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Top Ten 2012 – Federica Giaccani

1. Trust – TRST

Data di Uscita: 28/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Le persone razionali ponderano parole e gesti, dosano entusiasmi e non si lasciano fregare dai colpi di fulmine. Anche con la musica, le persone razionali necessitano di più ascolti prima di sbilanciarsi in giudizi, esprimono pareri ragionati e non esplodono in isterie incontenibili.
Una volta ero una persona razionale, poi ho imparato a farmi travolgere.

Tempo fa mi presentasti Maya e Robert in quel lurido locale dalle pareti nere scrostate, non abbiamo fatto altro che bere come le spugne, ammiccarci dietro gli occhiali neri e sfiorarci l’un l’altro sotto il tavolo, noncuranti di chi fossero le gambe che stavamo accarezzando – andava bene tutto. L’età della ragione aveva voltato i suoi tacchi già da un pezzo, qui si trattava di vivere all’istante, di vivere al massimo. I nostri visi puliti, a tratti acerbi, trasudavano un’ingenuità incontenibile, eppure avevamo le idee chiare su tutto. Si trascinavano lentamente discussioni nostalgiche, come fossimo gente vissuta che ha già imparato tutto dalla vita; discorsi trascendenti sulla trinità e considerazioni toccanti su storie d’amore finite male,  una cupa sensualità muoveva le nostre bocche e i nostri gesti. Poi loro se ne andarono lasciando me e te in uno stato di ipnosi indecente. Avevamo perso la testa.

Quando tornarono nella nostra città mi chiamasti nel pieno della notte, eri fuori di te. Anch’io poi non riuscii più a riprendere sonno. Venimmo a sapere che erano di passaggio; ci vedemmo in un albergo squallido di periferia, a loro piaceva da impazzire, giusto il tempo di alcune birre rannicchiati sui materassi, i posacenere saturi di cicche a terra e un gatto che ci solleticava i piedi nudi con la coda. Ci lasciarono il loro nuovo disco, pochi convenevoli e un titolo immediato, troncato nelle vocali: TRST  (è anche il nome di Trieste in sloveno, ho pensato io).
Ero totalmente priva di difese, uno sguardo rotto e disperato mi fissava dalla copertina, un uomo goffamente alla ricerca di tratti femminili mediante un make-up eccessivo e una parrucca corvina, un ibrido o un essere ambiguo – secondo il dire comune. In realtà ho sempre pensato che l’ambiguità risiede molto di più nelle persone che si ostinano a dare un’immagine candida di sé, nascondendo il torbido dietro facciate rassicuranti; qui è tutto alla luce del sole, non c’è niente da occultare, l’onestà è prerogativa. Supplicava fiducia quest’uomo, dietro di lui un tendone di un celeste pallido, da spalancare. Do you TR(u)ST me? Yes, I do.
Avevo solo voglia di tornare a casa da sola, o inconsciamente non volevo intralci per dirottare la notte verso l’ignoto; c’era da aprire un sipario ed aspettare l’impatto, una di quelle situazioni invitanti in cui si sa di assaggiare il proibito da un momento all’altro. Quello che seguì fu un connubio di velocità massima e movimenti ipnotici in un dancefloor ignoto, synth a valanga a frantumarmi in pezzi infiniti, ritmiche ossessive e tanto ballabili da far crollare qualsiasi impaccio. E un intreccio di due voci complementari: quella di Robert, tetra e profonda – quasi proveniente da un universo alieno, e quella di Maya, suadente e languida. Sfacciatamente accattivanti, la timidezza si fondeva con la determinazione in maniera esemplare.
We believe in nothing.
Sfrecciavo così in auto, buio e coni di luce bianca in successione, buio e coni di luce bianca alla velocità della luce; una corsa lanciata all’estremo, poi solo buio. D’improvviso scorsi un parcheggio, decisi di fermarmi; rapita da chissà quale campo magnetico finii per scendere dei gradini seminascosti, mi arrivò l’onda d’urto di un club per anime nostalgiche in pantaloni fascianti. In fondo ero una di loro, tuttavia una somma di nostalgie decadenti ed elettriche non ricreano mai vere empatie, erano lì a scuotersi su echi industrial potentissimi che fracassavano timpani e stomaco, e cercavano nuovi contatti fisici.
Wait for my calling.
Wait for my life.
Wait for my lover.

Sguardi conturbanti in salsa dark wave. Please hold me tight.
L’attitudine era sfrontata e irriverente, ma il cuore fragile e appeso a un filo; mi trovai avvinghiata ad uno sconosciuto, una malinconia sconfinata musicava con delicatezza e ritmiche minimali un amore concluso. Ci inumidimmo a vicenda il collo di lacrime.
The streak survives in the night.
Lo persi di vista subito dopo, non me ne importava granché; dormii in auto. Al mattino il mio viso salato parlava di un viaggio sconvolgente senza ritorno.

Federica Giaccani

2. John Talabot – ƒIN

Data di Uscita: 06/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

“Viene chiamato persistenza della visione… è l’unico modo per tenere gli occhi sempre aperti”.

Ricorderò per sempre questa frase pronunciata nella stanza 4.03 del museo del Prado, all’alba del mio settimo anno di età. Nonno Pierre passava giornate intere ad accarezzare con lo sguardo quei dipinti disconosciuti, firmati da una mano ignota. Troppo timidi gli autori, troppo umili, per pensare di aver creato qualcosa degno di essere visto, di essere condiviso. Le loro opere venivano disposte con noncuranza in una delle ultime sale del museo, senza teche o luci speciali per preservarli. Nessun custode si accorgeva di lui e della sua piccola sedia pieghevole, perchè quei dipinti affiancati da una targhetta con su scritto “Artista Sconosciuto” altro non erano che figli di un abbandono. Quel giorno indossava degli occhiali scuri come l’ho visto sempre fare, un debole tentativo di preservare una vista che giorno dopo giorno lo rendeva sempre più lontano dalla realtà.
Una moglie dispettosa”, commentava sorridendo.
Mi venne a prendere sotto casa nel tardo pomeriggio, tenendomi con la sua mano calda fino all’ingresso di Parque del Retiro. Quando il suo passo diventò più incerto ed il suo sorriso tremolante presi il suo posto, precedendolo. All’ingresso del museo riuscì a malapena a riconoscere i gradini, con solo le abitudini di mezzo secolo a sorreggerlo, ma una volta raggiunta la stanza il suo volto si illuminò.
Conoscevo il quadro che aveva scelto anche se non l’avevo mai visto, me ne aveva parlato talmente tante volte che era come se l’avessi dipinto io stesso.
Era così semplice, bianco e nero… un flusso di pensieri interrotti, storia di una civiltà perduta, affogata tra orrori e rinascita.
Nonno Pierre si sedette sul pavimento a gambe incrociate, le mani sulle ginocchia con le braccia a formare un angolo retto. Si tolse con calma gli occhiali scuri per fissare il suo sguardo sul dipinto, il che mi consentì di ammirare la bellezza di quegli occhi marroni dalle venature dorate un istante prima che perdessero per sempre la loro luce.
Più avanti nel tempo le convinzioni del nonno, anche dopo la sua morte, vennero viste con sospetto e con la tipica accondiscendenza che si riserva alle persone anziane. Sosteneva di essere riuscito a fissare quell’ultima istantanea nel suo immaginario, in maniera indelebile.
Si era scelto uno scenario visivo da poter sfogliare giorno dopo giorno, imperturbabile a quello che i suoi occhi oramai bianchi catturavano.
Era diventato, per me, il simbolo dell’uomo artefice del proprio destino, e molte altre cose.
Gli ho sempre creduto, ed è per questo che sono ritornato in questa stanza, stasera.
Mi hai insegnato tutto quello per cui ho vissuto. L’importanza dei momenti contro lo scorrere del tempo. A credere nelle persone che non modificano il loro spirito nonostante migrazioni e disabitudini.
E mentre la corona di oro e sangue colerà liquida sopra la mia testa, il mio ultimo sorriso sarà rivolto all’uomo che mi ha insegnato a sconfiggere la nostalgia, “rifugio dei cuori deboli, delle menti incapaci di proseguire, armageddon della parola più bella mai pronunciata: speranza”.

Filippo Righetto

3. Andy Stott – Luxury Problems

Data di Uscita: 29/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Luxury era entrata una notte nella mia stanza, sgusciando silenziosa dalla finestra lasciata aperta per metà. Avevo sentito all’improvviso il suo respiro addosso, il calore del fiato sul collo e sulle spalle, touch, e le mani sinuose che scendevano; la sua presa era soffice, delicata, ma ineluttabile. La voce morbida rimbalzava in stereofonia nel mio angusto appartamento amplificando la sua efficacia attraente, incalzava decisa, incantevole. Restai tramortito e cedetti, come avrebbe fatto chiunque altro al mio posto. Numb.

Luxury vestiva panni neri come la pece, rossetto violaceo e capelli esageratamente corvini; il suo canto di sirena ammaliante mi coglieva passando sotto le braccia di acciaio delle gru all’uscita della metropolitana, la vedevo svolazzare sopra di me e il candore della sua pelle mi accecava. Era la donna dai mille e più contrasti, un’indole tormentata e tormentante, un’ossessione che talvolta dormiva rannicchiata nel cratere di un vulcano per poi riemergere e colare come onice cristallizzato sulla mia vita, incollando di paura e devozione i miei giorni ai suoi. Andava e veniva, la perdevo e la ritrovavo. Lost and Found.

Luxury mi aveva cacciato di casa una fredda mattina di autunno, anni trascorsi insieme erano stati accuratamente riposti in valigie pesantissime che mi attendevano sul selciato, su un tappeto giallo di foglie morte, la stessa morte che si insinuò in me. Ché le disgrazie non danno mai un preavviso e ti abbattono senza pietà approfittando del tuo essere fragile e nudo davanti a loro. I mesi a venire vedevano me stesso inerme, la rassegnazione di un lungo cappotto grigio come il cielo e i caseggiati, a contrasto col calore della natura di ottobre che sotto le suole dei miei mocassini stendeva un telo infinito ad accompagnare la mia uscita di scena. Quell’immagine si presentava ai miei occhi di continuo, alzavo i bassi esagerati e mi scuotevo nel mio bunker sotterraneo, a lacerare i timpani e cercare il punto di rottura, il confine tra dolore e piacere, il momento esatto in cui essi si fondono e ne restano labili differenze; intorno a me la cenere di una vita finita, un martellare continuo, da non riuscire a prendere sonno. Sleepless.

Luxury anni fa mi portava ogni venerdì ai vernissage di strana arte, esposizioni singolari allestite in vecchie cattedrali sconsacrate, spoglie, austere. Erano serate di sorrisi tirati, di strette di mano false, di calici di champagne raccolti da un andare e venire di vassoi d’argento. Ricordo il freddo pungente, ricordo accompagnamenti musicali inusuali, battiti insistenti di techno rallentata su sfondi scurissimi e voci bianche. Ci accoglieva sempre Alison all’ingresso, a fare gli onori di casa, lei era l’unica a sorridere di sincerità e aveva una voce celestiale; poi rimanevano soltanto mezze conversazioni cifrate scambiate quasi di nascosto, da un orecchio all’altro, come per preparare il colpo del secolo. Hatch the Plan.

Luxury rimaneva a letto quando mi alzavo nel cuore della notte per partire per un viaggio di lavoro; la sera prima decidevamo insieme i miei completi da portar via, passavamo le dita sulle rigide pieghe delle camicie immacolate, ci incantavamo a selezionare le cravatte, l’autocompiacimento del lusso. L’autista mi attendeva sotto il porticato, fumavamo insieme un’aspra sigaretta di routine prima di metterci in cammino. In strada l’immagine mentale di lei placida sotto la coperta di broccato sembrava rassicurarmi, poi il mio sguardo si appoggiava sulle campagne mute e umide, dormienti, mi perdevo in suite notturne di ambient che mi inghiottivano tra riflessioni e aspettative. Expecting.

Luxury vedeva riflessa ogni sera la sua immagine spaventata nel lungo specchio posto tra i due divani rossi, alle sue spalle si dispiegava il dedalo di corridoi, porte e nicchie a perdita d’occhio, in quella casa infinita; era sola adesso, e aveva il terrore di scoprirci qualcuno, ombre furtive a rubare il suo privato. Aveva la convinzione di vivere nella versione upper class del video di Protection dei Massive Attack, e lei non era Tracey Thorn, lei affogava il terrore nel velluto e negli eccessivi monili barocchi. Tratteneva il respiro, ansimava ad ogni folata di vento che agitava il tendaggio di raso, camminava avanti e indietro e i suoi passi avevano naturale musicalità, un buon ritmo, quello delle preoccupazioni. Luxury Problems.

La notte dell’addio ero sceso in strada a respirare un po’ d’aria marcia, contaminata e impura. Avevo una disperata necessità del contrasto per capire subito che altri universi avrebbero potuto accogliermi, e che il senso d’appartenenza lo si costruisce con l’abitudine più che con disonesti credo proclamati con la bocca impastata di whisky scozzese. Mi fusi con la break beat dirompente suonata da un gruppo di afroamericani all’interno di un capannone degradato, c’era anima nei loro ritmi spezzati, nelle loro pseudo-danze convulse; rimasi in un angolo buio col timore di venire scoperto. Up the Box.

E quindi era vero, avevo lasciato Luxury alle spalle e con essa morbidi anni di vita, l’ultimo viaggio in una macchina lunghissima con autista imbellettato e interni in pelle. Alberi spogli a un lato della strada e mattoni rossi a perdita d’occhio dall’altra parte, entrambi passati al filtro di rigagnoli di pioggia sporca sui vetri oscurati dell’abitacolo, d’altronde Manchester è fatta di questo. Giunti all’imbocco del ponte sul fiume si spiegarono davanti al mio sguardo manifesti in successione, tutti uguali, impossibili da contare e impossibili da evitare; fermo immagine in bianco e nero di un tuffo carpiato, una donna con indosso un costume intero anni 50 di un’eleganza d’altri tempi, uno sfondo grigio rarefatto, in tinta col cielo. La perfezione, la raffinatezza, la malinconia sterminata, l’antracite e il fasto, copie tutte uguali per imprimersi nella memoria, mentre me ne stavo andando. Leaving.

Federica Giaccani

4. Holy Other – Held

Data di Uscita: 28/08/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

In dormiveglia, avevo l’impressione di essermi appisolato sul divano davanti a un film in bianco e nero di quelli drammatici e tormentati, passionali; lui e lei impigliati nelle reti di una relazione complicata, da svuotare l’anima. Invece eravamo noi quelli che vedevo con gli occhi leggermente dischiusi, e i capitoli di una storia d’amore a corrente alternata, la nostra. Una musica intensa e intima abbracciava i miei pensieri, in modo da decontestualizzare del tutto i nostri movimenti in un fluido magma di suoni e umori corporei; azioni e intrecci ripetuti, uguali e insieme diversi, in circostanze che fatico ancora a riordinare con una sufficiente coerenza cronologica. Sarà che forse non importa proprio la sequenza, l’amalgama era ben assortito e coeso, al pari degli stati d’animo che non facevano che rincorrersi afferrarsi e superarsi.

Vicini e lontani da un momento all’altro. Le accelerazioni, nelle corse notturne a ritrovarci nelle stazioni, o negli androni di palazzi abbandonati. E poi rallentare e bloccare le sequenze, le immagini, la nostra stretta che si scioglieva e si dissolveva in sguardi disperati, muti. Dinamiche ripetute che scavavano dentro volta dopo volta. E ora sono qui, tu dove sei? Where? Here.
Perfino nelle nostre stagioni più felici ho sempre vissuto nel costante timore di non ritrovarti più rannicchiata tra le lenzuola al mattino, il posto vuoto, un tepore corporeo che lentamente andava svanendo. E il cuore che cominciava a sentirsi perso e ad aumentare i suoi battiti, sordi e angosciati, a comporre ritmiche fisiche su un tappeto sonoro etereo e insieme materico, denso.
Alla fine mi hai lasciato davvero, non tolleravi più le mie insicurezze. È stato come andare alla deriva nel mare scuro di una notte senza stelle. Non avevo più appigli, il vuoto intorno a me si estendeva sconfinato in ogni direzione, il mio petto si contraeva e si rilasciava, dentro e fuori e poi ancora: colpi profondi che progressivamente aprivano voragini in me. Un dolore acuto, al cuore, allo stomaco. La testa pulsava, Love Someone assillante, ché era così facile lasciarsi travolgere dallo sconforto e dare ascolto all’ossessione, e non sentire nemmeno un rumore, solo la tua voce che lontana – nello spazio e nel tempo – ma appiccicata addosso ripeteva “me, me, me…”. Senza scampo.
Poi sei tornata, come tornavi sempre senza voler dare spiegazioni; semplicemente ti materializzavi dal nulla seduta al posto del passeggero sulla mia auto, o a tavola davanti a me, o nella doccia. Riaverti era la cosa più naturale, come se la parentesi buia e atroce fosse stata nient’altro che il peggiore incubo. E anche le melodie ricominciavano a raccontare di gioie, di riprese, di respiri caldi. Lente e sensuali come delle morbide carezze lungo la schiena, U Now. Ci chiedevamo se davvero valesse la pena dopo tutto, questo logorarsi a vicenda, questi passaggi repentini dall’assenza alla fisicità morbosa; fumavamo sigarette a letto, alla finestra, senza parlare. Ad occhi chiusi mi capitava di gioire e di soffrire, e poi ancora gioire, sull’onda delle situazioni vissute e rivissute (“I was….I was….”), ma mai una volta che abbiamo lasciato la testa decidere per noi. Ti sentivo dentro, nello stomaco, nella pancia, nel sangue che mi correva nelle vene delle braccia e delle mani, le stesse che poi alla fine ti prendevano e ti stringevano in giornate infinite di amore. So benissimo che per te è sempre stato lo stesso, malgrado gli abbandoni, e i corpi altrui in cui cercavamo di trovare conforti momentanei nelle notti in cui il cielo cadeva troppo pesantemente sulle nostre solitudini. Gli allontanamenti duravano così poco da non lasciare tracce, tornavamo ad averci, con dolcezza e intensità, su musiche di pianoforte e battiti soffici, pulsazioni delicate, contatti cercati e voluti affannosamente e poi conquistati.
Abbiamo sempre sperato nella salvezza della nostra storia, eludendo la consapevolezza di non aver finali felici nel copione del nostro film in bianco e nero. La realtà narra di una desolazione presente, di fremiti che tornano a galla nelle immagini di te e di noi che mio malgrado non riesco a cancellare dalla memoria, di lacrime silenziose mentre mi preparo il caffè la mattina, senz’anima. Nothing here.

Federica Giaccani

5. Indian Jewelry – Peel It

Data di Uscita: 20/11/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Abbiamo fatto l’autostop su e giù per l’America da un tempo indefinito, certi momenti mi sembra che i giorni si siano volatilizzati tra una bevuta e una notte stellata, altre volte – a ripensarci – credo sia da sempre che siamo sulla strada. Una famiglia errante la nostra, piantiamo radici lunghe e contorte in innumerevoli terreni, facciamo in tempo ad abbozzare equilibri per poi farli crollare sotto il peso di noia e qualche eccesso di troppo, e siamo di nuovo via, con le radici parcheggiate in un vaso di coerenza e buona terra, pronte ad attecchire altrove, con l’aiuto di tanta acqua quanti superalcolici.
La gente fa fatica a fidarsi di noi sul lungo periodo, teme gli slanci, gli sbalzi d’umore abissali, i toni psichedelici, gli accostamenti scombinati e la nostra follia che esce fuori prorompente dai concerti che rimediamo di città in città per raggranellare dei soldi fino alla meta successiva. La gente ci ritiene inaffidabili ma ci adora in quell’ora in cui si unisce alle nostre isterie, alle nostre danze convulse.
L’altra sera arrivammo in un vecchio bar dal soffitto basso e asfissiante alla periferia ovest di Houston; il proprietario vestiva fieramente una maglietta bianca lercia che gli scopriva l’enorme pancia fino all’ombelico, si puliva di continuo le mani nel cotone slabbrato, per stringerle alle nostre, per sistemarsi il berretto, per firmare il contratto che accordava a noi la chiusura della serata. Ci aveva preso bonariamente in simpatia sebbene le reputazione che ci accompagnava non fosse delle migliori, complice il nostro aspetto da hippies di altri tempi; era una persona genuina priva di malizia e di paura del diverso, credeva nella provvidenza e nelle possibilità della vita, in un certo senso si sentiva debitore verso il mondo dopo che un caso fortuito lo aveva visto sfondare nel business delle frittelle dolci lì, in quel posto malconcio e pieno di personaggi bizzarri. Dispensava sorrisi con una generosità smodata, passava boccali schiumanti di birra agli avventori, ammiccava goffo alle cameriere che sporgevano grossi seni oltre il bancone. Annunciò il nostro ingresso sul palco dimenticandosi di accendere il microfono, un altissimo barbuto inciampò addirittura nel cavo e volarono bestemmie. Di contro, sopra quel palco rialzato di una ventina di centimetri, noi vedevamo soltanto dei siparietti sparsi qua e là nel locale, e non avevamo nemmeno la lucidità tale da poterli discernere con precisione; piuttosto un turbinio di movimenti e voci scomposte arrivava alle nostre mani febbrili, ai nostri sguardi annacquati. C’è chi ci definisce un collettivo rock, chi chiama in aiuto la psichedelia, chi il punk, chi il noise; noi ce ne fottiamo alla grande di queste definizioni per bacchettoni, abbiamo le nostre ossessioni da mettere in piazza al suono di percussioni martellanti e chitarre distorte, ci contorciamo su ritmiche malate e ripetitive, allucinate. Ci divertiamo e tiriamo dentro un po’ tutti, su luci accecanti e ritmi abrasivi, scortichiamo via la pelle di dosso e la gente ci segue nei nostri tormenti. Quella sera il rito magico era appena iniziato e una strana combinazione astrale aveva richiamato al nostro cospetto anime ricettive e partecipi, una tribù contemporanea che celebrava la notte tra liquori e drum machine. L’unico immobile era un ragazzino stretto in angolo in fondo a sinistra, sguardo a terra e alienazione irreale. Ce lo ritrovammo rannicchiato nel divano in velluto del nostro buco di camerino a concerto finito, aveva sprofondato i piedi nella gommapiuma che fuoriusciva da una cucitura lisa. Avevamo trascinato con noi un anziano con la stampella di legno, due boss del commercio di tequila e una donna sola con in viso una miscela di luci e ombre, guance scavate, rimmel e paillettes a proseguire la coda degli occhi; la signora voleva giocare alla roulette russa approfittando della serata inquieta e a tratti mistica, aveva reclutato tutti noi ché tra persone amanti del rischio e altre con ormai nulla da perdere non potevamo essere compagnia migliore, e il ragazzo volle assistere. Estrasse la rivoltella che – ci spiegò – portava sempre con sé nella borsetta, ci versammo tutti da bere e insistette per cominciare lei; noi tutti eravamo eccitati, lei batteva le mani esaltata e indicava Guns a lettere rosse stampate sulla t-shirt di Tex: “L’avete anche suonata prima, sì sì, ricordo le chitarre impazzite e le percussioni, come il ruotare continuo di questo tamburo, mancava solo di premere il grilletto…” E lì prese la parola il bambino, che fino a un secondo prima sembrava dormisse di un sonno eterno: “Ho deciso di venir via con voi dal momento che hai ululato come un cane, sul palco.” Poi si mise a canticchiare con un’innaturale voce da adulto, I’ve got a heart of a dog, I want to spend some time with you. Tutti lo seguirono, ridevano ebbri di alcool e di sfrontatezza, con l’arma in mezzo al tavolino, ché bastava un attimo a cominciare il gioco, we don’t fear the future.
Irruppe nel camerino il grasso proprietario del bar, sgomberò in un attimo la stanza dagli strani ospiti col pretesto di una soffiata su un giro losco di narcotici tra gli avventori; fu tutto così rapido che sembrò quasi di essere in una scena di un film surreale, le sedie ancora calde erano le uniche prove di reali corpi umani appartenuti davvero alle nostre vite vagabonde, e la rivoltella rimasta lì come un triste relitto, era anche finta, alla fine.
Il momento in cui si caricano gli strumenti in spalla, o nell’auto presa in affitto – alle volte, e si è già con la testa e gli occhi persi in chissà quale altro orizzonte, appare ai nostri cuori come lo smontare di un circo, il dismettere il trucco pur restando fedeli agli abiti di scena. In qualunque città siamo sembra quasi di udire lontano elefanti barrire, portati via dalla carovana. Non ci resta che prendere le nostre cose, tenerci per mano, e non dimenticarci di prendere il vaso con le radici.

Federica Giaccani

6. Burial – Kindred

D.d.U. 12/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Tutti i colori, schiariti e scuriti. Tutte le variazioni, seducenti e sferzanti. Tutte le sensazioni, pericolose e ammalianti. Propulsivo e scuro, le luci al neon agli angoli delle strade, e i muri sporchi di Londra dove ti incollo per baciarti. Una città per legittimare a pieno anche per un po’. Il pensiero che si fa fisicità.
Dubstep e dancefloor umidi e maleodoranti per accogliere ogni gesto spezzato e tutti i saliscendi dello stomaco, i bassi nella pancia.
Aperture di luce tra il sudore. L’ossessione di fondo sparsa tra battiti techno che si schiudono. “ I want you. I used to belong to you.
Altro mondo certamente e consiglierei di entrare, magari con una preparazione mentale e fisica dietro. Un training camp serio, ma manco tanto.

Alessandro Ferri

7. Vladislav Delay – Kuopio

Data di Uscita: 26/11/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Hailuoto
La ciclità della vita prevede una partenza ma anche un ritorno, in queste terre, in quest’isola, una realtà circoscritta dal mare ma talmente vasta che faccio fatica a cogliere ogni singola sfumatura. Come spiegherò a mia figlia questo senso di infinito che si respira a Hailuoto? La porto ogni giorno ad annusare il legno delle foreste, a raccogliere i frutti di bosco inseguendo le orme degli alci, a imprimersi nella pelle la freschezza e la purezza di un mondo fuori dal comune e non contaminato. Intanto cerco le parole per esprimere la sensazione di immanente appartenenza a questi luoghi, di come io mi senta loro figlio – a mia volta, per quando la bambina crescerà e sarà pronta a comprendermi. Anche Antye, venendo qui insieme a me, si è sentita accolta con amore dai pescatori, dagli uccelli selvatici, dai colori tersi di giornate lunghissime in estate, dalla notte avvolgente in inverno; lei, e la sua vita traslata dal brulicare di intrecci berlinesi alla sconfinata quiete di prati e mare. I cacciatori ci salutano agitando la mano quando procedono con passo sicuro oltre la nostra casa, addentrandosi tra gli alti pini, scomparendo al nostro sguardo. La nostra fortuna è la possibilità di affidare alla musica che componiamo l’espressione dei nostri sentimenti, per evitare che restino ad accavallarsi nel cuore e sul petto.

Chemnitz
Siamo così vicini a Berlino che le atmosfere e gli umori della capitale arrivano rapidi, intatti. Suoni sintetici germanici si propagano di continuo nelle creazioni della Raster Noton ed è impossibile per me non sentirmi a casa, in qualche modo, anche qui. Carsten e gli altri mi danno una fiducia immane, pari alla mia volontà di convertire in musica me stesso e la terra dove sono cresciuto e poi tornato ormai da qualche anno. D’altra parte ci sono comunque grandi boschi in cui potermi schiarire le idee e purificarmi, a Chemnitz, diversi da quelli che crescono nella mia Finlandia ma pur sempre alberi a perdita d’occhio, a creare un piacevole disorientamento familiare, una terra fertile per portare a termine la produzione che era in embrione, e farle vedere la luce. Una luce bianca tra i ghiacci, che pulsa e si cristallizza.

Kuopio
L’immagine di grappoli di isole che riaffiorano tra un lago e l’altro ha contorni definiti, precisi, come le linee nette dei tetti appuntiti che si stagliano sullo sfondo di un cielo così limpido da doversi riparare gli occhi, tant’è sfacciatamente tangibile. La mia terra ha dei tratti distintivi inequivocabili, genuini come il pesce che compro al mercato e che ho intenzione di cucinare nel fornelletto da campo del mio camper: siamo in uno stretto lembo di terra tra due insenature, a due passi dall’acqua, soltanto noi e singolari uccelli che volano bassi toccando appena la superficie del lago, per poi fuggire oltre le colline. Di inverno qui la natura dorme di un sonno apparente, la neve soffice stende le sue fredde coperte compatte ma tutto ciò che sta sotto, protetto, continua a respirare senza sosta.
Le mie orecchie captano vibrazioni, suoni ovattati che pian piano emergono dalla foresta e si mostrano luminosi, brillanti come il cielo e candidi come la neve. Manipolo i frammenti, incastro parti di natura ad incursioni elettroniche e mando giù tutto d’un sorso, un bicchiere di ghiaccio shakerato a spremuta di cuore. Le melodie sono raffinate e profondamente liquide, pulsano come una creatura sottomarina e si cristallizzano sulle cime degli alberi, riflessi scintillanti di luce, di vita; su di esse si innestano ritmi sintetici e insieme materici, colgono l’essenza della natura, dei corpi, i loro fisici dinamismi, e i coinvolgimenti emotivi.
È immediato commuoversi davanti a questi semplici e sorprendenti miracoli e voler dare qualcosa in cambio; le mie musiche raccontano di me, dei miei luoghi, di un’energia distillata e di una luce calda – e insieme algida – che non muore mai.

Federica Giaccani

8. Silent Servant – Negative Fascination

Data di Uscita: 10/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Temptation, Desire


C’è un momento adatto ad ogni cosa. Un’apparizione invisibile riflessa su ciascuna superficie. Una canzone per ogni peccato.

Anonimo

La città è iniziata a cambiare quando hanno deciso di spegnere le luci.
Senza quell’impersonale e sottile mantello dato dalle lampade al sodio a bassa pressione, le strade furono illuminate solo dalle nostre scelte. Fu come se, paradossalmente, l’assenza di luce mettesse in risalto i contrasti e le zone d’ombra della nostra personalità.
Cominciasti a vedere altre cose, altri colori, altre storie.
Il rosso neon, simbolo dell’ignoto e del coraggio delle proprie convinzioni, demarcava i luoghi accettati dai più.
Il verde anestetico che trapelava da finestre sporche, a segnalare corridoi corrotti e viziati. Chi li infestava non era visibile dall’esterno, ma cionondimeno esisteva, perchè basta solo che una parola sia pronunciata per renderla reale.
I lampioni e le altre luci artificiali tracciavano un percorso urbano attraverso i quartieri metropolitani e, finchè non ti domandavi cosa fosse il buio o cosa fosse successo alla vita nelle zone ora sommerse dall’ombra, ti sentivi protetto. Ma i ricordi sono un’arma feroce, destabilizzano il tuo quieto vivere, e ci volle poco tempo per ritrovare l’immagine mentale di quella costruzione color rame dalle pareti frastagliate, chiusa da un pesante portone dal quale, ne sei convinto, era più difficile uscire che entrare.
Ti blocchi all’incrocio e le tue pupille si dilatano dal terrore, perchè quella struttura aliena era maligna, annullava chiunque si interessasse ad essa, e ti fa cadere vittima della confusione perchè i suoi corridoi riflettevano il verde pallido mentre le pareti si coloravano di rosso, offuscando tutto quello che prima per te era netto e definito. La consapevolezza aggrava il tuo panico immateriale quando realizzi che le strade lì sotto erano illuminate, che la traiettoria scelta passava proprio lì, ai piedi di qualcosa che non dovrebbe essere permesso.
Chiudi gli occhi sperando che, quando li riaprirai, sarà giorno.
Dietro, davanti, alla tua destra, la luce dei lampioni. Alla tua sinistra, il buio.
Tentazione e desiderio, d’innanzi alle zone d’ombra. Pensi di essere spinto dalla tua curiosità innocente, ma i tuoi passi sono guidati dall’insicurezza di un’esistenza evanescente, dall’insoddisfazione verso una vita alla quale non hai mai smesso di chiedere.
Tiri fuori il coltello a serramanico, punti la lama contro di te ed avanzi, dopo aver concepito il pensiero che l’oscurità è un attrattore strano, e lì dentro i discorsi su prospettiva e dimensione non collimano.

Filippo Righetto

9. Mount Eerie – Clear Moon

Data di Uscita: 22/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

A chi parlo stanotte?

Corro via T., questa luna non è più la mia luna. E quella casa laggiù è solo una figura anonima tra alberi ordinati come soldati. Nuvole sconosciute spalancano le loro labbra come in uno sbadiglio di neonato, è il fumo della mia auto?
Ho dato un passaggio ad uno sconosciuto che attendeva da ore l’arrivo di una vettura. Ha dei capelli lunghi, unti e un giubbino nero come il suo cappello con visiera.
Gli chiedo: «A cosa ti serve un cappello con visiera a quest’ora?»
«Lo porto sempre», mi risponde.
Lo sconosciuto ha ragione, T., a volte teniamo addosso delle cose solo per abitudine e non ci sorprendiamo più di nulla. A questa luna così chiara e così piena concediamo solo degli sguardi vaghi e indifferenti.
Lo sconosciuto non parla molto e sembra anche abbastanza stanco. Non forzo la comunicazione per non sembrare invadente; tempo dieci minuti e l’uomo chiude gli occhi cullato dai suoni del nostro viaggio.
Dopo ormai venti chilometri di strada mi rendo conto di non aver chiesto dove è diretto. Tossisco un po’ per svegliarlo. Ha funzionato. L’uomo mi chiede che ore sono: le tre e un quarto.
«Ti dispiace se accendo la radio? O vuoi continuare a dormire?»
«Ma certo, amico. A quest’ora sulla radio nazionale c’è sempre un programma di musica contemporanea in cui ci sono ospiti molto preparati».
«Senti, ma dove sei diretto?»
«Oh, calcolando la tua velocità media dovrei arrivare a destinazione fra venti minuti. Altri trenta chilometri, all’incirca».
«Capisco».
So quasi per certo che a trenta chilometri da qui non c’è nessuna cittadina e nessun motel. Tuttavia decido di fidarmi, lo sconosciuto mi è simpatico. Sto pensando a quanto poco piacevole sarebbe stato trovarsi in auto con una persona piena di sé, magari un organizzatore di matrimoni o uno di quegli ospiti in radio tanto preparati su qualsiasi argomento. Ecco, se c’è qualcosa che mi fa saltare i nervi sono proprio le persone spocchiose e piene di boria. Non so perché, T., ma il termine ‘spocchia’ mi rimanda al termine ‘sporchia’. Non sai cos’è? La sporchia è una pianta parassita del Mediterraneo che nasce e si alimenta di linfa sottratta alle radici di altre piante. Lo so perché mio nonno era di quelle parti. I poveri agricoltori del sud Italia di un tempo ne mangiavano a sazietà e ancora oggi è usata a tavola come una sorta di reliquia. A sua volta ‘sporchia’ mi dà di ‘sporco’. Ecco, forse le tre cose sono collegate, T., fatto sta che quando ho a che fare con una persona spocchiosa, pensando e ripensando – magari durante il tragitto per tornare a casa – mi si disegna in mente l’immagine di questo parassita sporco e con la testa a forma di turione gigante. È inevitabile.
«Ehi, stiamo quasi per arrivare».
«Davvero? Qui non ci sono motel, sei sicuro?»
«Sicuro… No, non devo andare in nessun motel. La vedi quella curva? Di lì mi inoltro tra gli alberi, c’è una abitazione che dalla strada non si vede. È la mia casa».
«Vivi da solo, vero?»
«Col mio cane e le mie due galline», mi fa sorridendo.
«Divertente. Anch’io vorrei una casa fuori città immersa tra i pini».
«È un posto tranquillo, effettivamente, anche se le donne non ci passerebbero mai la notte».
«Ogni medaglia ha il suo rovescio».
«Bravo, e ti dirò: io le medaglie le indosso tutte dal rovescio!» Scoppiamo in una sonora risata che, a quest’ora tarda, pare davvero roboante.
«Sei un tipo strano, però mi sei stato di compagnia».
Accosto l’auto attivando le quattro frecce. Lo sconosciuto mi saluta sistemandosi il cappello con la visiera. Poi lo vedo scomparire tra i tronchi degli alberi che di sera si confondono col terreno e le foglie. Chissà se c’è davvero una abitazione inoltrandosi di lì, chissà se ho davvero dato un passaggio ad uno sconosciuto o se è stato tutto frutto della mia immaginazione. T., perché non mi rispondi mai?

Andrea Russo

10. Raime – Quarter Turns Over a Living Line

D.d.U. 19/11/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Un elicottero sorvola sopra questo nascondiglio in chissà quale parte del mondo, i rapitori mi hanno abbandonato qui nel buio della notte e sono solo in questa stanza spoglia e grande come la mia paura di morire. Dovrebbe esserci una sentinella di guardia fuori, sento battere i suoi tacchi sul cemento, passi annoiati e costanti. Un unico finestrino mantiene acceso il contatto con l’esterno, ma sembra solo colpevole di captare e trasmettere vigorose presenze sinistre: lo sferragliare di un treno in lontananza, lo stridere delle rotaie, rumori rallentati meccanici e sintetici. Mi ammanettano, mi ammutoliscono, mi bloccano in una desolazione assoluta.
Vuoto e sconfinata solitudine.
Non si sfugge al presagio della fine.
Chissà se mi troveranno, e se per quel giorno sarò ancora vivo.

Federica Giaccani

5 Responses to “Top Ten 2012 – Federica Giaccani”

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  5. supra femme scrive:

    supra femme…

    Je crée un nouveau blog sur la littérature (ce que jai lu, ce que je lis), mais je vais avoir du mal à penser dun titre. Jaime lidée de quelque chose ayant à voir avec lobsession de la littérature, mais je pense bookophilia est sur le c?té moyenne. Que…

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