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Top Ten 2012 – Stefano Ferreri

1. King Tuff – King Tuff

Data di Uscita: 29/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Brattleboro non è proprio il posto migliore in cui recitare la parte del morto.
Da bravo ragazzo, Kyle Thomas ci ha provato. Si è applicato, diciamo, ma la noia del Vermont sembra già una bella grana per gli esseri umani in carne e battiti, figurarsi per un alias artistico celebrato nella più assoluta sordina come cavallo a fine corsa. Cinque anni fa l’ultimo episodio, King Tuff Was Dead, trasmesso in edizione più che limitata ai pochi depositari del suo culto. Oggi l’improvviso margine per un ripensamento, con la resurrezione affidata agli svolazzi di una bestia trionfante che fa tanto tenera apocalisse. Cranio cornuto per ingraziarsi il dio dei riff, ali di un pipistrello evidentemente scampato al morso dell’Ozzy di turno, bacchetta magica in una zampa e la fidata Jazijoo nell’altra. Adottare un moniker dalle comic strip negli incarti delle gomme da masticare e regalare un nome di battesimo alla propria Gibson preferita saranno anche solo dettagli, ma raccontano già molto del personaggio. L’abito eletto con strategica noncuranza non può che fare il resto. Inorridiscano pure i maniaci dell’hype più sfrenato, qui nessuno potrà sentirli urlare: le pesanti camicie di flanella a quadrettoni d’ordinanza, lunghi e luridi capelli indirizzati sulle spalle da baseball caps rigorosamente non indossabili, se ancora ci si possa dire dotati di una qualche forma di umana dignità. Tutto già visto e in versioni migliori, non in un ritardo tanto clamoroso, addosso a quella vecchia canaglia di J Mascis. Ecco, proprio lui. Accostare il dinosauro e il cadetto nella stessa inquadratura potrebbe sembrare un azzardo, come immortalare l’attimo esatto di un’investitura o lasciare che il giovane Bowman della galassia indie dia una sbirciata alla versione più bianca e disincantata di sé. Eppure è successo. J dietro ai rullanti, Kyle nei panni del leader, in un pungente e grossolano carnevale stoner intitolato Witch. Anni tumultuosi sono trascorsi da allora, con in sottofondo il folk acido dei Feathers e le sfarfallanti armonie sunshine del progetto Happy Birthday, prima uscita dell’apostolo fricchettone per l’etichetta che fu di Kurt Cobain e della vampa grunge.

Oggi il risveglio della sua creatura solista. La vena psych da battaglia si ritaglia una frazione infinitesima della torta e concede ampio sfogo al candore pop rigorosamente deviato ma contagioso che Kyle teneva dentro da chissà quanto, tra bagliori sovraesposti di chitarre e quella vocetta dolciastra e sgraziata da ragazzino. Senza dubbio, una sorpresa. Un atto d’amore incondizionato alla stravaganza plebea dei Chuck Berry e degli Elvis, alla languida spensieratezza degli anni sessanta e a certe pose ormai fin commoventi dalla mitologia dei settanta, il tutto confezionato con spirito ludico sempre entusiasta e fede incrollabile nel potere lenitivo di un rutilante jukebox. Messa in questi termini si sarebbe indotti a immaginare il solito stanco revival, un campionario di cliché beat e powerpop mistificati dal risaputo velario della bassa fedeltà. Non è così. Questo disco eponimo incarna un’attitudine, una visceralità onesta, quella fanciullezza inerme e un po’ scoppiata che all’ascoltatore strizza l’occhio e da di gomito, invitandolo a buttarsi nella mischia senza star lì troppo a favellare. La differenza la fanno le melodie auree, forgiate con l’intuito dell’alchimista che sa trasformare anche un ritornello sbrindellato e senza spina dorsale nel più consolante e irresistibile dei sing-along. E la fa il miracoloso senso del ritmo, innato in questo autodidatta svezzato a latte e Cramps: sornione all’occorrenza, come quando cede il passo al romantico miniaturista (‘Unusual World’), irresistibile sempre. A tratti l’enfasi passatista si fa particolarmente accesa, come l’euforia quasi brada del suo inestinguibile fuoco sacro, e lo strappo dagli anonimi ma sereni integrati assume allora le proporzioni di una distanza incolmabile. Ripesca magari un jingle già rubato dai Dandy Warhols nell’unico passaggio di cui ancora ci si ricorda, ma dell’anticonformismo bohemien che spacciavano quei furbastri non resta che il raccolto magro del vero perdente per deformazione esistenziale, perfino orgoglioso nella sua fiacca e formidabile indolenza. Non ricerca applausi il ragazzo.

Quella del rinato King Tuff è pura weirdness d’assalto, miscela infettiva di ingenuità demodé e inconsapevole opportunismo. La benzina che infiamma il bubblegum (‘Bad Thing’), la sega elettrica che affetta i refrain alla meno peggio ed offre un nuovo smalto hard-rock a quello che altrove diresti un traditional irlandese da piola (‘Anthem’). Da ‘Alone & Stoned’ a ‘Stupid Superstar’, il Nostro non fa che dispensare limpidi autoritratti, elogi del dropout contemporaneo schiavo delle insindacabili passioni che lo hanno reso il delizioso reietto nostalgico di oggi. Nell’ironica mise en abyme l’identico tetro incanto dell’epopea surf, superando nello scatto anche il lanciatissimo Ty Segall degli ultimi tempi. Il senso di meraviglia è incontaminato e tradisce la sensibilità nello sguardo di un grande autore, camuffato da freak di provincia quasi aspirasse a prolungare in incognito la quiete del proprio felice anonimato.
Kyle è veramente l’idiot savant della nuova scena garage. Un prodigio autoconfinatosi nel polveroso retrobottega della tradizione canzonettara americana. Una speranza, un primitivista autentico, uno dei pochi rimasti. Il Mark Bolan con la barbaccia che fa i doppi turni giù al cantiere. La bonarietà inebriante del sidro di mela, che ti si arrampica su per il naso e si affranca con un’esplosione. Il mostro della laguna nera che vende zucchero filato al lunapark, con lo stereo sempre a palla. E’ il glam con la forfora, come hanno scritto i suoi più affezionati seguaci. Molto più numerosi, ora che la mano di uno sceneggiatore invisibile gli ha restituito quel debordante alito di vita. Solo dodici nuovi episodi a questo giro, solo un pugno di stupide canzoni che ti si attaccano addosso come i vecchi trasferelli. Abbastanza comunque per tenere sotto scacco la noia, nel Vermont come in qualsiasi altro posto.

Stefano Ferreri

2. Fiona Apple – The Idler Wheel Is Wiser Than the Driver of the Screw and Whipping Cords Will Serve You More Than Ropes Will Ever Do

Data di Uscita: 19/06/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Nothing wrong when
a song ends
in a minor key

L’amore è un dio cannibale che pretende in pegno frammenti d’anima ogni giorno, salvo eclissarsi all’improvviso quando pensavi il mosaico fosse compiuto, e non lo era.
La dedica questa volta è per lo spigoloso Jonathan Ames, boxeur romanziere, ma chissà non valga ancora come nota a piè di pagina per il ben più celebre compagno di ieri, il Paul Thomas Anderson di ‘Magnolia’ e ‘There Will Be Blood’. Le foto ricordo di una giornata radiosa a Coney Island trasformate quasi per necessità nello storyboard di un incubo virato in tonalità rancide, sceneggiatura impeccabile per rendere conto di come Fiona ‘Caramel’ Apple si persuase ad indossare gli abiti di Fiona ‘Rotten’ Apple scoprendo che, in fin dei conti, poteva non essere proprio una disgrazia.
Senza più narratori o registi al proprio fianco, la cantautrice dagli smisurati occhi celesti ha dovuto arrangiarsi. E’ tornata grazie alla scrittura a fare argine ad un bel campionario di mostri intimi, fissando al chiaro di luna le coordinate di una lotta sfrenata con il dispotismo del pensiero, con le ombre dolorose della mente, con il rimpianto. Ha rimasticato sentimenti e insicurezze dal gusto sgradevole, evitando di silenziare brutture, desideri di rivalsa e paranoie grottesche in confezione famiglia. Un lavoro creativo sporco, allucinato, orchestrato sul fondo torbido della propria coscienza. Un lavoro penoso già sbrigato in passato ma qui reso nobile da un intento autocritico viscerale, dall’intelligenza di chi sa fare ammenda. Amante gelosa e sadica. Zebra al neon sotto una pioggia di pura vergogna. Abbozzata e poi limata la parte, Fiona ha affidato la cura degli allestimenti al geniale scenografo e coproduttore Charley Drayton, vero pauperista dei battiti, almeno rispetto ai fasti barocchi di un Jon Brion o alle eccessive falsificazioni digitali di un Mike Elizondo. Ha quindi scelto di dirigersi in prima persona, ed il coraggio dietro il taglio realista sembra aver pagato: nessuna remora a mostrarsi pallida, triste e sciupata, quando il granito di una determinazione pazzesca è l’essenza stessa del proprio stare in scena. Davvero straordinaria nel riesumare fattivamente le proverbiali maschere del suo composto scetticismo, lo sguardo di Medusa e quel broncio meraviglioso, la Apple di ‘The Idler Wheel…’ rinnova le doti di attrice affilatissima, fascio di nervi sghembo e minimalista fragile, incostante, ma all’occorrenza non meno carismatica di Neko Case, astrazioni primitiviste comprese come da copione. Con il successo planetario dell’acerbo ‘Tidal’ la Sony aveva sperato di trovarsi per le mani un’ammiccante e docile gattina, ma la sullen girl di quel primo giro di giostra chiarì ben presto che sarebbe stata formidabile nel mettersi a nudo solo in chiave metaforica. Mancava la plastica da trasformare in platino, nel suo caso. Quella franchezza venerata dai fan e mal sopportata dal bazar della celebrità discografica approda oggi ad un risvolto di conclamata brutalità. Dopo i turgori orgogliosi di ‘When The Pawn…’ e i timidi raggi di sole del tribolato ‘Extraordinary Machine’, Fiona ha scelto di aggrapparsi con tutte le sue forze ad una forma di romanticismo appassito, ammalato e disturbante, che è tanto più onesto quanto più schietto, indifferente e lontano dagli agi del compromesso. Niente singoli da trincea televisiva generalista. Niente easy listening. Nessuna concessione alle fameliche sirene pop della sua major e nessuna torch song convenzionalmente intesa, con buona pace dei tanti che si erano affrettati a tirarla in ballo a sproposito magnificando appena qualche mese fa l’esordio dell’insulsa Lana Del Rey. Ormai inservibili anche gli immancabili apparentamenti di rito con le Tori Amos e le Joni Mitchell. La ragazzina costretta a lavare sulla piazza dei Grammy i panni insanguinati di una violenza subita in tenera età è finalmente cresciuta, forse dissolta per sempre. Al suo posto sul palco c’è oggi una donna vera con il fascino impervio e problematico della sua caparbietà di combattente istintiva, tutta unghie e cicatrici, esclusiva protagonista di ballate introverse, livide, accese solo ad intermittenza dai lampi feroci della sua voce: quell’energico irrequieto contralto che pennella sfumature, contrasti, intuizioni luministiche improvvise; che si stira e si accartoccia, si libra nel più esile dei ghirigori per poi svilirsi in un belato o lacerarsi sugli acuti in un lamento, sgraziata e ferita. Non finge una spensieratezza mai così lontana dal suo sentire attuale, ma si guarda bene anche dall’affettare pose estenuate o una comoda maniera della sofferenza. Quello di ‘Every Single Night’, segmento iniziale del film, è in tal senso un incipit quieto solo all’apparenza, ed in realtà la prima di una fila di finestre affacciate sul crudo e ribollente flusso di coscienza di una cantautrice davvero moderna. Il suo teatro d’azione sono fondali meccanici, tetri e inospitali, dominati dalla presenza marziale e quasi fisica del suo strumento feticcio: un pianoforte trasfigurato nel profilo disadorno della sua nuova consegna ritmica, suonato con sempre meno inutili slanci da virtuosa e sempre più concretezza, con quel piglio di drammatica autorevolezza a guidarla tra gli spifferi, in navigazione lenta sopra un fiume di angosce ormai impossibili da esorcizzare altrimenti. Le canzoni sono sequenze ingarbugliate e ritornanti. Si fanno largo in un intrico di sbuffi, clangori diseguali e grigie frattaglie percussive come faticose passeggiate in campo lungo sotto cieli plumbei, con il vitale e costante esercizio delle parole eletto a lenitivo specifico per quella sua splendida anima fratturata. Anche dentro inquadrature così poco ariose la performer newyorkese non rinuncia a regalare pagine di stupefacente, agra bellezza, agli scarti minimi dentro centrifughe dal vago sapore jazz, alla vorticosa seduzione della melodia. Al pari di certe magiche interpreti scandinave, si reinventa aliena. Giostra con pazienza e senza artifici dentro fotogrammi sonori brulli, lunari, per poi dipingere con il canto accese impressioni emozionali, per promuovere senza incertezze una versione scartavetrata del proprio languido magnetismo di cantante. Più che al titolo chilometrico ed opportunamente privo di chissà quale ermetico significato, il legame con i tempi di ‘When The Pawn…’ è affidato al tono di disinvolta ed audace malinconia, il registro più consono per far soffiare ancora quell’alito di rabbia passionale che è da sempre il pezzo pregiato nel repertorio dell’artista. Per una volta, tuttavia, la vera prova di forza si misura nelle ellissi. E nelle note in meno, nella scommessa di un gioco sempre praticato in sottrazione e sempre evocativo. Nella qualità dell’equilibrio al di sotto delle righe impennate di ieri. E’ questo l’autentico collante di un album che sul finale parrebbe stemperarsi, nei richiami all’infanzia e nel più frivolo accompagnamento strumentale di ‘Anything We Want’ come nella sofisticata cantilena di ‘Hot Knife’. Villaggi Potëmkin per incauti ascoltatori. Da maestra di illusioni, la Apple nasconde dietro un velo di falso ottimismo l’ennesima cappa di nuvole nere, per poi perdersi con la sorella Amber in un frastornante e pirotecnico crescendo polifonico che esplicita, mimandola, la follia dionisiaca dell’atto sessuale. Epicurea maliziosa o tetra espressionista. Licantropa e scavezzacollo o poetessa condannata ai marosi di una perenne inquietudine. Oggi Fiona è tutte queste figurine in un solo disegno, un collage scarduffato dove sono ancora tante le tessere cui mancano i colori di un cuore finalmente in armonia.

Stefano Ferreri

3. Lee Ranaldo – Between the Times and the Tides

Data di Uscita: 20/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Per anni ho sognato di essere la figlia di Kim e Thurston.
La creaturina alla rovescia tra le braccia di papà, con mamma attorniata da una scorta di madonne un paio di polaroid più in là. La piccola cacciatrice di fragole intrappolata dalla rete, pesciolino in un mare color smeraldo. Sognavo di essere Coco per via dei suoi geni, un corredo troppo perfetto per essere davvero parte di questo mondo. Fantasticavo. Certo la cronaca spicciola degli ultimi mesi ha annientato anche solo l’illusione di quello sgargiante paradiso per adolescenti, lasciando nella ragazzina ormai quasi donna ferite che qui tra i comuni mortali chiamiamo pillole di male quotidiano. Spenta la suggestione, non si è però sciacquata quella specie di stupida gelosia. Non in toto, quantomeno. Anche con tutte le sue primavere, il fascino di uno zio padrino come Lee Ranaldo nella propria cerchia magica rimane una benedizione splendente e irraggiungibile. Lee Guancia d’Arancia. Lee il ragazzo con i camicioni a quadri. Quello non bello, non divo, e con quell’espressione sempre un po’ lessa.
Il mio prediletto, il George della band.

L’avevo lasciato al suo Sguardo Nascosto, happening sonoro terrorista, colto e disturbante, nella corte barocca di un palazzo del seicento leccese. La Jazzmaster nera sospesa nel vuoto come un pianeta minaccioso ed ancora sconosciuto, spalleggiato per l’occasione da fin troppi satelliti. Doppiata in sincrono nel suo mugugno da un esercito di consimili, percossa ora da un archetto ora da una bacchetta, lanciata in spettacolari evoluzioni rotatorie sopra le nostre teste vacanziere e trasfigurata nel più opinabile e sensibile dei pendoli sonici. Ad accompagnarne l’estasi ed il tormento, una bella compagnia di giro: due gong, un manipolo di coriste, videoproiezioni a profusione e poi lui, sciamano brizzolato ed amante violento, non nuovo a simili forme di radicalismo situazionista. Dall’apprendistato avantgarde nella ghenga di Glenn Branca ai reading improvvisati e le sonorizzazioni per gli allucinati 16mm di Stan Brakhage, nel suo spaventoso curriculum non è mai venuto meno quell’innato e perverso amore per la sperimentazione.
Fino ad oggi almeno.

Navigando a vista verso i sessanta, il mite Lee è parso quasi destato dalla buriana coniugale dei sodali di una vita e si è scoperto libero, all’improvviso. L’intuizione più bruciante di questo suo nuovo romanzo in solitaria è proprio quel senso di indipendenza insopprimibile, di ideale affrancamento nella testa e di sorriso sulla bocca. Un raggio di luce naturale e contagiosa dopo anni di serena ipnosi a targhe alterne, nei panni del gregario di lusso o dell’esploratore temerario. Per la prima volta un disco a nome suo lo mette a fuoco e rende giustizia alla sua indole dolce e bonaria. In marcia con la compagna adorata: l’originale scavalca i suoi doppi stilizzati, sagome semaforiche e uomini di vimini, abbandonando dall’altro lato della strada un repertorio esagerato di droni e scale asimmetriche. Profilo limpido e ben contrastato, divieto di accesso alle complicazioni e all’autoreferenzialità fumosa. Il tempo che corre e le maree non aspettano nessuno, sembra sussurrare lui. Che per l’occasione chiama a raccolta un drappello di anime gemelle e relative protesi a sei e dodici corde, abbracciando e sconfessando in loro compagnia quanto già detto in tre decadi di maestosa carriera.

Nel festoso simposio elettracustico del singolo apripista ‘Off The Wall’ la sua Fender si conferma l’inappuntabile bestiaccia trottante di sempre, con le sole sorprese di un piglio felicemente didascalico à la Go-Betweens e di una quanto mai opportuna astensione dai garbugli concettuali. A chi paventava sforzi pirotecnici quanto onanistici, Ranaldo risponde con la sostanza e le visioni dell’artista tutto cuore, con la lunga gittata di una spensieratezza autentica e con quella fame bella, da giovane. Niente smargiassate fuori tempo massimo, nessuna licenza cortigiana. Terso, onesto, appagante ed appagato. Regala al suo piccolo seguito di affezionati un gioiello di accessibilità e disimpegno, riservando le sovrastrutture “alte” agli svaghi estivi nelle gallerie d’arte o alle bislacche elucubrazioni audiovisive in combutta con la sua signora.
Lo zio Lee interpreta la corrente d’aria nella grande casa aperta. E’ l’incrocio dei tagli del sole sul pavimento, la ferita risparmiata agli occhi una volta tanto. E’ il baratto fortunato tra riverbero e respiro, il piacere di fare per il piacere di fare, l’abbraccio confortevole di un amico che torna a trovarti dopo qualche tempo. E tu lo riconosci pur così ingrigito, pure accomodante.
Ascolti Christina e pensi a Karen, quella rivisitata.

Quell’abilità nello spalancare corridoi strumentali e vertigini tascabili dovrebbe avere il Trade Mark, lì in piccolo sul margine destro. Anche virato con decisione verso una lascivia pop di alto profilo, finiture cromate e pancia bombata, il sound resta quello morbido e squillante degli ultimi lavori con il gruppo. Così le nuove canzoni si lasciano scoprire come pietre di paragone quasi inconsapevoli, cristalli illuminanti nel raccontare quanto di Ranaldo vi fosse nei Sonic Youth e non viceversa. Improvvisazioni e concretezza, lampi crepuscolari, sprazzi di radiosa elettricità e tanto buon rumore disciplinato. Fatto salvo il contentino cameratesco concesso ai fan smarriti in un paio di episodi – vedi la griffe sonora di ‘Goo’ e ‘Dirty’ che alza di qualche punto le credenziali di ‘Waiting On a Dream’ – all’ascoltatore rimane in supplemento anche il piacere sottile del vecchio gioco delle differenze: appannaggio esclusivo dei mirabolanti convitati, se la matematica continua a dar conforto al critico e alle sue sparate a salve. La disinvoltura easy, per dire, è tutta farina del sacco di Jimmy il geniaccio, quasi una cotta di maglia “leggera come la piuma ma dura come le scaglie di drago”. Il suo rendez-vous con i guizzi e le spirali fantasmatiche dell’inconfondibile chitarra di Nels Cline vale da solo mezzo album, e mai si sarebbe portati a credere alla genesi in acustico di cui vanno narrando le note stampa. Includendo nel quadro anche il drumming incalzante ma elusivo di quell’eterno ragazzino che è Steve Shelley, le somme si tirano quasi da sole.

Il risultato è una sorta di agile compendio, l’anello Sonic Youth dell’era O’Rourke agganciato su un lato alla galassia Wilco di ‘Sky Blue Sky’, ai Loose Fur, ai Geraldine Fibbers, e sull’altro alla periferia R.E.M.-ota dei Poisies e dei Minus 5. Un esaustivo viaggio senza mappe nei meandri del miglior alt-rock americano degli ultimi tempi, come se l’ormai probabile tramonto della gioventù sonica presagisse una maturità spavalda e non meno interessante. Di suo Lee ci mette comunque moltissimo. Muovendosi con destrezza ancora proverbiale tra gli anfratti di un genere che pochi come lui hanno saputo codificare e perfezionare, levigando poco alla volta un suono così indimenticabile. E poi cucendosi sul bavero quell’etichetta estemporanea, Experimental Folksinger, per arrivare ad emulare in un paio di pezzi i voce e chitarra frugali ed intimisti delle recenti uscite dei Moore, dei Mascis, dei Brokaw e dei Dando. Pauperista ma con il trucco, vista la dote di impalpabili screziature space o la repentina sortita nel distretto dei cristalli acidi tanto caro a Greg Weeks, altra gradita sorpresa.

Un cantante che non è un cantante. Un sognatore estroso che fotografa la realtà meglio di tutti quegli acerbi menestrelli con il Dylan imbronciato di ‘The Times They Are A-Changin’’ ben nascosto nel cassetto della Xerox. Attento a catturare il senso di ogni vibrazione, scivolando senza paura tra le rapide del flusso di coscienza che sua moglie Leah ha sepolto nell’asprezza metropolitana di uno spoken word. E sempre in equilibrio sulle corde che più amiamo: un po’sfumature nostalgiche, un po’ inquietudini contemporanee, nella forma flessuosa ma incerta di una digressione senza fine. Indissolubile. Ecco una parola che a malincuore non varrà più per la band, promossa e non da oggi nel rinomato schedario dell’epica pop. Né rispecchierà l’affinità leggendaria di Thurston e Kim, o la stella fortunata nel firmamento della loro rampolla. Le ‘Scene da un Matrimonio che non si ossida’ andranno ora in onda da casa Ranaldo, in diretta e in esclusiva. Con Lee, Leah ed un terzetto di pargoli dai nomi semplicemente improbabili. Se anche a voi è rimasto in serbo un briciolo di invidia, riservatelo a loro soltanto.

Stefano Ferreri

4. Ty Segall & White Fence – Hair

Data di Uscita: 29/04/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Quante sere con gli occhi troppo chiusi e intanto il disco continua a girare. E più che alla musica è a quel fruscio scatenato dalla puntina che presti maggior attenzione. Sbuffi il fumo della sigaretta e ti volti. I ricordi sono tutti lì.
L’ultimo anno di liceo è così che ritorna in mente. Rose era troppo bella quella notte. Era inutile ballarle attorno durante la festa di addio. Caro vecchio Jacob, tu vestivi con camicia beige e pantaloni ascellari, quali speranze credevi di avere? Tutt’ora il tuo abbigliamento non è cambiato di una virgola. Rose, la ragazza dominicana, la ragazza dai due nei vicino le labbra. Sembrava che tutto le appartenesse quella notte. Anni Settanta, violenza, garage-rock, droga. Tu la droga non l’hai mai provata ma non è che ne vai fiero o chissà che. Semplicemente non ti è mai capitato, non hai mai frequentato cattive amicizie.
Poggi gli occhiali dalle lenti opacizzate sulla scrivania, sei stanco di correggere i compiti dei tuoi alunni. Già, hai deciso di fare l’insegnante perché hai sempre creduto di avere ancora un conto aperto con la tua giovinezza. Insegnare per tenere vivo quel rapporto col tuo Io passato, col tuo Io che non è mai stato. È tardi. Crolli dal sonno e dalla stanchezza.

Oggi. Oggi c’è Clara Potter. Alunna dell’ultimo anno. Media voto tra le più alte della tua classe. Clara Potter la incontri per caso. Minigonna, t-shirt che lascia intravedere l’ombelico e il giovane seno. Terrore, cominci a sudare freddo. Come puoi vedere con questi occhi una tua alunna? Ti vergogni di te stesso, accenni una fuga alzando il passo ma lei ti saluta da lontano e sei obbligato a fermarti. Clara Potter, sorriso radioso, occhi truccati e un nuovo piercing all’ombelico.
«Cosa dicono i suoi genitori di quell’anello lì?»
«Non lo trova carino, professore?»
Certo che lo trovi carino, Jacob.
«Niente affatto, signorina».
«Ma come? – fa lei alzandosi ancora la maglietta e lasciando scoperto il ventre nudo – Credevo fosse di mentalità più aperta!»
«Che fa, dubita del suo caro professore, signorina Potter? Non si ricorda dei nostri discorsi sul rock n’ roll? A proposito, le è piaciuto il disco che le ho prestato?»
«Molto, professore. A partire dalla copertina e finendo con le musiche. Sembrano così, così…»
«Così sincere, così anni Settanta!»
«Esatto!»
Ridete entrambi. Poi il tuo fiato si fa corto. Hai un sussulto. Sollevi la mano – ancora titubante sul da farsi – e te la ritrovi lì. Tocchi la tua alunna accennando un goffo abbraccio e poi… poi la baci!
«Professore, cosa…?!»

La tua carriera da insegnante è pressoché finita. Ora sei senza lavoro ma in mente risuonano vivaci le note di un disco di quarant’anni fa. E forse va bene così.

Andrea Russo

5. Pepe Deluxé – Queen of the Wave

Data di Uscita: 14/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Clochard.

Più che una figura sociale sono uno stato mentale, ho sempre pensato. Brulicanti come mosche, consapevoli ed indifferenti del disagio quasi fisico che provocano, continuano la loro vita che mi è sempre parsa senza scopo.
Qui sotto ce ne sono a centinaia, a migliaia.
Fare una stima accurata è difficile dato che l’unica fonte di luce sono poche candele sparse qua e là in maniera asimmetrica, ed il riflesso causato dalle mele dorate che pendono da un enorme albero al centro della caverna, su una collinetta formata da carabattole, ninnoli e rottami che cresce sotto i miei occhi, alimentata da centinaia di migliaia di tasche che vengono svuotate.
Lo chiamano il Giardino delle Esperidi.
Non so dire come mi sia ritrovato qui… magari ammirando un dipinto sono entrato in un sogno scomparso, oppure toccando un fregio di una colonna mi si è aperto sotto i piedi un canale per il centro della Terra.
Forse è bastata quella moneta donata senza essere richiesta, appoggiata sul tetto di cartone di un uomo senza volto.
In questo spazio infinito, ogni cosa è fonte di rumore.
Sagomato nella roccia spunta un organo nato con il Mondo, ogni tasto collegato con una gigantesca stalattite, a formare il litofono più geniale ed incantevole mai pensato.
Sopra un’antica carrozza nobiliare incastrata tra le rocce di un laghetto sotterraneo, un conte decaduto aggredisce con le dita abbellite da anelli senza pietre una chitarra elettrica senza corde, ad ogni fatica del suo braccio corrisponde una scarica energetica proveniente da due enormi bobine di Tesla poste alle sue spalle.
Questi suoni vengono avvolti dal respiro di un numero indefinito di bicchieri di plastica con all’interno delle monete, di forchette battute fra loro, di sciarpe bagnate nell’acqua, il tutto a condurre alla vera meraviglia tra le migliaia di corridori usciti della prima Arca.

Lei si chiama Erizia, quattordicesima Queen of the Wave. Capelli mossi e ribelli, castani con riflessi bordeaux imprigionati in una coda che lascia intravedere il candore delle spalle. Avvolta da scialli e foulard, cammina scalza sulla collinetta ed ognuno si inginocchia al suo passaggio. Ha un seno robusto, una catenina passa da un anello sulla narice sinistra fino all’acquamarina sul suo ombelico. Canta con voce profonda ed ammaliante della profezia di Oceanus, il gigantesco fiume che circonda il Mondo. Quando la canzone all’interno del Giardino delle Esperidi sarà perfetta, le acque si alzeranno di nuovo per riversarsi con fragore là dove le disparità sono più ingiuste, cosicchè quando si ritireranno tutte le proprietà saranno confuse, indistinte, e l’equilibrio tra chi ha e chi non ha sarà finalmente ristabilito.

Mi sono risvegliato seduto sulla strada, la schiena appoggiata ad un muro.
Il cielo, nuvoloso, mi faceva pensare ad Erizia. Entrambi, firmamento e sacerdote, racchiudevano una bellezza acuita dal fatto che, all’improvviso, poteva essere nascosta agli occhi degli uomini.
Non ricordavo di avere dei vestiti così sporchi, né delle scarpe così malmesse. Ispezionando le tasche con dei guanti bucati ho trovato un foglietto spiegazzato con su scritto “qualcosa che suoni come un flauto”.
Dopo un attimo di sbigottimento, tutto mi tornò in mente.
Mi alzai sorridendo, e fischiettando mi diressi al prossimo cestino.

Filippo Righetto

6. Andrew Bird – Break It Yourself

Data di Uscita: 06/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Spaventapasseri vestiti all’ultimo grido.

If memory serves us, then who owns the master
How do we know who’s projecting this reel

Morbo e ritenzione Mnestica.
Profili di porcellana accompagnano le mie confuse passeggiate lungo i corridoi immacolati della mia nuova casa. C’è odore stantio di acqua ossigenata nella stanza che divido con un vecchio di cui non ricordo il nome. Non molto tempo fa, dice, lavorava come tecnico in un cinema, oggi è quasi completamente cieco. A pensarci bene una sorte stravagante, sono tra quelli che hanno sempre sostenuto l’idea che la vita abbia un eccezionale senso dell’umorismo.
Verserà ancora un po’ di whiskey nella mia acqua o lo zuccherò nel suo tea?
Sappiamo bene che quel che dice non ha alcun senso, le giornate trascorrono monotone, la tv sempre accesa sullo stesso canale. Una volta mi hanno raccontato di un tale che ha provato a cambiare programma, ma si è addormentato prima di riuscirci.
Siedo alla finestra e mi lascio ad ascoltare la pioggia che picchietta lungo le immense vetrate. Dicevi che quando i ragazzi sarebbero cresciuti, avremmo preso una casa in Florida (o in California non ricordo) e ogni mattina avremmo atteso alla porta il furgone del latte trainare il sole nascente e avremmo giocato a dama tutto il giorno all’ombra del cedro che volevi piantare. Non rimane altro che un ricordo in perdita, c’è solo un grigio inconsistente previsto per il mio “oggi”. Se solo potessi guardare indietro, lo farei com’è stato fatto per il pianto di Euridice, ma quel che resta alle mie spalle è solo un’immagine deformata dall’aria calda, quel che accade al mondo nelle più afose giornate di primo Agosto.
Dimentico, è questa la mia colpa, e non basta un pugno di pillole di speranza a mutare la mia negligenza. A preoccuparsi di quel che ci circonda, sale un forte senso di frustrazione: dovrei ritrovare la vecchia armatura luminosa che mi renda invulnerabile a questo continuo perdersi, che mi protegga dal quel nulla che lascia trasparire il non ricordo di una vita, forse, non passata insieme. Vorrei voltarmi anche solo per ricordare cosa si prova ad invecchiare, come sono arrivato a questo, e liberarmi dall’affanno che suggerisce un “semplicemente non riesci a ricordarlo”.
Come ogni mattina mi rado con cura, indosso la mia giacca migliore e, prima di raggiungere la sala comune, osservo le scale che portano al piano di sopra, mi dicono sia quella la strada che porta alla fonte. Magari un giorno torneremo a ballare come fa la polvere se l’osservi controluce, come può chi è grato solo d’essere ancora vivo.

It’s all in the hands of a lazy projector
That forgetting, embellishing, lying machine

Giulia Delli Santi

7. First Aid Kit – The Lion’s Roar

Data di Uscita: 23/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Seduta a gambe incrociate sopra ad una panchina guardi scorrere il mondo e regali al vento i tuoi pensieri confusi. Non riesci a trovare una strada da seguire, continui a cercare e sbagliare, litigare con le parole e inventare equilibri.
Sembra voler volare via il lembo della tua sciarpa rossa insieme alle foglie e ai tuoi capelli che ti coprono gli occhi e ripensi a quando chiusa nella tua stanza scoprivi i primi dolori e non avevi scatole di medicine sul comodino ma ti bastavano le poesie tormentate di un ragazzino inquieto del Nebraska per dilatare e cicatrizzare le ferite.
Una folata di vento più forte all’improvviso e in ogni modo cerchi di non lasciar scappare via i fogli che hai in grembo.
Ricordi della prima estate in cui hai girato il mondo, tra la scoperta di anime che non sono la tua, sorrisi tirati agli stranieri da parte di cameriere dallo sguardo infelice, tramonti rubati di sfuggita dall’autostrada e le tue gambe accovacciate tra spartiti nel sedile posteriore dell’auto.
Primo tra tutto nella tua vita venne il canto, quando i cieli scuri li vedevi dalla finestra, protetta dal caldo della tua soffitta: una chitarra da dividere con tua sorella e le due voci che si intersecano fresche e secondo natura mentre il vento sibila minaccioso ricordandoti che è a Stoccolma che sei nata e che al freddo bisogna abituarsi.
Pensi che non vorresti sprecare più tempo tra l’aria ora tiepida ora gelida dei ricordi e questa che ti percuote le guance. Sai che è difficile, come smetterla di fantasticare su buoni propositi o di proteggersi dietro ad altre canzoni.
Come cenere trasportata dal vento, vorresti lasciar volare via le tue paure. Dimenticati dei riflessi in cui non ti riconoscevi. Nel mezzo del caos, continua a cercare qualcosa che sia vero. Osservi negli occhi l’umanità che sfila dall’altro lato della strada e fissando parole su carta sorridi pensandoti regina per qualche istante di quel teatro dell’assurdo che è il mondo.
Raccogli la tua borsa, tutti i fogli, aggiusti la sciarpa e il cappello di lana e ti alzi dalla panchina con un’immagine sola nella mente. Un vinile di Gram Parsons sul giradischi mentre fuori una tempesta.

Filippo Redaelli

8. Beach House – Bloom

Data di Uscita: 15/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Mi ricorderò per sempre di quel fiore così azzurro. Clara stava aspettando i marziani, la sera dell’ultimo dell’anno del 1987. Non voleva tornare al collegio, non voleva spiegare agli adulti perché si sentisse così spesso circondata da centinaia di voci e colori. Non erano solo nella sua mente, tutt’altro, vedeva forme danzare per le strade, animali venuti dal futuro accarezzarle i piedi, desideri caleidoscopici proiettati nell’aria. Poi all’improvviso svanivano, i suoi occhi facevano fatica a mettere a fuoco i particolari del mondo reale. La notte era il suo regno, nel sogno, e in una sera afosa dell’agosto seguente scrisse una lettera all’umanità che negli anni conservò con cura in un libro di fiabe giapponesi. “A colazione spiegai una parte del sogno a mia madre. Mi pregò di non mettermi mai in pericolo. Il vasetto di marmellata non mi cascò dalle mani”. Conobbi Clara qualche anno più tardi, sul finire di una primavera insolita. Passammo gran parte dell’estate insieme, passarono molti pomeriggi di luglio nei quali, dopo corse nei boschi, ci stendevamo sull’erba a declamare poesie. Lei guardava le montagne all’orizzonte e sognava di abitare altre galassie, io scoprivo i romantici tedeschi e le raccontavo del blaue blume, il fiore azzurro di Novalis, simbolo dell’infinito. Decidemmo di dedicare la nostra vita alla ricerca della bellezza. Abbandonammo la nostra città rotolando come pietre verso nuovi oceani, assetati di orizzonti da ampliare. Era in noi, di nuovo, il potere primordiale di dare un nome alle cose, come toccandole per la prima volta. Vedi quei fuochi che si tuffano nell’acqua all’orizzonte? Sono come noi, non hanno paura della nebbia, e continueranno a scintillare. È  per questo che tutti hanno cominciato a rincorrerci. Cercare di attraversare per davvero la realtà, che non è mai ferma. Ed è per questo che serviranno sempre tanti colori, tutti quelli che riusciremo a immaginare. Solo così si può resistere alla notte, spingersi verso le soglie ultime di comprensione della realtà. Dove tutto è rarefatto, dove le visioni si dissolvono insieme agli oggetti della realtà e della fantasia. Dove non c’è niente da capire, dove c’è luce e ombra. Clara cammina avanti e indietro sulla spiaggia, a piedi nudi, tenendo insieme un paio di sandali nella mano destra. Guardiamo il cielo, mentre passano gli anni. Ogni notte, prima di addormentarmi, ripenso a quando trovammo un fiore azzurro, come un lapislazzulo, nato dalle viscere di una roccia. Lo baciammo entrambi, piccolo miracolo, simbolo e profezia delle nostre vite. Poi tutto incominciò a brillare.

Filippo Redaelli

9. Josephine Foster – Blood Rushing

Data di Uscita: 17/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Oh anima mia, fa’ che io sia in te adesso
Guarda attraverso i miei occhi, guarda le cose che hai creato
Tutto risplende

Per anni è stata sufficiente l’illusione, promossa come più facile delle imbeccate da quella figura così austera. Gonna a strascico, scialli e camicette nere, lunghi capelli di corvo raccolti in uno chignon.
E lo sguardo dall’inconfondibile ombra triste, sempre enigmatico nella sua gravità.
Ovunque la riconoscevi come il fantasma di Emily Dickinson, persa in un passato astratto ed impossibile.
I frammenti malinconici della sua antologia folk claustrale, compilata con ascetico riguardo sulle liriche della poetessa di Ahmerst, non potevano che rappresentare il fondo di questo esorcismo, quasi una liberazione. Nelle altre riletture quel senso di possessione mancava. Niente abbaglio mesmerico dentro le canzoni, anche se coraggio e finezza antiaccademica sono sempre stati insopprimibili prerogative per la sua sensibilità di artista. Così i lieder della tradizione romantica tedesca trasfigurati in ‘A Wolf in Sheep’s Clothing’ dai fuochi bianchi e acidi delle chitarre elettriche, così il canzoniere popolare di Garcia Lorca tonificato in ‘Anda Jaleo’ dal cristallo del charango e da una vivida asprezza gitana esercitata a tutto campo.
Esaurito lo slancio di questa sua parentesi devozionale, Josephine Foster torna a vestire i panni della strega campestre degli esordi, quando lo standard appalachiano delle sue composizioni per ukulele era traviato dalla vitalità selvatica di un’affilata ma irrequieta vena psichedelica. Soltanto una sfaccettatura tra le altre per quella voce incredibile, un soprano salmodiante forgiato in ambito lirico e sorpreso nell’imbarazzo tra inclinazioni lugubri e ridenti arabeschi, smussatura palese dei tanti anni spesi a perfezionarsi tra funerali e sposalizi.
Appena pubblicata la seconda raccolta iberica, Josephine ha abbandonato il suo rifugio andaluso per tornare in patria e registrare il nuovo ‘Blood Rushing’, disco che rilascia uno sfacciato aroma di States sin dall’inequivocabile allegoria della copertina, personale rivisitazione pittorica della propria bandiera nazionale. Il sottile filo rosso che lega campi e firmamento è lo scorrere impetuoso di un sangue – o di un vino, stando all’incalzante ritornello di ‘O Stars’ – che è l’essenza stessa della natura orgogliosa ed indomabile. Il Rio Colorado dei remoti esploratori spagnoli si tuffa dal Grande Carro a battezzare una nazione e ad ancorarla a quanto ha di più sacro. Non soltanto il sole, oggetto di una benedizione sincera in una luminosa mattina d’inverno. Non solo il vento, che sferza indifferente le mille torri di Chicago. Non solo gli affacci vertiginosi sulle Rocky Mountains, o le colture vezzeggiate nella febbre di un canto propiziatorio. Tutto il quadro insieme, l’intero patrimonio. Anche la pancia gassosa della terra, anche la limpidezza feconda dell’acqua, lo scintillio benevolo delle stelle.
Blushing è il doppio in scena e la guida, colei che arrossisce, che presta occhi e cuore sul sentiero. E’ suo il diario che sfogliamo, miniature tonali e annotazioni di un misticismo astrale. Un compendio bucolico che ricorda la spensierata Arcadia di Vashti Bunyan, ma con ambientazioni e corredo simbolico profondamente americani. Un sigillo evidente nella piega populista di certe ballate, alt-country che non disdegna rigogli gospel e riscatta la maggiore prevedibilità della scrittura con tutta la classe ed il polso della cantante, oltre magari ai pregevoli orpelli flessuosi della sua chitarra. Al solito il picking nudo si apre ad un florilegio di digressioni. Stilizza fino all’osso ma non rinuncia ad aggraziare l’ordito con suggestioni arcane quanto inattese, rendendo movimentato e a tratti perfino eccentrico un album, per altri versi, dalla perentoria impronta classicista. Semplice e semplicemente arrangiata ma del tutto accattivante, la cavalcata di ‘Sacred Is the Star’ è il manifesto emblematico di questo inedito approccio easy listening: folk melodioso e zampettante, refrain killer in una dotazione di pelli e mandolini, carta di libera cittadinanza per le orecchie di ogni ascoltatore. Anche rallentando i giri e curando più a fondo la foggia dei ricami, la scrittura si conferma penetrante e disinvolta.
Naturale e suadente Josephine, eppure impervia. Sfuggente quando al momento del congedo sceglie di far bisticciare country-blues e psych-folk e va a bersaglio per franchezza innata.
Blood Rushing’ è la sua improvvisa colica pop.
Svolazzante. Ambigua.
Nervosa, eterea, lussureggiante.
Fragile come le Electrelane auliche e commoventi dell’addio. Pure pietrosa. Eruttiva ed arrembante nel suo vestitino avant-folk, a briglie sciolte in poche sfuriate elettriche come riusciva ai Gorky’s Zygotic Mynci in piena sbornia da crapule rock. Oppure esile e silvana in quella mise da maliarda à la Joanna Newsom, che dai tempi della New Weird America le è sempre calzata a meraviglia.
La Foster di oggi è un quarzo opalescente. Una maestra di incantesimi, di fascinazioni raminghe. La sirena che intesse delicate ninnananne per un mondo spogliato di ogni armonia. E proprio come Emily nella sua stanza, continuerà ad irretirci nella perfezione silenziosa della nostra solitudine.

Stefano Ferreri

10. Anaïs Mitchell – Young Man in America

Data di Uscita: 13/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Every day a dying day.

Sono passati già vent’anni da quella serena giornata di primo autunno. Le foglie prendevano ad impallidire appena, e la terra imbruniva come da rituale nel momento in cui sono stato mandato via da casa.“Occhi neri e deliranti”, mi chiamavi ribelle. Un figlio indesiderato, dicevi. Di fronte a te, io; che non ho mai saputo cosa significasse sentirsi voluto, che non sono mai stato accolto nel tuo gregge.
“Pastore, come ci si sente?”

Per i primi tempi ho vagato per le strade dell’Arizona, infinite distese a due corsie. Il deserto a farmi da sfondo, così rassicurante nella sua monotonia. E come il coyote si rivolge avido alla luna, io ero in cerca di un luogo dove far sentire il mio ululato.
Ho camminato a lungo finché non ho incontrato Annemarie: capelli d’oro morbido e corpetto osceno che mostrava curve risolute come fossero scolpite nel marmo. Il suo camminare fiero come si concede solo una “Star”, malgrado le considerazioni lascive dei suoi corteggiatori.
Di donne ne ho avute molte, anche quando ero con lei, ma non ho mai guardato nessuna di loro in quel modo. L’ho trovata in un paese insignificante e non riuscivo a spiegarmi come una come lei fosse rimasta così a lungo in quel posto così poco generoso. Lei che aveva classe, oh, se ne aveva… La sua presenza ha riempito a lungo il vuoto che mi portavo nello stomaco.
Eravamo a caccia di sogni, onnipotenti come ci si sente solo a quell’età. “Come ci si sente?”
Eravamo certi di poter possedere il cielo con tutte le stelle. Come rapaci eccitati alla vista di un ratto carnoso, volavamo a caccia dell’opportunità di cui voi eravate debitori.

I never felt so high / I think I’m coming down
I never laughed so loud / I think I’m coming down
Nothing gonna stop me now

Ho provato a non farle mancare nulla, ogni cosa in mio possesso era per solo per lei. Ma i conti sospesi cominciavano a pesare troppo sulla mia schiena. “La mia miseria era solo per lei”. Ho chiesto pietà questa volta, ma, ad attendermi, c’era il suo sguardo severo ed io, io ero solo ancora una volta.

Please / Please don’t leave
Easy feeling / Don’t leave me like that
Don’t set me Free.

Sono entrato in un bar in cerca di compagnia, qualcuno con cui prendere qualcosa da bere, e non mi stupii a vedermi allontanato come un accattone. Era evidente che il Sogno avesse un prezzo, ora.
Ho provato a mantenere la quota, ci ho provato a restare avanti, ma come dopo un trauma, quanto più mi sforzassi di ricordare, tanto più dimenticavo come ero finito così.
Sono stato barbiere, poeta, sarto e molte altre cose. Ho scoperto che il riflesso di me stesso non era in grado di rispondere alle domande che mi portavo dietro da una vita, ormai. Mi sono rivolto dunque al tuo Dio. Anche in questo caso non ho avuto risposta. Se non un mentore, chi può aiutarmi a capire chi sono?

Non sono certo tu potrai leggere questa lettera. Non ho tue notizie da quand’è morta mia madre. Non sono riuscito ad esserci per il funerale, però ogni tanto passo a salutarla, sai. Dovresti portarle fiori più spesso. Scrivo per ringraziarti, certo, perché concedendomi la strada così presto, strappandomi via dalla vostra aiuola come si fa con l’erba invadente, ho potuto annusare prospettive seducenti, ascoltare echi di lusinghe di un Sogno evanescente, trovandomi a chiedere, ora, se fosse mai cominciato.
Siamo noi le navi che hanno perduto la rotta in un paese non più disposto a far riverberare i suoi fari.

Giulia Delli Santi

2 Responses to “Top Ten 2012 – Stefano Ferreri”

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