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Top Ten 2012 – Maurizio Narciso

1. Andy Stott – Luxury Problems

Data di Uscita: 29/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Luxury era entrata una notte nella mia stanza, sgusciando silenziosa dalla finestra lasciata aperta per metà. Avevo sentito all’improvviso il suo respiro addosso, il calore del fiato sul collo e sulle spalle, touch, e le mani sinuose che scendevano; la sua presa era soffice, delicata, ma ineluttabile. La voce morbida rimbalzava in stereofonia nel mio angusto appartamento amplificando la sua efficacia attraente, incalzava decisa, incantevole. Restai tramortito e cedetti, come avrebbe fatto chiunque altro al mio posto. Numb.

Luxury vestiva panni neri come la pece, rossetto violaceo e capelli esageratamente corvini; il suo canto di sirena ammaliante mi coglieva passando sotto le braccia di acciaio delle gru all’uscita della metropolitana, la vedevo svolazzare sopra di me e il candore della sua pelle mi accecava. Era la donna dai mille e più contrasti, un’indole tormentata e tormentante, un’ossessione che talvolta dormiva rannicchiata nel cratere di un vulcano per poi riemergere e colare come onice cristallizzato sulla mia vita, incollando di paura e devozione i miei giorni ai suoi. Andava e veniva, la perdevo e la ritrovavo. Lost and Found.

Luxury mi aveva cacciato di casa una fredda mattina di autunno, anni trascorsi insieme erano stati accuratamente riposti in valigie pesantissime che mi attendevano sul selciato, su un tappeto giallo di foglie morte, la stessa morte che si insinuò in me. Ché le disgrazie non danno mai un preavviso e ti abbattono senza pietà approfittando del tuo essere fragile e nudo davanti a loro. I mesi a venire vedevano me stesso inerme, la rassegnazione di un lungo cappotto grigio come il cielo e i caseggiati, a contrasto col calore della natura di ottobre che sotto le suole dei miei mocassini stendeva un telo infinito ad accompagnare la mia uscita di scena. Quell’immagine si presentava ai miei occhi di continuo, alzavo i bassi esagerati e mi scuotevo nel mio bunker sotterraneo, a lacerare i timpani e cercare il punto di rottura, il confine tra dolore e piacere, il momento esatto in cui essi si fondono e ne restano labili differenze; intorno a me la cenere di una vita finita, un martellare continuo, da non riuscire a prendere sonno. Sleepless.

Luxury anni fa mi portava ogni venerdì ai vernissage di strana arte, esposizioni singolari allestite in vecchie cattedrali sconsacrate, spoglie, austere. Erano serate di sorrisi tirati, di strette di mano false, di calici di champagne raccolti da un andare e venire di vassoi d’argento. Ricordo il freddo pungente, ricordo accompagnamenti musicali inusuali, battiti insistenti di techno rallentata su sfondi scurissimi e voci bianche. Ci accoglieva sempre Alison all’ingresso, a fare gli onori di casa, lei era l’unica a sorridere di sincerità e aveva una voce celestiale; poi rimanevano soltanto mezze conversazioni cifrate scambiate quasi di nascosto, da un orecchio all’altro, come per preparare il colpo del secolo. Hatch the Plan.

Luxury rimaneva a letto quando mi alzavo nel cuore della notte per partire per un viaggio di lavoro; la sera prima decidevamo insieme i miei completi da portar via, passavamo le dita sulle rigide pieghe delle camicie immacolate, ci incantavamo a selezionare le cravatte, l’autocompiacimento del lusso. L’autista mi attendeva sotto il porticato, fumavamo insieme un’aspra sigaretta di routine prima di metterci in cammino. In strada l’immagine mentale di lei placida sotto la coperta di broccato sembrava rassicurarmi, poi il mio sguardo si appoggiava sulle campagne mute e umide, dormienti, mi perdevo in suite notturne di ambient che mi inghiottivano tra riflessioni e aspettative. Expecting.

Luxury vedeva riflessa ogni sera la sua immagine spaventata nel lungo specchio posto tra i due divani rossi, alle sue spalle si dispiegava il dedalo di corridoi, porte e nicchie a perdita d’occhio, in quella casa infinita; era sola adesso, e aveva il terrore di scoprirci qualcuno, ombre furtive a rubare il suo privato. Aveva la convinzione di vivere nella versione upper class del video di Protection dei Massive Attack, e lei non era Tracey Thorn, lei affogava il terrore nel velluto e negli eccessivi monili barocchi. Tratteneva il respiro, ansimava ad ogni folata di vento che agitava il tendaggio di raso, camminava avanti e indietro e i suoi passi avevano naturale musicalità, un buon ritmo, quello delle preoccupazioni. Luxury Problems.

La notte dell’addio ero sceso in strada a respirare un po’ d’aria marcia, contaminata e impura. Avevo una disperata necessità del contrasto per capire subito che altri universi avrebbero potuto accogliermi, e che il senso d’appartenenza lo si costruisce con l’abitudine più che con disonesti credo proclamati con la bocca impastata di whisky scozzese. Mi fusi con la break beat dirompente suonata da un gruppo di afroamericani all’interno di un capannone degradato, c’era anima nei loro ritmi spezzati, nelle loro pseudo-danze convulse; rimasi in un angolo buio col timore di venire scoperto. Up the Box.

E quindi era vero, avevo lasciato Luxury alle spalle e con essa morbidi anni di vita, l’ultimo viaggio in una macchina lunghissima con autista imbellettato e interni in pelle. Alberi spogli a un lato della strada e mattoni rossi a perdita d’occhio dall’altra parte, entrambi passati al filtro di rigagnoli di pioggia sporca sui vetri oscurati dell’abitacolo, d’altronde Manchester è fatta di questo. Giunti all’imbocco del ponte sul fiume si spiegarono davanti al mio sguardo manifesti in successione, tutti uguali, impossibili da contare e impossibili da evitare; fermo immagine in bianco e nero di un tuffo carpiato, una donna con indosso un costume intero anni 50 di un’eleganza d’altri tempi, uno sfondo grigio rarefatto, in tinta col cielo. La perfezione, la raffinatezza, la malinconia sterminata, l’antracite e il fasto, copie tutte uguali per imprimersi nella memoria, mentre me ne stavo andando. Leaving.

Federica Giaccani

2. The xx – Coexist

Data di Uscita: 10/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Il mio cuore batte in un modo diverso. Lo percepisco anche adesso che sono in macchina, diretto chissà dove.

La meta è incerta come il paesaggio circostante, mi importa solo di accendere il motore e di lasciarmi andare ai pensieri, rapidissimi come i fari delle macchine nella direzione contraria, che rimbalzano lungo il parabrezza, mi abbagliano per un istante e poi filano via lungo i fianchi della carrozzeria della macchina.

Sarà il mio modo di elaborare la separazione come mi continuano a ripetere i miei amici e forse hanno ragione: l’asfalto lucido sul quale scivolo è come un tappeto ritmico minimale, sul quale cantare la mia disillusione.

Comincia a piovere e sento odore di mare, sorrido. Le goccioline d’acqua scivolano delicatamente lungo il vetro prima di svanire in mille granelli polverizzati dal passaggio brusco del tergicristalli. Traduco ogni vibrazione dell’abitacolo in musica, soul elettronico per la salvezza dell’anima.

Si rasserena, apro i finestrini al massimo per farmi accarezzare dal soffio languido del vento, nella testa pensieri più calmi, come una dolce melodia acustica, appena sporcata dal battito regolare degli pneumatici sui giunti del ponte autostradale che sto attraversando.

Sul viso mi scorrono lacrime serene mentre rallento per raggiungere il casello di uscita. Il giovane addetto ha una radiolina dalla quale proviene un battito secco ed una voce calda, ammaliante. Ci scambiamo uno sguardo veloce e mi accorgo che lui ha in viso la mia stessa espressione. Prendo dalla tasca qualche lira stropicciata che gli consegno insieme al biglietto di uscita. Mi dà il resto, poi mi dice: “Sorgerà il sole, bisogna solo saper attendere. Magari nel frattempo ascolta buona musica, aiuta!”

Gli rispondo che lo sto già facendo da un pezzo e che va meglio. Lo ringrazio e riparto svelto, cercando di fare mente locale. Ogni cosa mi rimanda all’ultimo disco degli XX… e il mio cuore continua a battere in un modo diverso.

Maurizio Narciso

3. Beach House – Bloom

Data di Uscita: 15/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Mi ricorderò per sempre di quel fiore così azzurro. Clara stava aspettando i marziani, la sera dell’ultimo dell’anno del 1987. Non voleva tornare al collegio, non voleva spiegare agli adulti perché si sentisse così spesso circondata da centinaia di voci e colori. Non erano solo nella sua mente, tutt’altro, vedeva forme danzare per le strade, animali venuti dal futuro accarezzarle i piedi, desideri caleidoscopici proiettati nell’aria. Poi all’improvviso svanivano, i suoi occhi facevano fatica a mettere a fuoco i particolari del mondo reale. La notte era il suo regno, nel sogno, e in una sera afosa dell’agosto seguente scrisse una lettera all’umanità che negli anni conservò con cura in un libro di fiabe giapponesi. “A colazione spiegai una parte del sogno a mia madre. Mi pregò di non mettermi mai in pericolo. Il vasetto di marmellata non mi cascò dalle mani”. Conobbi Clara qualche anno più tardi, sul finire di una primavera insolita. Passammo gran parte dell’estate insieme, passarono molti pomeriggi di luglio nei quali, dopo corse nei boschi, ci stendevamo sull’erba a declamare poesie. Lei guardava le montagne all’orizzonte e sognava di abitare altre galassie, io scoprivo i romantici tedeschi e le raccontavo del blaue blume, il fiore azzurro di Novalis, simbolo dell’infinito. Decidemmo di dedicare la nostra vita alla ricerca della bellezza. Abbandonammo la nostra città rotolando come pietre verso nuovi oceani, assetati di orizzonti da ampliare. Era in noi, di nuovo, il potere primordiale di dare un nome alle cose, come toccandole per la prima volta. Vedi quei fuochi che si tuffano nell’acqua all’orizzonte? Sono come noi, non hanno paura della nebbia, e continueranno a scintillare. È  per questo che tutti hanno cominciato a rincorrerci. Cercare di attraversare per davvero la realtà, che non è mai ferma. Ed è per questo che serviranno sempre tanti colori, tutti quelli che riusciremo a immaginare. Solo così si può resistere alla notte, spingersi verso le soglie ultime di comprensione della realtà. Dove tutto è rarefatto, dove le visioni si dissolvono insieme agli oggetti della realtà e della fantasia. Dove non c’è niente da capire, dove c’è luce e ombra. Clara cammina avanti e indietro sulla spiaggia, a piedi nudi, tenendo insieme un paio di sandali nella mano destra. Guardiamo il cielo, mentre passano gli anni. Ogni notte, prima di addormentarmi, ripenso a quando trovammo un fiore azzurro, come un lapislazzulo, nato dalle viscere di una roccia. Lo baciammo entrambi, piccolo miracolo, simbolo e profezia delle nostre vite. Poi tutto incominciò a brillare.

Filippo Redaelli

4. Flying Lotus – Until the Quiet Comes

Data di Uscita: 02/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

UNTIL THE QUIET COMES

Cado nel tunnel delle essenze sonore e respiro luce, m’immergo nel blu violaceo delle pareti del cosmo e uccelli meccanici cinguettano melodie elettroniche… è tutto così magnifico ed intenso.
Tra gli alberi stellari il canto di una sirena: una donna magnifica con piume d’argento si cela tra i rami della foresta di silicio, intanto dall’altra parte del buco nero, nel teatro della galassia si apre uno spettacolo di burlesque, e le immagini viaggiano ancora in bianco e nero.

Cromatismi. Aberrazioni. Glitch.

Strati su strati, coperte di suono, polvere grossa e brillante, bottiglie d’assenzio…
Brillanti multisfaccettati scintillano al buio, una mano li accarezza lieve…

Il vento echeggia nel deserto: i barbari arrivano con le loro tute gialle e portano doni da un trip hop impregnato di chillwave e dmt: occhi di pitoni, peli di zanzare, pelli esotiche con squame di suoni prismatici, immagini altissime e forme lunghissime.

Il tempo. Il selvaggio. Il nero.

Il respiro profondo di una ragazza e poi… c’è una tribù che danza nella bruma, e lo sciamano spreme diamanti con le mani: stringendo sempre più forte li riduce in polvere.
Le sue mani sono enormi e sanguinano rumore rosa…

Il Tempo assiste con estrema devozione al rito ma è nervoso: spalle tese, nervi tesi, occhi lesi: è in trance. Voci ammalianti e spigolosi spazi sonori si creano intorno a Lui che pensa al ritmo: parole leggere e parole affaticate, suoni disconnessi e melodia.

Che fastidio irriverente…

L’uomo nero ha tre clessidre: una bianca, una rossa, una nera: quella bianca dà il tempo ai sogni, quella nera toglie o aggiunge ore al sonno, quella rossa accelera o rallenta i battiti del cuore…
L’alchimia delle onde, l’energia dei bassi, tutto nel minestrone dello sciamano urbano: una soluzione salina, dove si sciolgono cristalli di vetro cosmico.

Il viaggio. La mente. La giungla.

E poi… la luce in fondo al tunnel e mi ritrovo sopra una roccia nell’oceano a levitare tra pietra e aria, spazio e forma: sento la magia, ammiro il vuoto, aspetto la quiete…

Voglio la pace nel mondo.

I never want to come back…

Marco Caprani

5. Trust – TRST

Data di Uscita: 28/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Le persone razionali ponderano parole e gesti, dosano entusiasmi e non si lasciano fregare dai colpi di fulmine. Anche con la musica, le persone razionali necessitano di più ascolti prima di sbilanciarsi in giudizi, esprimono pareri ragionati e non esplodono in isterie incontenibili.
Una volta ero una persona razionale, poi ho imparato a farmi travolgere.

Tempo fa mi presentasti Maya e Robert in quel lurido locale dalle pareti nere scrostate, non abbiamo fatto altro che bere come le spugne, ammiccarci dietro gli occhiali neri e sfiorarci l’un l’altro sotto il tavolo, noncuranti di chi fossero le gambe che stavamo accarezzando – andava bene tutto. L’età della ragione aveva voltato i suoi tacchi già da un pezzo, qui si trattava di vivere all’istante, di vivere al massimo. I nostri visi puliti, a tratti acerbi, trasudavano un’ingenuità incontenibile, eppure avevamo le idee chiare su tutto. Si trascinavano lentamente discussioni nostalgiche, come fossimo gente vissuta che ha già imparato tutto dalla vita; discorsi trascendenti sulla trinità e considerazioni toccanti su storie d’amore finite male,  una cupa sensualità muoveva le nostre bocche e i nostri gesti. Poi loro se ne andarono lasciando me e te in uno stato di ipnosi indecente. Avevamo perso la testa.

Quando tornarono nella nostra città mi chiamasti nel pieno della notte, eri fuori di te. Anch’io poi non riuscii più a riprendere sonno. Venimmo a sapere che erano di passaggio; ci vedemmo in un albergo squallido di periferia, a loro piaceva da impazzire, giusto il tempo di alcune birre rannicchiati sui materassi, i posacenere saturi di cicche a terra e un gatto che ci solleticava i piedi nudi con la coda. Ci lasciarono il loro nuovo disco, pochi convenevoli e un titolo immediato, troncato nelle vocali: TRST  (è anche il nome di Trieste in sloveno, ho pensato io).
Ero totalmente priva di difese, uno sguardo rotto e disperato mi fissava dalla copertina, un uomo goffamente alla ricerca di tratti femminili mediante un make-up eccessivo e una parrucca corvina, un ibrido o un essere ambiguo – secondo il dire comune. In realtà ho sempre pensato che l’ambiguità risiede molto di più nelle persone che si ostinano a dare un’immagine candida di sé, nascondendo il torbido dietro facciate rassicuranti; qui è tutto alla luce del sole, non c’è niente da occultare, l’onestà è prerogativa. Supplicava fiducia quest’uomo, dietro di lui un tendone di un celeste pallido, da spalancare. Do you TR(u)ST me? Yes, I do.
Avevo solo voglia di tornare a casa da sola, o inconsciamente non volevo intralci per dirottare la notte verso l’ignoto; c’era da aprire un sipario ed aspettare l’impatto, una di quelle situazioni invitanti in cui si sa di assaggiare il proibito da un momento all’altro. Quello che seguì fu un connubio di velocità massima e movimenti ipnotici in un dancefloor ignoto, synth a valanga a frantumarmi in pezzi infiniti, ritmiche ossessive e tanto ballabili da far crollare qualsiasi impaccio. E un intreccio di due voci complementari: quella di Robert, tetra e profonda – quasi proveniente da un universo alieno, e quella di Maya, suadente e languida. Sfacciatamente accattivanti, la timidezza si fondeva con la determinazione in maniera esemplare.
We believe in nothing.
Sfrecciavo così in auto, buio e coni di luce bianca in successione, buio e coni di luce bianca alla velocità della luce; una corsa lanciata all’estremo, poi solo buio. D’improvviso scorsi un parcheggio, decisi di fermarmi; rapita da chissà quale campo magnetico finii per scendere dei gradini seminascosti, mi arrivò l’onda d’urto di un club per anime nostalgiche in pantaloni fascianti. In fondo ero una di loro, tuttavia una somma di nostalgie decadenti ed elettriche non ricreano mai vere empatie, erano lì a scuotersi su echi industrial potentissimi che fracassavano timpani e stomaco, e cercavano nuovi contatti fisici.
Wait for my calling.
Wait for my life.
Wait for my lover.

Sguardi conturbanti in salsa dark wave. Please hold me tight.
L’attitudine era sfrontata e irriverente, ma il cuore fragile e appeso a un filo; mi trovai avvinghiata ad uno sconosciuto, una malinconia sconfinata musicava con delicatezza e ritmiche minimali un amore concluso. Ci inumidimmo a vicenda il collo di lacrime.
The streak survives in the night.
Lo persi di vista subito dopo, non me ne importava granché; dormii in auto. Al mattino il mio viso salato parlava di un viaggio sconvolgente senza ritorno.

Federica Giaccani

6. Vladislav Delay – Kuopio

Data di Uscita: 26/11/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Hailuoto
La ciclità della vita prevede una partenza ma anche un ritorno, in queste terre, in quest’isola, una realtà circoscritta dal mare ma talmente vasta che faccio fatica a cogliere ogni singola sfumatura. Come spiegherò a mia figlia questo senso di infinito che si respira a Hailuoto? La porto ogni giorno ad annusare il legno delle foreste, a raccogliere i frutti di bosco inseguendo le orme degli alci, a imprimersi nella pelle la freschezza e la purezza di un mondo fuori dal comune e non contaminato. Intanto cerco le parole per esprimere la sensazione di immanente appartenenza a questi luoghi, di come io mi senta loro figlio – a mia volta, per quando la bambina crescerà e sarà pronta a comprendermi. Anche Antye, venendo qui insieme a me, si è sentita accolta con amore dai pescatori, dagli uccelli selvatici, dai colori tersi di giornate lunghissime in estate, dalla notte avvolgente in inverno; lei, e la sua vita traslata dal brulicare di intrecci berlinesi alla sconfinata quiete di prati e mare. I cacciatori ci salutano agitando la mano quando procedono con passo sicuro oltre la nostra casa, addentrandosi tra gli alti pini, scomparendo al nostro sguardo. La nostra fortuna è la possibilità di affidare alla musica che componiamo l’espressione dei nostri sentimenti, per evitare che restino ad accavallarsi nel cuore e sul petto.

Chemnitz
Siamo così vicini a Berlino che le atmosfere e gli umori della capitale arrivano rapidi, intatti. Suoni sintetici germanici si propagano di continuo nelle creazioni della Raster Noton ed è impossibile per me non sentirmi a casa, in qualche modo, anche qui. Carsten e gli altri mi danno una fiducia immane, pari alla mia volontà di convertire in musica me stesso e la terra dove sono cresciuto e poi tornato ormai da qualche anno. D’altra parte ci sono comunque grandi boschi in cui potermi schiarire le idee e purificarmi, a Chemnitz, diversi da quelli che crescono nella mia Finlandia ma pur sempre alberi a perdita d’occhio, a creare un piacevole disorientamento familiare, una terra fertile per portare a termine la produzione che era in embrione, e farle vedere la luce. Una luce bianca tra i ghiacci, che pulsa e si cristallizza.

Kuopio
L’immagine di grappoli di isole che riaffiorano tra un lago e l’altro ha contorni definiti, precisi, come le linee nette dei tetti appuntiti che si stagliano sullo sfondo di un cielo così limpido da doversi riparare gli occhi, tant’è sfacciatamente tangibile. La mia terra ha dei tratti distintivi inequivocabili, genuini come il pesce che compro al mercato e che ho intenzione di cucinare nel fornelletto da campo del mio camper: siamo in uno stretto lembo di terra tra due insenature, a due passi dall’acqua, soltanto noi e singolari uccelli che volano bassi toccando appena la superficie del lago, per poi fuggire oltre le colline. Di inverno qui la natura dorme di un sonno apparente, la neve soffice stende le sue fredde coperte compatte ma tutto ciò che sta sotto, protetto, continua a respirare senza sosta.
Le mie orecchie captano vibrazioni, suoni ovattati che pian piano emergono dalla foresta e si mostrano luminosi, brillanti come il cielo e candidi come la neve. Manipolo i frammenti, incastro parti di natura ad incursioni elettroniche e mando giù tutto d’un sorso, un bicchiere di ghiaccio shakerato a spremuta di cuore. Le melodie sono raffinate e profondamente liquide, pulsano come una creatura sottomarina e si cristallizzano sulle cime degli alberi, riflessi scintillanti di luce, di vita; su di esse si innestano ritmi sintetici e insieme materici, colgono l’essenza della natura, dei corpi, i loro fisici dinamismi, e i coinvolgimenti emotivi.
È immediato commuoversi davanti a questi semplici e sorprendenti miracoli e voler dare qualcosa in cambio; le mie musiche raccontano di me, dei miei luoghi, di un’energia distillata e di una luce calda – e insieme algida – che non muore mai.

Federica Giaccani

7. Xabier Iriondo – Irrintzi

Data di Uscita: 11/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Si torna a casa

Nella mente sento questo urlo stridente e prolungato, “irrintzi” si direbbe in basco. Ho voglia di gridare, ma trovandomi sul treno Madrid – Donostia – San Sebastián è meglio contenere il mio sentimento; cinque ore di sopportazione dopodiché potrò esplodere questa mia gioia infinita. Mi esibirò dal vivo nella piazzetta dov’è cresciuto mio padre, dove i Pirenei ti osservano da lontano, severi, nel luogo in cui si annusa la brezza del mare appena addolcita dal profumo del legno dei faggi, che tingono di verde il paesaggio circostante. Controllo come d’istinto la cappelliera, ho tre bagagli, pieni di strumenti musicali, gran parte di essi li ho progettati e costruiti io stesso, con amore e dedizione, mesi interi a inseguire la giusta intonazione delle corde, la migliore risonanza dei legni, senza ricercare la melodia, comunemente intesa, ma l’opportuna vibrazione, tremolio o ronzio, c’è chi li definirebbe rumori, ma per me questa differenza non ha valore.

Quella di domani sarà la mia prima esibizione in terra iberica come solista, sarò nudo davanti al mio pubblico, per eseguire un lavoro personalissimo ed allo stesso tempo universale. L’ho chiamato proprio “Irrintzi”, è la mia storia personale che incontra quella della mia famiglia ed insieme rispecchia le influenze e le pulsioni musicali che hanno animato la mia carriera fino ad oggi. L’immagine di copertina racconta già tutto del lavoro: c’è il mio viso, realizzato con occhi non miei, il sinistro è di mio padre e il destro è di mio fratello; lo sguardo è severo ed insieme rassicurante, come la musica che contiene, come la terra che sto raggiungendo. Guardo fuori dal finestrino e riesco a calmarmi, magari riuscirò anche a riposare un poco… so che questa volta la gente capirà, non si parlerà “semplicemente” di musica d’avanguardia, questa volta proprio no, questa qui è musica per l’anima, null’altro!

Maurizio Narciso

8. Sacri Cuori – Rosario

Data di Uscita: 10/12/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Il grande disco amaranto è sul piatto, la puntina sospesa sul primo solco. Abbasso l’asticella e dopo lo scoppio inizia il fruscio, sopra al quale si erge appena una flebile voce angelica, accompagnata dal suono di una piccola orchestra che profuma di Messico.
E’ così che puntuali compaiono al mio cospetto: il nano sembra danzare su questa melodia incerta, ora solo strumentale, mentre il gigante porta in braccio una donna bellissima, dalle fattezze di Isobel Campbell ma dai capelli color nero corvino.
Resto immobile mentre queste figure grottesche cominciano ad indietreggiare, divenendo sempre più piccole, fino a scomparire del tutto. Mi guardo intorno e realizzo di essere in una sontuosa sala da tè. Ci sono delle porte alla mia sinistra e come sempre decido di attraversare quella a me più vicina. Varco la soglia e mi ritrovo nel bel mezzo di un labirinto color porpora. Una chitarra blues mista a suoni di tromba provengono dal fondo di un lungo corridoio che sembra senza fine. Prendo coraggio e inizio a percorrere questa angusta corsia. Sui muri sono dipinti i volti di diversi musicisti tra i quali riconosco John Convertino e Jacob Valenzuela dei Calexico, il senso non lo comprendo ma tutto sembra ripetersi come in un copione già letto.
La musica si fa più forte, ora riesco a distinguere il suono di percussioni e quello di una fisarmonica. La melodia cristallina mi ricorda le composizioni di Nino Rota; mentre la mia mente vaga su fantasie tipicamente felliniane giungo dinanzi a due porte, entrambe chiuse. Quella alla mia destra ha una maniglia a forma di rosa, mentre dall’altra, di forma classica, pende un rosario di legno bruno.
So già che stringerò senza esitare la manopola floreale ed ecco che un dolore acuto mi pervade, la mia mano sanguina mentre chiudo dietro di me la porta scelta. Sento la brezza del vento, è notte e davanti a me c’è un bosco silenzioso. Mi volto e la porta è scomparsa. Accanto a me ci sono ora David Hidalgo dei Los Lobos e Marc Ribot, che mi domandano se la musica è di mio gradimento.

Già, la musica, riesco ancora ad udirla, è bellissima e mi rimanda ora con forza a certe atmosfere western che sarebbero perfette se accompagnate dalla voce borbottata di Tom Waits. Provo a chiedere spiegazioni ai due musicisti che ho ancora accanto ma non ricevo chiarimenti bensì mi invitano a proseguire il cammino e ad attendere la fine della musica. Mi domando perché ho formulato loro questa domanda pur conoscendo già la risposta.
Chiudo gli occhi e mi concentro solo sul suono che mi circonda, riesco quasi a vedere una batteria suonata da Jim Keltner. Gli altri musicisti che immagino sono per lo più italiani e sono vestiti tutti allo stesso modo; hanno cucite due lettere sul taschino della giacca “S.C.”.
Le immagini si sfocano di colpo all’arrivo della puntina alla fine della corsa, sono davanti al disco da capovolgere! Faccio un grande respiro e mi preparo per il lato b.

Maurizio Narciso

9. Burial – Truant / Rough Sleeper

D.d.U. 17/12/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Stretto nella morsa dello smarrimento, sconfortato e inquieto, mi scopro riemergere alle contingenze fisiche della realtà dopo esser caduto, senza avviso e febbrilmente, nel rimuginio del tempo.
Il grigio dei palazzi il tramestio delle strade le vetrine nebbiose il vuoto dietro ai passi della gente. Non voler esserci, non voler esserci mai stato.
Lunghe, troppo lunghe queste notti invernali.

Gianfranco Costantiello

10. Stubborn Heart – Stubborn Heart

Data di Uscita: 05/11/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Non sappiamo gestire bene questa nuova situazione, io e Ben.

Fino a qualche tempo fa se ci avessero proposto un’intervista, saremmo stati pronti a giurare sullo scherzo di qualche nostro amico, pronto a deriderci il giorno seguente in caso di ingenua accoglienza della richiesta da parte nostra. Ben, in silenziosa attesa, si sfrega le mani con nervosismo e fissa il telefono della nostra camera d’albergo. Io stringo tra le mani questo inutile pacchetto di recensioni stampate dai siti più svariati; parlano di noi: sembrano conoscere ogni cosa, le nostre influenze musicali, il fatto che fino a qualche tempo fa ci riunivamo nel mio garage a cadenza fissa per suonare e semplicemente divertirci, che ad un certo punto abbiamo sentito la necessità di produrre qualcosa che rimanga, che valga la pena regalare al mondo. Proseguo nella lettura e scopro che siamo due furbetti e che abbiamo assorbito le lezioni dei “The XX”, che la nostra musica è efficace perché riflesso dell’oggi musicale, che abbiamo rallentato i battiti di un certo “SBTRKT” e reso la matassa sonora più suadente, ammiccante e di sicuro effetto.

Ecco l’emicrania che torna a battere sulle mie tempie.

Propongo a Ben di uscire, prendere un poco d’aria, di rilassarci. Avvertiamo la reception dell’albergo di mandare il giornalista direttamente su in terrazzo, senza avvertirci, saremo lì ad aspettarlo per dirgli quello che vuole sentirsi dire. Mentre siamo in ascensore penso tra me e me a quello che dovrò ripetere… che Stubborn Heart era anche il titolo del brano ’60s-soul dei The Sheppards ma che non vuol dire nulla, che la modernizzazione del concetto di soul misto all’elettronica riflette al cento per cento le nostre personalità e che non abbiamo studiato a tavolino la cosa, che abbiamo ascoltato Jamie Woon e gli altri, solo dopo l’accostamento musicale che i giornali hanno proposto… Ben mi fissa ma non parla.

Ora mi sto chiedendo se siamo davvero due cuori ostinati oppure se abbiamo sbagliato tutto.

Maurizio Narciso

3 Responses to “Top Ten 2012 – Maurizio Narciso”

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