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Top Ten 2012 – Alessandro Ferri

1. Frank Ocean – Channel Orange

Data di Uscita: 17/07/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

“I’ll watch you fix your hair
Then put your panties on
In the mirror
Cleopatra
Then your lipstick
Cleopatra
Then your six-inch heels
Cleopatra
She’s headed to the Pyramid
She’s working at the Pyramid tonight”

Mentre l’Italiano balla male (in discoteca), e fuori, si istalla una paura infinita sul suolo italico dalle prime note arrivate dalla caduta del meteorite Frank Ocean. Si era fatto sentire mandando segnali di fumo con partecipazioni vicino a personaggi abbastanza famosi tipo Jay-Z e Kanye West, magari troppo patinati e ricchi perché il classico hipster italiano impegnato, in tutti i sensi, ad elogiare Il Teatro degli Orrori se ne accorga. Purtroppo un personaggio difficile da portare alle feste dell’Unità o da proporre per qualche intervista intimista e autoreferenziale su qualche rivista locale e allora non ce ne facciamo nulla. Figuriamoci un mixtape se passa sotto la lente d’ingrandimento, tuttavia dall’altra parte dell’oceano e oltre le alpi il meteorite diventa sempre più gigante. Tyler the Creator e la squadretta di ragazzini, la Odd Future, imperversa sul web e in tutto il mondo, quasi tutto il mondo ok. Seppur la diversità di tonalità e di genere, rap incazzato da una parte e R’n’B cristallino dall’altra, Frank viene reclutato immediatamente e acquista sempre maggior potenza esplosiva. Si sono evoluti, dalle vecchie gang che si sparavano tra le due coste a colpi di pistola e di droga, a gang cresciute grazie al business e alla pubblicità sul web; il mondo è cambiato e non è retorica parlarne visto che in alcune zone vi è ancora una concezione passatista, o basata sul “meno li ascoltano meglio sono”, della musica e delle strategie commerciali più in generale.
L’arrivo dell’esplosione arancione di “Channel Orange” come dicevamo è stata così immensa da sentirsi pure in Italia, e come si poteva pensare la prima reazione è stata di autodifesa del suolo interno, paura e desiderio di ricacciare al mittente questo americano così costruito dalla pubblicità di Pitchfork da rappresentare il perfetto incubo per qualsiasi vero esperto di musica italiana preso dalla domanda: “Dove saranno finiti i cantautori di un tempo?”.
Eppure la storia la racconta proprio Frank, senza costruzioni fittizie sopra si schiude all’ascoltatore un mondo completo e pieno. Non si offenda nessuno, ma Ocean è un cantautore perfetto, in un senso globalizzato, un songwriter. Chitarre bollenti e suadenti, tastiere luminose e incedere a volte velocizzato, ma sempre in sottofondo. In primo piano assoluto la voce, i vari arrangiamenti e le tracce elettroniche non sovrastano, a guidarci in un viaggio a tratti autobiografico, storie di speranze distrutte, niente supponenza, genuinità e contenuto emotivo alle stelle. La quotidianità che si fonda con riflessioni sulla ricchezza economica, nulla è ovattato o coperto. E tutto questo concentrato di contenuti testuali e cura dei suoni non può che lasciare un sorriso compiaciuto nell’ascoltatore. Il ribaltamento delle preminenza del beat sul testo-voce-canzone è netto.
Dunque nel racconto si susseguono singoli da classifica e intermezzi ambientali fatti di sigle da playstation e da dialoghi sussurrati. “Thinkin Bout You” apre i cuori, “Super Rich Kids”, con la collaborazione di Earl Sweatshirt e del suo rap cerebrale, inchioda alla sedia con un duetto compatto e un sincopato piano. “Crack rock” gratta via l’epidermide ormai morta sulle mani e fa ondeggiare la testa in un sottofondo irresistibile. E poi infine i due opposti dell’intero disco a racchiudere questa perla. Da una parte “Pink Matter”, buona parte di cantato a cappella, sfuggente e sofferta fino alla maestosa intromissione del rap di  Andrè 3000: capolavoro fuori dal tempo. Dall’altra a chiudere tutto il cerchio c’è il fulcro e primo singolo. “Pyramids”, quasi dieci minuti che sanno di miracolo compositivo. Coretti da urlo, synth potentissimo e ballata romantica in un solo pezzo, uniti da una semplicità devastante in tutta questa complessità.
In questo caso è impossibile raccontare una qualche storia. Frank Ocean con questo Channel Orange è deflagrato e la storia è tutta dentro ai brani, ti arriva diretta e ti blocca.

Alessandro Ferri

2. John Talabot – ƒIN

Data di Uscita: 06/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

“Viene chiamato persistenza della visione… è l’unico modo per tenere gli occhi sempre aperti”.

Ricorderò per sempre questa frase pronunciata nella stanza 4.03 del museo del Prado, all’alba del mio settimo anno di età. Nonno Pierre passava giornate intere ad accarezzare con lo sguardo quei dipinti disconosciuti, firmati da una mano ignota. Troppo timidi gli autori, troppo umili, per pensare di aver creato qualcosa degno di essere visto, di essere condiviso. Le loro opere venivano disposte con noncuranza in una delle ultime sale del museo, senza teche o luci speciali per preservarli. Nessun custode si accorgeva di lui e della sua piccola sedia pieghevole, perchè quei dipinti affiancati da una targhetta con su scritto “Artista Sconosciuto” altro non erano che figli di un abbandono. Quel giorno indossava degli occhiali scuri come l’ho visto sempre fare, un debole tentativo di preservare una vista che giorno dopo giorno lo rendeva sempre più lontano dalla realtà.
Una moglie dispettosa”, commentava sorridendo.
Mi venne a prendere sotto casa nel tardo pomeriggio, tenendomi con la sua mano calda fino all’ingresso di Parque del Retiro. Quando il suo passo diventò più incerto ed il suo sorriso tremolante presi il suo posto, precedendolo. All’ingresso del museo riuscì a malapena a riconoscere i gradini, con solo le abitudini di mezzo secolo a sorreggerlo, ma una volta raggiunta la stanza il suo volto si illuminò.
Conoscevo il quadro che aveva scelto anche se non l’avevo mai visto, me ne aveva parlato talmente tante volte che era come se l’avessi dipinto io stesso.
Era così semplice, bianco e nero… un flusso di pensieri interrotti, storia di una civiltà perduta, affogata tra orrori e rinascita.
Nonno Pierre si sedette sul pavimento a gambe incrociate, le mani sulle ginocchia con le braccia a formare un angolo retto. Si tolse con calma gli occhiali scuri per fissare il suo sguardo sul dipinto, il che mi consentì di ammirare la bellezza di quegli occhi marroni dalle venature dorate un istante prima che perdessero per sempre la loro luce.
Più avanti nel tempo le convinzioni del nonno, anche dopo la sua morte, vennero viste con sospetto e con la tipica accondiscendenza che si riserva alle persone anziane. Sosteneva di essere riuscito a fissare quell’ultima istantanea nel suo immaginario, in maniera indelebile.
Si era scelto uno scenario visivo da poter sfogliare giorno dopo giorno, imperturbabile a quello che i suoi occhi oramai bianchi catturavano.
Era diventato, per me, il simbolo dell’uomo artefice del proprio destino, e molte altre cose.
Gli ho sempre creduto, ed è per questo che sono ritornato in questa stanza, stasera.
Mi hai insegnato tutto quello per cui ho vissuto. L’importanza dei momenti contro lo scorrere del tempo. A credere nelle persone che non modificano il loro spirito nonostante migrazioni e disabitudini.
E mentre la corona di oro e sangue colerà liquida sopra la mia testa, il mio ultimo sorriso sarà rivolto all’uomo che mi ha insegnato a sconfiggere la nostalgia, “rifugio dei cuori deboli, delle menti incapaci di proseguire, armageddon della parola più bella mai pronunciata: speranza”.

Filippo Righetto

3. Trust – TRST

Data di Uscita: 28/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Le persone razionali ponderano parole e gesti, dosano entusiasmi e non si lasciano fregare dai colpi di fulmine. Anche con la musica, le persone razionali necessitano di più ascolti prima di sbilanciarsi in giudizi, esprimono pareri ragionati e non esplodono in isterie incontenibili.
Una volta ero una persona razionale, poi ho imparato a farmi travolgere.

Tempo fa mi presentasti Maya e Robert in quel lurido locale dalle pareti nere scrostate, non abbiamo fatto altro che bere come le spugne, ammiccarci dietro gli occhiali neri e sfiorarci l’un l’altro sotto il tavolo, noncuranti di chi fossero le gambe che stavamo accarezzando – andava bene tutto. L’età della ragione aveva voltato i suoi tacchi già da un pezzo, qui si trattava di vivere all’istante, di vivere al massimo. I nostri visi puliti, a tratti acerbi, trasudavano un’ingenuità incontenibile, eppure avevamo le idee chiare su tutto. Si trascinavano lentamente discussioni nostalgiche, come fossimo gente vissuta che ha già imparato tutto dalla vita; discorsi trascendenti sulla trinità e considerazioni toccanti su storie d’amore finite male,  una cupa sensualità muoveva le nostre bocche e i nostri gesti. Poi loro se ne andarono lasciando me e te in uno stato di ipnosi indecente. Avevamo perso la testa.

Quando tornarono nella nostra città mi chiamasti nel pieno della notte, eri fuori di te. Anch’io poi non riuscii più a riprendere sonno. Venimmo a sapere che erano di passaggio; ci vedemmo in un albergo squallido di periferia, a loro piaceva da impazzire, giusto il tempo di alcune birre rannicchiati sui materassi, i posacenere saturi di cicche a terra e un gatto che ci solleticava i piedi nudi con la coda. Ci lasciarono il loro nuovo disco, pochi convenevoli e un titolo immediato, troncato nelle vocali: TRST  (è anche il nome di Trieste in sloveno, ho pensato io).
Ero totalmente priva di difese, uno sguardo rotto e disperato mi fissava dalla copertina, un uomo goffamente alla ricerca di tratti femminili mediante un make-up eccessivo e una parrucca corvina, un ibrido o un essere ambiguo – secondo il dire comune. In realtà ho sempre pensato che l’ambiguità risiede molto di più nelle persone che si ostinano a dare un’immagine candida di sé, nascondendo il torbido dietro facciate rassicuranti; qui è tutto alla luce del sole, non c’è niente da occultare, l’onestà è prerogativa. Supplicava fiducia quest’uomo, dietro di lui un tendone di un celeste pallido, da spalancare. Do you TR(u)ST me? Yes, I do.
Avevo solo voglia di tornare a casa da sola, o inconsciamente non volevo intralci per dirottare la notte verso l’ignoto; c’era da aprire un sipario ed aspettare l’impatto, una di quelle situazioni invitanti in cui si sa di assaggiare il proibito da un momento all’altro. Quello che seguì fu un connubio di velocità massima e movimenti ipnotici in un dancefloor ignoto, synth a valanga a frantumarmi in pezzi infiniti, ritmiche ossessive e tanto ballabili da far crollare qualsiasi impaccio. E un intreccio di due voci complementari: quella di Robert, tetra e profonda – quasi proveniente da un universo alieno, e quella di Maya, suadente e languida. Sfacciatamente accattivanti, la timidezza si fondeva con la determinazione in maniera esemplare.
We believe in nothing.
Sfrecciavo così in auto, buio e coni di luce bianca in successione, buio e coni di luce bianca alla velocità della luce; una corsa lanciata all’estremo, poi solo buio. D’improvviso scorsi un parcheggio, decisi di fermarmi; rapita da chissà quale campo magnetico finii per scendere dei gradini seminascosti, mi arrivò l’onda d’urto di un club per anime nostalgiche in pantaloni fascianti. In fondo ero una di loro, tuttavia una somma di nostalgie decadenti ed elettriche non ricreano mai vere empatie, erano lì a scuotersi su echi industrial potentissimi che fracassavano timpani e stomaco, e cercavano nuovi contatti fisici.
Wait for my calling.
Wait for my life.
Wait for my lover.

Sguardi conturbanti in salsa dark wave. Please hold me tight.
L’attitudine era sfrontata e irriverente, ma il cuore fragile e appeso a un filo; mi trovai avvinghiata ad uno sconosciuto, una malinconia sconfinata musicava con delicatezza e ritmiche minimali un amore concluso. Ci inumidimmo a vicenda il collo di lacrime.
The streak survives in the night.
Lo persi di vista subito dopo, non me ne importava granché; dormii in auto. Al mattino il mio viso salato parlava di un viaggio sconvolgente senza ritorno.

Federica Giaccani

4. Death Grips – NO LOVE DEEP WEB

Data di Uscita: 01/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Gli indignati si indignano e dicono di no perché piace e tira dirlo, i professori delle università tengono conferenze su come il sistema economico mondiale sia fallito e piangono i tempi antichi, in piazza si inneggia alla democrazia liquida e ad una forma di intelligenza politica collettiva, Berlusconi ritorna e i grandi magistrati per caso finiscono in movimenti iper-acculturati pronti a far rigare dritto tutti dall’alto del loro sapere. Quelli di verde vestito hanno finito di fare i riti magici nei fiumi almeno.
Tutti in rivolta con i loro aggregati culturali e i loro grandi miti.
Babbo Natale nella letterina io ti ho scritto queste semplici parole: “Quando passi con la tua slitta fai piazza pulita e regala a tutti NO LOVE DEEP WEB”. E il 24 vado a letto contento sperando che il ciccione di rosso vestito faccia il suo dovere.
25 Dicembre ore 12.30 Conferenza straordinaria sigle blablablabla in rivolta-contro-i-tecnici-tutti-insieme.
“Signori tutti, c’è grande voglia di rivoltare come un calzino il sistema.” Silenzio generale. “Questa è la nuova bandiera e questo il nostro nuovo inno con gli spunti programmatici”. Sulla bandiera un pene gigante in erezione, idea di Berlusconi per vanità personale, con sopra scritto NO LOVE DEEP WEB. NO scritto dagli indignati, LOVE dal cavaliere, DEEP dagli altri e WEB dai democratici liquidi. I magistrati controllano e bacchettano tutti, ovviamente contenti.
E parte un suono che spariglia tutti i giornalisti presenti e fa saltare via i capelli a tutti i compiaciuti presenti.
Un tagliere misto di bassi profondi, geometrie acute, reticoli di suoni a bassa emissione di felicità, glitch, minimal, house antica. Urla distorte, rotanti, profonde ed in loop, offese e bestemmie. L’ordine dei fattori è abrasivo e porta sballottati da una parte all’altra della sala conferenze. Shock e guerriglia sonora in un rap destrutturato e ricoperto di grugniti caldi sulla brina tecnologica in sottofondo.
LIL BOY. Andatura poco stabile, indecisione nel muovere il passo successivo e necessità di trovare un appiglio a sostenere lo scheletrico beat sotterraneo. L’urlo parlato incita a proseguire il tragitto di synth.
NO LOVE. La voce denuncia che dalle cave dove si raccoglie l’oro adesso uscirà acciaio deforme e plasmabile per fare le nuove sculture atte a richiamare l’orrido in ogni sua forma. I lavoratori di queste grotte non saranno sfruttati ma saranno i nuovi ricettacoli di tutte le bruttezze, corpi a cui imputare tutto il disprezzo e il brutto.
BLACK DICE. Ci sarà spazio per tutti, nei punti di ristoro sparsi un po’ ovunque zuccherosi e gassosi sintetizzatori spargeranno suoni creati con l’intenzione di far muovere la testa avanti e indietro mentre ci si ingozza amabilmente di cibi vari. Cambi di ritmo e vertigine dopo qualche portata.
WHAMMY. I nuovi videogiochi per i figli di tutti saranno stroboscopici ma rallentati, le voci dei personaggi saranno balbettanti e i genitori potranno comodamente fare i cavoli loro mentre i poveri bambini saranno assaliti e resi totalmente assuefatti dallo stridore caramelloso.
DEEP WEB. Tutto sarà online in siti multiuso e multi contenitori del mondo in un vortice crescente di parole, ululati, chiacchere a due e due, battiti vibranti di vita digitale per tutti.
STOCKTON. Non è John degli Utah Jazz o forse sì, come volete. il ritmo profondo quasi si ferma tra il loop e il rallenty.
ARTIFICIAL DEATH IN THE WEST. Alla grande festa dell’artificiale e della rabbia mortale si finisce a ballare un dubstep scarnificato e spolpato di tutta la carne possibile. Ritornello ipnotico e paralisi totale nel delirio.
Babbo Natale che hai fatto mi chiedo impietrito! Questo è la follia più pura, non era questo che intendevo. Poco dopo il campanello di casa suona e un Babbo Natale visibilmente alticcio dice che ci sarà da ridere e chiude con questa frase la sua ospitata magica: “Ho mandato a fanculo la multinazionale che mi costruisce i regali per tutti i bambini del mondo”. Dito medio e porta sbattuta sul mio povero viso.

Alessandro Ferri

5. Andy Stott – Luxury Problems

Data di Uscita: 29/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Luxury era entrata una notte nella mia stanza, sgusciando silenziosa dalla finestra lasciata aperta per metà. Avevo sentito all’improvviso il suo respiro addosso, il calore del fiato sul collo e sulle spalle, touch, e le mani sinuose che scendevano; la sua presa era soffice, delicata, ma ineluttabile. La voce morbida rimbalzava in stereofonia nel mio angusto appartamento amplificando la sua efficacia attraente, incalzava decisa, incantevole. Restai tramortito e cedetti, come avrebbe fatto chiunque altro al mio posto. Numb.

Luxury vestiva panni neri come la pece, rossetto violaceo e capelli esageratamente corvini; il suo canto di sirena ammaliante mi coglieva passando sotto le braccia di acciaio delle gru all’uscita della metropolitana, la vedevo svolazzare sopra di me e il candore della sua pelle mi accecava. Era la donna dai mille e più contrasti, un’indole tormentata e tormentante, un’ossessione che talvolta dormiva rannicchiata nel cratere di un vulcano per poi riemergere e colare come onice cristallizzato sulla mia vita, incollando di paura e devozione i miei giorni ai suoi. Andava e veniva, la perdevo e la ritrovavo. Lost and Found.

Luxury mi aveva cacciato di casa una fredda mattina di autunno, anni trascorsi insieme erano stati accuratamente riposti in valigie pesantissime che mi attendevano sul selciato, su un tappeto giallo di foglie morte, la stessa morte che si insinuò in me. Ché le disgrazie non danno mai un preavviso e ti abbattono senza pietà approfittando del tuo essere fragile e nudo davanti a loro. I mesi a venire vedevano me stesso inerme, la rassegnazione di un lungo cappotto grigio come il cielo e i caseggiati, a contrasto col calore della natura di ottobre che sotto le suole dei miei mocassini stendeva un telo infinito ad accompagnare la mia uscita di scena. Quell’immagine si presentava ai miei occhi di continuo, alzavo i bassi esagerati e mi scuotevo nel mio bunker sotterraneo, a lacerare i timpani e cercare il punto di rottura, il confine tra dolore e piacere, il momento esatto in cui essi si fondono e ne restano labili differenze; intorno a me la cenere di una vita finita, un martellare continuo, da non riuscire a prendere sonno. Sleepless.

Luxury anni fa mi portava ogni venerdì ai vernissage di strana arte, esposizioni singolari allestite in vecchie cattedrali sconsacrate, spoglie, austere. Erano serate di sorrisi tirati, di strette di mano false, di calici di champagne raccolti da un andare e venire di vassoi d’argento. Ricordo il freddo pungente, ricordo accompagnamenti musicali inusuali, battiti insistenti di techno rallentata su sfondi scurissimi e voci bianche. Ci accoglieva sempre Alison all’ingresso, a fare gli onori di casa, lei era l’unica a sorridere di sincerità e aveva una voce celestiale; poi rimanevano soltanto mezze conversazioni cifrate scambiate quasi di nascosto, da un orecchio all’altro, come per preparare il colpo del secolo. Hatch the Plan.

Luxury rimaneva a letto quando mi alzavo nel cuore della notte per partire per un viaggio di lavoro; la sera prima decidevamo insieme i miei completi da portar via, passavamo le dita sulle rigide pieghe delle camicie immacolate, ci incantavamo a selezionare le cravatte, l’autocompiacimento del lusso. L’autista mi attendeva sotto il porticato, fumavamo insieme un’aspra sigaretta di routine prima di metterci in cammino. In strada l’immagine mentale di lei placida sotto la coperta di broccato sembrava rassicurarmi, poi il mio sguardo si appoggiava sulle campagne mute e umide, dormienti, mi perdevo in suite notturne di ambient che mi inghiottivano tra riflessioni e aspettative. Expecting.

Luxury vedeva riflessa ogni sera la sua immagine spaventata nel lungo specchio posto tra i due divani rossi, alle sue spalle si dispiegava il dedalo di corridoi, porte e nicchie a perdita d’occhio, in quella casa infinita; era sola adesso, e aveva il terrore di scoprirci qualcuno, ombre furtive a rubare il suo privato. Aveva la convinzione di vivere nella versione upper class del video di Protection dei Massive Attack, e lei non era Tracey Thorn, lei affogava il terrore nel velluto e negli eccessivi monili barocchi. Tratteneva il respiro, ansimava ad ogni folata di vento che agitava il tendaggio di raso, camminava avanti e indietro e i suoi passi avevano naturale musicalità, un buon ritmo, quello delle preoccupazioni. Luxury Problems.

La notte dell’addio ero sceso in strada a respirare un po’ d’aria marcia, contaminata e impura. Avevo una disperata necessità del contrasto per capire subito che altri universi avrebbero potuto accogliermi, e che il senso d’appartenenza lo si costruisce con l’abitudine più che con disonesti credo proclamati con la bocca impastata di whisky scozzese. Mi fusi con la break beat dirompente suonata da un gruppo di afroamericani all’interno di un capannone degradato, c’era anima nei loro ritmi spezzati, nelle loro pseudo-danze convulse; rimasi in un angolo buio col timore di venire scoperto. Up the Box.

E quindi era vero, avevo lasciato Luxury alle spalle e con essa morbidi anni di vita, l’ultimo viaggio in una macchina lunghissima con autista imbellettato e interni in pelle. Alberi spogli a un lato della strada e mattoni rossi a perdita d’occhio dall’altra parte, entrambi passati al filtro di rigagnoli di pioggia sporca sui vetri oscurati dell’abitacolo, d’altronde Manchester è fatta di questo. Giunti all’imbocco del ponte sul fiume si spiegarono davanti al mio sguardo manifesti in successione, tutti uguali, impossibili da contare e impossibili da evitare; fermo immagine in bianco e nero di un tuffo carpiato, una donna con indosso un costume intero anni 50 di un’eleganza d’altri tempi, uno sfondo grigio rarefatto, in tinta col cielo. La perfezione, la raffinatezza, la malinconia sterminata, l’antracite e il fasto, copie tutte uguali per imprimersi nella memoria, mentre me ne stavo andando. Leaving.

Federica Giaccani

6. Tame Impala – Lonerism

Data di Uscita: 05/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

L’erba dello spiazzo di terra dietro la casa di Kevin era in via di guarigione. La terribile ondata di caldo che l’aveva portata a divenire di un giallo chiarissimo aveva lasciato spazio a qualche sporadica pioggia riparatrice. Erano soliti stendersi lì in cerchio nella parte più bruciata, con le teste rivolte al centro e incollate le une alle altre e con i piedi che puntavano la casa costruita in legno dagli avi alla fine del diciannovesimo secolo. Il sistema di raccoglimento dell’acqua piovana spioveva dal tetto, per il riutilizzo, facendola defluire esattamente in un grandissimo tinello sempre di legno. La forma quadrangolare della costruzione era ancora in perfette condizioni nonostante gli anni e le tecniche di riscaldamento erano il meno invasive possibili, si sfruttava il sole e la presenza degli elettrodomestici; il materiale termico isolante posto su tutti i lati della casa unito a sistemi di ventilazione molto arcaici faceva il resto.
Kevin dopo la morte del padre aveva appreso tutti questi segreti insiti nella costruzione, li sfruttava a pieno in un riutilizzo estremo e massimale; staccato 25 km dalla città più vicina era solito andare e tornare rapidamente alla sua abitazione. Nella stanza-salotto l’intreccio di chitarre, percussioni e tastiere era ben coagulato con le superfici. Pietre quasi trasparenti dai mille colori creavano percorsi brillanti tra le varie stanze coprendo quasi interamente i ripiani della mobilia presente, i riflessi di luci davano una vitalità estrema agli interni.
Kevin era solito muoversi con i suoi amici tra il salotto e la cucina, solo dopo essere sicuri di aver captato i flussi giusti di calore ed energia trasportavano fuori le strumentazioni. Ponendole in cerchio attorno a loro nel prato creavano una sorta di Crop Circles metallico. Questo nelle serate più calde.
Quando si scatenavano le riflessioni sonore e le improvvisazioni dove i pensieri dei presenti venivano trasportati e fusi insieme. Un miscuglio psichedelico si fondeva piano piano facendo ondeggiare la testa a tutti; il classico veniva a scontrarsi con nuove forme. Le chitarre diluite ma comunque prorompenti in una cascata senza fine di tastiere e di giochini dilatanti e sferzanti. La tecnologia e il fantasma di John Lennon per creare degli orizzonti totalmente nuovi. La collezione di pietre luminose poste anche loro nello spiazzo esterno infilavano le lori luci tra i suoni e specialmente nelle sessioni notturne lo spettacolo era assicurato. Quando i synth cosmici cozzano contro i riff psichedelici classici si assiste al paradosso di un controllo estremo proprio lì dove non dovrebbe esserci. Apocalypse Dreams & Elephant.
La stagione più fredda trasporta queste sessioni nel grande salotto interno.
Lo stato all’interno è inebriante come all’esterno, una passività consapevole e psichedelica, una sorta di trasposizione della teoria del recupero costante che va a formare il nuovo. Si potrebbe anche tirare la filosofia greca ma è meglio evitare.
Una speciale tribù pone le sue basi su questi riti unificatori a base di martellanti percussioni che incalzano i componenti. Be Above It.
Quando la potenza lisergica si va a scontrare contro il materiale isolante della pareti dà vita al calore necessario alla sopravvivenza in questi tempi chiamati di crisi, la tenuta dell’irreale crea qualche appiglio nel reale dando la possibilità di sentirsi cullati e riscaldati davvero anche in condizioni definite estreme. Gli avi avevano pensato bene questa costruzione sperduta.
La nenia strappacuore e lacrime chiude tutto disfacendosi in una distorsione rumorosa. Sun’s Coming Up.

Alessandro Ferri

7. Vessel – Order of Noise

Data di Uscita: 24/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Guido i taxi da decenni, non mi sono mai stancato di tagliare la città ininterrottamente in traiettorie spezzate, veloci, continue. Volante e pedali sono i compagni ideali, ubbidiscono muti ai miei comandi, non sollevano dubbi né osservazioni, eseguono. L’unica cosa che mi indispone durante il lavoro, e il fastidio può talvolta sfociare in tormento, sono i rumori che vanno ad accavallarsi e interrompersi l’un l’altro nelle corse, rumori vomitati dalle strade trafficate, dai negozi, dal chiacchiericcio della gente che siede nella mia vettura e ancora non ha chiaro di quanto siano moleste le confidenze non richieste. Con l’estate le conversazioni sature di banalità trovano il loro massimo fiorire, e non vi è notte o giorno che sia che non mi corichi coi tappi alle orecchie; almeno nel sonno il lusso del silenzio posso concedermelo. Non faccio che aspettare settembre, ho l’impressione che coi primi forti acquazzoni la città e le persone vogliano riappropriarsi in qualche modo della loro intimità, e ristabilire una certa armonia nelle cose.
Vorrei che il rumore, se proprio deve esistere, almeno avesse un ordine, anche se ciò potrebbe sembrare paradossale.

Poi ieri mattina è successa una cosa strana, curiosa, e anche illuminante.
Era così presto che i lampioni ancora erano accesi di un arancio aspro, e i marciapiedi coperti di brina, la foschia all’orizzonte a sfocare i profili delle antenne sui caseggiati; è salito sulla mia auto un giovane ben curato e composto, aveva lo sguardo grave di un adulto assorto, e la richiesta di condurlo verso il vecchio distretto siderurgico, a ridosso del bosco. Vedevo dallo specchietto l’espressione agitata di chi cerca di risolvere una questione importante, mandibole strette, dita nervose a raschiare l’attaccatura dei capelli alla fronte. Mi ha detto che cercava una logica per le sue intuizioni, poi abbiamo parlato di Aphex Twin e del cemento armato; arrivati a un passo dalle ciminiere e mi ha chiesto di aspettare in macchina finché non sarebbe tornato, mi avrebbe pagato anche il tempo della sosta. Poi ci ha ripensato, volendomi come spettatore incosciente e mente libera, al cospetto dei suoi progetti.
Le fabbriche furono tutte abbandonate diversi anni fa, ne restano strutture dismesse in balia del tempo e di visitatori folli come noi; il nuovo distretto produttivo fu eretto nella periferia opposta della città in posizione strategica, tra il porto e le autostrade. Dentro quegli scheletri in acciaio e prefabbricati, vuoti e sospesi tra il passato e il presente, c’eravamo noi e il vento che dalle chiome degli alti alberi spirava facendo sibilare gli shed, i ponteggi e i resti di fatiche remote. S’era stabilita una muta intesa tra noi, basata sull’assenza di domande; probabilmente aveva cominciato a sentirsi al sicuro con me, tant’è che mi ha rivelato la sua identità: un musicista di elettronica alla ricerca della giusta chiave di lettura dei suoni. “Non si tratta di preferire l’ambient alla techno, o al dub, per fare un esempio; la perfezione massima si raggiunge quando tutti gli ingredienti riescono a riempire gli spazi e a colmare gli interstizi generati da ciascuno di essi, a comporre una successione semplice, che suoni articolata ma anche, in qualche modo, ordinata” – ha spiegato .
Un lampo ha attraversato i miei occhi: la mia ossessione avrebbe trovato sollievo dal giusto ordine, senza la necessità di sopprimere nulla, se non le intromissioni artificiali di persone e dei loro tentativi di far prevalere un’individualità sull’altra.
Ci siamo così abbandonati ai suoni armonici delle cose inanimate, alla loro purezza e alla loro onestà; lo stridere del ferro e delle lamiere che strisciano l’una sull’altra con incontri di scintille, la pietra che batte netta. Il rumore era quello e basta, senza l’intervento dell’uomo per interpretarlo. Io ascoltavo e lui prendeva appunti, finché una pioggia violenta come un’epifania ha travolto tendoni e bagnato i legni, coprendo ogni altro rumore. Siamo tornati in macchina ma eravamo talmente appagati che né io né lui avevamo più voglia di ripartire; l’auto ferma era il posto ideale per condividere silenzi e respiri rasserenati.

Federica Giaccani

8. Evian Christ – Kings and Them

Data di Uscita: 01/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

“Ogni genere musicale sta piano piano scemando in un groviglio indistinto elettronico”, le chiacchere da bar sulla Juventus che ruba gli scudetti, Lebron James non vincerà mai un titolo (una volta) e tutti vogliamo la pace nel mondo.

Spaccava ogni vetro del quartiere a tarda notte nelle case diroccate e disabitate e anche in quelle abitate; comunque sia in ogni caso poi non si affrettava a scappare. Perché ?, per quale motivo lo faceva?. Sotto gli effetti di cocktail da lui stesso inventati partiva nei suoi raid notturni tra i vicoli, finiva sempre steso nei prati artificiali creati nei parchi pubblici pullulanti come spore naturali tra la metropoli. L’università mollata qualche mese prima era un lontano ricordo, ormai sbiadito dalla nebbia che riempiva il suo animo. La neve ai bordi delle strade, praticamente trasformata in fanghiglia scura, lo indirizzava sui propri sentieri.
Le strade, i vicoli appunto. Vi passava penetrandoli completamente, si metteva con l’orecchio contro i muri e sull’asfalto bagnato cercando di sentire meglio i rumori che gli arrivavano distinti nel cervello facendo impazzire ogni sinapsi possibile; le reazioni chimiche del nostro corpo sono un mezzo mistero anche per gli scienziati che nella loro vita non ricercano altro. I suoni erano collegati da una linea scura con le notti che piacevano a lui, dove il proprio respiro forma vapore grigiastro visibile ad occhio nudo. Una densità sconcertante lo portava ad incollarsi ad ogni superficie per captare meglio e portarsi nello stesso spazio delle fonte, lo spazio vitale per lui.
Voci cupe, rap ritmato glaciale in uno sposalizio clamorosamente riuscito con droni ambientali, loop infiniti e quel tocco chiaro delle terre anglosassoni. Bassi che suonano come veri bassi e voci spezzate dappertutto, quando troverà il filo dei discorsi e delle cadenze avrà ancora la sua pace dei sensi. E se questo senso in realtà non ci fosse? Quale allora la posizione da tenere in circostanze di caos? . E i viaggi notturni continuavano in ricerca devota rompendo vetri su vetri. Il frame di base era quello ma le variabili impazzite erano costanti. Suite quasi ambientali pizzicate da bassi tambureggianti e voci sotterranee impegnate nei loro dialoghi distanti. Drip. Percorsi di luce creati dai lampioni con la luce intermittente per i problemi causati dal freddo di questo inverno gelato, i rumori delle macchine impegnate a non finire fuori strada sul ghiaccio e il rap arrivato da qualche antro sporco o più semplicemente da qualche autoradio malfunzionante smorzata dalla distanza. MYD.
Una ragazza bellissima che decide di passare per quei vicoli chissà se anche lei alla ricerca della fonte del suono o magari perché ha perso la strada per tornare a casa dopo una serata in discoteca. Labbra rosso fuoco, minigonna per mettere in mostra gambe lunghissime e slanciate, felpa con cappuccio visibilmente extralarge presa in prestito da qualcuno molto più grosso per coprirsi dal freddo. Ritmiche più marcate come il battito di un cuore in esplosione orgasmica e la voce a definire le trame. Go Girl.
Ecco perché spaccare i vetri dappertutto, la fonte e la ricerca della stessa erano un richiamo troppo forte per usare la ragione. Quando i toni si scaldavano, in flow sempre più cattivi coricati su veli melmosi di bassi e droni stridenti, i vetri partivano dappertutto a significare il massimo sforzo atto al raggiungimento del proprio vero obiettivo. Rabbia repressa e martelli pneumatici in sottofondo. Fuck It None of Ya’ll Don’t Rap, Snapback Back.
E alle primi luci scarne dell’alba la cascata sonora ambientale era rilassante nonostante i fallimenti perché un nuovo giorno comunque nasceva e nuove opportunità di unirsi tutti si aprivano ai propri occhi. Epici intermezzi beati si andavano a fondere a pulsanti basi hip hop venute dalla vecchia casa di J Dilla a Detroit appositamente messe in un frullatore acceso a metà ritmo.
Nuovi vetri erano pronti per essere distrutti con il calare delle tenebre.

Alessandro Ferri

9. Led Er Est – The Diver

Data di Uscita:08/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Minimali e cupi senza vestirsi di nero, usare le croci rovesciate eccetera.
New York diventa limacciosa, il repertorio fisso del genere, tra i più asfissianti del panorama, si infittisce e crea trame più piene.

Scrive le parole immaginarie rispettoso dei tempi scanditi dalla batterie elettroniche marziali e minimali, synth algidi ed antichi incrociati a voci degeneri e timidamente impostate verso il basso, acqua malsana. Scriveva le parole del suo racconto che non arrivava e disfaceva, distruggendoli,  i fogli scarabocchiati in precedenza. Romanziere fallito nel suo piccolo appartamento veniva rapito sul più bello da questi suoni.
In passato era solito riempire fogli su fogli di trame e rifletteva sul passare del tempo in cerca di un qualche editore. L’America ne era pur piena. La ragazza, troppo presa dalla vita reale, non c’era più. Il giradischi fisso su “The Diver”, la copertina del vinile con quel collage privo di senso ma così ipnotico.
Ascolti ripetuti per assimilare stratificazioni condite anche da cadenze psichedeliche, i ricordi a riaffiorare completi e a bloccare la sacra scrittura.
Scarabocchi e trame appena iniziate e cacciate nel cestino. Il ragazzo della pizza a suonare al campanello, l’amico dello spacciatore a suonare al campanello, l’ex donna del nuovo uomo della sua ex donna a suonare al campanello. Cerchi concentrici non chiusi e cerchi di fumo a imbrattare i muri una volta bianchi e ora di un grigio invernale, mentre fuori il sole crea effetti allucinogeni sui tetti delle macchine spargendo raggi di calore fino al ventesimo piano del suo grattacielo. Apatia compressa in una camera da letto, in un bagno e in una piccolissima cucina.
Come uscirne non era minimamente pensato. “Divided Parallel”.
Pensieri profondi sulla filosofia politica del 1800 e sulle crisi cicliche del capitalismo. Fogli bianchi, tutto invischiato nella mente e tutto così difficile da esprimere in una cadenza sinuosa e contraddittoria di euforia e depressione.
Settimane e mesi tra lentezza d’azione e velocità del tempo che scorre implacabile in una barba sempre più prominente tra un mistico cosmico e un James Harden. Le croste delle pizze diventate sassi da lanciare ad insetti molesti e lattine mezze piene da usare come un lanciatore del peso che cerca la danza perfetta.
Iron the Mandala” alza il tiro e gli costruisce il tramite tra foglio e mente, così sembrava prima di cadere in una sonno profondo e duraturo. Un letargo trasfigurato in incubo in cui la mano munita di penna procede spedita in un tourbillon di parole forbite e ben aggregate. E il foglio parallelamente si decompone lasciando sgomenta la mano che stringe sempre più forte la penna fino a farla esplodere in un gesto di liberazione e di morte.
Sudore gelato e claustrofobia mal celata e repressa dalle dosi di fumo. “La Lluvia y Memoria”. “ The Bladiator”. La straziante sensazione del fallimento vicino.
Il barlume sempre più distante della voce materna a spingerlo verso una vita in ufficio, la morte del padre e la possibilità di prenderne il posto allo sportello postale.
L’impossibile sostenimento di tutti questi stimoli e la decisione definitiva di abbandonarsi a “The Diver”. Preferisce restare sotto.

Alessandro Ferri

10. Kendrick Lamar – good kid, m.A.A.d city

Data di Uscita: 22/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Sono cresciuto in una città sposata con Ms. Liquor, nella quale un ragazzo poteva percorrere solo due strade: morire indossando la divisa della legge o il colore di qualche gang.
Mio nonno rientrava nella prima categoria, ma in famiglia nessuno era fiero di lui. Quando morì lo misero nella bara con il suo golden flask. “Ha fatto più danni con quello che c’è lì dentro che con la sua pistola”. Ero piccolo e quella fiaschetta aveva il suo stesso odore, un’aroma acre, pungente, stargli troppo vicino era impossibile. Quando mi sollevava io mi ribellavo, allora leggevo negli occhi di mia madre tutta la tristezza per un bambino che non si vuole sedere sulle ginocchia di suo nonno. Per lo stesso motivo mia nonna aveva smesso di fumare, lui no. Forse è per questo che alla veglia funebre a casa di mia zia era lei quella in piedi a piangere un liquido molto più amaro di quello che aveva ucciso suo marito. Lo ripeto, ero piccolo, e l’innocenza a volte può fare più danni della malizia. Presi la fiaschetta e corsi da mia madre. Era seduta al tavolo in cucina, una figura misera, ma di umile dignità. Le dissi: “Mamma, il nonno è qui dentro!”. Mia madre non mi aveva mai picchiato fino ad allora, ma in quel momento non c’erano parole per commentare la situazione. Ricordo il dolore e il calore alle guance, e mia zia che la tratteneva mentre entrambe singhiozzavano.
Nonostante tutto, la mia adolescenza fu costellata da episodi di reati minori e, ovviamente, dalla bottiglia, booze. Ero la dimostrazione che non si impara dai propri errori, che l’espiazione è per pochi e che per gli altri rimane solo la solitudine di un’esistenza inconsapevole. Ero vittima della peer pressure, quell’aria di conformismo alle regole della strada che annulla le identità ed annebbia le coscienze. Ho passato quegli anni all’interno di una stanza buia in compagnia di una tazza, senza un amico vero, con molti sogni irrealizzati, ma senza la disperazione necessaria per realizzarli.
La forza la trovai sul letto dove era distesa mia madre.
Capii tutto, senza che lei dovesse parlare.
Gli sbagli e le promesse.

Me lo hai detto con gli occhi in una sera qualunque di ottobre.
Canta di me, del mio passato.

Filippo Righetto

3 Responses to “Top Ten 2012 – Alessandro Ferri”

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