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Top Ten 2012 – Annachiara Casimo

1. Cloud Nothings – Attack on Memory

Data di Uscita: 24/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Jim accartocciò il mozzicone della sigaretta sul fondo del posacenere pieno. Un altro giorno ancora era passato senza che avesse fatto nulla. Certo, aveva ascoltato tutti i dischi usciti nelle ultime settimana e guardato quel film citato nel libro che aveva appena concluso ma nulla che la società ritenesse utile o economicamente fruttuoso, ecco.
Strappò un brandello di cartoncino dal libretto universitario e ne ricavò un filtro per una sigaretta artigianale. A fanculo pure l’università, aveva sperato di ricavarci qualcosa e l’unica cosa che aveva ottenuto era “un principio di depressione”, così l’aveva chiamato lo psicologo, a fanculo pure lui.
Il computer ormai datato continuava a ronzare fastidiosamente. Jim lo spense innervosito da quella necessità di condividere, mostrare, emulare, commentare, apprezzare, twittare, followare che condannava tutti – lui in primis – a non riuscire a staccarsi da un monitor abbagliante.
Ora, nella totale penombra, fece scattare l’accendino, la sigaretta sfrigolò qualche secondo prima di accendersi.
Inspirò, espirò.
Non aveva obiettivi né aspirazioni, riteneva di non averne la possibilità, sapeva che in qualche modo ogni aspettativa sarebbe stata disattesa, la rassegnazione lo spingeva a farsi bastare il fatto di svegliarsi ogni mattina e godersi un’altra, infruttuosa giornata.
Si spogliò, si infilò sotto le coperte e fece partire il giradischi. Give up / Come to know / We’re through. Era un crescendo che gli si infilava nelle vene e lo faceva rilassare. Chiuse gli occhi e continuò ad aspirare la sigaretta che pian piano si consumava. Give up / Come to know / We’re through. La voce di Dylan Baldi cominciava a incattivirsi e a far vibrare il piccolo altoparlante del giradischi. Jim strinse le lenzuola nel pugno, lo percorse la solita violenta accettazione di un destino inutile. Give up / Come to know / We’re through. Si sentiva inadeguato, terribilmente inadeguato.

GIVE UP / COME TO KNOW / WE’RE THROUGH.
NO FUTURE / NO PAST.

La batteria prese a pulsare incessante. Poi d’un tratto tacque. La sigaretta si spense. La mano mollo la presa sulle lenzuola accartocciate e la mente smise di assillarsi.
Jim accartocciò il mozzicone della sigaretta sul fondo del posacenere pieno. Un altro giorno ancora era passato senza che avesse fatto nulla.

Annachiara Casimo

2. Daughn Gibson – All Hell

Data di Uscita: 25/04/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Make up your mind / if you’re comin.
Le rose gialle cominciarono pian piano a inchinarsi ritmicamente, come danzanti. Era arrivata la pioggia.
Sophie si raccolse i capelli in una crocchia ben alta, si sfilò le due scarpette di cotone e uscì in giardino a piedi scalzi. La terra ammorbidita dall’acqua le solleticava le dita e vi passava attraverso man mano che camminava. Era una sensazione bellissima.
Il gatto si era rintanato sotto una delle panche che Marco aveva da poco costruito; guardava Sophie con un certo sospetto indeciso sul vincere la riluttanza di bagnarsi il muso solo per ricevere qualche coccola.
La ragazza si sedette poco distante dal felino, accanto al campetto di margherite e tarassachi. Si divertì a spedirgli contro, con un soffio, la lanugine leggera tipica di quei bellissimi fiorellini. Inspirò profondamente riempiendosi i polmoni d’aria di pioggia e ripensando a quel lungo viaggio in autostrada, i finestrini carichi d’acqua scrosciante, il cielo sfumato con polvere di matita.
Write a song, about some rain / on the highway.

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Cosa diavolo avevano da sogghignare sempre tutti? Che storia era mai quella? Non pagava per essere preso in giro, lui. Voleva solo bersi una sacrosanta birra in sacrosanta tranquillità e tutto quello che otteneva erano prese in giro, ogni sera. Ma se fosse successo ancora, stavolta lo avrebbero sentito, avrebbero capito di cosa era capace, questo era certo!
S’infilò l’unico impermeabile che aveva, troppo piccolo e corto per impedirgli di inzupparsi i pantaloni fino alle ginocchia ogni dannata volta. Si calcò il cappello sugli occhi e infilò l’uscio.
Il bar non distava molto, il problema era attraversare quelle due viuzze non asfaltate fra i campi senza impantanarsi.
Affrettò il passo ma proprio in quel momento, improvvisamente, smise di piovere. Così alzò lo sguardo e la prima cosa che gli balzò alla vista fu un gatto grasso e grigio appollaiato sul davanzale della casetta alla sua destra. Lo scrutava quasi saccente, più simile a un grosso gufo che a un mammifero a quattro zampe.
Poi la sua attenzione fu catturata da una ragazza che, un po’ più in là, raccoglieva qualche margherita in un cestello di vimini.
Senza sapere perché, sentì una fitta al cuore.
“I’m just an old man / in a young girl’s world”.
Rallentò. Rimase a fissarla qualche minuto, tentando di non essere visto e non apparire poco opportuno, poi si fece coraggio e proseguì.

Quella sera, per la prima volta, non fece caso a quei quattro idioti che affollavano il bancone del bar. Sedette in un angolo buio, mandando giù birra e lacrime.

Annachiara Casimo

3. Mount Eerie – Ocean Roar / Clear Moon

Ocean Roar

Data di Uscita: 04/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Un mondo da quella parte

L’auto gorgoglia su questa strada sterrata, ho paura che le gomme non tengano. L’oceano è ancora lì, immenso e assopito come un randagio. Scendo dall’auto, i fari proiettano due coni di luce che illuminano oltre la staccionata. Le luci di Victoria non si scorgono con la nebbia, e così il Canada sembra lontanissimo. Riconosco solo le isole di San Juan che sembrano mormorare da lontano: “Chi va là?”.
In questo stesso posto una volta ci portai mio nipote (i suoi erano in trasferta di lavoro). Era una di quelle rare sere dell’anno in cui il cielo è limpido e pieno di così tante stelle da sembrare una torta zuccherata. Mi colpì la sua grande immaginazione quando mi disse: «Guarda zio, arrivano le sirene!» «Ma dove?» feci io divertito. «Eccole lì – indicando le onde illuminate dalle stelle –, ci vengono incontro», potevo vedere nei piccoli occhi di mio nipote lo stupore di un grande evento. La cosa straordinaria fu che, guardandole attentamente, quelle onde increspate e dalla forma conica sembravano davvero il dorso di splendide sirene argentate.
Mio caro T., qui la foschia scende ancora più fitta e il freddo comincia a irrigidirmi le braccia. Ecco la pioggia, cade piano e si posa sui miei capelli, sull’erba bruna. Ecco il mare che si risveglia.

Ocean roar dreams return

Come in un sogno di vent’anni fa mi precipito di corsa in auto e riparto via dimenticando il berretto ormai zuppo d’acqua. Il maestoso velo grigio chiaro del cielo scroscia acqua e a malapena scorgo i fari delle auto che mi sfrecciano di fronte. Le sagome scure degli alberi che fanno capolino sull’orizzonte sembrano abitazioni di un paese sconosciuto e terribile. Finalmente arrivo in città ma la macchina decide di abbandonarmi proprio tra due case. Una ha le finestre completamente sbarrate. Dall’altra, invece, una donna di mezza età mi guarda sollevando le tendine del finestrino con le dita. Ho un sussulto ma lei sorride e mi fa un cenno di invito. Mi precipito sotto la pensilina e suono il campanello. Mi accoglie alla porta una ragazza di circa venti anni.
«Salve – esordisco –, una signora mi ha fatto cenno di entrare».
La ragazza sorride placidamente: «Sì, sono io». «Oh, scusami. Che strano, questa pioggia mi rende miope». «Non preoccuparti… Siediti pure, puoi aspettare qui che spiova». Mi accomodo su un sofà pregno di un odore umido: di foglie e sigaretta. Noto un giradischi con un vinile che gira ma non risuona nessuna musica, la ragazza alza il volume e si propagano dalle casse le note liquide di un synth che sembrano riempire tutti gli angoli della stanza e infine le parole sussurrate con una leggerezza disarmante lasciano che il tempo scorra alle spalle, con indifferenza.

Tossed on the waves
blown onto land
Grasping meaning
in churning mess
A moment of clear air breathing, seeing the expanse.
Totally at peace with the meaninglessness of living.

Andrea Russo

Clear Moon

Data di Uscita: 22/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

A chi parlo stanotte?

Corro via T., questa luna non è più la mia luna. E quella casa laggiù è solo una figura anonima tra alberi ordinati come soldati. Nuvole sconosciute spalancano le loro labbra come in uno sbadiglio di neonato, è il fumo della mia auto?
Ho dato un passaggio ad uno sconosciuto che attendeva da ore l’arrivo di una vettura. Ha dei capelli lunghi, unti e un giubbino nero come il suo cappello con visiera.
Gli chiedo: «A cosa ti serve un cappello con visiera a quest’ora?»
«Lo porto sempre», mi risponde.
Lo sconosciuto ha ragione, T., a volte teniamo addosso delle cose solo per abitudine e non ci sorprendiamo più di nulla. A questa luna così chiara e così piena concediamo solo degli sguardi vaghi e indifferenti.
Lo sconosciuto non parla molto e sembra anche abbastanza stanco. Non forzo la comunicazione per non sembrare invadente; tempo dieci minuti e l’uomo chiude gli occhi cullato dai suoni del nostro viaggio.
Dopo ormai venti chilometri di strada mi rendo conto di non aver chiesto dove è diretto. Tossisco un po’ per svegliarlo. Ha funzionato. L’uomo mi chiede che ore sono: le tre e un quarto.
«Ti dispiace se accendo la radio? O vuoi continuare a dormire?»
«Ma certo, amico. A quest’ora sulla radio nazionale c’è sempre un programma di musica contemporanea in cui ci sono ospiti molto preparati».
«Senti, ma dove sei diretto?»
«Oh, calcolando la tua velocità media dovrei arrivare a destinazione fra venti minuti. Altri trenta chilometri, all’incirca».
«Capisco».
So quasi per certo che a trenta chilometri da qui non c’è nessuna cittadina e nessun motel. Tuttavia decido di fidarmi, lo sconosciuto mi è simpatico. Sto pensando a quanto poco piacevole sarebbe stato trovarsi in auto con una persona piena di sé, magari un organizzatore di matrimoni o uno di quegli ospiti in radio tanto preparati su qualsiasi argomento. Ecco, se c’è qualcosa che mi fa saltare i nervi sono proprio le persone spocchiose e piene di boria. Non so perché, T., ma il termine ‘spocchia’ mi rimanda al termine ‘sporchia’. Non sai cos’è? La sporchia è una pianta parassita del Mediterraneo che nasce e si alimenta di linfa sottratta alle radici di altre piante. Lo so perché mio nonno era di quelle parti. I poveri agricoltori del sud Italia di un tempo ne mangiavano a sazietà e ancora oggi è usata a tavola come una sorta di reliquia. A sua volta ‘sporchia’ mi dà di ‘sporco’. Ecco, forse le tre cose sono collegate, T., fatto sta che quando ho a che fare con una persona spocchiosa, pensando e ripensando – magari durante il tragitto per tornare a casa – mi si disegna in mente l’immagine di questo parassita sporco e con la testa a forma di turione gigante. È inevitabile.
«Ehi, stiamo quasi per arrivare».
«Davvero? Qui non ci sono motel, sei sicuro?»
«Sicuro… No, non devo andare in nessun motel. La vedi quella curva? Di lì mi inoltro tra gli alberi, c’è una abitazione che dalla strada non si vede. È la mia casa».
«Vivi da solo, vero?»
«Col mio cane e le mie due galline», mi fa sorridendo.
«Divertente. Anch’io vorrei una casa fuori città immersa tra i pini».
«È un posto tranquillo, effettivamente, anche se le donne non ci passerebbero mai la notte».
«Ogni medaglia ha il suo rovescio».
«Bravo, e ti dirò: io le medaglie le indosso tutte dal rovescio!» Scoppiamo in una sonora risata che, a quest’ora tarda, pare davvero roboante.
«Sei un tipo strano, però mi sei stato di compagnia».
Accosto l’auto attivando le quattro frecce. Lo sconosciuto mi saluta sistemandosi il cappello con la visiera. Poi lo vedo scomparire tra i tronchi degli alberi che di sera si confondono col terreno e le foglie. Chissà se c’è davvero una abitazione inoltrandosi di lì, chissà se ho davvero dato un passaggio ad uno sconosciuto o se è stato tutto frutto della mia immaginazione. T., perché non mi rispondi mai?

Andrea Russo

4. Patti Smith – Banga

Data di Uscita: 05/06/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Ivan si distese sul lettino scomodo di quella stanza asettica. Dalla finestrella passava lieve lo sciabordare del mare, simile a una nenia dolce ma spaventosa. Si addormentò quasi immediatamente.

San Francesco aveva il viso bagnato di lacrime e le ginocchia immerse nel fango. “Guarda!”, gli diceva e Ivan, senza che il Santo gli indicasse alcunché, voltava d’istinto il viso alla sua destra; una donna bellissima, i capelli color di terra, la pelle candida, sembrava fuggire intimorita ma Ivan non riusciva a distinguere cosa la inseguisse e la spaventasse così tanto.
“Guarda!” – ripeteva il Santo di Assisi – “guarda Madre Natura in fuga!”
La donna si perdeva all’orizzonte dei sogni e apparivano nuove immagini di terre squarciate, campi ormai laghi, case distrutte e famiglie devastate. San Francesco abbassava il capo, gli occhi ancora colmi di lacrime. Ivan lo vedeva muovere le labbra ma non riusciva a sentire le sue parole sussurrate a mezza voce e sovrastate dai tuoni che devastavano la terra tremante. Poi, d’improvviso, il mormorio confuso  si trasformava in cantilena e sembrava che tutto – i cieli, i terreni, la gente, le rovine – ripetesse la stessa preghiera: “Oh montagna dei nostri occhi, ascolta la nostra supplica! Oh montagna dei nostri occhi, ascolta la nostra supplica!”
Il Santo alzava allora il viso a guardare Ivan e, vedendolo assorto, levava la mano e gliela passava sugli occhi e gli occhi stavolta vedevano l’incanto dell’Eden, la purezza della natura incontaminata, la dolcezza della perfezione, l’assenza della ferocia umana. E vedevano quella donna che Francesco aveva chiamato Madre Natura danzare a piedi nudi e risplendere di luce abbagliante.
Ma non appena la mano di San Francesco si scostava, Ivan si ritrovava immerso nella devastazione del nuovo millennio, circondato dal dolore e dall’orrore e si vedeva, esausto, addormentarsi, simile in tutto al Costantino di Piero della Francesca. Si vedeva – nel sogno – sognare sereno la purezza del mondo, custodito da un’aura divina.

Un ululato lo fece svegliare. Come ad ogni risveglio, sentì il calore di Banga al suo fianco e si specchiò nei suoi occhioni dolci. Come ogni notte, Banga era rimasto lì a fare la guardia e a prendersi cura del suo padrone, stritolato dalla morsa del sogno.
Ivan rinvenne totalmente e prese coscienza solo dopo qualche minuto, volse lo sguardo alla finestrella e guardò la bella luna piena che illuminava la stanzetta scarna, poi accarezzò il grosso cane che ora poggiava il muso sul lettino e lo osservava con la solita tenerezza. “Anche con la luna non c’è pace per me, Banga” ripeté più volte prima di levarsi e avvicinarsi al vetro da cui poteva scorgere il mare tinto d’argento. Si riempì gli occhi di quell’incanto che, ormai, solo la quiete notturna tentava di celare integro e incontaminato e sospirò amareggiato.

Annachiara Casimo

5. Umberto Maria Giardini – La Dieta dell’Imperatrice

Data di Uscita: 05/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Ljus


La mano arrancò un po’ scostando la tendina pallida e sul vetro appannato si disegnò un’impercettibile scia umida. Col polsino della camicia, Rachele si ritagliò un varco fra il vapore che si era creato sulla finestra e guardò fuori. Gli occhi le si colmarono di un bianco tagliente. I raggi del sole finalmente colpivano la distesa di neve fra la porta di casa e il bosco.
Si voltò a guardare il viso addormentato di lui, la luce che poco prima le aveva prepotentemente invaso lo sguardo adesso le offuscava la vista, microscopici corpuscoli le danzavano davanti alle pupille. Il gatto sollevò pigro la testa, la osservò con quella superiorità felina un po’ saccente e si leccò una zampa per poi passarla sul muso candido.
La stanza respirava biancore e silenzio.
La stasi era rotta solo dalle palpebre assopite di Giulio che si muovevano febbrili.
Rachele sorrise.

***

Diluviava. Il cielo era così basso e torbido da sembrare a portata di mano. La pioggia incessante batteva controvento, disegnando forme astratte sui vestiti scuri di Giulio. A fatica riusciva a mettere un passo dietro l’altro sul sentiero sterrato che strisciava fra i grandi alberi neri.
Da un tempo che ormai pareva infinito, un imponente lupo dagli occhi glaciali lo scortava indicandogli la via e un’aquila maestosa lo vegliava dall’alto. Ne scorgeva appena le ombre, nella notte illune e tempestosa.
Udiva solo il proprio respiro affannato e i passi fangosi.
Si domandò quanto ancora avrebbe atteso per uno squarcio limpido nell’oscurità.

Luce dei miei occhi, torna a galla lenta, lieve, limpida.

***

Passò qualche minuto prima che quelle palpebre calmassero il loro ballo frenetico e cominciassero a socchiudersi. Rachele era rimasta a fissarle quasi rapita. Adesso, senza distogliere l’attenzione, le vide aprirsi del tutto mentre le pupille, simultaneamente, si restringevano annegate dalla luce.
Si chinò a baciargli la fronte, riempiendo d’ombra i vuoti che il corpo di Giulio disegnava fra le coperte. Poi si rialzò e tornò a vagare con lo sguardo nel candore che, prepotente, bussava sui vetri della finestra.
Giulio accompagnò i suoi movimenti, accarezzando con gli occhi ogni cellula di quel corpo leggero, dai capelli color ambra fino alle caviglie strette.
Ripensò al sogno fuligginoso, inspirò e l’aria limpida gli riempì le viscere.
Fu quasi nirvana.

Aprì il libro posato sul comodino e sulla prima pagina immacolata scrisse a matita:
La fortuna mi ha baciato poco
ma nel tuo corpo io precipito
nell’atomo che
invade,
gonfia le vene
e proietta un’immagine pigra, nuda.

Annachiara Casimo

6. Bat for Lashes – The Haunted Man

Data di Uscita: 15/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

L’umidità e il fogliame erano un tutt’uno e m’abbracciavano, se non fosse per la sua reale assenza non avrei avuto problemi ad immaginare il ticchettio piacevole di una pioggia primaverile, e invece no. Era umidità, umidità dettata dall’oppressione di tanta vegetazione non battuta, in uno spazio che potevo immaginare risibilmente circoscritto così come terribilmente sconfinato. Quegli alberi così fitti non permettevano alla vista di scrutare l’orizzonte se non che verso il terreno, ancora evidente della mia condizione di naufrago in terra ferma e il cielo, terribile irraggiungibile cielo, monito e speranza dei persi. La rabbia della costrizione, preannunciatrice di una claustrofobia prossima la sfogavo a colpi di machete sui tronchi che sorpassavo alla cieca, un po’ per sfogo un po’ per il suono piacevole che la lama produceva impattando e ferendo quelle cortecce morbide e ricche di resina. Mi ripetevo che più che per il sollazzo di quel ritmo accattivante producevo l’azione in favore dei segni che lasciavo del mio passaggio, per chi avesse avuto l’ardire di cercarmi o per il me prossimo che li avrebbe trovati intuendo quella come strada già battuta.
Il tramonto era prossimo ed io di un tocco più disperato quando vidi il primo affiorare di una strada, un sentiero in pietre, mi ci immisi casualmente ed era stranamente, assurdamente, stretto per essere l’unico in quella grande ed irta foresta. Non sapendo da dove partisse e dove fosse diretto, naturalmente, seguii quella strada istintivamente scegliendo la destra piuttosto che la sinistra senza altro confidente se non un istinto ferino. Era ormai sera e terrorizzato trovai vantaggio nel diradarsi della vegetazione e in un cielo luminoso, altrimenti, ne sono certo, sarei impazzito dalla paura nel proseguire una strada così oppressiva. Raggiunsi una struttura in pietra che per navate e geometrie suggeriva matrice gotica, eppure, eppure per motivi di cattivo gusto o nosense riproduceva sulle vetrate e nei glifi in ottone in vista lo stile tipico dell’art nouveau. Che razza di scherzo era questo, chi mette una cattedrale, non in un deserto ma in una foresta sudequatoriale, chi la progetta in stile gotico per poi adornarla alla nouveau? Tu, disse una voce piombata alle mie spalle, mi girai e vidi una donna, una mulatta, lasciarsi cadere con grazia dalle fronde altissime di un baobab, nuda se non per stracci arresi alla bene e meglio sulle spalle e sui fianchi e con un copricapo Cheerokee vistoso e guarnito col piumaggio degli uccelli più estrosi. Prese equilibrio a pochi metri dall’impatto atterrando sulle punte, come un’atleta ben allenata fece morbida la caduta accovacciando elasticamente il corpo, si rialzò con calma e raccolti frecce ed arco corto inglese dalla faretra grezza sulla schiena mi puntò, sorrise e scoccò il colpo. Colpo che mi sveglia ora, mi concede la coscienza ogettuale tipica di chi abbandona lo stato comatoso in cui morfeo dopo un po’ di birre ti lascia e mi offre le capacità mnemoniche per ricordare fluidamente a chi appartiene il viso della mulatta, ciao Nasty, hai cacciato bene ieri sera. Buon giorno Pier, raccontami ora che non sbiascichi meglio quella storia del Pornografo di Vienna.

Alfonso Errico

7. Wild Nothing – Nocturne

Data di Uscita: 27/08/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Alzarsi prestissimo la mattina e vedere le prime nebbioline della giornata stagliarsi sulla pianura. Meglio stare nel letto fino a tardi per recuperare dai precedenti bagordi. Ma quali bagordi, qui non c’è granché da fare e si invecchia rapidamente. Prendere la chitarra in mano ed evadere nelle proprie camerette con i poster scuri attaccati alle pareti, sognare dolcemente tra i suoni spesso non troppo chiari. Poi magari al college si può mettere su una piccola band e sperare di raggranellare qualche dollaro in giro per i piccoli pub, tra una birra e un buon amaro. Le persone che mostrano interesse dopo ogni live e la crescente popolarità nel college, le sensazioni restano quelle: l’evasione che confluisce nella riflessione a volte pacata e a volte meno. Un ritorno a tempi passati, in decenni richiamati con estrema raffinatezza, quasi come se si fosse nati in un periodo sbagliato. La formula magica del synth sognante, li chiamano spesso revival in senso spregiativo. A rievocare certi fantasmi si rischia di finire uccisi dagli stessi, ci vuole un talento pazzesco per restare in vita.
Nelle proprie camere si può crescere benissimo così spensierati a giocare con la malinconia, la semplicità dei sentimenti e la fragilità degli stessi. Esportare l’intimità fuori dai confini della propria mente può diluire e far perdere la propria carica emotiva? Sembra normale un decadimento totale dell’intimità se fatta esplodere fuori. Certi casi mostrano il contrario, ai limiti del ragionamento razionale e a volte oltre.
E allora si può passare dal college a studi di registrazione ancora dozzinali ma dotati di funzioni base per registrare le proprie sensazioni antiche senza dispersioni varie; con i genitori magari a spingere per ripagare ancora più in fretta i debiti accumulati per lo studio del figlio. Senza l’idolatria del porsi al centro della scena si possono colpire le persone e il pubblico ed esplodere con la propria intimità facendola arrivare all’esterno. Fantasmi di nebbia che ballano al suono di tastiere riesumate chissà dove.
E se il successo diventa più grande bisognerà uscire dalla cameretta e girare il mondo, alla fine era quello il vero sogno, in giro con gli spettri a suonare ad occhi chiusi dappertutto. Sospesi tra fumi vari, esposizione al successo e mistura di trita e ritrita critica dappertutto. Il boom stropicciato che tanto piace alle folle chiamate independent.
E dopo la sbornia si resta semplici ragazzi, dopo la Rivelazione si cerca di non perdere l’intimità violata e ci si rimette in moto come sempre partendo dai propri spazi personali della Virginia.
Il riverbero diventa più pulito, le colorazioni sono sempre quelle, rimangono. L’impatto del tempo passato reso più delineato, costantemente vitale come una cartolina ricevuta e messa a riposare sul proprio cuore in una notte fredda. Potenzialmente contrastante con il tanto piacevole ostentare che fa godere e rizzare i peli ai critici, l’elaborazione non ostentata nasce da qui. La capacità di rimanere aderenti pur cambiando qualcosa. La forza del nascere insieme a certi spiriti del passato. E quella grandissima cura delle imperfezioni, che tanto piace in generale alla Cultura postmoderna rimasta ancorata alla malcelata diversità, si tramuta in cura del proprio spazio e basta. Si tornerà a viaggiare portando la nuova intimità in bella vista, con un carico di sensazioni da spargere al suolo. Disegnando le proprie vie i sogni e il buio prendono vita grazie al languore e al calore della voce, la compattezza si infittisce portandoci in un mondo più lucido e sognante allo stesso tempo. Minimale, ricoperto con ovatta senza piegature strambe ed aggiunta di archi: la nuova danza è compiuta. Paradise, Shadow & Nocturne.

Alessandro Ferri

8. Fine Before You Came – Ormai

Data di Uscita: 22/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

M A G O N E
di Annachiara Casimo

La prima volta che l’ho visto, Alessandro aveva un berretto di lana blu calato fin quasi sugli occhi. Era seduto su uno scalino nell’androne di casa e parlava con un disco, rigirandoselo fra le mani: “Quant’era che t’aspettavo, quant’era, cazzo!”. Stetti ad osservarlo per una mezz’oretta dall’alto della rampa di scale, senza fare il minimo rumore, per non interrompere quel dialogo in cui c’era qualcosa che non coglievo, che mi sfuggiva.
Non avevo mai visto Alessandro prima di allora.
Non avevo mai visto nemmeno un disco in vinile, prima di allora.

Ai tempi avevo pochi amici, passavo interi pomeriggi nascosto fra un piano e l’altro del condominio in cui abitavo. Mi piaceva intuire le vite familiari altrui, captandone frasi al di là del muro e lasciandole libere di prender vita nei meandri dell’immaginazione.
Così, la ragazzetta castana del quarto piano era sicuramente affetta da una rarissima malattia che l’obbligava ad assumere farmaci ad ogni ora del giorno e della notte, per questo la sua sveglia suonava in continuazione svegliando il barboncino isterico della vedova Rubini. Alla base del matrimonio dei Palombi, poi, c’era di sicuro qualcosa di losco: quei due si tolleravano a malapena, non uscivano mai di casa insieme e spesso erano concerti di stoviglie rotte. Chi fosse quello ricco dei due, non l’ho mai capito, certo non si può dire che uno dei due brillasse in bellezza.
Da quando c’era Alessandro, comunque, era tutto più difficile. Ascoltava tutto il giorno musica a volume esagerato impedendomi di captare i movimenti del microcosmo condominiale e, quelle rare volte che inaspettatamente s’alzava un religioso silenzio, era lui ad aggirarsi per le trombe di scale con una faccia cupa.
Ne avevo timore. Anzi, lo odiavo.
Sì, se ora fossi qui, te lo direi quanto t’odiavo, tu e quella musica di merda.
Io all’epoca avevo a malapena un lettore cd con delle cuffiette mal funzionanti. E solo vecchi album di papà che mi piacevano ma non riuscivo più ad ascoltare senza provare un leggero senso di nausea. Non capivo a cosa diavolo gli servisse quella maledetta musica assordante, proprio non lo capivo. Capivo solo che m’aveva stordito l’immaginazione con quelle casse potenti.

Poi una mattina – era settembre – mia madre ebbe la geniale idea di accordarsi con la dirimpettaia, la mamma di Alessandro per l’appunto, perché restassi a pranzo da loro mentre lei era a lavoro. Fu il pasto più imbarazzante della mia vita: i rapporti sociali e le domande di circostanza mi hanno sempre messo un’ansia non indifferente. Appena dopo il dolce, Alessandro corse via in camera e la mamma pensò di fare cosa gradita invitandomi a seguirlo. In realtà, nessuno dei due aveva voglia di socializzare così mi limitai a stare in piedi sulla soglia della sua stanza senza parlare. Mi guardai attorno, gli scaffali erano pieni di dischi e libri di ogni colore e dimensione. Accanto al letto, in equilibrio precario su un mobiletto laccato di nero, c’era lo stereo con le casse (ben più piccole di come me l’ero immaginate, in realtà).

Non so chi dei due ruppe per primo le barriere della diffidenza ma da quel giorno io e Alessandro passammo sempre più tempo assieme. Sapeva come stupirmi: anche quando pensavo d’aver ormai ascoltato ogni suo disco, ne tirava fuori uno nuovo da qualche angolo della camera, lo piazzava sul piatto, si stendeva sul letto accanto a me e chiudeva gli occhi.
Il suo preferito era quello lì con cui dialogava la prima volta che l’avevo visto. In copertina aveva un enorme scarabocchio blu e si chiamava Ormai. Riusciva a inventare storie diverse per ogni canzone ogni volta che l’ascoltavamo. L’inquilina del quarto piano e la vedova Rubini lasciarono così il posto a chioschi sulla spiaggia infestati di pipistrelli e viaggi a Dublino che un giorno avremmo fatto per capire se faceva davvero cacare.

A settembre dell’anno successivo Alessandro si trasferì. Lo sapeva da giorni ma non me l’aveva detto, odiava le smancerie e gli addii. Mi lasciò una scatola dietro la porta di casa, dentro c’erano alcuni fra i dischi che più avevamo consumato; sul fondo della scatola, quello con lo scarabocchio blu.

9. Mac DeMarco – 2

D.d.U. 16/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Salta in macchina, piccola, le stelle continuano a sussurrarci di seguirle, cosa ci facciamo ancora qui? Skipping town, let’s get out and see what we find. Salta in macchina, dai. Andiamo. La chitarra, la macchina da scrivere, le camicie a quadri, i vinili, i libri, il poster di Jim Morrison. Andiamo.
Di cos’altro abbiamo bisogno se ci apparteniamo l’un l’altra? I just wanna go.

Annachiara Casimo

10. Julia Holter – Ekstasis

Data di Uscita: 08/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

This is the ekstasis

Èstasi [dal greco ἐξ στάσις, ‘star fuori – dalla mente’] s.f. 1 Stato psichico di svincolamento dalla realtà, di entusiasmo fanatico e di commozione, misto a un senso di rapimento, a volte accompagnato da visioni e da sensazioni uditive allucinatorie. 2 Nella fenomenologia religiosa, l’“uscita da sé” dell’anima che, abbandonato il legame con il corpo fisico e con i sensi, stabilisce un contatto temporaneo con il divino. 3 (est., fig.) Stato di intenso piacere. 4 Il silenzio quando non mi dici che mi ami che s’infila in ogni millimetro vuoto fra me e te. 5 L’equilibrio perfetto dei tuoi fianchi allineati ai miei, piccole caverne in cui riecheggiano echi mistiche. 6 Aspettarti. 7 Il tempo passato a fissarti il naso e contare le volte che ti si arriccia andando all’insù, mentre parli. 8 Ipnosi di musica che si specchia in se stessa, delicata. 9 La micia, gomitolo di pelo nero solitario, che mi si addormenta teneramente in grembo. 10 Gli sguardi caldi e sorridenti che mi danno l’illusione d’essere importante. 11 Leggerti una pagina di un libro dopo aver fatto l’amore. 12 Ascoltarti suonare dopo aver fatto l’amore. 13 Divertirsi a suonare quando si è da soli. 14 La primavera che s’infila negl’interstizi fra le tapparelle e punteggia la stanza di minuscole stelle. 15 I viaggi programmati e mai fatti, gli aerei cercati e mai presi, i posti sperati e mai visti, i soldi invocati e mai avuti. 16 Vestirsi l’una coi vestiti dell’altro, cambiare taglio di capelli e rispondere “forse” a chiunque ci chieda se siamo fratelli. 17 Il vuoto che sento all’altezza dell’ombelico quando mi manchi e che si colma fino a straripare quando m’abbracci. 18 Le sfumature violacee del cielo che si riflettono sui giardini e hanno un suono lento e malinconico. 19 La tua schiena che sembra un pezzetto di luna e io che ci annaspo su. SIN Quiete.

Annachiara Casimo

5 Responses to “Top Ten 2012 – Annachiara Casimo”

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