi vagarono tra la superficie lucida del tavolo, il ragazzo e la folla in sala, Joe si decise a parlare:
“ Ma che bella folla colorata, una festa … Il ballo ! … Braccia gambe fianchi e spalle si muovono in perfetta armonia … Non c’è bisogno della parola … Sguardi che sollevano al di sopra delle umane preoccupazioni … Ah la giovinezza ! “
Intanto un uomo, avvinghiatosi a Marie, approfittando del lento interludio musicale, le scopriva la nuca, risalendola docile, e fermandosi all’orecchio, per sussurrarle qualcosa. Lei sorrise, scuotendo leggermente la testa. Si strinsero più forte. Una mano scivolò lungo la schiena, lenta, sul vestito un po’ stretto, arrestandosi, dapprima incerta, ma poi decisa, dove s’indovinava la trama delle mutandine. La donna serrò il labbro inferiore con gli incisivi sporcandoli di rossetto.
Joe cercò ti attirare lo sguardo del ragazzo a sé, accostandosi al suo orecchio e impedendogli la vista: “Mi creda, l’unica cosa che conta è trovarsi l’un l’altra al suono di una musica che scalda il cuore. Due mani s’intrecciano, due gambe percepiscono dove vanno altre due gambe e le seguono ovunque quel movimento le porti. Le seguono perché credono che sarà come un volo … Ogni ballo e a ogni giro … Però chi può dirlo? Forse è davvero come volare …” e poggiando paternamente la sua mano sulla spalla di lui, mentre s’alzava per uscire, richiamato dal fondo della sala dall’agitarsi di un braccio di donna in pelliccia, concluse: “ Coraggio ragazzo, prima che sia troppo tardi !”
Il ragazzo, rimasto impassibile per tutto il tempo, tornò a guardare verso la sala, scoprendo amaramente l’assenza della donna. Nel brusco movimento di ravviarsi il ciuffo che gli cadeva sulla fronte, un blocco di cenere si staccò dalla sigaretta per frantumarsi sul luccicore intermittente del tavolo. Tu vuoi che ogni cosa rimanga la stessa, ma le cose cambiano cantò la cantante nell’improvviso smarrimento della sala.
Fuori, la campagna stillava muta tutta intorno, solo a tratti pareva sguarnirsi al soffio di un vento freddo. Il peso della notte si infilava negli angoli e nei polmoni, s’insediava nelle ossa. Un rombo sordo, probabilmente di un’auto che s’allontanava sul selciato, soffocava il gemere di Marie piegata contro i mattoni freddi del muro sul retro della sala. Presto una nebbia avrebbe inghiottito le distanze, sospeso ogni parvenza di vita, differito la realtà.

Gianfranco Costantiello

2. Beach House – Bloom

Data di Uscita: 15/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Mi ricorderò per sempre di quel fiore così azzurro. Clara stava aspettando i marziani, la sera dell’ultimo dell’anno del 1987. Non voleva tornare al collegio, non voleva spiegare agli adulti perché si sentisse così spesso circondata da centinaia di voci e colori. Non erano solo nella sua mente, tutt’altro, vedeva forme danzare per le strade, animali venuti dal futuro accarezzarle i piedi, desideri caleidoscopici proiettati nell’aria. Poi all’improvviso svanivano, i suoi occhi facevano fatica a mettere a fuoco i particolari del mondo reale. La notte era il suo regno, nel sogno, e in una sera afosa dell’agosto seguente scrisse una lettera all’umanità che negli anni conservò con cura in un libro di fiabe giapponesi. “A colazione spiegai una parte del sogno a mia madre. Mi pregò di non mettermi mai in pericolo. Il vasetto di marmellata non mi cascò dalle mani”. Conobbi Clara qualche anno più tardi, sul finire di una primavera insolita. Passammo gran parte dell’estate insieme, passarono molti pomeriggi di luglio nei quali, dopo corse nei boschi, ci stendevamo sull’erba a declamare poesie. Lei guardava le montagne all’orizzonte e sognava di abitare altre galassie, io scoprivo i romantici tedeschi e le raccontavo del blaue blume, il fiore azzurro di Novalis, simbolo dell’infinito. Decidemmo di dedicare la nostra vita alla ricerca della bellezza. Abbandonammo la nostra città rotolando come pietre verso nuovi oceani, assetati di orizzonti da ampliare. Era in noi, di nuovo, il potere primordiale di dare un nome alle cose, come toccandole per la prima volta. Vedi quei fuochi che si tuffano nell’acqua all’orizzonte? Sono come noi, non hanno paura della nebbia, e continueranno a scintillare. È  per questo che tutti hanno cominciato a rincorrerci. Cercare di attraversare per davvero la realtà, che non è mai ferma. Ed è per questo che serviranno sempre tanti colori, tutti quelli che riusciremo a immaginare. Solo così si può resistere alla notte, spingersi verso le soglie ultime di comprensione della realtà. Dove tutto è rarefatto, dove le visioni si dissolvono insieme agli oggetti della realtà e della fantasia. Dove non c’è niente da capire, dove c’è luce e ombra. Clara cammina avanti e indietro sulla spiaggia, a piedi nudi, tenendo insieme un paio di sandali nella mano destra. Guardiamo il cielo, mentre passano gli anni. Ogni notte, prima di addormentarmi, ripenso a quando trovammo un fiore azzurro, come un lapislazzulo, nato dalle viscere di una roccia. Lo baciammo entrambi, piccolo miracolo, simbolo e profezia delle nostre vite. Poi tutto incominciò a brillare.

Filippo Redaelli

3. Efterklang – Piramida

Data di Uscita: 24/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Esploratori spaziali di ritorno da una lunga missione furono tenuti lontani dagli sguardi del nuovo mondo, confinati su un’isola deserta, vecchio insediamento militare del nord.
Eroi nazionali che custodivano ancora negli occhi i clangori festanti delle parate militari, delle luminarie lungo i bordi della grande piazza e delle schioppettate di celebrazione della loro partenza, ora marciavano affondando i passi pesanti nel fango della piana sterminata e sul collo gelavano i fiati di cani scheletrici.
Una figura spettrale di donna volò verso i nuovi venuti, sospinta dall’alito di vento che chiuse profondo, alle sue spalle, il portone di un austero palazzone. Cucita su un camice bianco, la piramide, simbolo del nuovo ordine mondiale, riluceva su una scollatura che lasciava presagire un seno rigoglioso, occhialetti metallici sottolineavano il nero zingaresco raccolto sotto gli occhi, capelli verderame s’agganciavano dietro il bianco delle orecchie. Puntando gli occhi nel vuoto e allungando un braccio, invitò gli esploratori a seguirla sul retro del palazzone che si ergeva muto a dominare il paesaggio. Crepe tra i mattonati piegavano strisce di vento, e davano rifugio ad uccelli dalla testa biforcuta, le cui gole ululavano solitudine. Aerei militari irroravano scie chimiche abbandonando il cielo ad un grigio eterno.
Nessuno dei cosmonauti proferiva parola, camminavano uno dietro l’altro, sembravano mutanti decodificati, le pupille dilatate si riempivano di vuoto …
Una foglia mulinò nell’aria intralciando i passi del capitano, relegato in fondo alla fila. Trasversale corse la sua mente a stemperare il colore dei pulsanti e delle luci della navicella, e ad infrangere l’odore gommaceo dello scafandro, diventato l’odore dei giorni. Piegatosi rapido a raccogliere quella foglia rinsecchita sulla superficie melmosa, s’incolonnò lungo i passi dei compagni di viaggio, accorgendosi tardi della mano chiusa con troppa foga.
Mentre marciava cercò di concentrarsi intensamente sulla foglia, inatteso baluardo di vita che stentava a riconoscere, cercando di ricordarne il suo significato. Ma i passi robotici dei suoi compagni che sguazzavano nel fango sporcavano le immagini che tentava di riprendere dal fondo fumoso della memoria …
Sul retro del palazzone, sette uomini, in tenuta militare, tendevano i loro fucili fermi e muti come l’aria d’improvviso. Davanti alle loro sagome statuarie scintillavano a terra altrettante botole d’acciaio. Alle loro grosse spalle nuvole temporalesche s’accavallavano come chiome di cavalli in fuga. La donna, inchinatosi a salutare i militari, indicò bramosa, in una lingua dura e poco comprensibile agli esploratori, lo scintillio delle botole. Gli uomini venuti dallo spazio furono costretti a scoperchiarle e a restare a mirare sul fondo acquoso le loro sagome tremanti. Intanto file di scarafaggi e larve tornavano leste alla superficie e flebili dal profondo risuonavano gemiti e gorgoglii animaleschi. Le parole della donna si fecero sempre più brevi e dure, quasi s’indovinava il rossore sulle guance incipriate, e gli eroi capirono che dovevano sparire per sempre in quei buchi neri: come automi, la cui memoria addormentata non scuote più, scomparvero risucchiati dalla loro volontà meccanica e subalterna.
Il capitano rimase fermo, disorientato da tale sudditanza; aveva certo percepito il mutamento dei suoi compagni: il vuoto corrosivo del paesaggio riempire i loro occhi, sciogliere le espressioni, cancellare le parole, corrompere la volontà, azzerare la memoria.
Capì che quella foglia era un segno. Un segno di esistenza. Riaperta la mano il madore del suo palmo sciolse un odore che salì in fretta alle narici, il sangue gli si rimescolò tutto, una vampata di calore invase il corpo spingendolo lontano da quel grigiore che sapeva di morte: un giardino, delle foglie secche rastrellate, un vecchio ricurvo, il piccolo rogo che riempie acre l’aria, il vociare degli amici, le pieghe della gonna di una donna che attraversa veloce la strada, la città sbiadita nei clamori di fine estate.
In quell’istante seppe con precisione che quel mondo sortito prepotentemente dal passato era stato trasfigurato per sempre. La Storia aveva avuto una brusca accelerazione ed ora brancolava nel buio desiderosa della fine. La terra aveva smesso di dare frutti, le lingue erano scomparse, le città erano state blindate dagli eserciti, la memoria era diventata un crimine, l’umanità era talmente morta che non vi era più coscienza della morte.
Avvertì in quella condanna una grossa malinconia e una crescente solitudine scavare avidamente nel suo stomaco. La bellezza del mondo, ignorata dal dovere, sommessa dal progresso tecnico, tornava a brillare nella fiamma opaca del ricordo.
Una lacrima solcò l’occhio del capitano, quando una schioppettata, come quella festante che aveva salutato la sua partenza, all’ultimo richiamo aspro della donna, risuonò alle sue spalle e il suo corpo cadde piombo, pesante, senza vita. I brandelli di foglia si sparsero sul selciato e una folata di vento se li portò lontano da dove li aveva mandati.

Gianfranco Costantiello

4. Tame Impala – Lonerism

Data di Uscita: 05/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

L’erba dello spiazzo di terra dietro la casa di Kevin era in via di guarigione. La terribile ondata di caldo che l’aveva portata a divenire di un giallo chiarissimo aveva lasciato spazio a qualche sporadica pioggia riparatrice. Erano soliti stendersi lì in cerchio nella parte più bruciata, con le teste rivolte al centro e incollate le une alle altre e con i piedi che puntavano la casa costruita in legno dagli avi alla fine del diciannovesimo secolo. Il sistema di raccoglimento dell’acqua piovana spioveva dal tetto, per il riutilizzo, facendola defluire esattamente in un grandissimo tinello sempre di legno. La forma quadrangolare della costruzione era ancora in perfette condizioni nonostante gli anni e le tecniche di riscaldamento erano il meno invasive possibili, si sfruttava il sole e la presenza degli elettrodomestici; il materiale termico isolante posto su tutti i lati della casa unito a sistemi di ventilazione molto arcaici faceva il resto.
Kevin dopo la morte del padre aveva appreso tutti questi segreti insiti nella costruzione, li sfruttava a pieno in un riutilizzo estremo e massimale; staccato 25 km dalla città più vicina era solito andare e tornare rapidamente alla sua abitazione. Nella stanza-salotto l’intreccio di chitarre, percussioni e tastiere era ben coagulato con le superfici. Pietre quasi trasparenti dai mille colori creavano percorsi brillanti tra le varie stanze coprendo quasi interamente i ripiani della mobilia presente, i riflessi di luci davano una vitalità estrema agli interni.
Kevin era solito muoversi con i suoi amici tra il salotto e la cucina, solo dopo essere sicuri di aver captato i flussi giusti di calore ed energia trasportavano fuori le strumentazioni. Ponendole in cerchio attorno a loro nel prato creavano una sorta di Crop Circles metallico. Questo nelle serate più calde.
Quando si scatenavano le riflessioni sonore e le improvvisazioni dove i pensieri dei presenti venivano trasportati e fusi insieme. Un miscuglio psichedelico si fondeva piano piano facendo ondeggiare la testa a tutti; il classico veniva a scontrarsi con nuove forme. Le chitarre diluite ma comunque prorompenti in una cascata senza fine di tastiere e di giochini dilatanti e sferzanti. La tecnologia e il fantasma di John Lennon per creare degli orizzonti totalmente nuovi. La collezione di pietre luminose poste anche loro nello spiazzo esterno infilavano le lori luci tra i suoni e specialmente nelle sessioni notturne lo spettacolo era assicurato. Quando i synth cosmici cozzano contro i riff psichedelici classici si assiste al paradosso di un controllo estremo proprio lì dove non dovrebbe esserci. Apocalypse Dreams & Elephant.
La stagione più fredda trasporta queste sessioni nel grande salotto interno.
Lo stato all’interno è inebriante come all’esterno, una passività consapevole e psichedelica, una sorta di trasposizione della teoria del recupero costante che va a formare il nuovo. Si potrebbe anche tirare la filosofia greca ma è meglio evitare.
Una speciale tribù pone le sue basi su questi riti unificatori a base di martellanti percussioni che incalzano i componenti. Be Above It.
Quando la potenza lisergica si va a scontrare contro il materiale isolante della pareti dà vita al calore necessario alla sopravvivenza in questi tempi chiamati di crisi, la tenuta dell’irreale crea qualche appiglio nel reale dando la possibilità di sentirsi cullati e riscaldati davvero anche in condizioni definite estreme. Gli avi avevano pensato bene questa costruzione sperduta.
La nenia strappacuore e lacrime chiude tutto disfacendosi in una distorsione rumorosa. Sun’s Coming Up.

Alessandro Ferri

5. Andy Stott – Luxury Problems

Data di Uscita: 29/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Luxury era entrata una notte nella mia stanza, sgusciando silenziosa dalla finestra lasciata aperta per metà. Avevo sentito all’improvviso il suo respiro addosso, il calore del fiato sul collo e sulle spalle, touch, e le mani sinuose che scendevano; la sua presa era soffice, delicata, ma ineluttabile. La voce morbida rimbalzava in stereofonia nel mio angusto appartamento amplificando la sua efficacia attraente, incalzava decisa, incantevole. Restai tramortito e cedetti, come avrebbe fatto chiunque altro al mio posto. Numb.

Luxury vestiva panni neri come la pece, rossetto violaceo e capelli esageratamente corvini; il suo canto di sirena ammaliante mi coglieva passando sotto le braccia di acciaio delle gru all’uscita della metropolitana, la vedevo svolazzare sopra di me e il candore della sua pelle mi accecava. Era la donna dai mille e più contrasti, un’indole tormentata e tormentante, un’ossessione che talvolta dormiva rannicchiata nel cratere di un vulcano per poi riemergere e colare come onice cristallizzato sulla mia vita, incollando di paura e devozione i miei giorni ai suoi. Andava e veniva, la perdevo e la ritrovavo. Lost and Found.

Luxury mi aveva cacciato di casa una fredda mattina di autunno, anni trascorsi insieme erano stati accuratamente riposti in valigie pesantissime che mi attendevano sul selciato, su un tappeto giallo di foglie morte, la stessa morte che si insinuò in me. Ché le disgrazie non danno mai un preavviso e ti abbattono senza pietà approfittando del tuo essere fragile e nudo davanti a loro. I mesi a venire vedevano me stesso inerme, la rassegnazione di un lungo cappotto grigio come il cielo e i caseggiati, a contrasto col calore della natura di ottobre che sotto le suole dei miei mocassini stendeva un telo infinito ad accompagnare la mia uscita di scena. Quell’immagine si presentava ai miei occhi di continuo, alzavo i bassi esagerati e mi scuotevo nel mio bunker sotterraneo, a lacerare i timpani e cercare il punto di rottura, il confine tra dolore e piacere, il momento esatto in cui essi si fondono e ne restano labili differenze; intorno a me la cenere di una vita finita, un martellare continuo, da non riuscire a prendere sonno. Sleepless.

Luxury anni fa mi portava ogni venerdì ai vernissage di strana arte, esposizioni singolari allestite in vecchie cattedrali sconsacrate, spoglie, austere. Erano serate di sorrisi tirati, di strette di mano false, di calici di champagne raccolti da un andare e venire di vassoi d’argento. Ricordo il freddo pungente, ricordo accompagnamenti musicali inusuali, battiti insistenti di techno rallentata su sfondi scurissimi e voci bianche. Ci accoglieva sempre Alison all’ingresso, a fare gli onori di casa, lei era l’unica a sorridere di sincerità e aveva una voce celestiale; poi rimanevano soltanto mezze conversazioni cifrate scambiate quasi di nascosto, da un orecchio all’altro, come per preparare il colpo del secolo. Hatch the Plan.

Luxury rimaneva a letto quando mi alzavo nel cuore della notte per partire per un viaggio di lavoro; la sera prima decidevamo insieme i miei completi da portar via, passavamo le dita sulle rigide pieghe delle camicie immacolate, ci incantavamo a selezionare le cravatte, l’autocompiacimento del lusso. L’autista mi attendeva sotto il porticato, fumavamo insieme un’aspra sigaretta di routine prima di metterci in cammino. In strada l’immagine mentale di lei placida sotto la coperta di broccato sembrava rassicurarmi, poi il mio sguardo si appoggiava sulle campagne mute e umide, dormienti, mi perdevo in suite notturne di ambient che mi inghiottivano tra riflessioni e aspettative. Expecting.

Luxury vedeva riflessa ogni sera la sua immagine spaventata nel lungo specchio posto tra i due divani rossi, alle sue spalle si dispiegava il dedalo di corridoi, porte e nicchie a perdita d’occhio, in quella casa infinita; era sola adesso, e aveva il terrore di scoprirci qualcuno, ombre furtive a rubare il suo privato. Aveva la convinzione di vivere nella versione upper class del video di Protection dei Massive Attack, e lei non era Tracey Thorn, lei affogava il terrore nel velluto e negli eccessivi monili barocchi. Tratteneva il respiro, ansimava ad ogni folata di vento che agitava il tendaggio di raso, camminava avanti e indietro e i suoi passi avevano naturale musicalità, un buon ritmo, quello delle preoccupazioni. Luxury Problems.

La notte dell’addio ero sceso in strada a respirare un po’ d’aria marcia, contaminata e impura. Avevo una disperata necessità del contrasto per capire subito che altri universi avrebbero potuto accogliermi, e che il senso d’appartenenza lo si costruisce con l’abitudine più che con disonesti credo proclamati con la bocca impastata di whisky scozzese. Mi fusi con la break beat dirompente suonata da un gruppo di afroamericani all’interno di un capannone degradato, c’era anima nei loro ritmi spezzati, nelle loro pseudo-danze convulse; rimasi in un angolo buio col timore di venire scoperto. Up the Box.

E quindi era vero, avevo lasciato Luxury alle spalle e con essa morbidi anni di vita, l’ultimo viaggio in una macchina lunghissima con autista imbellettato e interni in pelle. Alberi spogli a un lato della strada e mattoni rossi a perdita d’occhio dall’altra parte, entrambi passati al filtro di rigagnoli di pioggia sporca sui vetri oscurati dell’abitacolo, d’altronde Manchester è fatta di questo. Giunti all’imbocco del ponte sul fiume si spiegarono davanti al mio sguardo manifesti in successione, tutti uguali, impossibili da contare e impossibili da evitare; fermo immagine in bianco e nero di un tuffo carpiato, una donna con indosso un costume intero anni 50 di un’eleganza d’altri tempi, uno sfondo grigio rarefatto, in tinta col cielo. La perfezione, la raffinatezza, la malinconia sterminata, l’antracite e il fasto, copie tutte uguali per imprimersi nella memoria, mentre me ne stavo andando. Leaving.

Federica Giaccani

6. Burial – Truant / Rough Sleeper

D.d.U. 17/12/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Stretto nella morsa dello smarrimento, sconfortato e inquieto, mi scopro riemergere alle contingenze fisiche della realtà dopo esser caduto, senza avviso e febbrilmente, nel rimuginio del tempo.
Il grigio dei palazzi il tramestio delle strade le vetrine nebbiose il vuoto dietro ai passi della gente. Non voler esserci, non voler esserci mai stato.
Lunghe, troppo lunghe queste notti invernali.

Gianfranco Costantiello

7. Library Tapes – Sun peeking through

D.d.U. 20/07/2012

Un breve ascolto, durante la lettura


La fronte della casa è stata ridipinta, i cornicioni ridefiniti, le vecchie persiane sostituite. Proprio stamattina gli operai smontavano l’impalcatura, mentre sulla strada dei ragazzi, con i fiati ancor pieni di sogni, andavano a scuola.
Un vecchio risaliva, e poggiando il telaio della bici contro lo stipite, spariva nei vapori del caffè. Presto un sole incerto si frangeva sulla vetrina, a frugare il tintinnio della tazza sui denti tra le dita malferme.

Gianfranco Costantiello

8. Julia Holter – Ekstasis

Data di Uscita: 08/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

This is the ekstasis

Èstasi [dal greco ἐξ στάσις, ‘star fuori – dalla mente’] s.f. 1 Stato psichico di svincolamento dalla realtà, di entusiasmo fanatico e di commozione, misto a un senso di rapimento, a volte accompagnato da visioni e da sensazioni uditive allucinatorie. 2 Nella fenomenologia religiosa, l’“uscita da sé” dell’anima che, abbandonato il legame con il corpo fisico e con i sensi, stabilisce un contatto temporaneo con il divino. 3 (est., fig.) Stato di intenso piacere. 4 Il silenzio quando non mi dici che mi ami che s’infila in ogni millimetro vuoto fra me e te. 5 L’equilibrio perfetto dei tuoi fianchi allineati ai miei, piccole caverne in cui riecheggiano echi mistiche. 6 Aspettarti. 7 Il tempo passato a fissarti il naso e contare le volte che ti si arriccia andando all’insù, mentre parli. 8 Ipnosi di musica che si specchia in se stessa, delicata. 9 La micia, gomitolo di pelo nero solitario, che mi si addormenta teneramente in grembo. 10 Gli sguardi caldi e sorridenti che mi danno l’illusione d’essere importante. 11 Leggerti una pagina di un libro dopo aver fatto l’amore. 12 Ascoltarti suonare dopo aver fatto l’amore. 13 Divertirsi a suonare quando si è da soli. 14 La primavera che s’infila negl’interstizi fra le tapparelle e punteggia la stanza di minuscole stelle. 15 I viaggi programmati e mai fatti, gli aerei cercati e mai presi, i posti sperati e mai visti, i soldi invocati e mai avuti. 16 Vestirsi l’una coi vestiti dell’altro, cambiare taglio di capelli e rispondere “forse” a chiunque ci chieda se siamo fratelli. 17 Il vuoto che sento all’altezza dell’ombelico quando mi manchi e che si colma fino a straripare quando m’abbracci. 18 Le sfumature violacee del cielo che si riflettono sui giardini e hanno un suono lento e malinconico. 19 La tua schiena che sembra un pezzetto di luna e io che ci annaspo su. SIN Quiete.

Annachiara Casimo

9. Mac DeMarco – 2

D.d.U. 16/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Salta in macchina, piccola, le stelle continuano a sussurrarci di seguirle, cosa ci facciamo ancora qui? Skipping town, let’s get out and see what we find. Salta in macchina, dai. Andiamo. La chitarra, la macchina da scrivere, le camicie a quadri, i vinili, i libri, il poster di Jim Morrison. Andiamo.
Di cos’altro abbiamo bisogno se ci apparteniamo l’un l’altra? I just wanna go.

Annachiara Casimo

10. Pepe Deluxé – Queen of the Wave

Data di Uscita: 14/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Clochard.

Più che una figura sociale sono uno stato mentale, ho sempre pensato. Brulicanti come mosche, consapevoli ed indifferenti del disagio quasi fisico che provocano, continuano la loro vita che mi è sempre parsa senza scopo.
Qui sotto ce ne sono a centinaia, a migliaia.
Fare una stima accurata è difficile dato che l’unica fonte di luce sono poche candele sparse qua e là in maniera asimmetrica, ed il riflesso causato dalle mele dorate che pendono da un enorme albero al centro della caverna, su una collinetta formata da carabattole, ninnoli e rottami che cresce sotto i miei occhi, alimentata da centinaia di migliaia di tasche che vengono svuotate.
Lo chiamano il Giardino delle Esperidi.
Non so dire come mi sia ritrovato qui… magari ammirando un dipinto sono entrato in un sogno scomparso, oppure toccando un fregio di una colonna mi si è aperto sotto i piedi un canale per il centro della Terra.
Forse è bastata quella moneta donata senza essere richiesta, appoggiata sul tetto di cartone di un uomo senza volto.
In questo spazio infinito, ogni cosa è fonte di rumore.
Sagomato nella roccia spunta un organo nato con il Mondo, ogni tasto collegato con una gigantesca stalattite, a formare il litofono più geniale ed incantevole mai pensato.
Sopra un’antica carrozza nobiliare incastrata tra le rocce di un laghetto sotterraneo, un conte decaduto aggredisce con le dita abbellite da anelli senza pietre una chitarra elettrica senza corde, ad ogni fatica del suo braccio corrisponde una scarica energetica proveniente da due enormi bobine di Tesla poste alle sue spalle.
Questi suoni vengono avvolti dal respiro di un numero indefinito di bicchieri di plastica con all’interno delle monete, di forchette battute fra loro, di sciarpe bagnate nell’acqua, il tutto a condurre alla vera meraviglia tra le migliaia di corridori usciti della prima Arca.

Lei si chiama Erizia, quattordicesima Queen of the Wave. Capelli mossi e ribelli, castani con riflessi bordeaux imprigionati in una coda che lascia intravedere il candore delle spalle. Avvolta da scialli e foulard, cammina scalza sulla collinetta ed ognuno si inginocchia al suo passaggio. Ha un seno robusto, una catenina passa da un anello sulla narice sinistra fino all’acquamarina sul suo ombelico. Canta con voce profonda ed ammaliante della profezia di Oceanus, il gigantesco fiume che circonda il Mondo. Quando la canzone all’interno del Giardino delle Esperidi sarà perfetta, le acque si alzeranno di nuovo per riversarsi con fragore là dove le disparità sono più ingiuste, cosicchè quando si ritireranno tutte le proprietà saranno confuse, indistinte, e l’equilibrio tra chi ha e chi non ha sarà finalmente ristabilito.

Mi sono risvegliato seduto sulla strada, la schiena appoggiata ad un muro.
Il cielo, nuvoloso, mi faceva pensare ad Erizia. Entrambi, firmamento e sacerdote, racchiudevano una bellezza acuita dal fatto che, all’improvviso, poteva essere nascosta agli occhi degli uomini.
Non ricordavo di avere dei vestiti così sporchi, né delle scarpe così malmesse. Ispezionando le tasche con dei guanti bucati ho trovato un foglietto spiegazzato con su scritto “qualcosa che suoni come un flauto”.
Dopo un attimo di sbigottimento, tutto mi tornò in mente.
Mi alzai sorridendo, e fischiettando mi diressi al prossimo cestino.

Filippo Righetto

3 Responses to “Top Ten 2012 – Gianfranco Costantiello”

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