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Archive for dicembre, 2012

Top Ten 2012 – Ilaria Pastoressa

1. Human Tetris – Happy Way In the Maze of Rebirth

Data di Uscita: 03/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

PLAY.

Una corsa contro il tempo, senza fine, che mi (s)finisce.
Mi incastro nei giorni, coi giorni a venire, che restano, che mi aspettano.
Che MI A S P E T T A N O.
Quanto mi farò attendere?!

Livello 1 di 10.
Fondamenta:
L’importante è far bene, c’è tutta la tranquillità dell’inizio, dell’esordio, del primo respiro.
Conoscersi. Guardarsi intorno. Il piano di lavoro è netto, dritto, livellato. Non ci sono, all’apparenza, interferenze. La radio suona, le tue dita si riempiono di inchiostro, si sporcano di parole che non dici.
Giorni di sole freddo, viso disteso, poco trucco.
Compro delle mele.

Livello 2 di 10.
Come passeggiare in campagna. Devo far attenzione a non calpestare i fiori ma tutto intorno, TUTTO, mi piace. Me ne convinco. L’evasione, le api, quell’abbaiare lontano, la primavera dei randagi che arriva.
I mandorli in fiore. Vorrei i ciliegi. Anche se gli idrocarburi mi ostacolano l’inspirazione, anche se le ciminiere comunque drogano il cielo, anche se c’è un frigorifero arrugginito sul bordo del muretto, qualche straccio, residui chimici e un divano che prima era rosso e ora è pallido: un salotto all’aperto, mi accomodo.

Livello 3 di 10.
Procedo. Leggo un libro. Mi incanto. Faccio un viaggio. Prendo un aereo. Mi taglio i capelli. Mi specchio e abbasso le palpebre timide. Forse non a mio agio, indosso il cappotto dell’anno scorso, la tasca è ancora scucita. I bottoni ci son tutti, però. Posso affrontare la città, quei sorrisi di circostanza. Il cinema vuoto, poche persone, una dolcezza triste.
Urbanizzazione dello smarrimento già accertato in anni passati. Dispersione. Immigrazione.
Un nuovo bar. La gente deve proprio amare il caffè!

Livello 4 di 10.
Insonnia. Convivere con il bisogno disarmante di dormire e non riuscire a fare incubi, nemmeno quelli, almeno quelli. Nulla. Pane e marmellata, le lancette velocissime che si spostano come ladri  negli appartamenti dai pavimenti in parquet, senza cigolii, senza il minimo cenno d’intrusione.
La discrezione nella violazione del tempo della vita, della notte, delle ore antimeridiane.
M’hanno preso tutto; il mio monolocale è vuoto. C’è solo un tavolo su cui appoggiare i gomiti, sfidando a braccio di ferro il vuoto.

Livello 5 di 10.
Una festa. Quella festa. Ho indossato una gonna e non mi piace. Mi fa freddo alle gambe, c’è un disco orribile. Ho i polpacci tesi. Mi siedo. Sorseggio dell’acqua minerale, poi del succo di frutta all’albicocca.
Non ci sono coriandoli.
Nessuno sorride ma tutti muovono i piedi. Il ritmo della banalità.

Livello 6di10
Università. La stazione. Le sette e l’alba. Quante volte il sole sorge in un mese, tante. In quanti giorni alba e tramonto rimangono soli e vorrebbero essere contemplati. Una tazza di tè, un manuale di letteratura, tante pagine, evidenziatori, post-it; compro tre matite nuove in una settimana. Le cuffie, il dolore delle orecchie schiacchiate, il piacere dei timpani sfamati dall’ultimo disco di ******.
Il concerto e poi subito a casa.

Livello 7.
La solitudine del numero 1, il “numero felice”.
Io. Pronome personale.
Prima persona singolare, verbo essere:  IO SONO.
Autonegazione: Io non ci sono.
Io vorrei esserci.
Stato in luogo figurato, non avvenuto, desiderato.
Lo schermo, la chat, petizioni su internet, le catastrofi.
I film in bianco e nero delle 3:45.
La grandine, l’asfalto a pois, l’impotenza, l’autosuggestione.
Come siamo suggestionabili.

Livello 8, 9, 10.
C’è della vita, dietro questi tentativi.

I tetramini piovono sulla schermata.
Sette possibili combinazioni.
Il punteggio è minimo, ancora.
Mi addestro ad incastrare i giorni, coi giorni a venire, che restano, che mi aspettano.
Mi aspetto.

Where’s the Happy Way In the Maze of Rebirth ?

Ilaria Pastoressa

2. Cloud Nothings – Attack on Memory

Data di Uscita: 24/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Jim accartocciò il mozzicone della sigaretta sul fondo del posacenere pieno. Un altro giorno ancora era passato senza che avesse fatto nulla. Certo, aveva ascoltato tutti i dischi usciti nelle ultime settimana e guardato quel film citato nel libro che aveva appena concluso ma nulla che la società ritenesse utile o economicamente fruttuoso, ecco.
Strappò un brandello di cartoncino dal libretto universitario e ne ricavò un filtro per una sigaretta artigianale. A fanculo pure l’università, aveva sperato di ricavarci qualcosa e l’unica cosa che aveva ottenuto era “un principio di depressione”, così l’aveva chiamato lo psicologo, a fanculo pure lui.
Il computer ormai datato continuava a ronzare fastidiosamente. Jim lo spense innervosito da quella necessità di condividere, mostrare, emulare, commentare, apprezzare, twittare, followare che condannava tutti – lui in primis – a non riuscire a staccarsi da un monitor abbagliante.
Ora, nella totale penombra, fece scattare l’accendino, la sigaretta sfrigolò qualche secondo prima di accendersi.
Inspirò, espirò.
Non aveva obiettivi né aspirazioni, riteneva di non averne la possibilità, sapeva che in qualche modo ogni aspettativa sarebbe stata disattesa, la rassegnazione lo spingeva a farsi bastare il fatto di svegliarsi ogni mattina e godersi un’altra, infruttuosa giornata.
Si spogliò, si infilò sotto le coperte e fece partire il giradischi. Give up / Come to know / We’re through. Era un crescendo che gli si infilava nelle vene e lo faceva rilassare. Chiuse gli occhi e continuò ad aspirare la sigaretta che pian piano si consumava. Give up / Come to know / We’re through. La voce di Dylan Baldi cominciava a incattivirsi e a far vibrare il piccolo altoparlante del giradischi. Jim strinse le lenzuola nel pugno, lo percorse la solita violenta accettazione di un destino inutile. Give up / Come to know / We’re through. Si sentiva inadeguato, terribilmente inadeguato.

GIVE UP / COME TO KNOW / WE’RE THROUGH.
NO FUTURE / NO PAST.

La batteria prese a pulsare incessante. Poi d’un tratto tacque. La sigaretta si spense. La mano mollo la presa sulle lenzuola accartocciate e la mente smise di assillarsi.
Jim accartocciò il mozzicone della sigaretta sul fondo del posacenere pieno. Un altro giorno ancora era passato senza che avesse fatto nulla.

Annachiara Casimo

1. Mount Eerie – Ocean Roar / Clear Moon

Ocean Roar

Data di Uscita: 04/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Un mondo da quella parte

L’auto gorgoglia su questa strada sterrata, ho paura che le gomme non tengano. L’oceano è ancora lì, immenso e assopito come un randagio. Scendo dall’auto, i fari proiettano due coni di luce che illuminano oltre la staccionata. Le luci di Victoria non si scorgono con la nebbia, e così il Canada sembra lontanissimo. Riconosco solo le isole di San Juan che sembrano mormorare da lontano: “Chi va là?”.
In questo stesso posto una volta ci portai mio nipote (i suoi erano in trasferta di lavoro). Era una di quelle rare sere dell’anno in cui il cielo è limpido e pieno di così tante stelle da sembrare una torta zuccherata. Mi colpì la sua grande immaginazione quando mi disse: «Guarda zio, arrivano le sirene!» «Ma dove?» feci io divertito. «Eccole lì – indicando le onde illuminate dalle stelle –, ci vengono incontro», potevo vedere nei piccoli occhi di mio nipote lo stupore di un grande evento. La cosa straordinaria fu che, guardandole attentamente, quelle onde increspate e dalla forma conica sembravano davvero il dorso di splendide sirene argentate.
Mio caro T., qui la foschia scende ancora più fitta e il freddo comincia a irrigidirmi le braccia. Ecco la pioggia, cade piano e si posa sui miei capelli, sull’erba bruna. Ecco il mare che si risveglia.

Ocean roar dreams return

Come in un sogno di vent’anni fa mi precipito di corsa in auto e riparto via dimenticando il berretto ormai zuppo d’acqua. Il maestoso velo grigio chiaro del cielo scroscia acqua e a malapena scorgo i fari delle auto che mi sfrecciano di fronte. Le sagome scure degli alberi che fanno capolino sull’orizzonte sembrano abitazioni di un paese sconosciuto e terribile. Finalmente arrivo in città ma la macchina decide di abbandonarmi proprio tra due case. Una ha le finestre completamente sbarrate. Dall’altra, invece, una donna di mezza età mi guarda sollevando le tendine del finestrino con le dita. Ho un sussulto ma lei sorride e mi fa un cenno di invito. Mi precipito sotto la pensilina e suono il campanello. Mi accoglie alla porta una ragazza di circa venti anni.
«Salve – esordisco –, una signora mi ha fatto cenno di entrare».
La ragazza sorride placidamente: «Sì, sono io». «Oh, scusami. Che strano, questa pioggia mi rende miope». «Non preoccuparti… Siediti pure, puoi aspettare qui che spiova». Mi accomodo su un sofà pregno di un odore umido: di foglie e sigaretta. Noto un giradischi con un vinile che gira ma non risuona nessuna musica, la ragazza alza il volume e si propagano dalle casse le note liquide di un synth che sembrano riempire tutti gli angoli della stanza e infine le parole sussurrate con una leggerezza disarmante lasciano che il tempo scorra alle spalle, con indifferenza.

Tossed on the waves
blown onto land
Grasping meaning
in churning mess
A moment of clear air breathing, seeing the expanse.
Totally at peace with the meaninglessness of living.

Andrea Russo

Clear Moon

Data di Uscita: 22/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

A chi parlo stanotte?

Corro via T., questa luna non è più la mia luna. E quella casa laggiù è solo una figura anonima tra alberi ordinati come soldati. Nuvole sconosciute spalancano le loro labbra come in uno sbadiglio di neonato, è il fumo della mia auto?
Ho dato un passaggio ad uno sconosciuto che attendeva da ore l’arrivo di una vettura. Ha dei capelli lunghi, unti e un giubbino nero come il suo cappello con visiera.
Gli chiedo: «A cosa ti serve un cappello con visiera a quest’ora?»
«Lo porto sempre», mi risponde.
Lo sconosciuto ha ragione, T., a volte teniamo addosso delle cose solo per abitudine e non ci sorprendiamo più di nulla. A questa luna così chiara e così piena concediamo solo degli sguardi vaghi e indifferenti.
Lo sconosciuto non parla molto e sembra anche abbastanza stanco. Non forzo la comunicazione per non sembrare invadente; tempo dieci minuti e l’uomo chiude gli occhi cullato dai suoni del nostro viaggio.
Dopo ormai venti chilometri di strada mi rendo conto di non aver chiesto dove è diretto. Tossisco un po’ per svegliarlo. Ha funzionato. L’uomo mi chiede che ore sono: le tre e un quarto.
«Ti dispiace se accendo la radio? O vuoi continuare a dormire?»
«Ma certo, amico. A quest’ora sulla radio nazionale c’è sempre un programma di musica contemporanea in cui ci sono ospiti molto preparati».
«Senti, ma dove sei diretto?»
«Oh, calcolando la tua velocità media dovrei arrivare a destinazione fra venti minuti. Altri trenta chilometri, all’incirca».
«Capisco».
So quasi per certo che a trenta chilometri da qui non c’è nessuna cittadina e nessun motel. Tuttavia decido di fidarmi, lo sconosciuto mi è simpatico. Sto pensando a quanto poco piacevole sarebbe stato trovarsi in auto con una persona piena di sé, magari un organizzatore di matrimoni o uno di quegli ospiti in radio tanto preparati su qualsiasi argomento. Ecco, se c’è qualcosa che mi fa saltare i nervi sono proprio le persone spocchiose e piene di boria. Non so perché, T., ma il termine ‘spocchia’ mi rimanda al termine ‘sporchia’. Non sai cos’è? La sporchia è una pianta parassita del Mediterraneo che nasce e si alimenta di linfa sottratta alle radici di altre piante. Lo so perché mio nonno era di quelle parti. I poveri agricoltori del sud Italia di un tempo ne mangiavano a sazietà e ancora oggi è usata a tavola come una sorta di reliquia. A sua volta ‘sporchia’ mi dà di ‘sporco’. Ecco, forse le tre cose sono collegate, T., fatto sta che quando ho a che fare con una persona spocchiosa, pensando e ripensando – magari durante il tragitto per tornare a casa – mi si disegna in mente l’immagine di questo parassita sporco e con la testa a forma di turione gigante. È inevitabile.
«Ehi, stiamo quasi per arrivare».
«Davvero? Qui non ci sono motel, sei sicuro?»
«Sicuro… No, non devo andare in nessun motel. La vedi quella curva? Di lì mi inoltro tra gli alberi, c’è una abitazione che dalla strada non si vede. È la mia casa».
«Vivi da solo, vero?»
«Col mio cane e le mie due galline», mi fa sorridendo.
«Divertente. Anch’io vorrei una casa fuori città immersa tra i pini».
«È un posto tranquillo, effettivamente, anche se le donne non ci passerebbero mai la notte».
«Ogni medaglia ha il suo rovescio».
«Bravo, e ti dirò: io le medaglie le indosso tutte dal rovescio!» Scoppiamo in una sonora risata che, a quest’ora tarda, pare davvero roboante.
«Sei un tipo strano, però mi sei stato di compagnia».
Accosto l’auto attivando le quattro frecce. Lo sconosciuto mi saluta sistemandosi il cappello con la visiera. Poi lo vedo scomparire tra i tronchi degli alberi che di sera si confondono col terreno e le foglie. Chissà se c’è davvero una abitazione inoltrandosi di lì, chissà se ho davvero dato un passaggio ad uno sconosciuto o se è stato tutto frutto della mia immaginazione. T., perché non mi rispondi mai?

Andrea Russo

4. Mecna – Disco Inverno

Data di Uscita: 07/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Corrado posò le chiavi sul mobile all’entrata, accese la lampada che illuminava solo una parte del corridoio, lasciando in penombra i tre metri circa che lo separavano dalla cucina.
Posò il cappotto sul divano, si sedette. Portò le mani alla fronte, si toccò i capelli ancora umidi, fissò il pavimento a voler cercare un percorso, una figura da definire attraverso le venature delle mattonelle.
Il silenzio di quel Gennaio era blu come la notte, come i suoi occhi, come la tazza del caffè non finito, lasciato a colazione chè doveva scappare al lavoro.
Si avvicinò alla finestra e da via Pinerolo poteva guardare gli alberi sedotti dal vento della sera, i lampioni solitari a testa bassa, arresi alla periferia, un pullman su cui non salì nessuno, i semafori ad alternar colori.
Accese la radio. I bassi si scontravano col battito cardiaco, il respiro era disteso ma preoccupato.
Avrebbe compiuto gli anni di lì a poche ore.
I fogli dei suoi progetti erano accatastati sulla scrivania, su qualche post-it aveva scritto le date dei concerti della settimana a cui non sapeva ancora con chi ci sarebbe andato, se ci sarebbe andato.
Il portapenne era come un vaso di fiori variopinti, c’erano pennarelli ovunque, alcuni indelebili, come le sue paure. Andar via da casa aveva annullato la distanza tra la percezione della caduta a piedi uniti sul futuro, e l’evidente dolore dell’atterraggio, senza paracadute, sulla precarietà di tutto: il domani, la serenità, l’amore, la giustizia dei sogni.
Aver scelto però, di andar via, era piuttosto un bisogno perché dov’era nato era difficile amarsi, sul serio.
Era difficile anche capire le buone intenzioni delle malinconie sempre in agguato ad ogni risveglio, ad ogni poesia letta, ad ogni addio sospirato.
Era fatto così, bene, male, era fatto così. La pioggia gli parlava dei viaggi, dei capelli della sua amata al profumo di viola e vaniglia, dell’estate solitaria ad aspettare l’abbraccio del piumone ed il calore del camino con i libri e le mani fredde a sfogliar le pagine.
Era domenica. Era difficile star soli, subire come un supereroe inutile al mondo, il potere della kryptonite che allontana le speranze e crea pensieri neri come i corvi.
Guardò il telefono, la chiamò.
Le voci erano in attesa di risposte come se le domande fossero già state fatte, come se il tempo per loro non ci fosse e bisognasse invertarlo. Dovevano vedersi, uscir fuori a fare due passi, guardarsi e ascoltare le note di quel disco inverno, gelido dentro, a ricomporre i pezzi del bricolage del cuore, nella pancia, dei giorni senza le idee a guardarsi nei riflessi dei vetri, dei finestrini dei treni, delle auto ferme in coda, a fine giornata.
Nonostante tutto, era la stagione migliore per non vedersi illusi e stupirsi del sole, per dimenticare cos’era l’amore e vederlo poi tornare.

Ilaria Pastoressa

5. New Candys – Stars Reach The Abyss

Data di Uscita: 23/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Quando decidemmo in quale direzione andare, non era né troppo tardi né presto. Non c’era un tempo scandito da orologi a pendolo dall’inquietante rintocco, piuttosto il nostro stomaco aveva a lungo subìto la tensione della partenza, senza mai alzar il piede da terra e compiere un passo, quel passo.
Muoversi, per noi, aveva significato, fino ad allora, attendere.
Era solo un movimento del pensiero  speranzoso di cambiamento, nella paralisi totale della rivoluzione, interiore e non.
<Aspetto tempi migliori!>, dicevamo l’una all’altro; come in quel quadro di van Eyck, eravamo fermi nella tela e riflessi nello specchio  convesso  e guardavamo le nostre spalle, scese come i deboli, rassegnate, mentre le nuvole scorrevano così determinate ad ogni stagione e si dissolvevano, un po’ come i sogni di gioventù. E mi chiedevo:  C’è anche un’età per sognare?

Faceva rabbia, appunto, avere la fiamminga attenzione nel trovare l’opportunità di ferirsi, di auto commiserarsi per sbagli nemmeno compiuti, nemmeno tentati, anziché cadere durante la corsa al miglioramento. Eravamo delle tartarughe viola uscite dalla tela del tempo, nel limbo del mondo, della vita stessa, a chiedere perdono alle persone ferite dalla nostra stasi ma soprattutto a noi stessi, poveri miseri viventi con gli obiettivi sfocati e la mente pesantissima.
Nuotavamo in acque evaporate, con lacrime salate che rovinavano gli scatti della memoria e logoravano la pellicola delle emozioni. Ci baciavamo con la paura d’infettarci di paure e allora lasciavamo che gli sguardi fossero tutto e niente per non diventar miopi, ancora.

Un giorno, a caso, di quelli in cui ti svegli e non guardi certo l’oroscopo e magari non c’è nemmeno quel sole che t’abbaglia e non è nemmeno il tuo compleanno (che poi , cavolo ci trovate nel festeggiare anni che passano?), uno di quei giorni in cui ti svegli col piede sinistro, quello giusto, sì, decidemmo di partire, di visitare le città invisibili che avevamo  solo ammirato in vista aerea sugli atlanti.

It starts when you cross
It ends when you fall down
No matter how you call it
I have just found out …
… that black is how the light is
in the morning silence

L’ansia assuefacente di scoprire il senso di tutto ci aveva portato a fare testa o croce con le possibilità,
per ovviare all’inutilità della nostra puntalità nell’andare a cena con la noia; nemmeno a lume di candela, poi.
Nessuno poteva ascoltare il suono di tutti quei pensieri che sino ad allora avevano costruito palazzi sulle tangenziali per il nulla,ed erano  così assordanti e pesanti che stancavano anche la gravità; avevamo  solo bisogno di comunicare che c’eravamo e ci servivano ottimi amplificatori Marshall per questo; avresti cantato con noi, Mondo, ti avremmo regalato con codardia un po’ di dubbi ma li avresti accuditi per bene mentre sorseggiavamo vino rosso in bicchieri di vetro, finalmente. Forse, era addirittura cristallo.
Era più che altro un disilluso arrivederci senza nemmeno, paradossalmente, troppe lacrime, con tutto quello che aveva decorato la tela sino ad allora, compresi i legami. Questa volta, dovevamo soffermarci meno sui colori e più sulle forme, sul sentimento che aveva permesso che tutto avesse un equilibrio poi perso, per “una serie di spiacevoli eventi”. In realtà no, la vita è personale, ed è personale anche la scelta del dolore e di come viverlo, è personale la fuga e il ritorno e tante attese insieme non possono coesistere. Per cui ci sarà sempre qualcuno che fugge da qualcosa e qualcuno che aspetta che l’altro ritorni, e quel qualcuno magari è l’altra parte di sé, fuori dal quadro che è stanca del punto di vista dell’osservatore e vuole cambiar respiro, tagliarsi la testa pesante e ricominciare.

I’m sorry my friend
it’s my fault again
and please don’t pretend
that you understand

I’ve found out a grove
where I used to go
in a foreign land
where I used to stand

Ilaria Pastoressa

6. Ghemon – Qualcosa è cambiato

D.d.U. 25/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Arrivati a quel punto potevamo anche fermarci, salutare la vita, chiudere gli occhi, sfamare gli incubi.
Com’erano allegri i fantasmi.
Avevo i polmoni pieni di respiri assecondati, ossigeno sporco.
Poi ho deciso di guardarti ancora, di non lasciare andare le parole e di disegnare con le speranze grandi quadri. Ricominciare è un’operazione a cuore aperto in cui doni sangue, midollo, tempo, illusioni . Bisogna azzerare il contatore degli errori, dei sogni, delle ipotesi fatte durante i viaggi disorientati dalla nebbia. Ero finalmente disposto a zittire la mente, annullare la dicotomia spicciola che mi rendeva zoppo di certezze.
Mi sono svegliato con una luce fortissima che proveniva dall’altra parte del vetro, oltre il palazzo. I periodi bui potevano anche essere bellissimi, ma non distinguevo più i colori.
Il mio Tyler Durden è morto, i pensieri sono randagi ora, gli amici dispersi, gli occhi gonfi e rossi, ma so che non sarei mai se cosí non fossi.
Questa vita però, non è la mia, per andare al mare, devo mettermi in malattia.
Cerco un piano di lavoro perfetto
, ancora.
Qualcosa è cambiato, qualcosa cambierà.

Ilaria Pastoressa

7. HAVAH – settimana

D.d.U. 10/06/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Puoi ignorare quanto vuoi il ritmo delle sette albe e dei sette tramonti,  riusciranno sempre a dirti che giorno è, i calendari, e non potrai scappare dai numeri in nero o in rosso.
La roulette della vita gioca a tenerti in affanno con vincite sperate e mai decretate.
Suona la sveglia:
motivazioni da darsi, stupori improvvisati e l’attesa folle.
In stanze si consumano sguardi per pareti silenziose;
guaina mielinica corrosa, pensieri distorti.
Ripetere gli stessi errori come una formula giusta.
Nucleari esplosioni nella testa di assordanti silenzi proclamati dalla distruzione del tutto per cosmici viaggi.
Non sei diverso, non lo sei (ancora) abbastanza.
Preferiamo annoiarci e fermarci qui. Oggi.
Che giorno è?

Ilaria Pastoressa

8. Fine Before You Came – Ormai

Data di Uscita: 22/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

M A G O N E
di Annachiara Casimo

La prima volta che l’ho visto, Alessandro aveva un berretto di lana blu calato fin quasi sugli occhi. Era seduto su uno scalino nell’androne di casa e parlava con un disco, rigirandoselo fra le mani: “Quant’era che t’aspettavo, quant’era, cazzo!”. Stetti ad osservarlo per una mezz’oretta dall’alto della rampa di scale, senza fare il minimo rumore, per non interrompere quel dialogo in cui c’era qualcosa che non coglievo, che mi sfuggiva.
Non avevo mai visto Alessandro prima di allora.
Non avevo mai visto nemmeno un disco in vinile, prima di allora.

Ai tempi avevo pochi amici, passavo interi pomeriggi nascosto fra un piano e l’altro del condominio in cui abitavo. Mi piaceva intuire le vite familiari altrui, captandone frasi al di là del muro e lasciandole libere di prender vita nei meandri dell’immaginazione.
Così, la ragazzetta castana del quarto piano era sicuramente affetta da una rarissima malattia che l’obbligava ad assumere farmaci ad ogni ora del giorno e della notte, per questo la sua sveglia suonava in continuazione svegliando il barboncino isterico della vedova Rubini. Alla base del matrimonio dei Palombi, poi, c’era di sicuro qualcosa di losco: quei due si tolleravano a malapena, non uscivano mai di casa insieme e spesso erano concerti di stoviglie rotte. Chi fosse quello ricco dei due, non l’ho mai capito, certo non si può dire che uno dei due brillasse in bellezza.
Da quando c’era Alessandro, comunque, era tutto più difficile. Ascoltava tutto il giorno musica a volume esagerato impedendomi di captare i movimenti del microcosmo condominiale e, quelle rare volte che inaspettatamente s’alzava un religioso silenzio, era lui ad aggirarsi per le trombe di scale con una faccia cupa.
Ne avevo timore. Anzi, lo odiavo.
Sì, se ora fossi qui, te lo direi quanto t’odiavo, tu e quella musica di merda.
Io all’epoca avevo a malapena un lettore cd con delle cuffiette mal funzionanti. E solo vecchi album di papà che mi piacevano ma non riuscivo più ad ascoltare senza provare un leggero senso di nausea. Non capivo a cosa diavolo gli servisse quella maledetta musica assordante, proprio non lo capivo. Capivo solo che m’aveva stordito l’immaginazione con quelle casse potenti.

Poi una mattina – era settembre – mia madre ebbe la geniale idea di accordarsi con la dirimpettaia, la mamma di Alessandro per l’appunto, perché restassi a pranzo da loro mentre lei era a lavoro. Fu il pasto più imbarazzante della mia vita: i rapporti sociali e le domande di circostanza mi hanno sempre messo un’ansia non indifferente. Appena dopo il dolce, Alessandro corse via in camera e la mamma pensò di fare cosa gradita invitandomi a seguirlo. In realtà, nessuno dei due aveva voglia di socializzare così mi limitai a stare in piedi sulla soglia della sua stanza senza parlare. Mi guardai attorno, gli scaffali erano pieni di dischi e libri di ogni colore e dimensione. Accanto al letto, in equilibrio precario su un mobiletto laccato di nero, c’era lo stereo con le casse (ben più piccole di come me l’ero immaginate, in realtà).

Non so chi dei due ruppe per primo le barriere della diffidenza ma da quel giorno io e Alessandro passammo sempre più tempo assieme. Sapeva come stupirmi: anche quando pensavo d’aver ormai ascoltato ogni suo disco, ne tirava fuori uno nuovo da qualche angolo della camera, lo piazzava sul piatto, si stendeva sul letto accanto a me e chiudeva gli occhi.
Il suo preferito era quello lì con cui dialogava la prima volta che l’avevo visto. In copertina aveva un enorme scarabocchio blu e si chiamava Ormai. Riusciva a inventare storie diverse per ogni canzone ogni volta che l’ascoltavamo. L’inquilina del quarto piano e la vedova Rubini lasciarono così il posto a chioschi sulla spiaggia infestati di pipistrelli e viaggi a Dublino che un giorno avremmo fatto per capire se faceva davvero cacare.

A settembre dell’anno successivo Alessandro si trasferì. Lo sapeva da giorni ma non me l’aveva detto, odiava le smancerie e gli addii. Mi lasciò una scatola dietro la porta di casa, dentro c’erano alcuni fra i dischi che più avevamo consumato; sul fondo della scatola, quello con lo scarabocchio blu.

9. Nient’altro che macerie – Circostanze

D.d.U. 03/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Le nostre vite sedimentarie, i nostri sogni alluvionali, alluvionati. Le lacrime che ci sommergono e le macerie ovunque. Siamo comunque trionfanti , sconosciuti e poveri di punti esclamativi.
Quante domande ancora dovremo porci per riconoscerci, allora?
Tu, chi sei?
Ci siamo schiantati più volte contro il muro dei limiti e delle limitazioni, abbiamo infranto leggi
che gli stessi firmatari non riconoscono, ci siamo amati nel silenzio e al buio per non apprezzare la disarmante bellezza.
Dovrebbe essere tutto fantastico, invece.
Di illusioni ne siam pieni, come sono piene le tasche di pochi spiccioli e qualche scontrino dei sogni comprati al discount.
Abbiamo un vizio: fumarci la vita e lasciarne consumare il mozzicone al vento.
Respira. Ci crediamo fragili, e lo siamo.

Ilaria Pastoressa

10. Burial – Kindred

D.d.U. 12/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Tutti i colori, schiariti e scuriti. Tutte le variazioni, seducenti e sferzanti. Tutte le sensazioni, pericolose e ammalianti. Propulsivo e scuro, le luci al neon agli angoli delle strade, e i muri sporchi di Londra dove ti incollo per baciarti. Una città per legittimare a pieno anche per un po’. Il pensiero che si fa fisicità.
Dubstep e dancefloor umidi e maleodoranti per accogliere ogni gesto spezzato e tutti i saliscendi dello stomaco, i bassi nella pancia.
Aperture di luce tra il sudore. L’ossessione di fondo sparsa tra battiti techno che si schiudono. “ I want you. I used to belong to you.
Altro mondo certamente e consiglierei di entrare, magari con una preparazione mentale e fisica dietro. Un training camp serio, ma manco tanto.

Alessandro Ferri

Nient’altro che macerie – Circostanze (Top Ten 2012)

D.d.U. 03/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Le nostre vite sedimentarie, i nostri sogni alluvionali, alluvionati. Le lacrime che ci sommergono e le macerie ovunque. Siamo comunque trionfanti , sconosciuti e poveri di punti esclamativi.
Quante domande ancora dovremo porci per riconoscerci, allora?
Tu, chi sei?
Ci siamo schiantati più volte contro il muro dei limiti e delle limitazioni, abbiamo infranto leggi
che gli stessi firmatari non riconoscono, ci siamo amati nel silenzio e al buio per non apprezzare la disarmante bellezza.
Dovrebbe essere tutto fantastico, invece.
Di illusioni ne siam pieni, come sono piene le tasche di pochi spiccioli e qualche scontrino dei sogni comprati al discount.
Abbiamo un vizio: fumarci la vita e lasciarne consumare il mozzicone al vento.
Respira. Ci crediamo fragili, e lo siamo.

Ilaria Pastoressa

Top Ten 2012 – Filippo Righetto

1. Pepe Deluxé – Queen of the Wave

Data di Uscita: 14/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Clochard.

Più che una figura sociale sono uno stato mentale, ho sempre pensato. Brulicanti come mosche, consapevoli ed indifferenti del disagio quasi fisico che provocano, continuano la loro vita che mi è sempre parsa senza scopo.
Qui sotto ce ne sono a centinaia, a migliaia.
Fare una stima accurata è difficile dato che l’unica fonte di luce sono poche candele sparse qua e là in maniera asimmetrica, ed il riflesso causato dalle mele dorate che pendono da un enorme albero al centro della caverna, su una collinetta formata da carabattole, ninnoli e rottami che cresce sotto i miei occhi, alimentata da centinaia di migliaia di tasche che vengono svuotate.
Lo chiamano il Giardino delle Esperidi.
Non so dire come mi sia ritrovato qui… magari ammirando un dipinto sono entrato in un sogno scomparso, oppure toccando un fregio di una colonna mi si è aperto sotto i piedi un canale per il centro della Terra.
Forse è bastata quella moneta donata senza essere richiesta, appoggiata sul tetto di cartone di un uomo senza volto.
In questo spazio infinito, ogni cosa è fonte di rumore.
Sagomato nella roccia spunta un organo nato con il Mondo, ogni tasto collegato con una gigantesca stalattite, a formare il litofono più geniale ed incantevole mai pensato.
Sopra un’antica carrozza nobiliare incastrata tra le rocce di un laghetto sotterraneo, un conte decaduto aggredisce con le dita abbellite da anelli senza pietre una chitarra elettrica senza corde, ad ogni fatica del suo braccio corrisponde una scarica energetica proveniente da due enormi bobine di Tesla poste alle sue spalle.
Questi suoni vengono avvolti dal respiro di un numero indefinito di bicchieri di plastica con all’interno delle monete, di forchette battute fra loro, di sciarpe bagnate nell’acqua, il tutto a condurre alla vera meraviglia tra le migliaia di corridori usciti della prima Arca.

Lei si chiama Erizia, quattordicesima Queen of the Wave. Capelli mossi e ribelli, castani con riflessi bordeaux imprigionati in una coda che lascia intravedere il candore delle spalle. Avvolta da scialli e foulard, cammina scalza sulla collinetta ed ognuno si inginocchia al suo passaggio. Ha un seno robusto, una catenina passa da un anello sulla narice sinistra fino all’acquamarina sul suo ombelico. Canta con voce profonda ed ammaliante della profezia di Oceanus, il gigantesco fiume che circonda il Mondo. Quando la canzone all’interno del Giardino delle Esperidi sarà perfetta, le acque si alzeranno di nuovo per riversarsi con fragore là dove le disparità sono più ingiuste, cosicchè quando si ritireranno tutte le proprietà saranno confuse, indistinte, e l’equilibrio tra chi ha e chi non ha sarà finalmente ristabilito.

Mi sono risvegliato seduto sulla strada, la schiena appoggiata ad un muro.
Il cielo, nuvoloso, mi faceva pensare ad Erizia. Entrambi, firmamento e sacerdote, racchiudevano una bellezza acuita dal fatto che, all’improvviso, poteva essere nascosta agli occhi degli uomini.
Non ricordavo di avere dei vestiti così sporchi, né delle scarpe così malmesse. Ispezionando le tasche con dei guanti bucati ho trovato un foglietto spiegazzato con su scritto “qualcosa che suoni come un flauto”.
Dopo un attimo di sbigottimento, tutto mi tornò in mente.
Mi alzai sorridendo, e fischiettando mi diressi al prossimo cestino.

Filippo Righetto

2. John Talabot – ƒIN

Data di Uscita: 06/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

“Viene chiamato persistenza della visione… è l’unico modo per tenere gli occhi sempre aperti”.

Ricorderò per sempre questa frase pronunciata nella stanza 4.03 del museo del Prado, all’alba del mio settimo anno di età. Nonno Pierre passava giornate intere ad accarezzare con lo sguardo quei dipinti disconosciuti, firmati da una mano ignota. Troppo timidi gli autori, troppo umili, per pensare di aver creato qualcosa degno di essere visto, di essere condiviso. Le loro opere venivano disposte con noncuranza in una delle ultime sale del museo, senza teche o luci speciali per preservarli. Nessun custode si accorgeva di lui e della sua piccola sedia pieghevole, perchè quei dipinti affiancati da una targhetta con su scritto “Artista Sconosciuto” altro non erano che figli di un abbandono. Quel giorno indossava degli occhiali scuri come l’ho visto sempre fare, un debole tentativo di preservare una vista che giorno dopo giorno lo rendeva sempre più lontano dalla realtà.
Una moglie dispettosa”, commentava sorridendo.
Mi venne a prendere sotto casa nel tardo pomeriggio, tenendomi con la sua mano calda fino all’ingresso di Parque del Retiro. Quando il suo passo diventò più incerto ed il suo sorriso tremolante presi il suo posto, precedendolo. All’ingresso del museo riuscì a malapena a riconoscere i gradini, con solo le abitudini di mezzo secolo a sorreggerlo, ma una volta raggiunta la stanza il suo volto si illuminò.
Conoscevo il quadro che aveva scelto anche se non l’avevo mai visto, me ne aveva parlato talmente tante volte che era come se l’avessi dipinto io stesso.
Era così semplice, bianco e nero… un flusso di pensieri interrotti, storia di una civiltà perduta, affogata tra orrori e rinascita.
Nonno Pierre si sedette sul pavimento a gambe incrociate, le mani sulle ginocchia con le braccia a formare un angolo retto. Si tolse con calma gli occhiali scuri per fissare il suo sguardo sul dipinto, il che mi consentì di ammirare la bellezza di quegli occhi marroni dalle venature dorate un istante prima che perdessero per sempre la loro luce.
Più avanti nel tempo le convinzioni del nonno, anche dopo la sua morte, vennero viste con sospetto e con la tipica accondiscendenza che si riserva alle persone anziane. Sosteneva di essere riuscito a fissare quell’ultima istantanea nel suo immaginario, in maniera indelebile.
Si era scelto uno scenario visivo da poter sfogliare giorno dopo giorno, imperturbabile a quello che i suoi occhi oramai bianchi catturavano.
Era diventato, per me, il simbolo dell’uomo artefice del proprio destino, e molte altre cose.
Gli ho sempre creduto, ed è per questo che sono ritornato in questa stanza, stasera.
Mi hai insegnato tutto quello per cui ho vissuto. L’importanza dei momenti contro lo scorrere del tempo. A credere nelle persone che non modificano il loro spirito nonostante migrazioni e disabitudini.
E mentre la corona di oro e sangue colerà liquida sopra la mia testa, il mio ultimo sorriso sarà rivolto all’uomo che mi ha insegnato a sconfiggere la nostalgia, “rifugio dei cuori deboli, delle menti incapaci di proseguire, armageddon della parola più bella mai pronunciata: speranza”.

Filippo Righetto

3. Kendrick Lamar – good kid, m.A.A.d city

Data di Uscita: 22/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Sono cresciuto in una città sposata con Ms. Liquor, nella quale un ragazzo poteva percorrere solo due strade: morire indossando la divisa della legge o il colore di qualche gang.
Mio nonno rientrava nella prima categoria, ma in famiglia nessuno era fiero di lui. Quando morì lo misero nella bara con il suo golden flask. “Ha fatto più danni con quello che c’è lì dentro che con la sua pistola”. Ero piccolo e quella fiaschetta aveva il suo stesso odore, un’aroma acre, pungente, stargli troppo vicino era impossibile. Quando mi sollevava io mi ribellavo, allora leggevo negli occhi di mia madre tutta la tristezza per un bambino che non si vuole sedere sulle ginocchia di suo nonno. Per lo stesso motivo mia nonna aveva smesso di fumare, lui no. Forse è per questo che alla veglia funebre a casa di mia zia era lei quella in piedi a piangere un liquido molto più amaro di quello che aveva ucciso suo marito. Lo ripeto, ero piccolo, e l’innocenza a volte può fare più danni della malizia. Presi la fiaschetta e corsi da mia madre. Era seduta al tavolo in cucina, una figura misera, ma di umile dignità. Le dissi: “Mamma, il nonno è qui dentro!”. Mia madre non mi aveva mai picchiato fino ad allora, ma in quel momento non c’erano parole per commentare la situazione. Ricordo il dolore e il calore alle guance, e mia zia che la tratteneva mentre entrambe singhiozzavano.
Nonostante tutto, la mia adolescenza fu costellata da episodi di reati minori e, ovviamente, dalla bottiglia, booze. Ero la dimostrazione che non si impara dai propri errori, che l’espiazione è per pochi e che per gli altri rimane solo la solitudine di un’esistenza inconsapevole. Ero vittima della peer pressure, quell’aria di conformismo alle regole della strada che annulla le identità ed annebbia le coscienze. Ho passato quegli anni all’interno di una stanza buia in compagnia di una tazza, senza un amico vero, con molti sogni irrealizzati, ma senza la disperazione necessaria per realizzarli.
La forza la trovai sul letto dove era distesa mia madre.
Capii tutto, senza che lei dovesse parlare.
Gli sbagli e le promesse.

Me lo hai detto con gli occhi in una sera qualunque di ottobre.
Canta di me, del mio passato.

Filippo Righetto

4. Trust – TRST

Data di Uscita: 28/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Le persone razionali ponderano parole e gesti, dosano entusiasmi e non si lasciano fregare dai colpi di fulmine. Anche con la musica, le persone razionali necessitano di più ascolti prima di sbilanciarsi in giudizi, esprimono pareri ragionati e non esplodono in isterie incontenibili.
Una volta ero una persona razionale, poi ho imparato a farmi travolgere.

Tempo fa mi presentasti Maya e Robert in quel lurido locale dalle pareti nere scrostate, non abbiamo fatto altro che bere come le spugne, ammiccarci dietro gli occhiali neri e sfiorarci l’un l’altro sotto il tavolo, noncuranti di chi fossero le gambe che stavamo accarezzando – andava bene tutto. L’età della ragione aveva voltato i suoi tacchi già da un pezzo, qui si trattava di vivere all’istante, di vivere al massimo. I nostri visi puliti, a tratti acerbi, trasudavano un’ingenuità incontenibile, eppure avevamo le idee chiare su tutto. Si trascinavano lentamente discussioni nostalgiche, come fossimo gente vissuta che ha già imparato tutto dalla vita; discorsi trascendenti sulla trinità e considerazioni toccanti su storie d’amore finite male,  una cupa sensualità muoveva le nostre bocche e i nostri gesti. Poi loro se ne andarono lasciando me e te in uno stato di ipnosi indecente. Avevamo perso la testa.

Quando tornarono nella nostra città mi chiamasti nel pieno della notte, eri fuori di te. Anch’io poi non riuscii più a riprendere sonno. Venimmo a sapere che erano di passaggio; ci vedemmo in un albergo squallido di periferia, a loro piaceva da impazzire, giusto il tempo di alcune birre rannicchiati sui materassi, i posacenere saturi di cicche a terra e un gatto che ci solleticava i piedi nudi con la coda. Ci lasciarono il loro nuovo disco, pochi convenevoli e un titolo immediato, troncato nelle vocali: TRST  (è anche il nome di Trieste in sloveno, ho pensato io).
Ero totalmente priva di difese, uno sguardo rotto e disperato mi fissava dalla copertina, un uomo goffamente alla ricerca di tratti femminili mediante un make-up eccessivo e una parrucca corvina, un ibrido o un essere ambiguo – secondo il dire comune. In realtà ho sempre pensato che l’ambiguità risiede molto di più nelle persone che si ostinano a dare un’immagine candida di sé, nascondendo il torbido dietro facciate rassicuranti; qui è tutto alla luce del sole, non c’è niente da occultare, l’onestà è prerogativa. Supplicava fiducia quest’uomo, dietro di lui un tendone di un celeste pallido, da spalancare. Do you TR(u)ST me? Yes, I do.
Avevo solo voglia di tornare a casa da sola, o inconsciamente non volevo intralci per dirottare la notte verso l’ignoto; c’era da aprire un sipario ed aspettare l’impatto, una di quelle situazioni invitanti in cui si sa di assaggiare il proibito da un momento all’altro. Quello che seguì fu un connubio di velocità massima e movimenti ipnotici in un dancefloor ignoto, synth a valanga a frantumarmi in pezzi infiniti, ritmiche ossessive e tanto ballabili da far crollare qualsiasi impaccio. E un intreccio di due voci complementari: quella di Robert, tetra e profonda – quasi proveniente da un universo alieno, e quella di Maya, suadente e languida. Sfacciatamente accattivanti, la timidezza si fondeva con la determinazione in maniera esemplare.
We believe in nothing.
Sfrecciavo così in auto, buio e coni di luce bianca in successione, buio e coni di luce bianca alla velocità della luce; una corsa lanciata all’estremo, poi solo buio. D’improvviso scorsi un parcheggio, decisi di fermarmi; rapita da chissà quale campo magnetico finii per scendere dei gradini seminascosti, mi arrivò l’onda d’urto di un club per anime nostalgiche in pantaloni fascianti. In fondo ero una di loro, tuttavia una somma di nostalgie decadenti ed elettriche non ricreano mai vere empatie, erano lì a scuotersi su echi industrial potentissimi che fracassavano timpani e stomaco, e cercavano nuovi contatti fisici.
Wait for my calling.
Wait for my life.
Wait for my lover.

Sguardi conturbanti in salsa dark wave. Please hold me tight.
L’attitudine era sfrontata e irriverente, ma il cuore fragile e appeso a un filo; mi trovai avvinghiata ad uno sconosciuto, una malinconia sconfinata musicava con delicatezza e ritmiche minimali un amore concluso. Ci inumidimmo a vicenda il collo di lacrime.
The streak survives in the night.
Lo persi di vista subito dopo, non me ne importava granché; dormii in auto. Al mattino il mio viso salato parlava di un viaggio sconvolgente senza ritorno.

Federica Giaccani

5. Swans – The Seer

Data di Uscita: 28/08/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Lamentazioni e apostasia

È finita la gioia del nostro cuore,
si è mutata in lutto la nostra danza.
(Lamentazioni 5,15)

Dio! Hai lodato la mia sobrietà d’animo. Hai posto sulla mie labbra la tua parola. Le mie labbra sono ora secche e increspate. Dove sei adesso? Fatti vivo, fatti carne animale. Ti immagino come un lupo solitario e orgoglioso delle sue ferite. Non nasconderti oltre.
Il tuo regno è stato schiacciato, la tua gente ora muore di sete. Chi si saziava col tocco dei tuoi raggi, si umilia oggi nel fango. Chi vendeva a peso d’oro il suo pane, si nutre oggi di polvere. I nostri occhi si scioglieranno, e affideremo l’acqua alle nostre figlie che si specchieranno e si prostreranno in tua assenza.
La tua mente è nel mio occhio. La mia mente è nella tua mano. Perché ci vuoi abbandonare per sempre? Alzo gli occhi al cielo, il mio sguardo è rivolto alle nuvole. Esse volteggiano cupe nell’aria minacciosa. Sono un messaggio? Oppure sei lì, nascosto dietro la vetta di quella montagna spoglia e dall’aspetto austero. Stentoreo arriva il tuo grido, nel gemito terrificante di un gatto selvatico.

Ci hai ingannati, o Signore! Il nostro strazio non può durare così a lungo. Chi potrebbe ridarmi la vita è lontano, chi può consolare i bambini abbandonati è stato sconfitto dai nemici. E allora ti ripudio, Signore! Esci dalla mia mente, vai fuori e lasciaci con le nostre miserevoli pene! Sento la libidine percorrere i miei arti e la tua assenza mi fa gridare a pieni polmoni: «siamo liberi!» Liberi dall’odio e dall’amore, ma potenti e fieri come buoi sciolti dal loro giogo, come schiavi fuggiti dalla mano del padrone. Siamo liberi come la morte. E benedetti dalla morte inseguiremo i tuoi sudditi e li tormenteremo. Siamo liberi come la morte. Siamo potenti come la morte.

Ge ge ge ladder to god
Get fucked
Get fucked
We’re on a ladder to god
We’re on a ladder to god

We are blessed
We are blessed
Fuck
Bliss
Fuck
Bliss

Andrea Russo

6. Josephine Foster – Blood Rushing

Data di Uscita: 17/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Oh anima mia, fa’ che io sia in te adesso
Guarda attraverso i miei occhi, guarda le cose che hai creato
Tutto risplende

Per anni è stata sufficiente l’illusione, promossa come più facile delle imbeccate da quella figura così austera. Gonna a strascico, scialli e camicette nere, lunghi capelli di corvo raccolti in uno chignon.
E lo sguardo dall’inconfondibile ombra triste, sempre enigmatico nella sua gravità.
Ovunque la riconoscevi come il fantasma di Emily Dickinson, persa in un passato astratto ed impossibile.
I frammenti malinconici della sua antologia folk claustrale, compilata con ascetico riguardo sulle liriche della poetessa di Ahmerst, non potevano che rappresentare il fondo di questo esorcismo, quasi una liberazione. Nelle altre riletture quel senso di possessione mancava. Niente abbaglio mesmerico dentro le canzoni, anche se coraggio e finezza antiaccademica sono sempre stati insopprimibili prerogative per la sua sensibilità di artista. Così i lieder della tradizione romantica tedesca trasfigurati in ‘A Wolf in Sheep’s Clothing’ dai fuochi bianchi e acidi delle chitarre elettriche, così il canzoniere popolare di Garcia Lorca tonificato in ‘Anda Jaleo’ dal cristallo del charango e da una vivida asprezza gitana esercitata a tutto campo.
Esaurito lo slancio di questa sua parentesi devozionale, Josephine Foster torna a vestire i panni della strega campestre degli esordi, quando lo standard appalachiano delle sue composizioni per ukulele era traviato dalla vitalità selvatica di un’affilata ma irrequieta vena psichedelica. Soltanto una sfaccettatura tra le altre per quella voce incredibile, un soprano salmodiante forgiato in ambito lirico e sorpreso nell’imbarazzo tra inclinazioni lugubri e ridenti arabeschi, smussatura palese dei tanti anni spesi a perfezionarsi tra funerali e sposalizi.
Appena pubblicata la seconda raccolta iberica, Josephine ha abbandonato il suo rifugio andaluso per tornare in patria e registrare il nuovo ‘Blood Rushing’, disco che rilascia uno sfacciato aroma di States sin dall’inequivocabile allegoria della copertina, personale rivisitazione pittorica della propria bandiera nazionale. Il sottile filo rosso che lega campi e firmamento è lo scorrere impetuoso di un sangue – o di un vino, stando all’incalzante ritornello di ‘O Stars’ – che è l’essenza stessa della natura orgogliosa ed indomabile. Il Rio Colorado dei remoti esploratori spagnoli si tuffa dal Grande Carro a battezzare una nazione e ad ancorarla a quanto ha di più sacro. Non soltanto il sole, oggetto di una benedizione sincera in una luminosa mattina d’inverno. Non solo il vento, che sferza indifferente le mille torri di Chicago. Non solo gli affacci vertiginosi sulle Rocky Mountains, o le colture vezzeggiate nella febbre di un canto propiziatorio. Tutto il quadro insieme, l’intero patrimonio. Anche la pancia gassosa della terra, anche la limpidezza feconda dell’acqua, lo scintillio benevolo delle stelle.
Blushing è il doppio in scena e la guida, colei che arrossisce, che presta occhi e cuore sul sentiero. E’ suo il diario che sfogliamo, miniature tonali e annotazioni di un misticismo astrale. Un compendio bucolico che ricorda la spensierata Arcadia di Vashti Bunyan, ma con ambientazioni e corredo simbolico profondamente americani. Un sigillo evidente nella piega populista di certe ballate, alt-country che non disdegna rigogli gospel e riscatta la maggiore prevedibilità della scrittura con tutta la classe ed il polso della cantante, oltre magari ai pregevoli orpelli flessuosi della sua chitarra. Al solito il picking nudo si apre ad un florilegio di digressioni. Stilizza fino all’osso ma non rinuncia ad aggraziare l’ordito con suggestioni arcane quanto inattese, rendendo movimentato e a tratti perfino eccentrico un album, per altri versi, dalla perentoria impronta classicista. Semplice e semplicemente arrangiata ma del tutto accattivante, la cavalcata di ‘Sacred Is the Star’ è il manifesto emblematico di questo inedito approccio easy listening: folk melodioso e zampettante, refrain killer in una dotazione di pelli e mandolini, carta di libera cittadinanza per le orecchie di ogni ascoltatore. Anche rallentando i giri e curando più a fondo la foggia dei ricami, la scrittura si conferma penetrante e disinvolta.
Naturale e suadente Josephine, eppure impervia. Sfuggente quando al momento del congedo sceglie di far bisticciare country-blues e psych-folk e va a bersaglio per franchezza innata.
Blood Rushing’ è la sua improvvisa colica pop.
Svolazzante. Ambigua.
Nervosa, eterea, lussureggiante.
Fragile come le Electrelane auliche e commoventi dell’addio. Pure pietrosa. Eruttiva ed arrembante nel suo vestitino avant-folk, a briglie sciolte in poche sfuriate elettriche come riusciva ai Gorky’s Zygotic Mynci in piena sbornia da crapule rock. Oppure esile e silvana in quella mise da maliarda à la Joanna Newsom, che dai tempi della New Weird America le è sempre calzata a meraviglia.
La Foster di oggi è un quarzo opalescente. Una maestra di incantesimi, di fascinazioni raminghe. La sirena che intesse delicate ninnananne per un mondo spogliato di ogni armonia. E proprio come Emily nella sua stanza, continuerà ad irretirci nella perfezione silenziosa della nostra solitudine.

Stefano Ferreri

7. Silent Servant – Negative Fascination

Data di Uscita: 10/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Temptation, Desire


C’è un momento adatto ad ogni cosa. Un’apparizione invisibile riflessa su ciascuna superficie. Una canzone per ogni peccato.

Anonimo

La città è iniziata a cambiare quando hanno deciso di spegnere le luci.
Senza quell’impersonale e sottile mantello dato dalle lampade al sodio a bassa pressione, le strade furono illuminate solo dalle nostre scelte. Fu come se, paradossalmente, l’assenza di luce mettesse in risalto i contrasti e le zone d’ombra della nostra personalità.
Cominciasti a vedere altre cose, altri colori, altre storie.
Il rosso neon, simbolo dell’ignoto e del coraggio delle proprie convinzioni, demarcava i luoghi accettati dai più.
Il verde anestetico che trapelava da finestre sporche, a segnalare corridoi corrotti e viziati. Chi li infestava non era visibile dall’esterno, ma cionondimeno esisteva, perchè basta solo che una parola sia pronunciata per renderla reale.
I lampioni e le altre luci artificiali tracciavano un percorso urbano attraverso i quartieri metropolitani e, finchè non ti domandavi cosa fosse il buio o cosa fosse successo alla vita nelle zone ora sommerse dall’ombra, ti sentivi protetto. Ma i ricordi sono un’arma feroce, destabilizzano il tuo quieto vivere, e ci volle poco tempo per ritrovare l’immagine mentale di quella costruzione color rame dalle pareti frastagliate, chiusa da un pesante portone dal quale, ne sei convinto, era più difficile uscire che entrare.
Ti blocchi all’incrocio e le tue pupille si dilatano dal terrore, perchè quella struttura aliena era maligna, annullava chiunque si interessasse ad essa, e ti fa cadere vittima della confusione perchè i suoi corridoi riflettevano il verde pallido mentre le pareti si coloravano di rosso, offuscando tutto quello che prima per te era netto e definito. La consapevolezza aggrava il tuo panico immateriale quando realizzi che le strade lì sotto erano illuminate, che la traiettoria scelta passava proprio lì, ai piedi di qualcosa che non dovrebbe essere permesso.
Chiudi gli occhi sperando che, quando li riaprirai, sarà giorno.
Dietro, davanti, alla tua destra, la luce dei lampioni. Alla tua sinistra, il buio.
Tentazione e desiderio, d’innanzi alle zone d’ombra. Pensi di essere spinto dalla tua curiosità innocente, ma i tuoi passi sono guidati dall’insicurezza di un’esistenza evanescente, dall’insoddisfazione verso una vita alla quale non hai mai smesso di chiedere.
Tiri fuori il coltello a serramanico, punti la lama contro di te ed avanzi, dopo aver concepito il pensiero che l’oscurità è un attrattore strano, e lì dentro i discorsi su prospettiva e dimensione non collimano.

Filippo Righetto

8. Flying Lotus – Until the Quiet Comes

Data di Uscita: 02/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

UNTIL THE QUIET COMES

Cado nel tunnel delle essenze sonore e respiro luce, m’immergo nel blu violaceo delle pareti del cosmo e uccelli meccanici cinguettano melodie elettroniche… è tutto così magnifico ed intenso.
Tra gli alberi stellari il canto di una sirena: una donna magnifica con piume d’argento si cela tra i rami della foresta di silicio, intanto dall’altra parte del buco nero, nel teatro della galassia si apre uno spettacolo di burlesque, e le immagini viaggiano ancora in bianco e nero.

Cromatismi. Aberrazioni. Glitch.

Strati su strati, coperte di suono, polvere grossa e brillante, bottiglie d’assenzio…
Brillanti multisfaccettati scintillano al buio, una mano li accarezza lieve…

Il vento echeggia nel deserto: i barbari arrivano con le loro tute gialle e portano doni da un trip hop impregnato di chillwave e dmt: occhi di pitoni, peli di zanzare, pelli esotiche con squame di suoni prismatici, immagini altissime e forme lunghissime.

Il tempo. Il selvaggio. Il nero.

Il respiro profondo di una ragazza e poi… c’è una tribù che danza nella bruma, e lo sciamano spreme diamanti con le mani: stringendo sempre più forte li riduce in polvere.
Le sue mani sono enormi e sanguinano rumore rosa…

Il Tempo assiste con estrema devozione al rito ma è nervoso: spalle tese, nervi tesi, occhi lesi: è in trance. Voci ammalianti e spigolosi spazi sonori si creano intorno a Lui che pensa al ritmo: parole leggere e parole affaticate, suoni disconnessi e melodia.

Che fastidio irriverente…

L’uomo nero ha tre clessidre: una bianca, una rossa, una nera: quella bianca dà il tempo ai sogni, quella nera toglie o aggiunge ore al sonno, quella rossa accelera o rallenta i battiti del cuore…
L’alchimia delle onde, l’energia dei bassi, tutto nel minestrone dello sciamano urbano: una soluzione salina, dove si sciolgono cristalli di vetro cosmico.

Il viaggio. La mente. La giungla.

E poi… la luce in fondo al tunnel e mi ritrovo sopra una roccia nell’oceano a levitare tra pietra e aria, spazio e forma: sento la magia, ammiro il vuoto, aspetto la quiete…

Voglio la pace nel mondo.

I never want to come back…

Marco Caprani

9. Wild Nothing – Nocturne

Data di Uscita: 27/08/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Alzarsi prestissimo la mattina e vedere le prime nebbioline della giornata stagliarsi sulla pianura. Meglio stare nel letto fino a tardi per recuperare dai precedenti bagordi. Ma quali bagordi, qui non c’è granché da fare e si invecchia rapidamente. Prendere la chitarra in mano ed evadere nelle proprie camerette con i poster scuri attaccati alle pareti, sognare dolcemente tra i suoni spesso non troppo chiari. Poi magari al college si può mettere su una piccola band e sperare di raggranellare qualche dollaro in giro per i piccoli pub, tra una birra e un buon amaro. Le persone che mostrano interesse dopo ogni live e la crescente popolarità nel college, le sensazioni restano quelle: l’evasione che confluisce nella riflessione a volte pacata e a volte meno. Un ritorno a tempi passati, in decenni richiamati con estrema raffinatezza, quasi come se si fosse nati in un periodo sbagliato. La formula magica del synth sognante, li chiamano spesso revival in senso spregiativo. A rievocare certi fantasmi si rischia di finire uccisi dagli stessi, ci vuole un talento pazzesco per restare in vita.
Nelle proprie camere si può crescere benissimo così spensierati a giocare con la malinconia, la semplicità dei sentimenti e la fragilità degli stessi. Esportare l’intimità fuori dai confini della propria mente può diluire e far perdere la propria carica emotiva? Sembra normale un decadimento totale dell’intimità se fatta esplodere fuori. Certi casi mostrano il contrario, ai limiti del ragionamento razionale e a volte oltre.
E allora si può passare dal college a studi di registrazione ancora dozzinali ma dotati di funzioni base per registrare le proprie sensazioni antiche senza dispersioni varie; con i genitori magari a spingere per ripagare ancora più in fretta i debiti accumulati per lo studio del figlio. Senza l’idolatria del porsi al centro della scena si possono colpire le persone e il pubblico ed esplodere con la propria intimità facendola arrivare all’esterno. Fantasmi di nebbia che ballano al suono di tastiere riesumate chissà dove.
E se il successo diventa più grande bisognerà uscire dalla cameretta e girare il mondo, alla fine era quello il vero sogno, in giro con gli spettri a suonare ad occhi chiusi dappertutto. Sospesi tra fumi vari, esposizione al successo e mistura di trita e ritrita critica dappertutto. Il boom stropicciato che tanto piace alle folle chiamate independent.
E dopo la sbornia si resta semplici ragazzi, dopo la Rivelazione si cerca di non perdere l’intimità violata e ci si rimette in moto come sempre partendo dai propri spazi personali della Virginia.
Il riverbero diventa più pulito, le colorazioni sono sempre quelle, rimangono. L’impatto del tempo passato reso più delineato, costantemente vitale come una cartolina ricevuta e messa a riposare sul proprio cuore in una notte fredda. Potenzialmente contrastante con il tanto piacevole ostentare che fa godere e rizzare i peli ai critici, l’elaborazione non ostentata nasce da qui. La capacità di rimanere aderenti pur cambiando qualcosa. La forza del nascere insieme a certi spiriti del passato. E quella grandissima cura delle imperfezioni, che tanto piace in generale alla Cultura postmoderna rimasta ancorata alla malcelata diversità, si tramuta in cura del proprio spazio e basta. Si tornerà a viaggiare portando la nuova intimità in bella vista, con un carico di sensazioni da spargere al suolo. Disegnando le proprie vie i sogni e il buio prendono vita grazie al languore e al calore della voce, la compattezza si infittisce portandoci in un mondo più lucido e sognante allo stesso tempo. Minimale, ricoperto con ovatta senza piegature strambe ed aggiunta di archi: la nuova danza è compiuta. Paradise, Shadow & Nocturne.

Alessandro Ferri

10. Egyptian Hip Hop – Good Don’t Sleep

D.d.U. 12/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Ho in mente un’idea, prova a seguirmi.
Questo mal di testa, questa fitta acuta alla tempia destra, che mi perseguita da giorni, se altro non fosse che una richiesta?
Da un pianeta superiore e lontano, perso agli occhi della realtà e visibile dal mondo della mente.
Il regno di Iltoise, governato dal Re con un solo occhio Yoro Diallo, che governa dispotico dalla sua fortezza costruita nella miniera di carbone e poi ribattezzata Suono d’Avorio. Lì, dove catene silenziose pendono dalle nuvole nere, mi concentrerei sui contorni tinti di arancione e giallo: qualcosa dovrà pur splendere da qualche parte.
Da un’isola carnivora dimenticata dalle carte nautiche, che forse non esiste ma che è comunque importante, come gli spazi vuoti tra le parole.
Forse è un’illusione psichedelica.
Forse sento solo il bisogno di cantare una canzone, libera, così ti chiederanno “stai tremando dentro di te?”.

Filippo Righetto

Egyptian Hip Hop – Good Don’t Sleep (Top Ten 2012)

D.d.U. 12/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Ho in mente un’idea, prova a seguirmi.
Questo mal di testa, questa fitta acuta alla tempia destra, che mi perseguita da giorni, se altro non fosse che una richiesta?
Da un pianeta superiore e lontano, perso agli occhi della realtà e visibile dal mondo della mente.
Il regno di Iltoise, governato dal Re con un solo occhio Yoro Diallo, che governa dispotico dalla sua fortezza costruita nella miniera di carbone e poi ribattezzata Suono d’Avorio. Lì, dove catene silenziose pendono dalle nuvole nere, mi concentrerei sui contorni tinti di arancione e giallo: qualcosa dovrà pur splendere da qualche parte.
Da un’isola carnivora dimenticata dalle carte nautiche, che forse non esiste ma che è comunque importante, come gli spazi vuoti tra le parole.
Forse è un’illusione psichedelica.
Forse sento solo il bisogno di cantare una canzone, libera, così ti chiederanno “stai tremando dentro di te?”.

Filippo Righetto

Top Ten 2012 – Filippo Redaelli

1. Sharon Van Etten – Tramp

Data di Uscita: 07/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Quando eri bambina passavi le ore di notte a guardare attraverso la finestra i treni correre veloce.
Il ponte della ferrovia s’eleva maestoso sovrastando il grande fiume del nord. La meraviglia nei tuoi occhi riflessa tra le gocce di pioggia e la luce lunare sul vetro e ora, vent’anni dopo, il tuo viso si confonde sui finestrini mentre vede scorrere città nervose avvolte in luci artificiali e le visioni dei saggi che impotenti affogano nell’acqua.

Hai deciso di andartene da casa in un giorno di primavera sotto un sole accecante.
Neanche un arrivederci alla stazione, non l’avresti sopportato. Ti ha visto allontanarti di spalle con un biglietto già stropicciato nella mano. Il quartiere sfilava estraneo alla tua corsa. Non si vedeva niente ed entrambi portavate occhiali scuri. Come i tuoi occhi grandi, come notti tempestose.
Anni dopo in una camera d’albergo sei seduta sul letto e le corde della tua chitarra appoggiata in un angolo tremano di passati molto prossimi e atti d’amore perduti. Gli specchi corrosi dalla polvere non ti mettono più tristezza come al tempo dei primi spostamenti. Un vaso ricamato con fiori selvatici ti riporta alla memoria la tua infanzia. Una volta i tuoi capelli erano neri e lunghissimi come l’inchiostro con cui ora scrivi frasi per una nuova strofa. Scosti una manica troppo larga del maglione di lana, prendi una matita e cerchi un foglio. Annoti una parola che ti ronza da ore nella testa. Ispirazioni trovate tra palpiti di vecchi blues, preghiere alla notte, sotterranei labirintici delle città d’America. Hai cercato di sedurre i fantasmi per poi annientarli nella voce, hai creato esplosioni per ritrovare infine candore. Vorresti che ogni canzone potesse incominciare a diventare aria, posarsi su visi qualsiasi, confondere i suoi nomi in continuazione. Ti alzi, a passi leggeri e a piedi nudi, bevi un sorso d’acqua del rubinetto. Altri versi nati già morenti, la tentazione di smettere di comporre: sai che non ce la farai mai, ti accarezzi le vene del polso sinistro e sorridi.
Brandelli di pagine di vecchi diari da cui all’improvviso cade una vecchia fotografia. Eri in un parco della Francia del nord in estate, con lo sguardo abbassato fumavi e lui ti teneva una mano. La polaroid scattata dopo che ti ha trovata sdraiata sul pavimento con a fianco una tela strappata a metà sulla quale una ballerina in tempera nera sembrava danzare leggera. Ti addormentasti così, con le braccia ricoperte di colore e un sorriso quasi impercettibile e sincero. Sei ritornata a casa non molto tempo fa e al posto della sua casa hai trovato un ristorante etnico. In un’altra fotografia portavi una collanina così sottile che ti aveva regalato tua sorella prima di andarsene in Africa per sempre. Tra le gocce riflessi i tuoi capelli, sulla pelle brucia il tatuaggio di una rosa.
Se il mondo continua a tremare come possiamo rimanere in equilibrio?
Accarezzi uno ad uno i tuoi tatuaggi sulle braccia cercando di evocare immagini lontane, quasi premi le unghie contro la carne e l’inchiostro.
Il jeans nero strappato sul ginocchio, scuro come il cielo, come i tuoi occhi grandi, come questo tuo sguardo enigmatico e profondo, perduto e candido, come una notte tempestosa dove l’unica luna è questa tua pelle così bianca come bianco è il tuo viso contro questa sera che sembra splendere come mai prima mentre una luce brilla nel profondo dei tuoi occhi.

La città non si è ancora sciolta come nelle nostre allucinazioni.
Una ninna nanna sconclusionata mentre le strade si svuotano.

Il cielo nero e stellato ti sfiora, dentro te un cuore vagabondo
lanciato a tutta velocità insieme al treno nella notte.

Filippo Redaelli

2. First Aid Kit – The Lion’s Roar

Data di Uscita: 23/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Seduta a gambe incrociate sopra ad una panchina guardi scorrere il mondo e regali al vento i tuoi pensieri confusi. Non riesci a trovare una strada da seguire, continui a cercare e sbagliare, litigare con le parole e inventare equilibri.
Sembra voler volare via il lembo della tua sciarpa rossa insieme alle foglie e ai tuoi capelli che ti coprono gli occhi e ripensi a quando chiusa nella tua stanza scoprivi i primi dolori e non avevi scatole di medicine sul comodino ma ti bastavano le poesie tormentate di un ragazzino inquieto del Nebraska per dilatare e cicatrizzare le ferite.
Una folata di vento più forte all’improvviso e in ogni modo cerchi di non lasciar scappare via i fogli che hai in grembo.
Ricordi della prima estate in cui hai girato il mondo, tra la scoperta di anime che non sono la tua, sorrisi tirati agli stranieri da parte di cameriere dallo sguardo infelice, tramonti rubati di sfuggita dall’autostrada e le tue gambe accovacciate tra spartiti nel sedile posteriore dell’auto.
Primo tra tutto nella tua vita venne il canto, quando i cieli scuri li vedevi dalla finestra, protetta dal caldo della tua soffitta: una chitarra da dividere con tua sorella e le due voci che si intersecano fresche e secondo natura mentre il vento sibila minaccioso ricordandoti che è a Stoccolma che sei nata e che al freddo bisogna abituarsi.
Pensi che non vorresti sprecare più tempo tra l’aria ora tiepida ora gelida dei ricordi e questa che ti percuote le guance. Sai che è difficile, come smetterla di fantasticare su buoni propositi o di proteggersi dietro ad altre canzoni.
Come cenere trasportata dal vento, vorresti lasciar volare via le tue paure. Dimenticati dei riflessi in cui non ti riconoscevi. Nel mezzo del caos, continua a cercare qualcosa che sia vero. Osservi negli occhi l’umanità che sfila dall’altro lato della strada e fissando parole su carta sorridi pensandoti regina per qualche istante di quel teatro dell’assurdo che è il mondo.
Raccogli la tua borsa, tutti i fogli, aggiusti la sciarpa e il cappello di lana e ti alzi dalla panchina con un’immagine sola nella mente. Un vinile di Gram Parsons sul giradischi mentre fuori una tempesta.

Filippo Redaelli

3. Angel Olsen – Half Way Home

Data di Uscita: 04/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

I am silence now but I’m always song. Can you hear me? I’ve wanted to scream out all of the things that entered my mind. When did the time become something that I feel? The endless searching. The fruitless waiting. The idea of a home that is inside yourself. I couldn’t say it’s about love lost or found or whatever. We can be anything if we know anything at all. If only we could understand each other. It’s known that the tiniest seed is both simple and wild. I am alive, I thought that I died.

È una camminata irregolare tra pietre e rovi prima che le caviglie si spezzino. Sono i nostri cuori di velluto che palpitano nel momento in cui si sfiorano. Sono le ragnatele nella mente in cui decidi di annegare ancora una volta senza speranza. È la fortezza della solitudine e la ricerca delle mani altrui. È l’acqua ghiacciata tra le punte dei tuoi piedi nudi, è sole che brucia le tue lentiggini inesistenti. È lo scoppiettio di un fuoco lento , è l’inverno gelido e il vento che scatena il naufragio. È la cantilena per l’apolide taciturno, è il singhiozzo rannicchiato sotto le coperte di casa. È il maglione di lana lunghissimo che ti nasconde le mani, è scoprire il tuo viso al ritorno della primavera. È il trionfo del corpo sull’anima e il trionfo dello spirito sulla carne. È pelle di seta come la purezza del mattino, sono le ginocchia sporche del sangue che cola tra le cicatrici. È voler essere tenuti in vita da un amore, è fidarsi solo di se stessi. Sono i secondi in cui trattieni il respiro e in cui vorresti scomparire e cadere su un altro pianeta, sono gli abbracci leggeri e una mano che scosta dalla fronte i capelli. Sono i passi verso casa e il tonfo impercettibile dei ponti che hai bruciato e che ti lasci alle spalle. Sono i tuoi vestiti neri nella calma profonda di una tempesta, sono i tuoi vestiti neri accarezzati dal sole che pallido entra tra le tende nella stanza. Sono le parole che muoiono sulle labbra e ritornano nel vuoto, sono i sussurri che risalgono la corrente e che senza peso si depositano sull’aria. Sono le parti di me che sono sopravvissute in te e le parti di te che vai cercando dentro te ma che non troverai mai. È averti accanto e non sapere da che parte andare, è cercarti e non averti mentre siamo lontani anni luce. È l’acqua trasparente di un ruscello e la tua ricerca della verità mentre sai che non la troverai mai perché lì non ci potrà mai essere. È il tuo passo nelle ore notturne e la sua cadenza lieve, i tuoi occhi che s’abbassano sorpresi e i tuoi che s’abbassano in preda al terrore. È sentirsi liberi dopo un pianto e sorriderci dentro, e scrivere e comporre una canzone e sentirsi così se stessi nell’universo, qualsiasi esso sia, ed è il passo di un lento che accenni nella penombra, svincolarsi e venire schiacciati dal tempo, è bellezza che nasce e trafigge gli angoli più bui,un seme che cresce piano e fragile tra le notti e tutte le promesse di primavere nei tuoi occhi. È un nuovo punto d’arrivo che devi cercare di goderti ed è l’ennesimo punto di partenza da cui cercherai di risorgere. È la presa di coscienza di questa continua dolce dolorosa metamorfosi, una celebrazione di sé stessi, dell’inconsueto e dell’ignoto. È non sapere dove si stia andando cullandosi in estasi e panico durante il tragitto. È riconoscere di non poter dominare il caos nel momento in cui ti senti come l’acrobata, nell’attimo in cui da esploratore si fa sovrano dell’abisso.

Filippo Redaelli

4. Beach House – Bloom

Data di Uscita: 15/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Mi ricorderò per sempre di quel fiore così azzurro. Clara stava aspettando i marziani, la sera dell’ultimo dell’anno del 1987. Non voleva tornare al collegio, non voleva spiegare agli adulti perché si sentisse così spesso circondata da centinaia di voci e colori. Non erano solo nella sua mente, tutt’altro, vedeva forme danzare per le strade, animali venuti dal futuro accarezzarle i piedi, desideri caleidoscopici proiettati nell’aria. Poi all’improvviso svanivano, i suoi occhi facevano fatica a mettere a fuoco i particolari del mondo reale. La notte era il suo regno, nel sogno, e in una sera afosa dell’agosto seguente scrisse una lettera all’umanità che negli anni conservò con cura in un libro di fiabe giapponesi. “A colazione spiegai una parte del sogno a mia madre. Mi pregò di non mettermi mai in pericolo. Il vasetto di marmellata non mi cascò dalle mani”. Conobbi Clara qualche anno più tardi, sul finire di una primavera insolita. Passammo gran parte dell’estate insieme, passarono molti pomeriggi di luglio nei quali, dopo corse nei boschi, ci stendevamo sull’erba a declamare poesie. Lei guardava le montagne all’orizzonte e sognava di abitare altre galassie, io scoprivo i romantici tedeschi e le raccontavo del blaue blume, il fiore azzurro di Novalis, simbolo dell’infinito. Decidemmo di dedicare la nostra vita alla ricerca della bellezza. Abbandonammo la nostra città rotolando come pietre verso nuovi oceani, assetati di orizzonti da ampliare. Era in noi, di nuovo, il potere primordiale di dare un nome alle cose, come toccandole per la prima volta. Vedi quei fuochi che si tuffano nell’acqua all’orizzonte? Sono come noi, non hanno paura della nebbia, e continueranno a scintillare. È  per questo che tutti hanno cominciato a rincorrerci. Cercare di attraversare per davvero la realtà, che non è mai ferma. Ed è per questo che serviranno sempre tanti colori, tutti quelli che riusciremo a immaginare. Solo così si può resistere alla notte, spingersi verso le soglie ultime di comprensione della realtà. Dove tutto è rarefatto, dove le visioni si dissolvono insieme agli oggetti della realtà e della fantasia. Dove non c’è niente da capire, dove c’è luce e ombra. Clara cammina avanti e indietro sulla spiaggia, a piedi nudi, tenendo insieme un paio di sandali nella mano destra. Guardiamo il cielo, mentre passano gli anni. Ogni notte, prima di addormentarmi, ripenso a quando trovammo un fiore azzurro, come un lapislazzulo, nato dalle viscere di una roccia. Lo baciammo entrambi, piccolo miracolo, simbolo e profezia delle nostre vite. Poi tutto incominciò a brillare.

Filippo Redaelli

5. Dark Dark Dark – Who Needs Who

Data di Uscita: 02/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Il segno del tempo nella piega di una ruga, capelli bianchi arruffati sulla fronte, occhi grossi e liquidi a fissare il muro di gambe, di fruscii, di mani incrociate. Joe lasciò la parete scalcinata per muoversi verso un tavolo ai margini della sala, dove era seduto, sotto un neon intermittente, un giovane dall’aria triste. Sfilata una sedia da sotto al tavolo, Joe gli si mise di fronte, senza lasciarsi sfuggire con lo sguardo la figura sinuosa della bella Marie.
Tra le colonne circolari del grande stanzone, una calca di giovani ciondolava allegra e danzante al ritmo della musica, mentre un capannello di ragazzotti trafficava davanti al bancone vuotando all’unisono una fila di bicchieri. La bandicciuola, composta da cinque musicisti venuti da Minneapolis, se ne stava sul palchetto, al centro della sala, dimenandosi tra le capriole di fumo e strilla isteriche.
Il ragazzo fissava Marie, il suo profilo che gli ricordava con prepotenza Anna Karina. La fissava da un’ora o forse più. Lei svolazzava divertita e impudente tra le braccia di alcuni uomini. Joe trasse dal taschino della giacca un pacchetto di sigarette che allungò al ragazzo. Assorto nelle nebbie dell’alcool e preso dal desiderio di stringere Marie, egli ne riuscì a sfilare una, timidamente, e ad adagiarla tra le labbra segnate da una piega amara. La giacca una taglia più grande e la cravatta allentata sulla camicia sembravano declassarlo a una irreparabile solitudine. Dopo alcuni istanti in cui gli occhi vagarono tra la superficie lucida del tavolo, il ragazzo e la folla in sala, Joe si decise a parlare:
“ Ma che bella folla colorata, una festa … Il ballo ! … Braccia gambe fianchi e spalle si muovono in perfetta armonia … Non c’è bisogno della parola … Sguardi che sollevano al di sopra delle umane preoccupazioni … Ah la giovinezza ! “
Intanto un uomo, avvinghiatosi a Marie, approfittando del lento interludio musicale, le scopriva la nuca, risalendola docile, e fermandosi all’orecchio, per sussurrarle qualcosa. Lei sorrise, scuotendo leggermente la testa. Si strinsero più forte. Una mano scivolò lungo la schiena, lenta, sul vestito un po’ stretto, arrestandosi, dapprima incerta, ma poi decisa, dove s’indovinava la trama delle mutandine. La donna serrò il labbro inferiore con gli incisivi sporcandoli di rossetto.
Joe cercò ti attirare lo sguardo del ragazzo a sé, accostandosi al suo orecchio e impedendogli la vista: “Mi creda, l’unica cosa che conta è trovarsi l’un l’altra al suono di una musica che scalda il cuore. Due mani s’intrecciano, due gambe percepiscono dove vanno altre due gambe e le seguono ovunque quel movimento le porti. Le seguono perché credono che sarà come un volo … Ogni ballo e a ogni giro … Però chi può dirlo? Forse è davvero come volare …” e poggiando paternamente la sua mano sulla spalla di lui, mentre s’alzava per uscire, richiamato dal fondo della sala dall’agitarsi di un braccio di donna in pelliccia, concluse: “ Coraggio ragazzo, prima che sia troppo tardi !”
Il ragazzo, rimasto impassibile per tutto il tempo, tornò a guardare verso la sala, scoprendo amaramente l’assenza della donna. Nel brusco movimento di ravviarsi il ciuffo che gli cadeva sulla fronte, un blocco di cenere si staccò dalla sigaretta per frantumarsi sul luccicore intermittente del tavolo. Tu vuoi che ogni cosa rimanga la stessa, ma le cose cambiano cantò la cantante nell’improvviso smarrimento della sala.
Fuori, la campagna stillava muta tutta intorno, solo a tratti pareva sguarnirsi al soffio di un vento freddo. Il peso della notte si infilava negli angoli e nei polmoni, s’insediava nelle ossa. Un rombo sordo, probabilmente di un’auto che s’allontanava sul selciato, soffocava il gemere di Marie piegata contro i mattoni freddi del muro sul retro della sala. Presto una nebbia avrebbe inghiottito le distanze, sospeso ogni parvenza di vita, differito la realtà.

Gianfranco Costantiello

6. Dirty Projectors – Swing Lo Magellan

Data di Uscita: 10/07/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Eros e Thanatos

Eros – Tre canzoni

Padrone dei miei sensi vago senza senso, senza direzione: perché il mio vagabondaggio è un canto d’amore, esplosione invisibile. Di canto in canto ho fatto centinaia di chilometri, la mia inquietudine si è trascinata felice ed infelice, appassionata e spenta su ogni superficie, su ogni terreno l’irrequietezza ha contraddittoriamente sparso piccoli semi di quiete che formano il grande canto della vita. Ogni canzone è una canzone d’amore, ogni canzone è una canzone di pazzia. Noi siamo acque che scorrono con violento piacere e che poi ristagnano distruttivamente per tornare a corre folli.

canzone di una dolce fretta di godere
canzone di uno stralunato amore corporale e di interferenze mentali
canzone del bisogno d’amore che imita l’amore in ogni sua forma

Thanatos – Tre saggi postmoderni

C’è un’anima che esce da grigi apparecchi, da grigi oggetti, da grigie carte. È un mostro meraviglioso che è entrato in tutte le teste umane piegandole al suo dovere. Ha riempito di morte la vita, mettendo vita grigia nella vita. Ha fatto parlare persone in modo grigio, senza mai sfiorarsi, ha donato tre giorni a semestre di cosmopolitismo da quattro soldi, per fare amicizia con degli sconosciuti presto rientrati nel guscio di indifferenza della grande anima grigia. Capitalizzare la stupidità umana è da avidi geni, da scimmie che vivono tra liane d’oro e fanno bestiali, agghiaccianti urla di gioia.

Pensiamo poi che tutto questo sia troppo, troppo sforzo per poi finire freddi in un posto freddo, gradualmente dimenticati, ipocritamente ricordati. Avremmo potuto distruggere tutti i miti e le proibizioni per morire un po’ di meno, invece amiamo morire di più. Avremmo potuto insegnare l’arte di non essere mai annoiati, mai stupidi, ma non abbiamo fatto nemmeno questo. Spero almeno che potremo individualmente divertirci.

Ogni cane vuole dominare su un altro cane. Ogni cane ringhia e si inarca aggressivamente se vede il proprio mondo in pericolo. I cani si uniscono per dominare su altri cani uniti.
Mentre il sole splende alto in un cielo terso, un bellissimo cane, figlio di Dio, dona tenerezza al suo padrone.

Marco Di Memmo

7. Bat for Lashes – The Haunted Man

Data di Uscita: 15/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

L’umidità e il fogliame erano un tutt’uno e m’abbracciavano, se non fosse per la sua reale assenza non avrei avuto problemi ad immaginare il ticchettio piacevole di una pioggia primaverile, e invece no. Era umidità, umidità dettata dall’oppressione di tanta vegetazione non battuta, in uno spazio che potevo immaginare risibilmente circoscritto così come terribilmente sconfinato. Quegli alberi così fitti non permettevano alla vista di scrutare l’orizzonte se non che verso il terreno, ancora evidente della mia condizione di naufrago in terra ferma e il cielo, terribile irraggiungibile cielo, monito e speranza dei persi. La rabbia della costrizione, preannunciatrice di una claustrofobia prossima la sfogavo a colpi di machete sui tronchi che sorpassavo alla cieca, un po’ per sfogo un po’ per il suono piacevole che la lama produceva impattando e ferendo quelle cortecce morbide e ricche di resina. Mi ripetevo che più che per il sollazzo di quel ritmo accattivante producevo l’azione in favore dei segni che lasciavo del mio passaggio, per chi avesse avuto l’ardire di cercarmi o per il me prossimo che li avrebbe trovati intuendo quella come strada già battuta.
Il tramonto era prossimo ed io di un tocco più disperato quando vidi il primo affiorare di una strada, un sentiero in pietre, mi ci immisi casualmente ed era stranamente, assurdamente, stretto per essere l’unico in quella grande ed irta foresta. Non sapendo da dove partisse e dove fosse diretto, naturalmente, seguii quella strada istintivamente scegliendo la destra piuttosto che la sinistra senza altro confidente se non un istinto ferino. Era ormai sera e terrorizzato trovai vantaggio nel diradarsi della vegetazione e in un cielo luminoso, altrimenti, ne sono certo, sarei impazzito dalla paura nel proseguire una strada così oppressiva. Raggiunsi una struttura in pietra che per navate e geometrie suggeriva matrice gotica, eppure, eppure per motivi di cattivo gusto o nosense riproduceva sulle vetrate e nei glifi in ottone in vista lo stile tipico dell’art nouveau. Che razza di scherzo era questo, chi mette una cattedrale, non in un deserto ma in una foresta sudequatoriale, chi la progetta in stile gotico per poi adornarla alla nouveau? Tu, disse una voce piombata alle mie spalle, mi girai e vidi una donna, una mulatta, lasciarsi cadere con grazia dalle fronde altissime di un baobab, nuda se non per stracci arresi alla bene e meglio sulle spalle e sui fianchi e con un copricapo Cheerokee vistoso e guarnito col piumaggio degli uccelli più estrosi. Prese equilibrio a pochi metri dall’impatto atterrando sulle punte, come un’atleta ben allenata fece morbida la caduta accovacciando elasticamente il corpo, si rialzò con calma e raccolti frecce ed arco corto inglese dalla faretra grezza sulla schiena mi puntò, sorrise e scoccò il colpo. Colpo che mi sveglia ora, mi concede la coscienza ogettuale tipica di chi abbandona lo stato comatoso in cui morfeo dopo un po’ di birre ti lascia e mi offre le capacità mnemoniche per ricordare fluidamente a chi appartiene il viso della mulatta, ciao Nasty, hai cacciato bene ieri sera. Buon giorno Pier, raccontami ora che non sbiascichi meglio quella storia del Pornografo di Vienna.

Alfonso Errico

8. Cat Power – Sun

Data di Uscita: 04/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Manhattan
tre movimenti.

Don’t look at the moon tonight
You’ll never be never be never be Manhattan

Non avevi detto di esserti ubriacata di sole? Vedo delle ragnatele Charlotte. Non ricominciare. Pulisci meglio lo specchio con l’asciugamano che hai qui davanti. Cosa sono questi occhi? Guardati. Guardati meglio. Passati le dita sulle guance, sulle ciglia, tra i capelli, morsicane qualcuna. Dove sono finiti i tuoi capelli? Posso attendere sera per qualsiasi risposta. Perché non ci sono tracce di sole? Perché? Metti via quelle scatolette, cacciale in fondo al primo armadietto a portata di mano. Non scuotere la testa, ti prego. Anche se ieri notte ti sei dimenticata di ricordarti del sole, possiamo fare finta che tutto stia andando per il verso giusto. Non ti ricordi come sono passate tutte queste ore? Guarda che hai dormito per tutto il tempo e ora ti sei solo svegliata male, molto male. Hai appena rovesciato sul pavimento tutti i batuffoli di cotone, ti chini a raccoglierli, uno per uno. Non ti sei neanche tolta gli stivali da combattimento.
Non veniamo tutti dal profondo sud di un paese del nord ma possiamo sentirci accomunati dalla percezione dell’instabilità e dall’essere professionisti dell’antica arte del cadere, e da altezze molto elevate. Non siamo capaci di restare fermi per ore con un bicchiere di vetro in mano senza lasciarlo precipitare a terra. Ti ritrovi una sera d’inverno, l’acciaio e la luce dei lampioni, freddo glaciale metallico, elettricità, uno schianto. Dove sono finiti i giorni in cui mi sussurravi all’orecchio che volevi essere la migliore là fuori? Volevo esserlo anch’io, ma, non appena si sfiora la vetta, si ricade dall’altra parte, nel blu.
Cambiare volto, pelle, vestiti, colore degli occhi, direzione, aspirazioni, città, sogni. E l’America crolla insieme a noi. Il punto più alto di Manhattan non è fatto per ospitare nessuno. Sei ad un talk show televisivo sulla rete nazionale, dietro le quinte. Esci sul palco, la voce strozzata, il pubblico ha sempre le più grandi aspettative per te, per noi. E se non si aspettasse mai nulla? Che cos’è il pubblico? Di chi hanno bisogno le canzoni? La tradizione di chi cambia continuamente volto per trovarsi, non riconoscersi, perdersi, cercarsi. La somma di tutti gli aspetti più grande del risultato finale. Essere fatti così, se vuoi accettarci. Continueremo a cadere quando meno te l’aspetterai. O forse impareremo un giorno. Possiamo invitarti a guardare le metamorfosi, e più di un’alba, se tu lo vorrai. Ogni volta sarà come rinascere.

Filippo Redaelli

9. Lotus Plaza – Spooky Action at a Distance

Data di Uscita: 02/04/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Il senso comune è solito associare automaticamente alla solitudine un alone di tristezza, una connotazione negativa e ineluttabile, come se fosse sempre da imputare a una volontà esterna e la si subisca senza possibilità di scelta. In pomeriggi assorti come questo, nella quiete del mio soggiorno luminoso affacciato su un prato di un verde sorprendentemente intenso e ricco di piante dai fiori variopinti, respiro invece la serenità di poter stare in compagnia dei miei pensieri e basta; lo sento come un privilegio, l’alienazione temporanea dalla fretta che mi accompagna tra viaggi, lavoro e preoccupazioni solite. C’è da dare alle riflessioni la possibilità di dipanarsi e di esprimere le loro potenzialità, la loro forza; senza il tempo, senza la calma, la cura e la pazienza non resterebbero che in embrione, una vita in potenza e niente più.
Esattamente un anno fa ero ugualmente qui, come oggi; aperto davanti a me, sul tavolino di legno chiaro, c’era un album di fotografie che vado riempiendo da molto tempo con la speranza di fissare in immagini episodi felici della mia vita, ogni istantanea trascina con sé memorie impresse del mio passato, mi aiuta a richiamare dettagli, mette a fuoco circostanze già di sé indelebili. Adoro questa sensazione di gioioso appagamento che solo i ricordi e le fotografie riescono a infondermi. Assorto allora nei miei felici pensieri sentii a malapena la porta aprirsi e richiudersi alle mie spalle, sei apparsa al mio fianco con passi muti e ti sei fermata, posando gli occhi sul tavolo e su quei colori stampati; tante volte queste dinamiche si sono ripetute e si ripetono tuttora, e la mia capacità di riportare alla mente ogni situazione del passato con precisione e abbondanza di particolari ti ha sempre stupita e lasciata incredula. Mi hai scrutato con un’espressione enigmatica, quasi di sfida, per poi estrarre dall’ultimo cassetto della scrivania accanto alla poltrona un pacchetto rilegato di vecchie polaroid (Chi le avrà mai riposte lì? Forse tu, quando ero tanto intento a fare altro da non potermene accorgere). “Facciamo un gioco.” – hai esordito – “Ora ti mostrerò una ad una queste istantanee, avrai vinto solo se indovinerai tutte, ma proprio tutte, le situazioni a cui esse si riferiscono.” “Va bene, ci sto.” – replicai – “Anzi, vorrei sbilanciarmi ma azzardo la proposta di comporre un disco ispirato alle immagini qualora riuscissi nell’impresa. Un disco da solo, stavolta.” Non sono certo di essere stato nel pieno della mia consapevolezza in quell’istante, uno slancio razionalmente più grande di me, ma da cui sarebbe stato impossibile sottrarsi in seguito, e rimangiarsi le promessa fatta.
Le tue mani stringevano dieci fotografie capovolte, sul dorso di ciascuna riuscii a scorgere delle parole scritte a penna, forse una sorta di codice per rammentare in futuro dei concetti-chiave; cercai di non curarmene per non cedere alla tentazione di barare nella scommessa. Tu però hai deciso di leggermele.
Untitled. Eravamo io e Bradford, discutevamo circa la forza del riverbero nella musica, su come le vibrazioni facessero tremare le sue ginocchia dall’emozione e caricassero di materia le mie chitarre già solide. Ci eravamo persi a bere birra e ascoltare l’ultimo disco di Tim Hecker quella sera.
Strangers. Un nuovo gruppo che suonava in un locale piccolissimo di Los Angeles. Eravamo tra amici, c’erano anche gli altri con noi e delle ragazze in jeans e camicie a quadri ci riconobbero e vennero al nostro tavolo con sorrisi immensi a dirci quanto amavano i Deerhunter. Fu una serata di quelle che si definiscono perfette, bicchieri e lattine vuote ai nostri piedi.
Out of touch. C’eri tu con un cembalo in mano seduta sull’erba, alle tue spalle una siepe di fiori gialli come quella che vedo oggi in fondo al giardino, e una luce chiarissima. Lo suonavi producendo una ritmica trascinante ricordo, io cantavo parole nonsense; ti proposi anche di entrare nel gruppo, eri troppo brava.
Dusty Rhodes. Una bicicletta in un angolo, me seduto a terra a cercare di gonfiare le gomme, raggi di sole obliqui sul mio viso. Era un pomeriggio felice e spensierato, da trascorrere con l’aria in faccia e le gambe in movimento.
White Galactic One. Mattina assolata e grossi occhiali scuri sui nostri nasi spellati, il nostro camper in partenza per un mini tour. Avevamo le chitarre in spalla e tutto l’entusiasmo di chi intraprende fremente una nuova avventura.
Monoliths. Bambini in pattini nel lungomare, solo teste, schiene e gambe di giovani allegri; ero da solo quel giorno, mi immaginavo il momento in cui anch’io avrei avuto un figlio e gli avrei medicato le ginocchia sbucciate dalle cadute. Mi sono sempre visto bene nel ruolo di padre.
Jet out of the Tundra. Immagine di una strada aperta nel deserto e nient’altro, distese sterminate e aride. Eravamo io e te di ritorno da un viaggio in auto, c’eravamo fermati a contemplare la sabbia e i colori del tramonto torrido, avevo solo la forza di strimpellare qualche accordo, e tu di abbozzare un sorriso.
Eveningness. Con le cuffie nelle orecchie, ero seduto nella veranda a terra, vicino a me il mio cane, che accarezzavo distrattamente sul far della sera. Ricordo che ascoltavo un demo di Bradford, era splendido, volevo che non finisse più.
Remember Our Days. Una gita in spiaggia, foto di gruppo con frigo in primo piano e fette di anguria nelle mani, sabbia appiccicata addosso un po’ ovunque. Era il mio compleanno, siamo arrivati alla sera tra tuffi in acqua e canzoni improvvisate.
Black Buzz. C’ero io di spalle che camminavo in una strada affollata, sicuramente me l’avevi scattata tu immortalando il mio fare assorto. Una delle rare volte in cui riuscivo a concentrarmi nei miei pensieri intimi anche in mezzo a tanta gente. Sguardo verso il basso e caligine all’orizzonte.

È chiaro che riuscii nell’intento di vincere la scommessa quella sera; ne venne fuori un pugno di canzoni calde e luminose, personali, interpretate da chitarre intrecciate tra pop, shoegaze e rock and roll. Con un bel sorriso in bocca, un’aura vagamente sixties e un’immagine intima della mia America.

Federica Giaccani

10. Anaïs Mitchell – Young Man in America

Data di Uscita: 13/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Every day a dying day.

Sono passati già vent’anni da quella serena giornata di primo autunno. Le foglie prendevano ad impallidire appena, e la terra imbruniva come da rituale nel momento in cui sono stato mandato via da casa.“Occhi neri e deliranti”, mi chiamavi ribelle. Un figlio indesiderato, dicevi. Di fronte a te, io; che non ho mai saputo cosa significasse sentirsi voluto, che non sono mai stato accolto nel tuo gregge.
“Pastore, come ci si sente?”

Per i primi tempi ho vagato per le strade dell’Arizona, infinite distese a due corsie. Il deserto a farmi da sfondo, così rassicurante nella sua monotonia. E come il coyote si rivolge avido alla luna, io ero in cerca di un luogo dove far sentire il mio ululato.
Ho camminato a lungo finché non ho incontrato Annemarie: capelli d’oro morbido e corpetto osceno che mostrava curve risolute come fossero scolpite nel marmo. Il suo camminare fiero come si concede solo una “Star”, malgrado le considerazioni lascive dei suoi corteggiatori.
Di donne ne ho avute molte, anche quando ero con lei, ma non ho mai guardato nessuna di loro in quel modo. L’ho trovata in un paese insignificante e non riuscivo a spiegarmi come una come lei fosse rimasta così a lungo in quel posto così poco generoso. Lei che aveva classe, oh, se ne aveva… La sua presenza ha riempito a lungo il vuoto che mi portavo nello stomaco.
Eravamo a caccia di sogni, onnipotenti come ci si sente solo a quell’età. “Come ci si sente?”
Eravamo certi di poter possedere il cielo con tutte le stelle. Come rapaci eccitati alla vista di un ratto carnoso, volavamo a caccia dell’opportunità di cui voi eravate debitori.

I never felt so high / I think I’m coming down
I never laughed so loud / I think I’m coming down
Nothing gonna stop me now

Ho provato a non farle mancare nulla, ogni cosa in mio possesso era per solo per lei. Ma i conti sospesi cominciavano a pesare troppo sulla mia schiena. “La mia miseria era solo per lei”. Ho chiesto pietà questa volta, ma, ad attendermi, c’era il suo sguardo severo ed io, io ero solo ancora una volta.

Please / Please don’t leave
Easy feeling / Don’t leave me like that
Don’t set me Free.

Sono entrato in un bar in cerca di compagnia, qualcuno con cui prendere qualcosa da bere, e non mi stupii a vedermi allontanato come un accattone. Era evidente che il Sogno avesse un prezzo, ora.
Ho provato a mantenere la quota, ci ho provato a restare avanti, ma come dopo un trauma, quanto più mi sforzassi di ricordare, tanto più dimenticavo come ero finito così.
Sono stato barbiere, poeta, sarto e molte altre cose. Ho scoperto che il riflesso di me stesso non era in grado di rispondere alle domande che mi portavo dietro da una vita, ormai. Mi sono rivolto dunque al tuo Dio. Anche in questo caso non ho avuto risposta. Se non un mentore, chi può aiutarmi a capire chi sono?

Non sono certo tu potrai leggere questa lettera. Non ho tue notizie da quand’è morta mia madre. Non sono riuscito ad esserci per il funerale, però ogni tanto passo a salutarla, sai. Dovresti portarle fiori più spesso. Scrivo per ringraziarti, certo, perché concedendomi la strada così presto, strappandomi via dalla vostra aiuola come si fa con l’erba invadente, ho potuto annusare prospettive seducenti, ascoltare echi di lusinghe di un Sogno evanescente, trovandomi a chiedere, ora, se fosse mai cominciato.
Siamo noi le navi che hanno perduto la rotta in un paese non più disposto a far riverberare i suoi fari.

Giulia Delli Santi

Top Ten 2012 – Andrea Russo

1. Mount Eerie – Ocean Roar / Clear Moon

Ocean Roar

Data di Uscita: 04/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Un mondo da quella parte

L’auto gorgoglia su questa strada sterrata, ho paura che le gomme non tengano. L’oceano è ancora lì, immenso e assopito come un randagio. Scendo dall’auto, i fari proiettano due coni di luce che illuminano oltre la staccionata. Le luci di Victoria non si scorgono con la nebbia, e così il Canada sembra lontanissimo. Riconosco solo le isole di San Juan che sembrano mormorare da lontano: “Chi va là?”.
In questo stesso posto una volta ci portai mio nipote (i suoi erano in trasferta di lavoro). Era una di quelle rare sere dell’anno in cui il cielo è limpido e pieno di così tante stelle da sembrare una torta zuccherata. Mi colpì la sua grande immaginazione quando mi disse: «Guarda zio, arrivano le sirene!» «Ma dove?» feci io divertito. «Eccole lì – indicando le onde illuminate dalle stelle –, ci vengono incontro», potevo vedere nei piccoli occhi di mio nipote lo stupore di un grande evento. La cosa straordinaria fu che, guardandole attentamente, quelle onde increspate e dalla forma conica sembravano davvero il dorso di splendide sirene argentate.
Mio caro T., qui la foschia scende ancora più fitta e il freddo comincia a irrigidirmi le braccia. Ecco la pioggia, cade piano e si posa sui miei capelli, sull’erba bruna. Ecco il mare che si risveglia.

Ocean roar dreams return

Come in un sogno di vent’anni fa mi precipito di corsa in auto e riparto via dimenticando il berretto ormai zuppo d’acqua. Il maestoso velo grigio chiaro del cielo scroscia acqua e a malapena scorgo i fari delle auto che mi sfrecciano di fronte. Le sagome scure degli alberi che fanno capolino sull’orizzonte sembrano abitazioni di un paese sconosciuto e terribile. Finalmente arrivo in città ma la macchina decide di abbandonarmi proprio tra due case. Una ha le finestre completamente sbarrate. Dall’altra, invece, una donna di mezza età mi guarda sollevando le tendine del finestrino con le dita. Ho un sussulto ma lei sorride e mi fa un cenno di invito. Mi precipito sotto la pensilina e suono il campanello. Mi accoglie alla porta una ragazza di circa venti anni.
«Salve – esordisco –, una signora mi ha fatto cenno di entrare».
La ragazza sorride placidamente: «Sì, sono io». «Oh, scusami. Che strano, questa pioggia mi rende miope». «Non preoccuparti… Siediti pure, puoi aspettare qui che spiova». Mi accomodo su un sofà pregno di un odore umido: di foglie e sigaretta. Noto un giradischi con un vinile che gira ma non risuona nessuna musica, la ragazza alza il volume e si propagano dalle casse le note liquide di un synth che sembrano riempire tutti gli angoli della stanza e infine le parole sussurrate con una leggerezza disarmante lasciano che il tempo scorra alle spalle, con indifferenza.

Tossed on the waves
blown onto land
Grasping meaning
in churning mess
A moment of clear air breathing, seeing the expanse.
Totally at peace with the meaninglessness of living.

Andrea Russo

Clear Moon

Data di Uscita: 22/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

A chi parlo stanotte?

Corro via T., questa luna non è più la mia luna. E quella casa laggiù è solo una figura anonima tra alberi ordinati come soldati. Nuvole sconosciute spalancano le loro labbra come in uno sbadiglio di neonato, è il fumo della mia auto?
Ho dato un passaggio ad uno sconosciuto che attendeva da ore l’arrivo di una vettura. Ha dei capelli lunghi, unti e un giubbino nero come il suo cappello con visiera.
Gli chiedo: «A cosa ti serve un cappello con visiera a quest’ora?»
«Lo porto sempre», mi risponde.
Lo sconosciuto ha ragione, T., a volte teniamo addosso delle cose solo per abitudine e non ci sorprendiamo più di nulla. A questa luna così chiara e così piena concediamo solo degli sguardi vaghi e indifferenti.
Lo sconosciuto non parla molto e sembra anche abbastanza stanco. Non forzo la comunicazione per non sembrare invadente; tempo dieci minuti e l’uomo chiude gli occhi cullato dai suoni del nostro viaggio.
Dopo ormai venti chilometri di strada mi rendo conto di non aver chiesto dove è diretto. Tossisco un po’ per svegliarlo. Ha funzionato. L’uomo mi chiede che ore sono: le tre e un quarto.
«Ti dispiace se accendo la radio? O vuoi continuare a dormire?»
«Ma certo, amico. A quest’ora sulla radio nazionale c’è sempre un programma di musica contemporanea in cui ci sono ospiti molto preparati».
«Senti, ma dove sei diretto?»
«Oh, calcolando la tua velocità media dovrei arrivare a destinazione fra venti minuti. Altri trenta chilometri, all’incirca».
«Capisco».
So quasi per certo che a trenta chilometri da qui non c’è nessuna cittadina e nessun motel. Tuttavia decido di fidarmi, lo sconosciuto mi è simpatico. Sto pensando a quanto poco piacevole sarebbe stato trovarsi in auto con una persona piena di sé, magari un organizzatore di matrimoni o uno di quegli ospiti in radio tanto preparati su qualsiasi argomento. Ecco, se c’è qualcosa che mi fa saltare i nervi sono proprio le persone spocchiose e piene di boria. Non so perché, T., ma il termine ‘spocchia’ mi rimanda al termine ‘sporchia’. Non sai cos’è? La sporchia è una pianta parassita del Mediterraneo che nasce e si alimenta di linfa sottratta alle radici di altre piante. Lo so perché mio nonno era di quelle parti. I poveri agricoltori del sud Italia di un tempo ne mangiavano a sazietà e ancora oggi è usata a tavola come una sorta di reliquia. A sua volta ‘sporchia’ mi dà di ‘sporco’. Ecco, forse le tre cose sono collegate, T., fatto sta che quando ho a che fare con una persona spocchiosa, pensando e ripensando – magari durante il tragitto per tornare a casa – mi si disegna in mente l’immagine di questo parassita sporco e con la testa a forma di turione gigante. È inevitabile.
«Ehi, stiamo quasi per arrivare».
«Davvero? Qui non ci sono motel, sei sicuro?»
«Sicuro… No, non devo andare in nessun motel. La vedi quella curva? Di lì mi inoltro tra gli alberi, c’è una abitazione che dalla strada non si vede. È la mia casa».
«Vivi da solo, vero?»
«Col mio cane e le mie due galline», mi fa sorridendo.
«Divertente. Anch’io vorrei una casa fuori città immersa tra i pini».
«È un posto tranquillo, effettivamente, anche se le donne non ci passerebbero mai la notte».
«Ogni medaglia ha il suo rovescio».
«Bravo, e ti dirò: io le medaglie le indosso tutte dal rovescio!» Scoppiamo in una sonora risata che, a quest’ora tarda, pare davvero roboante.
«Sei un tipo strano, però mi sei stato di compagnia».
Accosto l’auto attivando le quattro frecce. Lo sconosciuto mi saluta sistemandosi il cappello con la visiera. Poi lo vedo scomparire tra i tronchi degli alberi che di sera si confondono col terreno e le foglie. Chissà se c’è davvero una abitazione inoltrandosi di lì, chissà se ho davvero dato un passaggio ad uno sconosciuto o se è stato tutto frutto della mia immaginazione. T., perché non mi rispondi mai?

Andrea Russo

2. Swans – The Seer

Data di Uscita: 28/08/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Lamentazioni e apostasia

È finita la gioia del nostro cuore,
si è mutata in lutto la nostra danza.
(Lamentazioni 5,15)

Dio! Hai lodato la mia sobrietà d’animo. Hai posto sulla mie labbra la tua parola. Le mie labbra sono ora secche e increspate. Dove sei adesso? Fatti vivo, fatti carne animale. Ti immagino come un lupo solitario e orgoglioso delle sue ferite. Non nasconderti oltre.
Il tuo regno è stato schiacciato, la tua gente ora muore di sete. Chi si saziava col tocco dei tuoi raggi, si umilia oggi nel fango. Chi vendeva a peso d’oro il suo pane, si nutre oggi di polvere. I nostri occhi si scioglieranno, e affideremo l’acqua alle nostre figlie che si specchieranno e si prostreranno in tua assenza.
La tua mente è nel mio occhio. La mia mente è nella tua mano. Perché ci vuoi abbandonare per sempre? Alzo gli occhi al cielo, il mio sguardo è rivolto alle nuvole. Esse volteggiano cupe nell’aria minacciosa. Sono un messaggio? Oppure sei lì, nascosto dietro la vetta di quella montagna spoglia e dall’aspetto austero. Stentoreo arriva il tuo grido, nel gemito terrificante di un gatto selvatico.

Ci hai ingannati, o Signore! Il nostro strazio non può durare così a lungo. Chi potrebbe ridarmi la vita è lontano, chi può consolare i bambini abbandonati è stato sconfitto dai nemici. E allora ti ripudio, Signore! Esci dalla mia mente, vai fuori e lasciaci con le nostre miserevoli pene! Sento la libidine percorrere i miei arti e la tua assenza mi fa gridare a pieni polmoni: «siamo liberi!» Liberi dall’odio e dall’amore, ma potenti e fieri come buoi sciolti dal loro giogo, come schiavi fuggiti dalla mano del padrone. Siamo liberi come la morte. E benedetti dalla morte inseguiremo i tuoi sudditi e li tormenteremo. Siamo liberi come la morte. Siamo potenti come la morte.

Ge ge ge ladder to god
Get fucked
Get fucked
We’re on a ladder to god
We’re on a ladder to god

We are blessed
We are blessed
Fuck
Bliss
Fuck
Bliss

Andrea Russo

3. Witxes – Sorcery/Geography

Data di Uscita: 08/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Viviamo in un posto dove gli uccelli cantano un grazioso motivo
e c’è sempre tanta musica nell’aria.
(I segreti di Twin Peaks)

In un luogo remoto, tra Adma ed Elham, nella valle di Siddin, c’è un posto misterioso. Antichi racconti narrano di una lunga e violenta guerra tra le due città e si crede che l’anima del re di Elham vaghi ancora nella valle alla ricerca di vendetta. La lunga guerra tra la città di Adma e la città di Elham, infatti, si concluse solo quando il re Chedor fu spinto in uno dei tanti pozzi di bitume di cui la valle di Siddin era ricca. La regina Sibri, moglie di Chedor, per la disperazione si lanciò da un dirupo. Da allora pare che tutti gli ignari viandanti che abbiano la sfortuna di passare da questa terra siano colpiti da una sorte funesta. C’è chi racconta di visioni mistiche, c’è chi diventa cieco o sordo, c’è chi perde l’uso della parola; i più fortunati dichiarano di essere precipitati in un perenne stato di struggimento. A migliaia di anni di distanza, dunque, un gran fascino e alone di oscurità avvolgono ancora la valle di Siddin.

Decisi di addentrarmi io stesso in questa impervia area e di sperimentare sulla mia pelle tutte le sensazioni che un viaggio singolare avrebbe potuto scatenare nella mia persona. In totale solitudine. Partii lasciando ogni oggetto di peso e di valore, o meglio, ogni oggetto che nel comune sentire sia definito di valore. Portai con me il minimo indispensabile. Non salutai nessuno, semplicemente partii. Appena giunto a destinazione fui colto da un grande senso di inconsistenza. Smisi di pensarmi singolo e cominciai a sentirmi parte di un grande sistema, quello dell’altro oltre me stesso. Alberi sghembi, pietre, foglie accartocciate. Tutti elementi di un armonioso universo verticale. Nessuna spinta oltre l’adesso. Nessuna melodia orizzontale. Solo il noi e ora. Sentii che questa sensazione di sospensione profumava molto di eternità: me ne inebriai. A un certo punto, dalle siepi arricciate e smosse dal debole vento vidi giungere una figura femminile. Aveva le gambe sottili, quasi ridicole, un abito bianco grazioso. Sussurrava parole fievoli e impercettibili in una lingua a me ignota.
«Sss…sib… Sibri!»
Un forte tremito percosse tutta la mia schiena. Caddi riverso, come colpito da un fulmine. Persi i sensi.

Quando mi risvegliai ero sul mio letto, nella mia abitazione, con le solite cose di sempre. E avevo in mente un motivo jazz, eppure io detesto il jazz! Tuttavia in quel momento ero sereno, sentivo di aver toccato l’eternità con la sola forza di un sogno.

Andrea Russo

4. Cloud Nothings – Attack on Memory

Data di Uscita: 24/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Jim accartocciò il mozzicone della sigaretta sul fondo del posacenere pieno. Un altro giorno ancora era passato senza che avesse fatto nulla. Certo, aveva ascoltato tutti i dischi usciti nelle ultime settimana e guardato quel film citato nel libro che aveva appena concluso ma nulla che la società ritenesse utile o economicamente fruttuoso, ecco.
Strappò un brandello di cartoncino dal libretto universitario e ne ricavò un filtro per una sigaretta artigianale. A fanculo pure l’università, aveva sperato di ricavarci qualcosa e l’unica cosa che aveva ottenuto era “un principio di depressione”, così l’aveva chiamato lo psicologo, a fanculo pure lui.
Il computer ormai datato continuava a ronzare fastidiosamente. Jim lo spense innervosito da quella necessità di condividere, mostrare, emulare, commentare, apprezzare, twittare, followare che condannava tutti – lui in primis – a non riuscire a staccarsi da un monitor abbagliante.
Ora, nella totale penombra, fece scattare l’accendino, la sigaretta sfrigolò qualche secondo prima di accendersi.
Inspirò, espirò.
Non aveva obiettivi né aspirazioni, riteneva di non averne la possibilità, sapeva che in qualche modo ogni aspettativa sarebbe stata disattesa, la rassegnazione lo spingeva a farsi bastare il fatto di svegliarsi ogni mattina e godersi un’altra, infruttuosa giornata.
Si spogliò, si infilò sotto le coperte e fece partire il giradischi. Give up / Come to know / We’re through. Era un crescendo che gli si infilava nelle vene e lo faceva rilassare. Chiuse gli occhi e continuò ad aspirare la sigaretta che pian piano si consumava. Give up / Come to know / We’re through. La voce di Dylan Baldi cominciava a incattivirsi e a far vibrare il piccolo altoparlante del giradischi. Jim strinse le lenzuola nel pugno, lo percorse la solita violenta accettazione di un destino inutile. Give up / Come to know / We’re through. Si sentiva inadeguato, terribilmente inadeguato.

GIVE UP / COME TO KNOW / WE’RE THROUGH.
NO FUTURE / NO PAST.

La batteria prese a pulsare incessante. Poi d’un tratto tacque. La sigaretta si spense. La mano mollo la presa sulle lenzuola accartocciate e la mente smise di assillarsi.
Jim accartocciò il mozzicone della sigaretta sul fondo del posacenere pieno. Un altro giorno ancora era passato senza che avesse fatto nulla.

Annachiara Casimo

5. Grizzly Bear – Shields

Data di Uscita: 18/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Zoom


Questa esistenza dal significato ignoto è simile alla linea irregolare delle colline verde-scuro che separa il mondo dal cielo. Più ci si avvicina più si perde di vista questa linea. Essa comincia a prendere consistenza; diventa albero, terra, animale. E infine scompare.
Zoom-in, zoom-out. E la cinepresa in spalla crea mondi, ne distrugge altri e poi, clic: fine della ripresa. Passo lo sguardo oltre. Le case in sequenza, da quassù, sembrano solo dei contenitori, nulla a che vedere con le vite e le sofferenze che contengono; esattamente come David Bell, il personaggio del primo romanzo di Don DeLillo. Osservo la realtà per quella che è. Il segreto dell’uomo occidentale è tutto qui: andare avanti, fare profitto, competere, rottamare, vincere. Ma a pensarci bene non è un segreto, anzi, è dna.
E allora non resta altro che entrare, chiedere il permesso alla società del consumo: “Ehi sono dei vostri tranquilli oh che bella casa dove hai comprato le tende davvero un aspetto accogliente guarda un vero affare”. E via così, tutti felici e contenti sorrideremo a un nuovo giorno grazie al nostro lavoro tutto sprint, e in macchina ascolteremo solo notiziari di economia da dieci minuti intervallati da quindici minuti di pubblicità “la nostra esperienza al vostro servizio” mentre fuori campeggerà il cartellone di un esponente politico locale con lo stesso identico slogan del cazzo: “la nostra esperienza al vostro servizio”. È proprio così che questo significato, giorno dopo giorno, diventerà sempre meno ignoto e farà capolino dal portafogli. O almeno di questo ti convinceranno.

At the end of the line
It is as if there’s no time at all
Nothing left to win
Every pleasure burned to the wick
Content to be alone
A quiet picture drawn each day before it ends
To remind me once again
Why I’m even here

Andrea Russo

6. Susanne Sundfør – The Silicone Veil

D.d.U. 26/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Tre haiku per Susanne Sundfør

#1
Fiori bianchi la
neve bacia la terra
e muore sola.

#2
La volpe scappa
dalle tue braccia cade
un bimbo nasce.

#3
Scorrono fiumi
di carezze parole
o videogames.

Andrea Russo

7. Soap&Skin – Narrow

Data di Uscita: 13/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

“La solitudine è questa
situazione un po’ buffa, un po’
ridicola, un po’ aggressiva […]”
(P.V. Tondelli)

È l’immagine di una donna al pianoforte che suona Liszt, sullo sfondo un paesaggio marino olandese; le onde che si infrangono imponenti sugli scogli e corrono giù verso la riva. Spesso Helga riguardava questo video in vhs; era un ricordo di un viaggio degli anni Ottanta.
Da quando non c’era più suo marito doveva badare a se stessa, proprio come aveva fatto in gioventù quando era partita per affinare la propria anima traghettandola a Parigi. Qui aveva studiato design ma non si laureò mai. Fu lì che incontrò invece Mathieu, quello che sarebbe diventato suo sposo.

La solitudine, questa condizione in fondo naturale, necessita a volte di spiegazioni. C’è un impulso un po’ perverso nel far sentire la propria vicinanza ai cari di una persona scomparsa. Helga detestava quel viavai di visite, quelle telefonate di cordoglio da parte di gente che non vedeva da anni o che conosceva in maniera solamente indiretta. Ma, tant’è, non poteva farci niente. Alla fine s’era rassegnata a considerare tutto ciò come qualcosa di normale e pian piano aveva imparato a districarsi nel groviglio di frasi di circostanza ed espressioni di empatia di cui avrebbe fatto volentieri a meno.

Talvolta si chiedeva se fosse cinica. Tutta quella gente preoccupata, gentile, spesso in lacrime… possibile che nei loro confronti non riuscisse a provare la ben che minima gratitudine? Probabilmente tutta quella dimostrazione di affetto non la sentiva propria perché, realizzò, era diretta solo nei riguardi del marito defunto. Dunque, avrebbe senso provare ugualmente gratitudine? Per l’amore di Mathieu, sì, aveva pensato Helga. E allora, in realtà non provava più amore nei confronti di Mathieu? No, no, no! Helga rifiutava questa ipotesi. Con ferma convinzione. Il solo fatto che le fosse venuta in mente una simile fantasia le fece provare un senso di vergogna e, pentita, rivolse un rapido sguardo alla figura del marito scomparso posta sul comò.

Piuttosto, arrivò alla conclusione, lo aveva amato fin troppo da vivo. Amava così tanto la vita che nei confronti della morte provava un sentimento confuso eppur netto: il più totale disinteresse. È in vita che Mathieu era stato suo marito, amante, amico e persino padre. È in vita che si dimostrano gli affetti, pensava, non da morti. La morte è l’oblio e non merita alcuna considerazione. Diamo troppa importanza alla morte e poca alla vita.

Helga spense il televisore, si alzò in piedi e tirò un sospiro, come se per arrestare il suo flusso di pensieri bastasse una boccata di ossigeno. Infine prese una decisione improvvisa. Sarebbe tornata nel suo paese natio, in Svizzera.

Andrea Russo

8. Hanne Hukkelberg – Featherbrain

D.d.U. 20/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Tre haiku per Hanne Hukkelberg

#1
Sono le mie ali
fatte di piume bianche
o di catrame?

#2
Gettar via tutto
abitudini sogni
un nuovo fuoco.

#3
Lunghe distanze
secche come mani arse
agitan foglie.

Andrea Russo

9. Bat for Lashes – The Haunted Man

Data di Uscita: 15/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

L’umidità e il fogliame erano un tutt’uno e m’abbracciavano, se non fosse per la sua reale assenza non avrei avuto problemi ad immaginare il ticchettio piacevole di una pioggia primaverile, e invece no. Era umidità, umidità dettata dall’oppressione di tanta vegetazione non battuta, in uno spazio che potevo immaginare risibilmente circoscritto così come terribilmente sconfinato. Quegli alberi così fitti non permettevano alla vista di scrutare l’orizzonte se non che verso il terreno, ancora evidente della mia condizione di naufrago in terra ferma e il cielo, terribile irraggiungibile cielo, monito e speranza dei persi. La rabbia della costrizione, preannunciatrice di una claustrofobia prossima la sfogavo a colpi di machete sui tronchi che sorpassavo alla cieca, un po’ per sfogo un po’ per il suono piacevole che la lama produceva impattando e ferendo quelle cortecce morbide e ricche di resina. Mi ripetevo che più che per il sollazzo di quel ritmo accattivante producevo l’azione in favore dei segni che lasciavo del mio passaggio, per chi avesse avuto l’ardire di cercarmi o per il me prossimo che li avrebbe trovati intuendo quella come strada già battuta.
Il tramonto era prossimo ed io di un tocco più disperato quando vidi il primo affiorare di una strada, un sentiero in pietre, mi ci immisi casualmente ed era stranamente, assurdamente, stretto per essere l’unico in quella grande ed irta foresta. Non sapendo da dove partisse e dove fosse diretto, naturalmente, seguii quella strada istintivamente scegliendo la destra piuttosto che la sinistra senza altro confidente se non un istinto ferino. Era ormai sera e terrorizzato trovai vantaggio nel diradarsi della vegetazione e in un cielo luminoso, altrimenti, ne sono certo, sarei impazzito dalla paura nel proseguire una strada così oppressiva. Raggiunsi una struttura in pietra che per navate e geometrie suggeriva matrice gotica, eppure, eppure per motivi di cattivo gusto o nosense riproduceva sulle vetrate e nei glifi in ottone in vista lo stile tipico dell’art nouveau. Che razza di scherzo era questo, chi mette una cattedrale, non in un deserto ma in una foresta sudequatoriale, chi la progetta in stile gotico per poi adornarla alla nouveau? Tu, disse una voce piombata alle mie spalle, mi girai e vidi una donna, una mulatta, lasciarsi cadere con grazia dalle fronde altissime di un baobab, nuda se non per stracci arresi alla bene e meglio sulle spalle e sui fianchi e con un copricapo Cheerokee vistoso e guarnito col piumaggio degli uccelli più estrosi. Prese equilibrio a pochi metri dall’impatto atterrando sulle punte, come un’atleta ben allenata fece morbida la caduta accovacciando elasticamente il corpo, si rialzò con calma e raccolti frecce ed arco corto inglese dalla faretra grezza sulla schiena mi puntò, sorrise e scoccò il colpo. Colpo che mi sveglia ora, mi concede la coscienza ogettuale tipica di chi abbandona lo stato comatoso in cui morfeo dopo un po’ di birre ti lascia e mi offre le capacità mnemoniche per ricordare fluidamente a chi appartiene il viso della mulatta, ciao Nasty, hai cacciato bene ieri sera. Buon giorno Pier, raccontami ora che non sbiascichi meglio quella storia del Pornografo di Vienna.

Alfonso Errico

10. Sharon Van Etten – Tramp

Data di Uscita: 07/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Quando eri bambina passavi le ore di notte a guardare attraverso la finestra i treni correre veloce.
Il ponte della ferrovia s’eleva maestoso sovrastando il grande fiume del nord. La meraviglia nei tuoi occhi riflessa tra le gocce di pioggia e la luce lunare sul vetro e ora, vent’anni dopo, il tuo viso si confonde sui finestrini mentre vede scorrere città nervose avvolte in luci artificiali e le visioni dei saggi che impotenti affogano nell’acqua.

Hai deciso di andartene da casa in un giorno di primavera sotto un sole accecante.
Neanche un arrivederci alla stazione, non l’avresti sopportato. Ti ha visto allontanarti di spalle con un biglietto già stropicciato nella mano. Il quartiere sfilava estraneo alla tua corsa. Non si vedeva niente ed entrambi portavate occhiali scuri. Come i tuoi occhi grandi, come notti tempestose.
Anni dopo in una camera d’albergo sei seduta sul letto e le corde della tua chitarra appoggiata in un angolo tremano di passati molto prossimi e atti d’amore perduti. Gli specchi corrosi dalla polvere non ti mettono più tristezza come al tempo dei primi spostamenti. Un vaso ricamato con fiori selvatici ti riporta alla memoria la tua infanzia. Una volta i tuoi capelli erano neri e lunghissimi come l’inchiostro con cui ora scrivi frasi per una nuova strofa. Scosti una manica troppo larga del maglione di lana, prendi una matita e cerchi un foglio. Annoti una parola che ti ronza da ore nella testa. Ispirazioni trovate tra palpiti di vecchi blues, preghiere alla notte, sotterranei labirintici delle città d’America. Hai cercato di sedurre i fantasmi per poi annientarli nella voce, hai creato esplosioni per ritrovare infine candore. Vorresti che ogni canzone potesse incominciare a diventare aria, posarsi su visi qualsiasi, confondere i suoi nomi in continuazione. Ti alzi, a passi leggeri e a piedi nudi, bevi un sorso d’acqua del rubinetto. Altri versi nati già morenti, la tentazione di smettere di comporre: sai che non ce la farai mai, ti accarezzi le vene del polso sinistro e sorridi.
Brandelli di pagine di vecchi diari da cui all’improvviso cade una vecchia fotografia. Eri in un parco della Francia del nord in estate, con lo sguardo abbassato fumavi e lui ti teneva una mano. La polaroid scattata dopo che ti ha trovata sdraiata sul pavimento con a fianco una tela strappata a metà sulla quale una ballerina in tempera nera sembrava danzare leggera. Ti addormentasti così, con le braccia ricoperte di colore e un sorriso quasi impercettibile e sincero. Sei ritornata a casa non molto tempo fa e al posto della sua casa hai trovato un ristorante etnico. In un’altra fotografia portavi una collanina così sottile che ti aveva regalato tua sorella prima di andarsene in Africa per sempre. Tra le gocce riflessi i tuoi capelli, sulla pelle brucia il tatuaggio di una rosa.
Se il mondo continua a tremare come possiamo rimanere in equilibrio?
Accarezzi uno ad uno i tuoi tatuaggi sulle braccia cercando di evocare immagini lontane, quasi premi le unghie contro la carne e l’inchiostro.
Il jeans nero strappato sul ginocchio, scuro come il cielo, come i tuoi occhi grandi, come questo tuo sguardo enigmatico e profondo, perduto e candido, come una notte tempestosa dove l’unica luna è questa tua pelle così bianca come bianco è il tuo viso contro questa sera che sembra splendere come mai prima mentre una luce brilla nel profondo dei tuoi occhi.

La città non si è ancora sciolta come nelle nostre allucinazioni.
Una ninna nanna sconclusionata mentre le strade si svuotano.

Il cielo nero e stellato ti sfiora, dentro te un cuore vagabondo
lanciato a tutta velocità insieme al treno nella notte.

Filippo Redaelli

Top Ten 2012 – Alfonso Errico

1. Scott Walker – Bish Bosch

Data di Uscita: 03/12/2012

Un breve ascolto, durante la lettura



Parto da un presupposto semplice quando compongo, le cose caotiche non sono lineari. E le cose lineari non hanno motivo per esser raccontate, perché se una cosa è lineare sai dove nasce e sai dove andrà a finire. Questo è quanto, nella maniera più lineare possibile.

Capita di tanto in tanto che la mia roba la vogliano nei locali, perché incuriosisce o semplicemente per attirare clienti nuovi. È capitato anche con voi, e a me sta bene finché patteggiamo un prezzo e quello viene rispettato, right man?
Ma Scotty, dai siamo amici no, mettiti nei miei panni, c’è venuta meno gente di quella che c’aspettavamo.
Vuoi che mi metta nei tuoi panni? Bene, lo farò, hai un locale che vende alcol in una cittadina di merda che non ha nulla di meglio da offrire, te ne freghi di orari e restrizioni quindi sei uno dei pochi aperti dopo le due, hai un centro scommesse no stop a meno di 300 metri quindi tutti i falliti che mangiano lo stipendio della mammina in cerca di soldi facili vengono qui a finire gli spicci che restano. È giusto? Ho dimenticato qualcosa? Non voglio farti i conti in tasca ma suppongo che seralmente di soli shots fai 8 volte quello che avevamo pattuito.
Scotty, così mi offendi e se devo dirla tutta i miei clienti non sono soddisfatti, lo vedi quello lì? Ha un locale tre volte il mio, da quarantanni gli gira, è venuto al bancone e me l’ha detto? E m’ha detto anche che roba come la tua non l’aveva mai sentita, che manco sapeva se poterla definire musica.
E quindi il locale gli gira con roba che ha già sentito, da quarantanni, che bravo. No? Ha detto una cosa bella vero, che le cose che rimangono sempre uguali, lineari, girano? Giusto?
Non ti sto seguendo, comunque, Scott, ho solo questo per te questa sera, non posso raggiungere la cifra pattuita per come è andata.
Lascia stare, non voglio niente, va bene così.
Non fare così, prendili su.
Avrei preso il pattuito, se non ce la fai capisco, prendili, ne avrai bisogno, hai ancora quarantanni da sostenere.

Le cose semplici nascono per finire. Quelle complesse nascono? Forse finiscono, forse mutano, forse di quei soldi avevo bisogno, ma vuoi mettere la dignità?

Alfonso Errico

2. Bat for Lashes – The Haunted Man

Data di Uscita: 15/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

L’umidità e il fogliame erano un tutt’uno e m’abbracciavano, se non fosse per la sua reale assenza non avrei avuto problemi ad immaginare il ticchettio piacevole di una pioggia primaverile, e invece no. Era umidità, umidità dettata dall’oppressione di tanta vegetazione non battuta, in uno spazio che potevo immaginare risibilmente circoscritto così come terribilmente sconfinato. Quegli alberi così fitti non permettevano alla vista di scrutare l’orizzonte se non che verso il terreno, ancora evidente della mia condizione di naufrago in terra ferma e il cielo, terribile irraggiungibile cielo, monito e speranza dei persi. La rabbia della costrizione, preannunciatrice di una claustrofobia prossima la sfogavo a colpi di machete sui tronchi che sorpassavo alla cieca, un po’ per sfogo un po’ per il suono piacevole che la lama produceva impattando e ferendo quelle cortecce morbide e ricche di resina. Mi ripetevo che più che per il sollazzo di quel ritmo accattivante producevo l’azione in favore dei segni che lasciavo del mio passaggio, per chi avesse avuto l’ardire di cercarmi o per il me prossimo che li avrebbe trovati intuendo quella come strada già battuta.
Il tramonto era prossimo ed io di un tocco più disperato quando vidi il primo affiorare di una strada, un sentiero in pietre, mi ci immisi casualmente ed era stranamente, assurdamente, stretto per essere l’unico in quella grande ed irta foresta. Non sapendo da dove partisse e dove fosse diretto, naturalmente, seguii quella strada istintivamente scegliendo la destra piuttosto che la sinistra senza altro confidente se non un istinto ferino. Era ormai sera e terrorizzato trovai vantaggio nel diradarsi della vegetazione e in un cielo luminoso, altrimenti, ne sono certo, sarei impazzito dalla paura nel proseguire una strada così oppressiva. Raggiunsi una struttura in pietra che per navate e geometrie suggeriva matrice gotica, eppure, eppure per motivi di cattivo gusto o nosense riproduceva sulle vetrate e nei glifi in ottone in vista lo stile tipico dell’art nouveau. Che razza di scherzo era questo, chi mette una cattedrale, non in un deserto ma in una foresta sudequatoriale, chi la progetta in stile gotico per poi adornarla alla nouveau? Tu, disse una voce piombata alle mie spalle, mi girai e vidi una donna, una mulatta, lasciarsi cadere con grazia dalle fronde altissime di un baobab, nuda se non per stracci arresi alla bene e meglio sulle spalle e sui fianchi e con un copricapo Cheerokee vistoso e guarnito col piumaggio degli uccelli più estrosi. Prese equilibrio a pochi metri dall’impatto atterrando sulle punte, come un’atleta ben allenata fece morbida la caduta accovacciando elasticamente il corpo, si rialzò con calma e raccolti frecce ed arco corto inglese dalla faretra grezza sulla schiena mi puntò, sorrise e scoccò il colpo. Colpo che mi sveglia ora, mi concede la coscienza ogettuale tipica di chi abbandona lo stato comatoso in cui morfeo dopo un po’ di birre ti lascia e mi offre le capacità mnemoniche per ricordare fluidamente a chi appartiene il viso della mulatta, ciao Nasty, hai cacciato bene ieri sera. Buon giorno Pier, raccontami ora che non sbiascichi meglio quella storia del Pornografo di Vienna.

Alfonso Errico

3. Long Arm – The Branches Deluxe Edition

Data di Uscita: 14/12/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Fra qualche tempo sarà troppo tardi, l’ineluttabile bussa prontamente a tocchi di momenti e controtempi d’attimi. Perdi coscienza velocemente e presto sarai come tutti quei vecchi. Sanno tutto loro, borbottano, privilegiano le parole e comunicano solo con quelle, si fraintendono, innamorano, perdono, muoiono e lo chiamano vivere. Io e te eravamo un’altra cosa e presto tu sarai di quella gente. Siamo stille dell’iperuranio sorella/amor mio, sarà così ancora per poco. Toccherà anche a me lo so, so che fuori da lì non dureremo molto.

Destinati alla stupidità, all’ignoranza, alla paura! E dov’è lui, dov’è il re degli interstizi? Naturalmente non qui, qui lascia noi, emissari muti della novella incoglibile, cercherei un senso se avessi quella razionalità che mi trovo a temere e presto, presto, arriverà.

Ma-m’a.

Noooooo!
Il peccato originale, eccolo! La calce di babele e l’emozione degli astanti fedifraghi! E lei, la somma colpevole, l’amante sincera, che s’avvicina con le gote in fiamme e gli occhi lucidi ad innalzare la sua nuova, piccola sacerdotessa.
Mamma, l’altro nome di Dio sulle labbra e nei cuori di tutti i bambini del mondo.
Re degli interstizi, tu ti liberi dei credenti offrendoli ad un culto più palese, mi sta bene, ma allora perché ci mostri tanta grazia, perché ci butti in questa miseria?
Fa freddo, ho fame e odio.

La secondina, col viso dolce e il seno scoperto s’avvicina, raccoglie il titubante arreso e gli sussurra, non preoccuparti, amo anche te. Lui, non è ancora in grado di capirla. Eppure il calore della pelle, l’odore della bestia mansueta, la nenia melodiosa fra lo sferragliare delle pentole e le luci soffuse, sa di resa dolce e nuova fede.

T’ho sognato re degli interstizi, t’ho dato un nome per farti andar via, ho sognato anche lei, il suo nome l’ho già sentito. Prendo fiato, aspetto che le memorie scivolino lasciando in calce solo lei. Il granitico ultimo appiglio, prima parola utile.

Mamma.

Alfonso Errico

4. Frank Ocean – Channel Orange

Data di Uscita: 17/07/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

“I’ll watch you fix your hair
Then put your panties on
In the mirror
Cleopatra
Then your lipstick
Cleopatra
Then your six-inch heels
Cleopatra
She’s headed to the Pyramid
She’s working at the Pyramid tonight”

Mentre l’Italiano balla male (in discoteca), e fuori, si istalla una paura infinita sul suolo italico dalle prime note arrivate dalla caduta del meteorite Frank Ocean. Si era fatto sentire mandando segnali di fumo con partecipazioni vicino a personaggi abbastanza famosi tipo Jay-Z e Kanye West, magari troppo patinati e ricchi perché il classico hipster italiano impegnato, in tutti i sensi, ad elogiare Il Teatro degli Orrori se ne accorga. Purtroppo un personaggio difficile da portare alle feste dell’Unità o da proporre per qualche intervista intimista e autoreferenziale su qualche rivista locale e allora non ce ne facciamo nulla. Figuriamoci un mixtape se passa sotto la lente d’ingrandimento, tuttavia dall’altra parte dell’oceano e oltre le alpi il meteorite diventa sempre più gigante. Tyler the Creator e la squadretta di ragazzini, la Odd Future, imperversa sul web e in tutto il mondo, quasi tutto il mondo ok. Seppur la diversità di tonalità e di genere, rap incazzato da una parte e R’n’B cristallino dall’altra, Frank viene reclutato immediatamente e acquista sempre maggior potenza esplosiva. Si sono evoluti, dalle vecchie gang che si sparavano tra le due coste a colpi di pistola e di droga, a gang cresciute grazie al business e alla pubblicità sul web; il mondo è cambiato e non è retorica parlarne visto che in alcune zone vi è ancora una concezione passatista, o basata sul “meno li ascoltano meglio sono”, della musica e delle strategie commerciali più in generale.
L’arrivo dell’esplosione arancione di “Channel Orange” come dicevamo è stata così immensa da sentirsi pure in Italia, e come si poteva pensare la prima reazione è stata di autodifesa del suolo interno, paura e desiderio di ricacciare al mittente questo americano così costruito dalla pubblicità di Pitchfork da rappresentare il perfetto incubo per qualsiasi vero esperto di musica italiana preso dalla domanda: “Dove saranno finiti i cantautori di un tempo?”.
Eppure la storia la racconta proprio Frank, senza costruzioni fittizie sopra si schiude all’ascoltatore un mondo completo e pieno. Non si offenda nessuno, ma Ocean è un cantautore perfetto, in un senso globalizzato, un songwriter. Chitarre bollenti e suadenti, tastiere luminose e incedere a volte velocizzato, ma sempre in sottofondo. In primo piano assoluto la voce, i vari arrangiamenti e le tracce elettroniche non sovrastano, a guidarci in un viaggio a tratti autobiografico, storie di speranze distrutte, niente supponenza, genuinità e contenuto emotivo alle stelle. La quotidianità che si fonda con riflessioni sulla ricchezza economica, nulla è ovattato o coperto. E tutto questo concentrato di contenuti testuali e cura dei suoni non può che lasciare un sorriso compiaciuto nell’ascoltatore. Il ribaltamento delle preminenza del beat sul testo-voce-canzone è netto.
Dunque nel racconto si susseguono singoli da classifica e intermezzi ambientali fatti di sigle da playstation e da dialoghi sussurrati. “Thinkin Bout You” apre i cuori, “Super Rich Kids”, con la collaborazione di Earl Sweatshirt e del suo rap cerebrale, inchioda alla sedia con un duetto compatto e un sincopato piano. “Crack rock” gratta via l’epidermide ormai morta sulle mani e fa ondeggiare la testa in un sottofondo irresistibile. E poi infine i due opposti dell’intero disco a racchiudere questa perla. Da una parte “Pink Matter”, buona parte di cantato a cappella, sfuggente e sofferta fino alla maestosa intromissione del rap di  Andrè 3000: capolavoro fuori dal tempo. Dall’altra a chiudere tutto il cerchio c’è il fulcro e primo singolo. “Pyramids”, quasi dieci minuti che sanno di miracolo compositivo. Coretti da urlo, synth potentissimo e ballata romantica in un solo pezzo, uniti da una semplicità devastante in tutta questa complessità.
In questo caso è impossibile raccontare una qualche storia. Frank Ocean con questo Channel Orange è deflagrato e la storia è tutta dentro ai brani, ti arriva diretta e ti blocca.

Alessandro Ferri

5. Big K.R.I.T. – 4eva N a Day

Data di Uscita: 05/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Giorni quanti, sembrano pochi, asse di lancio per sogni remoti. Giorni quanti, non riesco a contarli, troppi per vecchie glorie pochi per i miei bisogni. Sono così, un inetto vuoto a rendere, belle promesse in apparenza. La mia maestra diceva spesso a mia madre che avevo talento, così il professore, così il capoufficio, come ci sono finito qui allora?
Com’è che sono anni che ancora precario faccio un lavoro di merda ed ho una merda di salario.
Quelli come me sulla carta cantano.
Dovrebbero stare avanti di decine di chilometri, ed invece, continuamente, m’attornio di persone che giudico niente. Eppure così, continuamente, un esistenza in loop fatta di nulla e niente.
Ho solo rabbia, rabbia inesplosa, amori persi da mettere in prosa, un pc vecchio e un catorcio obsoleto. M’accompagnano lontano da qui quando capita, a fingermi qualcuno dove non mi si conosce.
Nella realtà, quella banale, sono segretario in uno studio contabile di poco conto. Parlo meglio del mio capo, saprei fare il suo lavoro, sono più giovane ed ho un aspetto decisamente migliore.
Perché sono qui?
Sono qui perché mi manca qualcosa, ho un pezzo difettoso che disloca portanza e potenza. Una mente che lucidamente giudica il mio presente, un’altra che coabita con la prima che lo vive con pigra contrizione. Sono giuria inerme delle azioni che compio, ragiono sul perché non m’applico, perché sono pigro e stanco. Pigro perché qualunque che sia il mio sforzo ora, ora come allora, il risultato raggiungibile non sarà mai nemmeno paragonabile ai sogni che posseggo e celo dietro un velo di disinteresse. Stanco perché continuo a vedere al posto mio nella realtà, quella impossibile, persone piccole. Piccole come sono io ora.
Maledirmi ora è darmi più importanza di quanta me ne diedi quando ancora in grado di cambiare le cose, blandamente, decisi che cercare gloria era faticoso e meno divertente di passare la vita buttato in un club; sarebbe sbagliato nei confronti della bella persona che ai tempi ha abitato questa cariatide.
Pronto ora a nient’altro che il borbottio lamentoso tipico delle vecchie scoregge incapaci ad altro se non invecchiare ulteriormente.
Ed a sentirmi, in fondo, sono già vecchio. Stupirsi che ci sia stato un bambino qui dentro, ecco cosa. Il vecchio è evidente, esce fuori ad ogni commento, ogni affermazione, so già che è tutto sbagliato, come e quando sarà manchevole e la cosa peggiore è notare che, dio mio, non sbaglio.
E se non sbaglio a prevedere, io che son sbagliato a priori, allora questo mondo non è meno triste e malato di me.
Manchevole anch’esso di portanza.

Alfonso Errico

6. Flying Lotus – Until the Quiet Comes

Giorni quanti, sembrano pochi, asse di lancio per sogni remoti. Giorni quanti, non riesco a contarli, troppi per vecchie glorie pochi per i miei bisogni. Sono così, un inetto vuoto a rendere, belle promesse in apparenza. La mia maestra diceva spesso a mia madre che avevo talento, così il professore, così il capoufficio, come ci sono finito qui allora?
Com’è che sono anni che ancora precario faccio un lavoro di merda ed ho una merda di salario. Quelli come me sulla carta cantano. Dovrebbero stare avanti di decine di chilometri, ed invece, continuamente, m’attornio di persone che giudico niente. Eppure così, continuamente, un esistenza in loop fatta di nulla e niente. Ho solo rabbia, rabbia inesplosa, amori persi da mettere in prosa, un pc vecchio e un catorcio obsoleto. M’accompagnano lontano da qui quando capita, a fingermi qualcuno dove non mi si conosce. Nella realtà, quella banale, sono segretario in uno studio contabile di poco conto. Parlo meglio del mio capo, saprei fare il suo lavoro, sono più giovane ed ho un aspetto decisamente migliore. Perché sono qui? Sono qui perché mi manca qualcosa, ho un pezzo difettoso che disloca portanza e potenza. Una mente che lucidamente giudica il mio presente, un’altra che coabita con la prima che lo vive con pigra contrizione. Sono giuria inerme delle azioni che compio, ragiono sul perché non m’applico, perché sono pigro e stanco. Pigro perché qualunque che sia il mio sforzo ora, ora come allora, il risultato raggiungibile non sarà mai nemmeno paragonabile ad i sogni che posseggo e celo dietro un velo di disinteresse. Stanco perché continuo a vedere al posto mio nella realtà, quella impossibile, persone piccole. Piccole come sono io ora. Maledirmi ora è darmi più importanza di quanta me ne diedi quando ancora in grado di cambiare le cose, blandamente, decisi che cercare gloria era faticoso e meno divertente di passare la vita buttato in un club; sarebbe sbagliato nei confronti della bella persona che ai tempi ha abitato questa cariatide. Pronto ora a nient’altro che il borbottio lamentoso tipico delle vecchie scoregge incapaci ad altro se non invecchiare ulteriormente. Ed a sentirmi, infondo, sono già vecchio. Stupirsi che ci sia stato un bambino qui dentro, ecco cosa. Il vecchio è evidente, esce fuori ad ogni commento, ogni affermazione, so già che è tutto sbagliato, come e quando sarà manchevole e la cosa peggiore è notare che, dio mio, non sbaglio. E se non sbaglio a prevedere, io che son sbagliato a priori, allora questo mondo non è meno triste e malato di me. Manchevole anch’esso di portanza.

Data di Uscita: 02/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

UNTIL THE QUIET COMES

Cado nel tunnel delle essenze sonore e respiro luce, m’immergo nel blu violaceo delle pareti del cosmo e uccelli meccanici cinguettano melodie elettroniche… è tutto così magnifico ed intenso.
Tra gli alberi stellari il canto di una sirena: una donna magnifica con piume d’argento si cela tra i rami della foresta di silicio, intanto dall’altra parte del buco nero, nel teatro della galassia si apre uno spettacolo di burlesque, e le immagini viaggiano ancora in bianco e nero.

Cromatismi. Aberrazioni. Glitch.

Strati su strati, coperte di suono, polvere grossa e brillante, bottiglie d’assenzio…
Brillanti multisfaccettati scintillano al buio, una mano li accarezza lieve…

Il vento echeggia nel deserto: i barbari arrivano con le loro tute gialle e portano doni da un trip hop impregnato di chillwave e dmt: occhi di pitoni, peli di zanzare, pelli esotiche con squame di suoni prismatici, immagini altissime e forme lunghissime.

Il tempo. Il selvaggio. Il nero.

Il respiro profondo di una ragazza e poi… c’è una tribù che danza nella bruma, e lo sciamano spreme diamanti con le mani: stringendo sempre più forte li riduce in polvere.
Le sue mani sono enormi e sanguinano rumore rosa…

Il Tempo assiste con estrema devozione al rito ma è nervoso: spalle tese, nervi tesi, occhi lesi: è in trance. Voci ammalianti e spigolosi spazi sonori si creano intorno a Lui che pensa al ritmo: parole leggere e parole affaticate, suoni disconnessi e melodia.

Che fastidio irriverente…

L’uomo nero ha tre clessidre: una bianca, una rossa, una nera: quella bianca dà il tempo ai sogni, quella nera toglie o aggiunge ore al sonno, quella rossa accelera o rallenta i battiti del cuore…
L’alchimia delle onde, l’energia dei bassi, tutto nel minestrone dello sciamano urbano: una soluzione salina, dove si sciolgono cristalli di vetro cosmico.

Il viaggio. La mente. La giungla.

E poi… la luce in fondo al tunnel e mi ritrovo sopra una roccia nell’oceano a levitare tra pietra e aria, spazio e forma: sento la magia, ammiro il vuoto, aspetto la quiete…

Voglio la pace nel mondo.

I never want to come back…

Marco Caprani

7. Umberto Maria Giardini – La Dieta dell’Imperatrice

Data di Uscita: 05/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Ljus


La mano arrancò un po’ scostando la tendina pallida e sul vetro appannato si disegnò un’impercettibile scia umida. Col polsino della camicia, Rachele si ritagliò un varco fra il vapore che si era creato sulla finestra e guardò fuori. Gli occhi le si colmarono di un bianco tagliente. I raggi del sole finalmente colpivano la distesa di neve fra la porta di casa e il bosco.
Si voltò a guardare il viso addormentato di lui, la luce che poco prima le aveva prepotentemente invaso lo sguardo adesso le offuscava la vista, microscopici corpuscoli le danzavano davanti alle pupille. Il gatto sollevò pigro la testa, la osservò con quella superiorità felina un po’ saccente e si leccò una zampa per poi passarla sul muso candido.
La stanza respirava biancore e silenzio.
La stasi era rotta solo dalle palpebre assopite di Giulio che si muovevano febbrili.
Rachele sorrise.

***

Diluviava. Il cielo era così basso e torbido da sembrare a portata di mano. La pioggia incessante batteva controvento, disegnando forme astratte sui vestiti scuri di Giulio. A fatica riusciva a mettere un passo dietro l’altro sul sentiero sterrato che strisciava fra i grandi alberi neri.
Da un tempo che ormai pareva infinito, un imponente lupo dagli occhi glaciali lo scortava indicandogli la via e un’aquila maestosa lo vegliava dall’alto. Ne scorgeva appena le ombre, nella notte illune e tempestosa.
Udiva solo il proprio respiro affannato e i passi fangosi.
Si domandò quanto ancora avrebbe atteso per uno squarcio limpido nell’oscurità.

Luce dei miei occhi, torna a galla lenta, lieve, limpida.

***

Passò qualche minuto prima che quelle palpebre calmassero il loro ballo frenetico e cominciassero a socchiudersi. Rachele era rimasta a fissarle quasi rapita. Adesso, senza distogliere l’attenzione, le vide aprirsi del tutto mentre le pupille, simultaneamente, si restringevano annegate dalla luce.
Si chinò a baciargli la fronte, riempiendo d’ombra i vuoti che il corpo di Giulio disegnava fra le coperte. Poi si rialzò e tornò a vagare con lo sguardo nel candore che, prepotente, bussava sui vetri della finestra.
Giulio accompagnò i suoi movimenti, accarezzando con gli occhi ogni cellula di quel corpo leggero, dai capelli color ambra fino alle caviglie strette.
Ripensò al sogno fuligginoso, inspirò e l’aria limpida gli riempì le viscere.
Fu quasi nirvana.

Aprì il libro posato sul comodino e sulla prima pagina immacolata scrisse a matita:
La fortuna mi ha baciato poco
ma nel tuo corpo io precipito
nell’atomo che
invade,
gonfia le vene
e proietta un’immagine pigra, nuda.

Annachiara Casimo

8. Purity Ring – Shrines

Data di Uscita: 24/07/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Era come se in quella sala ci fossi stata solo tu, vestita dalla stoffa quanto basta, dalle luci oltre il dovuto. Ed è così che su una carnagione che immaginavo mulatta visti i tuoi lineamenti, il giallo e il magenta, il blu e il verdone, si concedevano, ordinatamente, secondo le direttive dei fari, il lusso di colorarti/vestirti. Era come se in quella stanza ci fossi stata solo tu, e cornici di ballerini anonimi dei quali non riuscivo a vedere nulla oltre l’interesse che non toccavano, la loro intestimoniabilità ridondava in dondolii e passi timidi sulla pista, svettavi nella mischia come avrebbe saputo fare solo  qualcun’altra, Giovanna D’arco, Anne Bonny, Lili Brik. Sapevo che quel sorriso sereno stampato in viso era una trappola, che tranquillizzava solo i più avventati, che di certo non eri il tipo di persona che si adegua agli approcci canonici. Non eri di certo il tipo da piacere come va, sai mica che ore sono, berresti qualcosa con me. M’avresti dispensato con disimpegno facile, mi spiace ho altro da fare, aspetto qualcuno, non ora. Per poi ballare tutta la sera da sola, se necessario in mancanza di qualcosa di meglio di un ordinario me. E nei lunghi secondi di deduzione l’ipotesi di un ordinario me si concretizza in un omino invisibile, medio in fattezze, modi e metodi che s’approccia per poi essere rimbalzato. Il sussulto in quegli attimi lunghissimi in cui hai trattenuto il catartico no coi sorrisi, dio, li maledii tutti. Tornasti a ballare sola, tornò al bancone triste. Riuscii a proiettarvi da lì a mezz’ora, sarebbe tornato ubriaco e più sicuro, saresti andata via annoiata dalle angherie di un ebbro insistente. Era il momento, valutai il da farsi, attesi attentamente mimetizzato fra le braccia dondolanti, fra i culi flosci e gli sguardi persi.

Lui s’allontana dal bancone.
Tu resti in pista non curante.
Io ordino due long drink.

Lui s’avvicina più sicuro e meno stabile.
Tu sorridi ma ti immagino imbarazzata dalla prossima insistenza.
Io lo seguo defilato.

-Ancora non arriva nessuno, sicura di non voler compagnia?
-Il mio uomo deve essersi dimenticato di me, credo tornerò a cas…
-Scusa l’attesa.

Sorrido beone e ti porgo uno dei due drink, lui evapora in una nuvola di vergogna e disappunto giusto in tempo per farmi aggiustare il tiro. Scusami, se vuoi sparirò, è solo che non volevo andassi via per un maldestro Don Giovanni da bei gusti. Sorridi di nuovo, non sapendo se per imbarazzo o apprezzamento mi dileguo dopo i convenevoli ancorandomi al bancone. Con la scusa d’aspettarti lì per chiacchiere più comode, nella ricerca dei tuoi tempi ed eventuale interesse, celo la mia incapacità di ballare così bene da starti affianco senza diventare una parte di quella cornice che non distinguevo quando ti guardavo in pista.

Alfonso Errico

9. The xx – Coexist

Data di Uscita: 10/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Il mio cuore batte in un modo diverso. Lo percepisco anche adesso che sono in macchina, diretto chissà dove.

La meta è incerta come il paesaggio circostante, mi importa solo di accendere il motore e di lasciarmi andare ai pensieri, rapidissimi come i fari delle macchine nella direzione contraria, che rimbalzano lungo il parabrezza, mi abbagliano per un istante e poi filano via lungo i fianchi della carrozzeria della macchina.

Sarà il mio modo di elaborare la separazione come mi continuano a ripetere i miei amici e forse hanno ragione: l’asfalto lucido sul quale scivolo è come un tappeto ritmico minimale, sul quale cantare la mia disillusione.

Comincia a piovere e sento odore di mare, sorrido. Le goccioline d’acqua scivolano delicatamente lungo il vetro prima di svanire in mille granelli polverizzati dal passaggio brusco del tergicristalli. Traduco ogni vibrazione dell’abitacolo in musica, soul elettronico per la salvezza dell’anima.

Si rasserena, apro i finestrini al massimo per farmi accarezzare dal soffio languido del vento, nella testa pensieri più calmi, come una dolce melodia acustica, appena sporcata dal battito regolare degli pneumatici sui giunti del ponte autostradale che sto attraversando.

Sul viso mi scorrono lacrime serene mentre rallento per raggiungere il casello di uscita. Il giovane addetto ha una radiolina dalla quale proviene un battito secco ed una voce calda, ammaliante. Ci scambiamo uno sguardo veloce e mi accorgo che lui ha in viso la mia stessa espressione. Prendo dalla tasca qualche lira stropicciata che gli consegno insieme al biglietto di uscita. Mi dà il resto, poi mi dice: “Sorgerà il sole, bisogna solo saper attendere. Magari nel frattempo ascolta buona musica, aiuta!”

Gli rispondo che lo sto già facendo da un pezzo e che va meglio. Lo ringrazio e riparto svelto, cercando di fare mente locale. Ogni cosa mi rimanda all’ultimo disco degli XX… e il mio cuore continua a battere in un modo diverso.

Maurizio Narciso

10. Sleigh Bells – Reign of Terror

Data di Uscita: 21/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Lubrico e odoroso scivola dal labbro, rivolo rosso ambrato, come fosse fango diluito dall’acqua stagnante d’un temporale passato. Il tuono che l’ha scatenato è tutto fra le tue nocche, schiantate di fretta sul viso, che accomodante s’è aperto nell’improbabile tentativo di trovare spazio sufficiente per la tua mano e la mia faccia. La mano s’è ritirata dopo il primo tentativo, e per quanto dei due il più sofferente sia io, noto bene che anche nel tuo viso si cela l’accusa di un dolore. Strana metafora quella dei pugni in pieno viso, non puoi darli senza ricevere in cambio un minimo contraccolpo. Se colpisci qualcuno allo stomaco dei due il leso è solo lui, ma prova a toccargli la testa e t’accorgerai che stai cercando di ledere ossa con ossa. A quel punto la sfida è a chi dei due beve più latte. È spesso così quando vuoi fottere qualcuno, toccagli lo stomaco, il portafogli, il cibo. Difficilmente, se intorti bene la storia, ti negherà il culo. Ma prova a cambiargli le idee, prova solo a convincerlo di qualcosa che non sente. Ed ecco che le domande, i dubbi, le argomentazioni, diverranno dicotomiche e tu per lui sarai giudice in egual maniera in cui poni giudizi. Un po’ questo è il motivo della nostra attuale tenzone, stupido redneck dei miei coglioni, sciorini stronzate sulla superiorità dell’ariano, patriottico fondatore e possessore della sacra terra degli States. Idiota da tre spicci, sai qual è la differenza fra me e te, l’unica vera differenza fra me e te? Che il mio albero genealogico si biforca. Ma non è il tuo signore onnipotente che offendi sgualcendo il figlio suo, non è l’immagine a sua somiglianza che pesti in questo momento? Argomentazione lirica, evidentemente per questo non compresa in todo, continuerai a picchiare ed io ad incassare sorridendo all’idea che presto, probabilmente, perderò i sensi smettendo finalmente di prendere parte a questa imbarazzante, stereotipata rissa da Waffle House e con ottime probabilità riprenderò coscienza quando parte di questo dolore m’avrà abbandonato. E tutto questo, il viso inevitabilmente sfregiato dalle percosse, centinaia di migliaia di neuroni persi nel trauma, costole incrinate, solo perché ho sostenuto che bisogna saper interpretare i testi. Perché a prenderli alla lettera si commette per forza errore, come il mio quando leggendo in un saggio di sociologia che nessun uomo è condannato alla certezza ho pensato di poter prendere a pugni le tue convinzioni, sicuro che la forza dei miei sillogismi non avrebbe trovato l’attrito dei tuoi colpi. In fondo, pensandoci, a iniziare sono stato io. Tu ti stai solo difendendo, e lo fai parecchio bene. Buona vita da porcaro promiscuo e alcolizzato allora, endogamico figlio di puttana.

Alfonso Errico

Hanne Hukkelberg – Featherbrain (Top Ten 2012)

D.d.U. 20/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Tre haiku per Hanne Hukkelberg

#1
Sono le mie ali
fatte di piume bianche
o di catrame?

#2
Gettar via tutto
abitudini sogni
un nuovo fuoco.

#3
Lunghe distanze
secche come mani arse
agitan foglie.

Andrea Russo

Susanne Sundfør – The Silicone Veil (Top Ten 2012)

D.d.U. 26/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Tre haiku per Susanne Sundfør

#1
Fiori bianchi la
neve bacia la terra
e muore sola.

#2
La volpe scappa
dalle tue braccia cade
un bimbo nasce.

#3
Scorrono fiumi
di carezze parole
o videogames.

Andrea Russo

Top Ten 2012 – Giulia Delli Santi

1. Fiona Apple – The Idler Wheel Is Wiser Than the Driver of the Screw and Whipping Cords Will Serve You More Than Ropes Will Ever Do

Data di Uscita: 19/06/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Nothing wrong when
a song ends
in a minor key

L’amore è un dio cannibale che pretende in pegno frammenti d’anima ogni giorno, salvo eclissarsi all’improvviso quando pensavi il mosaico fosse compiuto, e non lo era.
La dedica questa volta è per lo spigoloso Jonathan Ames, boxeur romanziere, ma chissà non valga ancora come nota a piè di pagina per il ben più celebre compagno di ieri, il Paul Thomas Anderson di ‘Magnolia’ e ‘There Will Be Blood’. Le foto ricordo di una giornata radiosa a Coney Island trasformate quasi per necessità nello storyboard di un incubo virato in tonalità rancide, sceneggiatura impeccabile per rendere conto di come Fiona ‘Caramel’ Apple si persuase ad indossare gli abiti di Fiona ‘Rotten’ Apple scoprendo che, in fin dei conti, poteva non essere proprio una disgrazia.
Senza più narratori o registi al proprio fianco, la cantautrice dagli smisurati occhi celesti ha dovuto arrangiarsi. E’ tornata grazie alla scrittura a fare argine ad un bel campionario di mostri intimi, fissando al chiaro di luna le coordinate di una lotta sfrenata con il dispotismo del pensiero, con le ombre dolorose della mente, con il rimpianto. Ha rimasticato sentimenti e insicurezze dal gusto sgradevole, evitando di silenziare brutture, desideri di rivalsa e paranoie grottesche in confezione famiglia. Un lavoro creativo sporco, allucinato, orchestrato sul fondo torbido della propria coscienza. Un lavoro penoso già sbrigato in passato ma qui reso nobile da un intento autocritico viscerale, dall’intelligenza di chi sa fare ammenda. Amante gelosa e sadica. Zebra al neon sotto una pioggia di pura vergogna. Abbozzata e poi limata la parte, Fiona ha affidato la cura degli allestimenti al geniale scenografo e coproduttore Charley Drayton, vero pauperista dei battiti, almeno rispetto ai fasti barocchi di un Jon Brion o alle eccessive falsificazioni digitali di un Mike Elizondo. Ha quindi scelto di dirigersi in prima persona, ed il coraggio dietro il taglio realista sembra aver pagato: nessuna remora a mostrarsi pallida, triste e sciupata, quando il granito di una determinazione pazzesca è l’essenza stessa del proprio stare in scena. Davvero straordinaria nel riesumare fattivamente le proverbiali maschere del suo composto scetticismo, lo sguardo di Medusa e quel broncio meraviglioso, la Apple di ‘The Idler Wheel…’ rinnova le doti di attrice affilatissima, fascio di nervi sghembo e minimalista fragile, incostante, ma all’occorrenza non meno carismatica di Neko Case, astrazioni primitiviste comprese come da copione. Con il successo planetario dell’acerbo ‘Tidal’ la Sony aveva sperato di trovarsi per le mani un’ammiccante e docile gattina, ma la sullen girl di quel primo giro di giostra chiarì ben presto che sarebbe stata formidabile nel mettersi a nudo solo in chiave metaforica. Mancava la plastica da trasformare in platino, nel suo caso. Quella franchezza venerata dai fan e mal sopportata dal bazar della celebrità discografica approda oggi ad un risvolto di conclamata brutalità. Dopo i turgori orgogliosi di ‘When The Pawn…’ e i timidi raggi di sole del tribolato ‘Extraordinary Machine’, Fiona ha scelto di aggrapparsi con tutte le sue forze ad una forma di romanticismo appassito, ammalato e disturbante, che è tanto più onesto quanto più schietto, indifferente e lontano dagli agi del compromesso. Niente singoli da trincea televisiva generalista. Niente easy listening. Nessuna concessione alle fameliche sirene pop della sua major e nessuna torch song convenzionalmente intesa, con buona pace dei tanti che si erano affrettati a tirarla in ballo a sproposito magnificando appena qualche mese fa l’esordio dell’insulsa Lana Del Rey. Ormai inservibili anche gli immancabili apparentamenti di rito con le Tori Amos e le Joni Mitchell. La ragazzina costretta a lavare sulla piazza dei Grammy i panni insanguinati di una violenza subita in tenera età è finalmente cresciuta, forse dissolta per sempre. Al suo posto sul palco c’è oggi una donna vera con il fascino impervio e problematico della sua caparbietà di combattente istintiva, tutta unghie e cicatrici, esclusiva protagonista di ballate introverse, livide, accese solo ad intermittenza dai lampi feroci della sua voce: quell’energico irrequieto contralto che pennella sfumature, contrasti, intuizioni luministiche improvvise; che si stira e si accartoccia, si libra nel più esile dei ghirigori per poi svilirsi in un belato o lacerarsi sugli acuti in un lamento, sgraziata e ferita. Non finge una spensieratezza mai così lontana dal suo sentire attuale, ma si guarda bene anche dall’affettare pose estenuate o una comoda maniera della sofferenza. Quello di ‘Every Single Night’, segmento iniziale del film, è in tal senso un incipit quieto solo all’apparenza, ed in realtà la prima di una fila di finestre affacciate sul crudo e ribollente flusso di coscienza di una cantautrice davvero moderna. Il suo teatro d’azione sono fondali meccanici, tetri e inospitali, dominati dalla presenza marziale e quasi fisica del suo strumento feticcio: un pianoforte trasfigurato nel profilo disadorno della sua nuova consegna ritmica, suonato con sempre meno inutili slanci da virtuosa e sempre più concretezza, con quel piglio di drammatica autorevolezza a guidarla tra gli spifferi, in navigazione lenta sopra un fiume di angosce ormai impossibili da esorcizzare altrimenti. Le canzoni sono sequenze ingarbugliate e ritornanti. Si fanno largo in un intrico di sbuffi, clangori diseguali e grigie frattaglie percussive come faticose passeggiate in campo lungo sotto cieli plumbei, con il vitale e costante esercizio delle parole eletto a lenitivo specifico per quella sua splendida anima fratturata. Anche dentro inquadrature così poco ariose la performer newyorkese non rinuncia a regalare pagine di stupefacente, agra bellezza, agli scarti minimi dentro centrifughe dal vago sapore jazz, alla vorticosa seduzione della melodia. Al pari di certe magiche interpreti scandinave, si reinventa aliena. Giostra con pazienza e senza artifici dentro fotogrammi sonori brulli, lunari, per poi dipingere con il canto accese impressioni emozionali, per promuovere senza incertezze una versione scartavetrata del proprio languido magnetismo di cantante. Più che al titolo chilometrico ed opportunamente privo di chissà quale ermetico significato, il legame con i tempi di ‘When The Pawn…’ è affidato al tono di disinvolta ed audace malinconia, il registro più consono per far soffiare ancora quell’alito di rabbia passionale che è da sempre il pezzo pregiato nel repertorio dell’artista. Per una volta, tuttavia, la vera prova di forza si misura nelle ellissi. E nelle note in meno, nella scommessa di un gioco sempre praticato in sottrazione e sempre evocativo. Nella qualità dell’equilibrio al di sotto delle righe impennate di ieri. E’ questo l’autentico collante di un album che sul finale parrebbe stemperarsi, nei richiami all’infanzia e nel più frivolo accompagnamento strumentale di ‘Anything We Want’ come nella sofisticata cantilena di ‘Hot Knife’. Villaggi Potëmkin per incauti ascoltatori. Da maestra di illusioni, la Apple nasconde dietro un velo di falso ottimismo l’ennesima cappa di nuvole nere, per poi perdersi con la sorella Amber in un frastornante e pirotecnico crescendo polifonico che esplicita, mimandola, la follia dionisiaca dell’atto sessuale. Epicurea maliziosa o tetra espressionista. Licantropa e scavezzacollo o poetessa condannata ai marosi di una perenne inquietudine. Oggi Fiona è tutte queste figurine in un solo disegno, un collage scarduffato dove sono ancora tante le tessere cui mancano i colori di un cuore finalmente in armonia.

Stefano Ferreri

2. Andrew Bird – Break It Yourself

Data di Uscita: 06/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Spaventapasseri vestiti all’ultimo grido.

If memory serves us, then who owns the master
How do we know who’s projecting this reel

Morbo e ritenzione Mnestica.
Profili di porcellana accompagnano le mie confuse passeggiate lungo i corridoi immacolati della mia nuova casa. C’è odore stantio di acqua ossigenata nella stanza che divido con un vecchio di cui non ricordo il nome. Non molto tempo fa, dice, lavorava come tecnico in un cinema, oggi è quasi completamente cieco. A pensarci bene una sorte stravagante, sono tra quelli che hanno sempre sostenuto l’idea che la vita abbia un eccezionale senso dell’umorismo.
Verserà ancora un po’ di whiskey nella mia acqua o lo zuccherò nel suo tea?
Sappiamo bene che quel che dice non ha alcun senso, le giornate trascorrono monotone, la tv sempre accesa sullo stesso canale. Una volta mi hanno raccontato di un tale che ha provato a cambiare programma, ma si è addormentato prima di riuscirci.
Siedo alla finestra e mi lascio ad ascoltare la pioggia che picchietta lungo le immense vetrate. Dicevi che quando i ragazzi sarebbero cresciuti, avremmo preso una casa in Florida (o in California non ricordo) e ogni mattina avremmo atteso alla porta il furgone del latte trainare il sole nascente e avremmo giocato a dama tutto il giorno all’ombra del cedro che volevi piantare. Non rimane altro che un ricordo in perdita, c’è solo un grigio inconsistente previsto per il mio “oggi”. Se solo potessi guardare indietro, lo farei com’è stato fatto per il pianto di Euridice, ma quel che resta alle mie spalle è solo un’immagine deformata dall’aria calda, quel che accade al mondo nelle più afose giornate di primo Agosto.
Dimentico, è questa la mia colpa, e non basta un pugno di pillole di speranza a mutare la mia negligenza. A preoccuparsi di quel che ci circonda, sale un forte senso di frustrazione: dovrei ritrovare la vecchia armatura luminosa che mi renda invulnerabile a questo continuo perdersi, che mi protegga dal quel nulla che lascia trasparire il non ricordo di una vita, forse, non passata insieme. Vorrei voltarmi anche solo per ricordare cosa si prova ad invecchiare, come sono arrivato a questo, e liberarmi dall’affanno che suggerisce un “semplicemente non riesci a ricordarlo”.
Come ogni mattina mi rado con cura, indosso la mia giacca migliore e, prima di raggiungere la sala comune, osservo le scale che portano al piano di sopra, mi dicono sia quella la strada che porta alla fonte. Magari un giorno torneremo a ballare come fa la polvere se l’osservi controluce, come può chi è grato solo d’essere ancora vivo.

It’s all in the hands of a lazy projector
That forgetting, embellishing, lying machine

Giulia Delli Santi

3. Efterklang – Piramida

Data di Uscita: 24/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Esploratori spaziali di ritorno da una lunga missione furono tenuti lontani dagli sguardi del nuovo mondo, confinati su un’isola deserta, vecchio insediamento militare del nord.
Eroi nazionali che custodivano ancora negli occhi i clangori festanti delle parate militari, delle luminarie lungo i bordi della grande piazza e delle schioppettate di celebrazione della loro partenza, ora marciavano affondando i passi pesanti nel fango della piana sterminata e sul collo gelavano i fiati di cani scheletrici.
Una figura spettrale di donna volò verso i nuovi venuti, sospinta dall’alito di vento che chiuse profondo, alle sue spalle, il portone di un austero palazzone. Cucita su un camice bianco, la piramide, simbolo del nuovo ordine mondiale, riluceva su una scollatura che lasciava presagire un seno rigoglioso, occhialetti metallici sottolineavano il nero zingaresco raccolto sotto gli occhi, capelli verderame s’agganciavano dietro il bianco delle orecchie. Puntando gli occhi nel vuoto e allungando un braccio, invitò gli esploratori a seguirla sul retro del palazzone che si ergeva muto a dominare il paesaggio. Crepe tra i mattonati piegavano strisce di vento, e davano rifugio ad uccelli dalla testa biforcuta, le cui gole ululavano solitudine. Aerei militari irroravano scie chimiche abbandonando il cielo ad un grigio eterno.
Nessuno dei cosmonauti proferiva parola, camminavano uno dietro l’altro, sembravano mutanti decodificati, le pupille dilatate si riempivano di vuoto …
Una foglia mulinò nell’aria intralciando i passi del capitano, relegato in fondo alla fila. Trasversale corse la sua mente a stemperare il colore dei pulsanti e delle luci della navicella, e ad infrangere l’odore gommaceo dello scafandro, diventato l’odore dei giorni. Piegatosi rapido a raccogliere quella foglia rinsecchita sulla superficie melmosa, s’incolonnò lungo i passi dei compagni di viaggio, accorgendosi tardi della mano chiusa con troppa foga.
Mentre marciava cercò di concentrarsi intensamente sulla foglia, inatteso baluardo di vita che stentava a riconoscere, cercando di ricordarne il suo significato. Ma i passi robotici dei suoi compagni che sguazzavano nel fango sporcavano le immagini che tentava di riprendere dal fondo fumoso della memoria …
Sul retro del palazzone, sette uomini, in tenuta militare, tendevano i loro fucili fermi e muti come l’aria d’improvviso. Davanti alle loro sagome statuarie scintillavano a terra altrettante botole d’acciaio. Alle loro grosse spalle nuvole temporalesche s’accavallavano come chiome di cavalli in fuga. La donna, inchinatosi a salutare i militari, indicò bramosa, in una lingua dura e poco comprensibile agli esploratori, lo scintillio delle botole. Gli uomini venuti dallo spazio furono costretti a scoperchiarle e a restare a mirare sul fondo acquoso le loro sagome tremanti. Intanto file di scarafaggi e larve tornavano leste alla superficie e flebili dal profondo risuonavano gemiti e gorgoglii animaleschi. Le parole della donna si fecero sempre più brevi e dure, quasi s’indovinava il rossore sulle guance incipriate, e gli eroi capirono che dovevano sparire per sempre in quei buchi neri: come automi, la cui memoria addormentata non scuote più, scomparvero risucchiati dalla loro volontà meccanica e subalterna.
Il capitano rimase fermo, disorientato da tale sudditanza; aveva certo percepito il mutamento dei suoi compagni: il vuoto corrosivo del paesaggio riempire i loro occhi, sciogliere le espressioni, cancellare le parole, corrompere la volontà, azzerare la memoria.
Capì che quella foglia era un segno. Un segno di esistenza. Riaperta la mano il madore del suo palmo sciolse un odore che salì in fretta alle narici, il sangue gli si rimescolò tutto, una vampata di calore invase il corpo spingendolo lontano da quel grigiore che sapeva di morte: un giardino, delle foglie secche rastrellate, un vecchio ricurvo, il piccolo rogo che riempie acre l’aria, il vociare degli amici, le pieghe della gonna di una donna che attraversa veloce la strada, la città sbiadita nei clamori di fine estate.
In quell’istante seppe con precisione che quel mondo sortito prepotentemente dal passato era stato trasfigurato per sempre. La Storia aveva avuto una brusca accelerazione ed ora brancolava nel buio desiderosa della fine. La terra aveva smesso di dare frutti, le lingue erano scomparse, le città erano state blindate dagli eserciti, la memoria era diventata un crimine, l’umanità era talmente morta che non vi era più coscienza della morte.
Avvertì in quella condanna una grossa malinconia e una crescente solitudine scavare avidamente nel suo stomaco. La bellezza del mondo, ignorata dal dovere, sommessa dal progresso tecnico, tornava a brillare nella fiamma opaca del ricordo.
Una lacrima solcò l’occhio del capitano, quando una schioppettata, come quella festante che aveva salutato la sua partenza, all’ultimo richiamo aspro della donna, risuonò alle sue spalle e il suo corpo cadde piombo, pesante, senza vita. I brandelli di foglia si sparsero sul selciato e una folata di vento se li portò lontano da dove li aveva mandati.

Gianfranco Costantiello

4. Underdog – Keep Calm

Data di Uscita: 20/11/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

1° settimana
La pioggia continua a battere sulle pietre della strada in modo quasi violento; mi specchio nelle pozzanghere diversamente rispetto a quando lo faccio la mattina, tutte le mattine, davanti al mio specchio.
Mi sono rifiutato di andare dal “dottore”, non sono così solo. Adotterò diverse tattiche di guarigione: svegliarmi presto al mattino, mangiare poco, redigere dei rapporti scritti, ricominciare a scolpire, abolire in modo definitivo la fretta e, regola fondamentale, evitare discussioni inutili.

2° settimana
Ho preso a martellate l’orologio della cucina per non sentire più quell’insopportabile ed inquietante ticchettio, avrei voluto martellare il suono, in una meravigliosa e violenta sinestesia. Adesso giace sul pavimento come un castello abbattuto da un’orda di barbari e questa visione mi procura una brutale allegria che dura finché vedo le macerie entrare nel cestino.
Devo confessare che l’ho fatto principalmente per colpa della fame che mi attanaglia, per il mio stomaco vuoto che mi ricorda con dei vaghi deliri che sono una bestia la cui preoccupazione principale è mangiare per sopravvivere.

3° settimana
Mi sento decisamente meglio, ho stappato la bottiglia del torbido con una lenta e decisa gioia, ho raccontato tutto quello che avevo da raccontare a tutte le persone a cui tengo o almeno a quelle di cui ero sicuro che mi avrebbero ascoltato. Quando ieri sono uscito da casa di mia sorella, le gambe di una donna vestita di rosso mi hanno portato in un bizzarro posto. Non era la solita sala per ballare, ma un’allegra bettola circense in cui si ballava tango. Io ero seduto su delle gradinate verdi e piangevo serenamente ogni volta in cui la piccola orchestra suonava una milonga.

4° settimana
Ho sentito le nuvole esultare.
Mi sono svegliato guarito. Un attimo di estatico calore nella fredda indifferenza dell’universo. È abbastanza, mi basta, mi basta questo solo e insensato momento per esultare per il resto della mia vita, per guardarmi allo specchio e ridere di me e di tutto e gioire di me e di tutto.
Cammino per strada con le mie scarpe Derby marroni appena lucidate, contento di aver recuperato la cura per le cose; il vento di colpo spinge la cravattina rossa fuori dalla giacca e la manda a sinistra: non posso far altro che seguire la direzione indicata dal vento. Un grasso gatto mi conduce ad una rotonda, dove dei bambini mi portano davanti ad una pasticceria. Mi guardo attorno e vedo il posto dove suonano il tango e non posso far altro che tornarci. Dentro non c’è nessuno, solo un contrabbasso sta appoggiato ad una scala, pare chiamarmi, mi avvicino, lo accarezzo, lo abbraccio, lo suono. Un unico piccolo giro imparato forse dieci anni fa, mi pare sia di Mingus, non ricordo bene.
La barista mi sorride mentre il sole illumina una ballerina gialla che saltella vicino la finestra, becca un insetto e vola via.

Marco Di Memmo

5. Wild Nothing – Nocturne

Data di Uscita: 27/08/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Alzarsi prestissimo la mattina e vedere le prime nebbioline della giornata stagliarsi sulla pianura. Meglio stare nel letto fino a tardi per recuperare dai precedenti bagordi. Ma quali bagordi, qui non c’è granché da fare e si invecchia rapidamente. Prendere la chitarra in mano ed evadere nelle proprie camerette con i poster scuri attaccati alle pareti, sognare dolcemente tra i suoni spesso non troppo chiari. Poi magari al college si può mettere su una piccola band e sperare di raggranellare qualche dollaro in giro per i piccoli pub, tra una birra e un buon amaro. Le persone che mostrano interesse dopo ogni live e la crescente popolarità nel college, le sensazioni restano quelle: l’evasione che confluisce nella riflessione a volte pacata e a volte meno. Un ritorno a tempi passati, in decenni richiamati con estrema raffinatezza, quasi come se si fosse nati in un periodo sbagliato. La formula magica del synth sognante, li chiamano spesso revival in senso spregiativo. A rievocare certi fantasmi si rischia di finire uccisi dagli stessi, ci vuole un talento pazzesco per restare in vita.
Nelle proprie camere si può crescere benissimo così spensierati a giocare con la malinconia, la semplicità dei sentimenti e la fragilità degli stessi. Esportare l’intimità fuori dai confini della propria mente può diluire e far perdere la propria carica emotiva? Sembra normale un decadimento totale dell’intimità se fatta esplodere fuori. Certi casi mostrano il contrario, ai limiti del ragionamento razionale e a volte oltre.
E allora si può passare dal college a studi di registrazione ancora dozzinali ma dotati di funzioni base per registrare le proprie sensazioni antiche senza dispersioni varie; con i genitori magari a spingere per ripagare ancora più in fretta i debiti accumulati per lo studio del figlio. Senza l’idolatria del porsi al centro della scena si possono colpire le persone e il pubblico ed esplodere con la propria intimità facendola arrivare all’esterno. Fantasmi di nebbia che ballano al suono di tastiere riesumate chissà dove.
E se il successo diventa più grande bisognerà uscire dalla cameretta e girare il mondo, alla fine era quello il vero sogno, in giro con gli spettri a suonare ad occhi chiusi dappertutto. Sospesi tra fumi vari, esposizione al successo e mistura di trita e ritrita critica dappertutto. Il boom stropicciato che tanto piace alle folle chiamate independent.
E dopo la sbornia si resta semplici ragazzi, dopo la Rivelazione si cerca di non perdere l’intimità violata e ci si rimette in moto come sempre partendo dai propri spazi personali della Virginia.
Il riverbero diventa più pulito, le colorazioni sono sempre quelle, rimangono. L’impatto del tempo passato reso più delineato, costantemente vitale come una cartolina ricevuta e messa a riposare sul proprio cuore in una notte fredda. Potenzialmente contrastante con il tanto piacevole ostentare che fa godere e rizzare i peli ai critici, l’elaborazione non ostentata nasce da qui. La capacità di rimanere aderenti pur cambiando qualcosa. La forza del nascere insieme a certi spiriti del passato. E quella grandissima cura delle imperfezioni, che tanto piace in generale alla Cultura postmoderna rimasta ancorata alla malcelata diversità, si tramuta in cura del proprio spazio e basta. Si tornerà a viaggiare portando la nuova intimità in bella vista, con un carico di sensazioni da spargere al suolo. Disegnando le proprie vie i sogni e il buio prendono vita grazie al languore e al calore della voce, la compattezza si infittisce portandoci in un mondo più lucido e sognante allo stesso tempo. Minimale, ricoperto con ovatta senza piegature strambe ed aggiunta di archi: la nuova danza è compiuta. Paradise, Shadow & Nocturne.

Alessandro Ferri

6. Anaïs Mitchell – Young Man in America

Data di Uscita: 13/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Every day a dying day.

Sono passati già vent’anni da quella serena giornata di primo autunno. Le foglie prendevano ad impallidire appena, e la terra imbruniva come da rituale nel momento in cui sono stato mandato via da casa.“Occhi neri e deliranti”, mi chiamavi ribelle. Un figlio indesiderato, dicevi. Di fronte a te, io; che non ho mai saputo cosa significasse sentirsi voluto, che non sono mai stato accolto nel tuo gregge.
“Pastore, come ci si sente?”

Per i primi tempi ho vagato per le strade dell’Arizona, infinite distese a due corsie. Il deserto a farmi da sfondo, così rassicurante nella sua monotonia. E come il coyote si rivolge avido alla luna, io ero in cerca di un luogo dove far sentire il mio ululato.
Ho camminato a lungo finché non ho incontrato Annemarie: capelli d’oro morbido e corpetto osceno che mostrava curve risolute come fossero scolpite nel marmo. Il suo camminare fiero come si concede solo una “Star”, malgrado le considerazioni lascive dei suoi corteggiatori.
Di donne ne ho avute molte, anche quando ero con lei, ma non ho mai guardato nessuna di loro in quel modo. L’ho trovata in un paese insignificante e non riuscivo a spiegarmi come una come lei fosse rimasta così a lungo in quel posto così poco generoso. Lei che aveva classe, oh, se ne aveva… La sua presenza ha riempito a lungo il vuoto che mi portavo nello stomaco.
Eravamo a caccia di sogni, onnipotenti come ci si sente solo a quell’età. “Come ci si sente?”
Eravamo certi di poter possedere il cielo con tutte le stelle. Come rapaci eccitati alla vista di un ratto carnoso, volavamo a caccia dell’opportunità di cui voi eravate debitori.

I never felt so high / I think I’m coming down
I never laughed so loud / I think I’m coming down
Nothing gonna stop me now

Ho provato a non farle mancare nulla, ogni cosa in mio possesso era per solo per lei. Ma i conti sospesi cominciavano a pesare troppo sulla mia schiena. “La mia miseria era solo per lei”. Ho chiesto pietà questa volta, ma, ad attendermi, c’era il suo sguardo severo ed io, io ero solo ancora una volta.

Please / Please don’t leave
Easy feeling / Don’t leave me like that
Don’t set me Free.

Sono entrato in un bar in cerca di compagnia, qualcuno con cui prendere qualcosa da bere, e non mi stupii a vedermi allontanato come un accattone. Era evidente che il Sogno avesse un prezzo, ora.
Ho provato a mantenere la quota, ci ho provato a restare avanti, ma come dopo un trauma, quanto più mi sforzassi di ricordare, tanto più dimenticavo come ero finito così.
Sono stato barbiere, poeta, sarto e molte altre cose. Ho scoperto che il riflesso di me stesso non era in grado di rispondere alle domande che mi portavo dietro da una vita, ormai. Mi sono rivolto dunque al tuo Dio. Anche in questo caso non ho avuto risposta. Se non un mentore, chi può aiutarmi a capire chi sono?

Non sono certo tu potrai leggere questa lettera. Non ho tue notizie da quand’è morta mia madre. Non sono riuscito ad esserci per il funerale, però ogni tanto passo a salutarla, sai. Dovresti portarle fiori più spesso. Scrivo per ringraziarti, certo, perché concedendomi la strada così presto, strappandomi via dalla vostra aiuola come si fa con l’erba invadente, ho potuto annusare prospettive seducenti, ascoltare echi di lusinghe di un Sogno evanescente, trovandomi a chiedere, ora, se fosse mai cominciato.
Siamo noi le navi che hanno perduto la rotta in un paese non più disposto a far riverberare i suoi fari.

Giulia Delli Santi

7. First Aid Kit – The Lion’s Roar

Data di Uscita: 23/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Seduta a gambe incrociate sopra ad una panchina guardi scorrere il mondo e regali al vento i tuoi pensieri confusi. Non riesci a trovare una strada da seguire, continui a cercare e sbagliare, litigare con le parole e inventare equilibri.
Sembra voler volare via il lembo della tua sciarpa rossa insieme alle foglie e ai tuoi capelli che ti coprono gli occhi e ripensi a quando chiusa nella tua stanza scoprivi i primi dolori e non avevi scatole di medicine sul comodino ma ti bastavano le poesie tormentate di un ragazzino inquieto del Nebraska per dilatare e cicatrizzare le ferite.
Una folata di vento più forte all’improvviso e in ogni modo cerchi di non lasciar scappare via i fogli che hai in grembo.
Ricordi della prima estate in cui hai girato il mondo, tra la scoperta di anime che non sono la tua, sorrisi tirati agli stranieri da parte di cameriere dallo sguardo infelice, tramonti rubati di sfuggita dall’autostrada e le tue gambe accovacciate tra spartiti nel sedile posteriore dell’auto.
Primo tra tutto nella tua vita venne il canto, quando i cieli scuri li vedevi dalla finestra, protetta dal caldo della tua soffitta: una chitarra da dividere con tua sorella e le due voci che si intersecano fresche e secondo natura mentre il vento sibila minaccioso ricordandoti che è a Stoccolma che sei nata e che al freddo bisogna abituarsi.
Pensi che non vorresti sprecare più tempo tra l’aria ora tiepida ora gelida dei ricordi e questa che ti percuote le guance. Sai che è difficile, come smetterla di fantasticare su buoni propositi o di proteggersi dietro ad altre canzoni.
Come cenere trasportata dal vento, vorresti lasciar volare via le tue paure. Dimenticati dei riflessi in cui non ti riconoscevi. Nel mezzo del caos, continua a cercare qualcosa che sia vero. Osservi negli occhi l’umanità che sfila dall’altro lato della strada e fissando parole su carta sorridi pensandoti regina per qualche istante di quel teatro dell’assurdo che è il mondo.
Raccogli la tua borsa, tutti i fogli, aggiusti la sciarpa e il cappello di lana e ti alzi dalla panchina con un’immagine sola nella mente. Un vinile di Gram Parsons sul giradischi mentre fuori una tempesta.

Filippo Redaelli

8. John Talabot – ƒIN

Data di Uscita: 06/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

“Viene chiamato persistenza della visione… è l’unico modo per tenere gli occhi sempre aperti”.

Ricorderò per sempre questa frase pronunciata nella stanza 4.03 del museo del Prado, all’alba del mio settimo anno di età. Nonno Pierre passava giornate intere ad accarezzare con lo sguardo quei dipinti disconosciuti, firmati da una mano ignota. Troppo timidi gli autori, troppo umili, per pensare di aver creato qualcosa degno di essere visto, di essere condiviso. Le loro opere venivano disposte con noncuranza in una delle ultime sale del museo, senza teche o luci speciali per preservarli. Nessun custode si accorgeva di lui e della sua piccola sedia pieghevole, perchè quei dipinti affiancati da una targhetta con su scritto “Artista Sconosciuto” altro non erano che figli di un abbandono. Quel giorno indossava degli occhiali scuri come l’ho visto sempre fare, un debole tentativo di preservare una vista che giorno dopo giorno lo rendeva sempre più lontano dalla realtà.
Una moglie dispettosa”, commentava sorridendo.
Mi venne a prendere sotto casa nel tardo pomeriggio, tenendomi con la sua mano calda fino all’ingresso di Parque del Retiro. Quando il suo passo diventò più incerto ed il suo sorriso tremolante presi il suo posto, precedendolo. All’ingresso del museo riuscì a malapena a riconoscere i gradini, con solo le abitudini di mezzo secolo a sorreggerlo, ma una volta raggiunta la stanza il suo volto si illuminò.
Conoscevo il quadro che aveva scelto anche se non l’avevo mai visto, me ne aveva parlato talmente tante volte che era come se l’avessi dipinto io stesso.
Era così semplice, bianco e nero… un flusso di pensieri interrotti, storia di una civiltà perduta, affogata tra orrori e rinascita.
Nonno Pierre si sedette sul pavimento a gambe incrociate, le mani sulle ginocchia con le braccia a formare un angolo retto. Si tolse con calma gli occhiali scuri per fissare il suo sguardo sul dipinto, il che mi consentì di ammirare la bellezza di quegli occhi marroni dalle venature dorate un istante prima che perdessero per sempre la loro luce.
Più avanti nel tempo le convinzioni del nonno, anche dopo la sua morte, vennero viste con sospetto e con la tipica accondiscendenza che si riserva alle persone anziane. Sosteneva di essere riuscito a fissare quell’ultima istantanea nel suo immaginario, in maniera indelebile.
Si era scelto uno scenario visivo da poter sfogliare giorno dopo giorno, imperturbabile a quello che i suoi occhi oramai bianchi catturavano.
Era diventato, per me, il simbolo dell’uomo artefice del proprio destino, e molte altre cose.
Gli ho sempre creduto, ed è per questo che sono ritornato in questa stanza, stasera.
Mi hai insegnato tutto quello per cui ho vissuto. L’importanza dei momenti contro lo scorrere del tempo. A credere nelle persone che non modificano il loro spirito nonostante migrazioni e disabitudini.
E mentre la corona di oro e sangue colerà liquida sopra la mia testa, il mio ultimo sorriso sarà rivolto all’uomo che mi ha insegnato a sconfiggere la nostalgia, “rifugio dei cuori deboli, delle menti incapaci di proseguire, armageddon della parola più bella mai pronunciata: speranza”.

Filippo Righetto

9. Perfume Genius – Put Your Back N 2 It

D.d.U. 21/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

“Do your weeping now; All you loved of her lies here.”
(Dirge, Edna St. Vincent Millay)

Interno 17
Questa mattina sono stato svegliato dalla sua risata, vorrei che capitasse più spesso.
Le nostre stanze sono separate da cemento e intonaco ma riesco ancora a sentirle suonare i suoi valzer.
Ho abbandonato il letto con foga e, indossato il mio trucco migliore, ho aperto la porta per poterla guardare ancora prima che prenda la bicicletta per andare a lavoro.
Fingo di ignorarla con il mio sterile “buongiorno”, ma la voce tradisce un tremore.
Mi chiedo se si sia mai accorta di me.
Ciò che ho scritto è la tua assenza; quando divento l’ultima luce all’angolo della tua strada.

Giulia Delli Santi

10. Soap&Skin – Narrow

Data di Uscita: 13/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

“La solitudine è questa
situazione un po’ buffa, un po’
ridicola, un po’ aggressiva […]”
(P.V. Tondelli)

È l’immagine di una donna al pianoforte che suona Liszt, sullo sfondo un paesaggio marino olandese; le onde che si infrangono imponenti sugli scogli e corrono giù verso la riva. Spesso Helga riguardava questo video in vhs; era un ricordo di un viaggio degli anni Ottanta.
Da quando non c’era più suo marito doveva badare a se stessa, proprio come aveva fatto in gioventù quando era partita per affinare la propria anima traghettandola a Parigi. Qui aveva studiato design ma non si laureò mai. Fu lì che incontrò invece Mathieu, quello che sarebbe diventato suo sposo.

La solitudine, questa condizione in fondo naturale, necessita a volte di spiegazioni. C’è un impulso un po’ perverso nel far sentire la propria vicinanza ai cari di una persona scomparsa. Helga detestava quel viavai di visite, quelle telefonate di cordoglio da parte di gente che non vedeva da anni o che conosceva in maniera solamente indiretta. Ma, tant’è, non poteva farci niente. Alla fine s’era rassegnata a considerare tutto ciò come qualcosa di normale e pian piano aveva imparato a districarsi nel groviglio di frasi di circostanza ed espressioni di empatia di cui avrebbe fatto volentieri a meno.

Talvolta si chiedeva se fosse cinica. Tutta quella gente preoccupata, gentile, spesso in lacrime… possibile che nei loro confronti non riuscisse a provare la ben che minima gratitudine? Probabilmente tutta quella dimostrazione di affetto non la sentiva propria perché, realizzò, era diretta solo nei riguardi del marito defunto. Dunque, avrebbe senso provare ugualmente gratitudine? Per l’amore di Mathieu, sì, aveva pensato Helga. E allora, in realtà non provava più amore nei confronti di Mathieu? No, no, no! Helga rifiutava questa ipotesi. Con ferma convinzione. Il solo fatto che le fosse venuta in mente una simile fantasia le fece provare un senso di vergogna e, pentita, rivolse un rapido sguardo alla figura del marito scomparso posta sul comò.

Piuttosto, arrivò alla conclusione, lo aveva amato fin troppo da vivo. Amava così tanto la vita che nei confronti della morte provava un sentimento confuso eppur netto: il più totale disinteresse. È in vita che Mathieu era stato suo marito, amante, amico e persino padre. È in vita che si dimostrano gli affetti, pensava, non da morti. La morte è l’oblio e non merita alcuna considerazione. Diamo troppa importanza alla morte e poca alla vita.

Helga spense il televisore, si alzò in piedi e tirò un sospiro, come se per arrestare il suo flusso di pensieri bastasse una boccata di ossigeno. Infine prese una decisone improvvisa. Sarebbe tornata nel suo paese natio, in Svizzera.

Andrea Russo

Perfume Genius – Put Your Back N 2 It (Top Ten 2012)

D.d.U. 21/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

“Do your weeping now; All you loved of her lies here.”
(Dirge, Edna St. Vincent Millay)

Interno 17
Questa mattina sono stato svegliato dalla sua risata, vorrei che capitasse più spesso.
Le nostre stanze sono separate da cemento e intonaco ma riesco ancora a sentirle suonare i suoi valzer.
Ho abbandonato il letto con foga e, indossato il mio trucco migliore, ho aperto la porta per poterla guardare ancora prima che prenda la bicicletta per andare a lavoro.
Fingo di ignorarla con il mio sterile “buongiorno”, ma la voce tradisce un tremore.
Mi chiedo se si sia mai accorta di me.
Ciò che ho scritto è la tua assenza; quando divento l’ultima luce all’angolo della tua strada.

Giulia Delli Santi

Top Ten 2012 – Marco Di Memmo

1. Fiona Apple – The Idler Wheel Is Wiser Than the Driver of the Screw and Whipping Cords Will Serve You More Than Ropes Will Ever Do

Data di Uscita: 19/06/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Nothing wrong when
a song ends
in a minor key

L’amore è un dio cannibale che pretende in pegno frammenti d’anima ogni giorno, salvo eclissarsi all’improvviso quando pensavi il mosaico fosse compiuto, e non lo era.
La dedica questa volta è per lo spigoloso Jonathan Ames, boxeur romanziere, ma chissà non valga ancora come nota a piè di pagina per il ben più celebre compagno di ieri, il Paul Thomas Anderson di ‘Magnolia’ e ‘There Will Be Blood’. Le foto ricordo di una giornata radiosa a Coney Island trasformate quasi per necessità nello storyboard di un incubo virato in tonalità rancide, sceneggiatura impeccabile per rendere conto di come Fiona ‘Caramel’ Apple si persuase ad indossare gli abiti di Fiona ‘Rotten’ Apple scoprendo che, in fin dei conti, poteva non essere proprio una disgrazia.
Senza più narratori o registi al proprio fianco, la cantautrice dagli smisurati occhi celesti ha dovuto arrangiarsi. E’ tornata grazie alla scrittura a fare argine ad un bel campionario di mostri intimi, fissando al chiaro di luna le coordinate di una lotta sfrenata con il dispotismo del pensiero, con le ombre dolorose della mente, con il rimpianto. Ha rimasticato sentimenti e insicurezze dal gusto sgradevole, evitando di silenziare brutture, desideri di rivalsa e paranoie grottesche in confezione famiglia. Un lavoro creativo sporco, allucinato, orchestrato sul fondo torbido della propria coscienza. Un lavoro penoso già sbrigato in passato ma qui reso nobile da un intento autocritico viscerale, dall’intelligenza di chi sa fare ammenda. Amante gelosa e sadica. Zebra al neon sotto una pioggia di pura vergogna. Abbozzata e poi limata la parte, Fiona ha affidato la cura degli allestimenti al geniale scenografo e coproduttore Charley Drayton, vero pauperista dei battiti, almeno rispetto ai fasti barocchi di un Jon Brion o alle eccessive falsificazioni digitali di un Mike Elizondo. Ha quindi scelto di dirigersi in prima persona, ed il coraggio dietro il taglio realista sembra aver pagato: nessuna remora a mostrarsi pallida, triste e sciupata, quando il granito di una determinazione pazzesca è l’essenza stessa del proprio stare in scena. Davvero straordinaria nel riesumare fattivamente le proverbiali maschere del suo composto scetticismo, lo sguardo di Medusa e quel broncio meraviglioso, la Apple di ‘The Idler Wheel…’ rinnova le doti di attrice affilatissima, fascio di nervi sghembo e minimalista fragile, incostante, ma all’occorrenza non meno carismatica di Neko Case, astrazioni primitiviste comprese come da copione. Con il successo planetario dell’acerbo ‘Tidal’ la Sony aveva sperato di trovarsi per le mani un’ammiccante e docile gattina, ma la sullen girl di quel primo giro di giostra chiarì ben presto che sarebbe stata formidabile nel mettersi a nudo solo in chiave metaforica. Mancava la plastica da trasformare in platino, nel suo caso. Quella franchezza venerata dai fan e mal sopportata dal bazar della celebrità discografica approda oggi ad un risvolto di conclamata brutalità. Dopo i turgori orgogliosi di ‘When The Pawn…’ e i timidi raggi di sole del tribolato ‘Extraordinary Machine’, Fiona ha scelto di aggrapparsi con tutte le sue forze ad una forma di romanticismo appassito, ammalato e disturbante, che è tanto più onesto quanto più schietto, indifferente e lontano dagli agi del compromesso. Niente singoli da trincea televisiva generalista. Niente easy listening. Nessuna concessione alle fameliche sirene pop della sua major e nessuna torch song convenzionalmente intesa, con buona pace dei tanti che si erano affrettati a tirarla in ballo a sproposito magnificando appena qualche mese fa l’esordio dell’insulsa Lana Del Rey. Ormai inservibili anche gli immancabili apparentamenti di rito con le Tori Amos e le Joni Mitchell. La ragazzina costretta a lavare sulla piazza dei Grammy i panni insanguinati di una violenza subita in tenera età è finalmente cresciuta, forse dissolta per sempre. Al suo posto sul palco c’è oggi una donna vera con il fascino impervio e problematico della sua caparbietà di combattente istintiva, tutta unghie e cicatrici, esclusiva protagonista di ballate introverse, livide, accese solo ad intermittenza dai lampi feroci della sua voce: quell’energico irrequieto contralto che pennella sfumature, contrasti, intuizioni luministiche improvvise; che si stira e si accartoccia, si libra nel più esile dei ghirigori per poi svilirsi in un belato o lacerarsi sugli acuti in un lamento, sgraziata e ferita. Non finge una spensieratezza mai così lontana dal suo sentire attuale, ma si guarda bene anche dall’affettare pose estenuate o una comoda maniera della sofferenza. Quello di ‘Every Single Night’, segmento iniziale del film, è in tal senso un incipit quieto solo all’apparenza, ed in realtà la prima di una fila di finestre affacciate sul crudo e ribollente flusso di coscienza di una cantautrice davvero moderna. Il suo teatro d’azione sono fondali meccanici, tetri e inospitali, dominati dalla presenza marziale e quasi fisica del suo strumento feticcio: un pianoforte trasfigurato nel profilo disadorno della sua nuova consegna ritmica, suonato con sempre meno inutili slanci da virtuosa e sempre più concretezza, con quel piglio di drammatica autorevolezza a guidarla tra gli spifferi, in navigazione lenta sopra un fiume di angosce ormai impossibili da esorcizzare altrimenti. Le canzoni sono sequenze ingarbugliate e ritornanti. Si fanno largo in un intrico di sbuffi, clangori diseguali e grigie frattaglie percussive come faticose passeggiate in campo lungo sotto cieli plumbei, con il vitale e costante esercizio delle parole eletto a lenitivo specifico per quella sua splendida anima fratturata. Anche dentro inquadrature così poco ariose la performer newyorkese non rinuncia a regalare pagine di stupefacente, agra bellezza, agli scarti minimi dentro centrifughe dal vago sapore jazz, alla vorticosa seduzione della melodia. Al pari di certe magiche interpreti scandinave, si reinventa aliena. Giostra con pazienza e senza artifici dentro fotogrammi sonori brulli, lunari, per poi dipingere con il canto accese impressioni emozionali, per promuovere senza incertezze una versione scartavetrata del proprio languido magnetismo di cantante. Più che al titolo chilometrico ed opportunamente privo di chissà quale ermetico significato, il legame con i tempi di ‘When The Pawn…’ è affidato al tono di disinvolta ed audace malinconia, il registro più consono per far soffiare ancora quell’alito di rabbia passionale che è da sempre il pezzo pregiato nel repertorio dell’artista. Per una volta, tuttavia, la vera prova di forza si misura nelle ellissi. E nelle note in meno, nella scommessa di un gioco sempre praticato in sottrazione e sempre evocativo. Nella qualità dell’equilibrio al di sotto delle righe impennate di ieri. E’ questo l’autentico collante di un album che sul finale parrebbe stemperarsi, nei richiami all’infanzia e nel più frivolo accompagnamento strumentale di ‘Anything We Want’ come nella sofisticata cantilena di ‘Hot Knife’. Villaggi Potëmkin per incauti ascoltatori. Da maestra di illusioni, la Apple nasconde dietro un velo di falso ottimismo l’ennesima cappa di nuvole nere, per poi perdersi con la sorella Amber in un frastornante e pirotecnico crescendo polifonico che esplicita, mimandola, la follia dionisiaca dell’atto sessuale. Epicurea maliziosa o tetra espressionista. Licantropa e scavezzacollo o poetessa condannata ai marosi di una perenne inquietudine. Oggi Fiona è tutte queste figurine in un solo disegno, un collage scarduffato dove sono ancora tante le tessere cui mancano i colori di un cuore finalmente in armonia.

Stefano Ferreri

2. Father John Misty – Fear Fun

Data di Uscita: 01/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

F. si sveglia lentamente ogni mattina, dorme molto poco, perlopiù svestita ma coperta dalla fastidiosa lana dei pensieri. È con ogni probabilità la regina di Babilonia e tutti, anche senza saperlo, sono pazzi di lei.
Si passano bei momenti nella sua città, ovunque si va si ha la testa coperta e si avverte una bizzarra libertà, lo stesso spirito che anima F., la donna più bella del suo meridiano. È forse la donna di cui si potrà innamorare il prossimo Gesù Cristo laico. Ha qualche piccola psicopatologia urbana che la porta a piangere molto spesso e a desiderare di vivere in qualche lontana campagna ai confini con un altro universo, mentre però continua a sguazzare nel ritmo postmoderno della sua danza e non sa far a meno della musica, con cui ha oltretutto stretto un legame più profondo che tutti sperano finisca presto.

L’organo suona mestamente e viene accompagnato da percussioni che sono vecchie e stanche almeno come l’essere umano. Sembra che tutte le parole che esistono in questo mondo siano già state dette in tutti i loro abbinamenti possibili. Sembra che tutte le combinazioni amorose possibili siano già state fatte. Sembra che nessuno creda più nella felicità e nell’amore, soprattutto gli infelici e i narcisisti.

F. è  bella come il papavero giallo e talvolta fa venire delle allucinazioni che creano alla vittima migliaia di immagini di F. nella mente e la trasformazione di qualsiasi donna in una potenziale F., può togliere le forze e far venire un sonno travagliato. Si potrebbero scrivere anni luce di parole su F. ed almeno la metà sarebbero parole tinte di rosso, altre sarebbero parole di tempo spogliato. Con lei si impara ad amare almeno per brevi momenti questa burla bellica che siamo tutti costretti a vivere ed a cui ci attacchiamo tutti come sanguisughe assetate e disperate.
La vita ha sciolto un altro anno, e comunque andranno le cose, anche se riuscirò a ricomporre la mia sfera, sarò per sempre innamorato di F..

Marco di Memmo

3. Underdog – Keep Calm

Data di Uscita: 20/11/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

1° settimana
La pioggia continua a battere sulle pietre della strada in modo quasi violento; mi specchio nelle pozzanghere diversamente rispetto a quando lo faccio la mattina, tutte le mattine, davanti al mio specchio.
Mi sono rifiutato di andare dal “dottore”, non sono così solo. Adotterò diverse tattiche di guarigione: svegliarmi presto al mattino, mangiare poco, redigere dei rapporti scritti, ricominciare a scolpire, abolire in modo definitivo la fretta e, regola fondamentale, evitare discussioni inutili.

2° settimana
Ho preso a martellate l’orologio della cucina per non sentire più quell’insopportabile ed inquietante ticchettio, avrei voluto martellare il suono, in una meravigliosa e violenta sinestesia. Adesso giace sul pavimento come un castello abbattuto da un’orda di barbari e questa visione mi procura una brutale allegria che dura finché vedo le macerie entrare nel cestino.
Devo confessare che l’ho fatto principalmente per colpa della fame che mi attanaglia, per il mio stomaco vuoto che mi ricorda con dei vaghi deliri che sono una bestia la cui preoccupazione principale è mangiare per sopravvivere.

3° settimana
Mi sento decisamente meglio, ho stappato la bottiglia del torbido con una lenta e decisa gioia, ho raccontato tutto quello che avevo da raccontare a tutte le persone a cui tengo o almeno a quelle di cui ero sicuro che mi avrebbero ascoltato. Quando ieri sono uscito da casa di mia sorella, le gambe di una donna vestita di rosso mi hanno portato in un bizzarro posto. Non era la solita sala per ballare, ma un’allegra bettola circense in cui si ballava tango. Io ero seduto su delle gradinate verdi e piangevo serenamente ogni volta in cui la piccola orchestra suonava una milonga.

4° settimana
Ho sentito le nuvole esultare.
Mi sono svegliato guarito. Un attimo di estatico calore nella fredda indifferenza dell’universo. È abbastanza, mi basta, mi basta questo solo e insensato momento per esultare per il resto della mia vita, per guardarmi allo specchio e ridere di me e di tutto e gioire di me e di tutto.
Cammino per strada con le mie scarpe Derby marroni appena lucidate, contento di aver recuperato la cura per le cose; il vento di colpo spinge la cravattina rossa fuori dalla giacca e la manda a sinistra: non posso far altro che seguire la direzione indicata dal vento. Un grasso gatto mi conduce ad una rotonda, dove dei bambini mi portano davanti ad una pasticceria. Mi guardo attorno e vedo il posto dove suonano il tango e non posso far altro che tornarci. Dentro non c’è nessuno, solo un contrabbasso sta appoggiato ad una scala, pare chiamarmi, mi avvicino, lo accarezzo, lo abbraccio, lo suono. Un unico piccolo giro imparato forse dieci anni fa, mi pare sia di Mingus, non ricordo bene.
La barista mi sorride mentre il sole illumina una ballerina gialla che saltella vicino la finestra, becca un insetto e vola via.

Marco Di Memmo

4. Sigur Rós – Valtari

Data di Uscita: 28/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Við höldum andanum

Fin dal mattino ero stato tormentato da una strana angoscia. Ad un tratto mi era sembrato che tutti mi lasciassero solo, che tutti mi abbandonassero.

F.D.

Respiro.
L’odore di brina che ancora riposa pigra sul letto d’erba della collina, alle spalle della vecchia casa di legno nell’Austurland, penetra persuasivo le mie narici. Lascio che ogni alveolo polmonare si gonfi come spugna in acqua, e l’assenso è dato. La pungente brezza del giorno nascente mi avvolge con una danza d’invadenza. Lascio che ogni centimetro di pelle sia graffiato dalla carezza di una gorbia di ghiaccio, e l’approvazione è concessa.
Brandelli di cielo; costretto ai capricci del vento indisponente che impone ai cumulonembi fluttuazioni ipnotiche, accelerati come in un film dopo aver stretto il tasto forward; mi accompagnano fedeli lungo la strada che mi porta un po’ più lontano da casa.
Proseguo apparentemente senza meta sorretto dal legno dell’aspettativa, promosso da una piccola bugia di bambino a scettro di indipendenza conquistata. Il passo, ancora una volta incerto, sembra presagire una morte lenta, seguito dalla giovane e fedele foschia che racconta di nuances di raccolta tristezza. Ma non voglio smettere di respirare; mi lascerò piuttosto trasportare dalla suggestione emotiva indotta dai frammenti di voce, placidi e rassicuranti, di qualche albero solitario che mi capita di incrociare lungo il percorso.
E ho l’impressione di vederla da lontano la nuvola di vapore accogliente che, come una madre, mi richiama al mio proposito. Rapito da una sensazione di paura ed eccitamento allo stesso tempo, mi trovo ad accelerare il piede. L’effetto prospettico mascherava la distanza effettiva, in poco tempo raggiungo le sue pendici. Venti metri di basalto colonnare mi separano dal fondo della cascata di cui non riesco a vedere la profondità. Il sole più alto è una benedizione, le nubi quasi del tutto allontanate. Mi scrollo di dosso ogni orpello, ogni elemento non necessario e mi vesto di vento. Seduto al margine del vuoto, chiudo gli occhi per contemplare la bellezza del paesaggio sonoro che mi avvolge in un abbraccio rassicurante. Ho finalmente l’impressione che il mondo sia assorto in una quiete silente, smorzata soltanto dalla liturgia corale dell’acqua il cui flusso omogeneo si rivolge perpendicolare al basamento, sicuro di quel che sarà il suo approdo, con una tale naturalezza.
Forse è la calma a darmi coraggio. Torno in posizione eretta e, fiero, gonfio il petto. La punta delle mie dita è accarezzata solo da aria ora. Il battito cardiaco si fa più intenso.

Un ultimo respiro e un altro passo avanti.

Giulia Delli Santi

5. Chapelier fou – Invisible

Data di Uscita: 09/04/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Ci sono degli strani rumori in cantina, sbattere di pentole, vaghe note, chiacchiere in una lingua strana e suoni elettronici. Mi muovo piano, ma quando apro la porta si calma tutto. Accendo la luce e scendo le scale; sento tossire e sbattere qualcosa nel buio.
Attorno a me c’è il vuoto, tutti gli scatoloni sono scomparsi di colpo e c’è un odore di silicio, o meglio un odore che mi ricorda il silicio, o forse il silicio non ha odore, non importa.
Sono in maniche corte e in poco tempo sento gelare, sento una strana voce e poi un’altra e d’improvviso mi viene buttata addosso una giacca che pare la parka eschimese. Il freddo diventa insostenibile. Spunta dal buio una piccola ragazza, poi un ragazzo, poi degli adulti e degli anziani.
Tramite una bizzarra suggestione mi passa nella mente un intero alfabeto di lettere strane e qualche millennio di storia: comincio a parlare l’inuktitut correntemente e chiedo spiegazioni.
È morto il re del Centro del Mondo e bisogna ristabilire la pace, gli Inuit erano suoi fedeli servitori (che dalla parte più calda del mondo sono stati portati in quella più fredda per proliferare in armonia) ed ora mi chiedono di andare al centro della terra a portare la pace.
Quando arriviamo lì ci accorgiamo che la pace è già arrivata ed è stata incoronata come regina. Dopo aver bevuto una birra andiamo su un piccolo e invisibile satellite della terra che gli Inuit dicono di aver costruito circa tre millenni fa. Torno a casa a prendere la macchina fotografica, ma essendo diventato invisibile all’occhio umano non Inuit non mi apre nessuno.
Alla nostra partenza un’orchestra di orsi bianchi ci suona una marcia che elimina la forza di gravità e ci dà la spinta per saltare (perché su questo satellite ci si può arrivare solo saltando).
È un bel posto, si mangia molto pesce secco e gli abitanti hanno una particolare preferenza per la musica psichedelica. Faccio un tour di questo grazioso corpo celeste a cavallo di una renna. Mi fermo in una strada lungo la quale si sentono solamente canzoni dei Velvet Underground ed entro in un locale sotterraneo semibuio. Il barista mi ricorda qualcuno… non riesco a capire. Dopo qualche whiskey mi rendo conto che il barista è uguale a me, anzi, sono io. Allora io chi sono? Io sono un Inuit ed imploro il me stesso dall’altra parte del bancone di ridarmi il mio corpo. “Eh no caro mio” mi dice bonario “non posso, sei diventato invisibile, anzi sei sempre stato invisibile, il corpo non ti serve”. I miei vestiti eschimesi cadono a terra: sono diventato del tutto immateriale. Con la mia nuova non-sostanza mi aggiro per il satellite e mi rendo conto che esso stesso è etereo.
Il mio non-cuore pulsa in modo impressionante, talmente forte che le onde che genera mi riportano sulla terra. Ho in mano uno scettro di osso di balena, ma soprattutto ho di nuovo le mani, ed ho di nuovo tutto il mio corpo e sono di nuovo me stesso. Sono in Terra del Fuoco, a qualche chilometro da Ushuaia, cammino senza sosta sapendo solo che sono alla ricerca di qualcosa, ma ovviamente non so di cosa. Un albatro mi si avvicina in volo e mi dice di andare dalla volpe Albert che ha quello che cerco.
Alcuni condor delle Ande cercano di portarmi via lo scettro che io uso a mia volta per scacciarli. Vedo in lontananza un bell’esemplare di volpe della Patagonia e gli chiedo informazioni: è il cugino di Albert e mi porta fino a lui all’interno di una caverna. Albert non dice una parola, mi guarda fisso per dieci minuti e poi mi fa “sì, nonostante tutto sei il prescelto” e mi butta una pietra che dice di essere “la sacra pietra che proviene dalla Luna”. La pietra si incastra perfettamente sullo scettro.
E questa è la storia di come sono diventato il Re degli Onironauti, discendente indiretto di un Inuit cacciatore di balene che si era stancato deponendo a mio favore, scegliendo la carriera di musicista jazz.

Un merlo bussa alla mia finestra e mi dice che tutto questo non ha senso. Io a mio discapito posso dirgli solo che fin quando non ne sapremo qualcosa in più, i sogni, che siano ad occhi aperti o chiusi, non hanno necessariamente un senso.

Marco di Memmo

6. Josephine Foster – Blood Rushing

Data di Uscita: 17/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Oh anima mia, fa’ che io sia in te adesso
Guarda attraverso i miei occhi, guarda le cose che hai creato
Tutto risplende

Per anni è stata sufficiente l’illusione, promossa come più facile delle imbeccate da quella figura così austera. Gonna a strascico, scialli e camicette nere, lunghi capelli di corvo raccolti in uno chignon.
E lo sguardo dall’inconfondibile ombra triste, sempre enigmatico nella sua gravità.
Ovunque la riconoscevi come il fantasma di Emily Dickinson, persa in un passato astratto ed impossibile.
I frammenti malinconici della sua antologia folk claustrale, compilata con ascetico riguardo sulle liriche della poetessa di Ahmerst, non potevano che rappresentare il fondo di questo esorcismo, quasi una liberazione. Nelle altre riletture quel senso di possessione mancava. Niente abbaglio mesmerico dentro le canzoni, anche se coraggio e finezza antiaccademica sono sempre stati insopprimibili prerogative per la sua sensibilità di artista. Così i lieder della tradizione romantica tedesca trasfigurati in ‘A Wolf in Sheep’s Clothing’ dai fuochi bianchi e acidi delle chitarre elettriche, così il canzoniere popolare di Garcia Lorca tonificato in ‘Anda Jaleo’ dal cristallo del charango e da una vivida asprezza gitana esercitata a tutto campo.
Esaurito lo slancio di questa sua parentesi devozionale, Josephine Foster torna a vestire i panni della strega campestre degli esordi, quando lo standard appalachiano delle sue composizioni per ukulele era traviato dalla vitalità selvatica di un’affilata ma irrequieta vena psichedelica. Soltanto una sfaccettatura tra le altre per quella voce incredibile, un soprano salmodiante forgiato in ambito lirico e sorpreso nell’imbarazzo tra inclinazioni lugubri e ridenti arabeschi, smussatura palese dei tanti anni spesi a perfezionarsi tra funerali e sposalizi.
Appena pubblicata la seconda raccolta iberica, Josephine ha abbandonato il suo rifugio andaluso per tornare in patria e registrare il nuovo ‘Blood Rushing’, disco che rilascia uno sfacciato aroma di States sin dall’inequivocabile allegoria della copertina, personale rivisitazione pittorica della propria bandiera nazionale. Il sottile filo rosso che lega campi e firmamento è lo scorrere impetuoso di un sangue – o di un vino, stando all’incalzante ritornello di ‘O Stars’ – che è l’essenza stessa della natura orgogliosa ed indomabile. Il Rio Colorado dei remoti esploratori spagnoli si tuffa dal Grande Carro a battezzare una nazione e ad ancorarla a quanto ha di più sacro. Non soltanto il sole, oggetto di una benedizione sincera in una luminosa mattina d’inverno. Non solo il vento, che sferza indifferente le mille torri di Chicago. Non solo gli affacci vertiginosi sulle Rocky Mountains, o le colture vezzeggiate nella febbre di un canto propiziatorio. Tutto il quadro insieme, l’intero patrimonio. Anche la pancia gassosa della terra, anche la limpidezza feconda dell’acqua, lo scintillio benevolo delle stelle.
Blushing è il doppio in scena e la guida, colei che arrossisce, che presta occhi e cuore sul sentiero. E’ suo il diario che sfogliamo, miniature tonali e annotazioni di un misticismo astrale. Un compendio bucolico che ricorda la spensierata Arcadia di Vashti Bunyan, ma con ambientazioni e corredo simbolico profondamente americani. Un sigillo evidente nella piega populista di certe ballate, alt-country che non disdegna rigogli gospel e riscatta la maggiore prevedibilità della scrittura con tutta la classe ed il polso della cantante, oltre magari ai pregevoli orpelli flessuosi della sua chitarra. Al solito il picking nudo si apre ad un florilegio di digressioni. Stilizza fino all’osso ma non rinuncia ad aggraziare l’ordito con suggestioni arcane quanto inattese, rendendo movimentato e a tratti perfino eccentrico un album, per altri versi, dalla perentoria impronta classicista. Semplice e semplicemente arrangiata ma del tutto accattivante, la cavalcata di ‘Sacred Is the Star’ è il manifesto emblematico di questo inedito approccio easy listening: folk melodioso e zampettante, refrain killer in una dotazione di pelli e mandolini, carta di libera cittadinanza per le orecchie di ogni ascoltatore. Anche rallentando i giri e curando più a fondo la foggia dei ricami, la scrittura si conferma penetrante e disinvolta.
Naturale e suadente Josephine, eppure impervia. Sfuggente quando al momento del congedo sceglie di far bisticciare country-blues e psych-folk e va a bersaglio per franchezza innata.
Blood Rushing’ è la sua improvvisa colica pop.
Svolazzante. Ambigua.
Nervosa, eterea, lussureggiante.
Fragile come le Electrelane auliche e commoventi dell’addio. Pure pietrosa. Eruttiva ed arrembante nel suo vestitino avant-folk, a briglie sciolte in poche sfuriate elettriche come riusciva ai Gorky’s Zygotic Mynci in piena sbornia da crapule rock. Oppure esile e silvana in quella mise da maliarda à la Joanna Newsom, che dai tempi della New Weird America le è sempre calzata a meraviglia.
La Foster di oggi è un quarzo opalescente. Una maestra di incantesimi, di fascinazioni raminghe. La sirena che intesse delicate ninnananne per un mondo spogliato di ogni armonia. E proprio come Emily nella sua stanza, continuerà ad irretirci nella perfezione silenziosa della nostra solitudine.

Stefano Ferreri

7. Giulio Aldinucci – Tarsia

Data di Uscita: 02/08/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Non conoscevo molto bene né la matematica né la fisica, tantomeno la meccanica.
Vivevo quasi in montagna, in un’ordinata casetta vicina ad un piccolo ruscello, dove potevo assistere ogni sera al concerto delle rane ed alle sinfonie degli uccelli. Un elettricista anarchico mi montò l’impianto elettrico, io lo aiutai quanto potei, divertito dalle sue storie che provenivano da un tempo parecchio lontano. Le lampadine ronzavano un po’, ma in fin dei conti era un bel lavoro che ammiravamo soddisfatti; l’elettricista mi fece anche i complimenti per la casa: l’avevo recuperata da un crollo quasi certo e l’avevo arredata secondo lo stile bohémien-frugale-ordinato che avevo sviluppato un po’ al paese ma soprattutto in città. Suonò un paio di stornelli alla chitarra e mi divertii ad accompagnarlo col clarinetto, ma soprattutto ad ascoltare il contenuto eretico di quei canti. Mangiammo una frittata con gli asparagi selvatici che avevo colto il giorno stesso.
Mentre eravamo a tavola gli parlai della mia idea: costruire un aeroplano. Non restò molto sorpreso da questo proposito insolito, ma piuttosto si meravigliò del fatto che io non avessi la minima competenza nel farlo. Mi consigliò un paio di persone a cui affidarmi e se ne andò salutandomi con pacata allegria.
Il giorno dopo feci gli ultimi lavori di recupero della piccola officina che avevo accanto alla casa, ma al termine dei lavori mi accadde una cosa strana: avevo del tutto abbandonato l’idea dell’aeroplano. Dopo essermi lavato un po’ presi la bicicletta e pedalai per qualche chilometro prima di arrivare alla stazione. Presi il primo treno che mi avrebbe portato al mare. Mi era venuta l’improvvisa voglia di non vedere più i profumati alberi e le pietre, ma la delirante distesa d’acqua che ci esalta e annulla al tempo stesso. Riuscii a chiamare un mio amico che abitava in un paese lì vicino ed appena arrivai prendemmo una barca. Il mare era calmo e molto freddo, noi avevamo pesanti giacche e poca voglia di parlare, ma molto piacere nello stare insieme. Il mio amico pescò un paio di pesci che mangiammo a cena. A tarda sera rimanemmo a dormire nella sua piccola casa sulla spiaggia dove viveva quando non era né in mare né in montagna. Il vino e lo iodio formavano una vaga sensazione di perfezione sensoriale, dove la pace dei sensi non era nella loro inazione ma nella loro delicata azione simultanea. Stavamo bene e parlammo con leggerezza dei nostri problemi, dei nostri progetti e delle nostre idee fino ad addormentarci.
Sognai un pescatore africano che portava un rinoceronte su una grossa barca.
Nonostante non fosse affatto mia abitudine mi svegliai poco prima dell’alba. Scesi le cigolanti scalette di legno della casa e mi andai a sedere sulla spiaggia per assistere al rientro dei pescherecci. Presi un foglietto piegato e scrissi cinque versi. Cominciava a spuntare il sole ed io avrei presto abbandonato la pianura per fare ritorno a casa, una delle mie tante case.
Pensando all’immortalità dei granchi fantasticai sul ritorno in paese o forse in città, o magari andare a insegnare in Francia come immaginavo qualche anno prima.
Poi arrivò il giorno col suo peso, sostenibile in proporzione a quanto si guardi il cielo, e il mio amico mi accompagnò a prendere il treno.
Tornato a casa trovai l’elettricista addormentato sul gradino della porta. Si alzò ed andò ad aprire l’officina dove mi presentò la sorpresa: mi aveva regalato una sua vecchia motocicletta malandata perché “più realistica” dell’aeroplano; in più aveva trovato degli arnesi per lavorare il legno che mi sarebbero stati molto utili.
Così mi misi a fare un mobiletto per l’elettricista e a ristudiare la matematica e la fisica, ma la cosa che mi sorprese di più fu che iniziai a riparare quella vecchia motocicletta con cui oggi sono tornato al mare per vedere i pescherecci rientrare.

Marco Di Memmo

8. Brother Sun, Sister Moon – Brother Sun, Sister Moon

Data di Uscita: 16/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Immagini d’infanzia

Agostino si era fermato sotto la mia finestra lanciando un fischio prolungato e mia madre, che già trafficava ai fornelli di primo mattino, aveva rincalzato, con voce stridula, costringendo a svegliarmi.  Il pavimento freddo, sotto i piedi scalzi, m’aveva riportato interamente alla realtà e, infilando il capo nel pertugio lucente tra la tapparella e il davanzale avevo riconosciuto la sagoma imbellettata di Agostino. Era la prima domenica di primavera, le campane risuonavano in fondo alla grande strada alberata: la messa sarebbe cominciata da lì a poco.

Ma lungo lo stradone avevamo infilato furtivamente un vicolo, oltre il quale si apriva un sentiero sterrato. Scapezzando qualche ramo basso di mandorlo, pestando dell’erbaccia selvatica, Agostino era sgattaiolato nell’anfratto lungo il fienile, dove nascondeva il suo pallone di cuoio. Riapparve rosso in volto, scrollandosi il panciotto dai rametti e dalle foglie e dai petali bianchi, esibendo trionfante, sul palmo della mano, il pallone, per poi scagliarlo lontano, verso la grande campagna, calciandolo al volo col collo del piede.

Il gomitolo coriaceo rimbalzava incerto tra i nostri piedi, lungo il sentiero gibboso, mentre strombazzavamo i nomi di alcuni calciatori simulando le voci dei cronisti sportivi della radio. Il vento tiepido sfiorava i nostri capelli e le bocche sorridenti, s’ingolfava nelle fossette delle guance, e socchiudevamo le palpebre agli improvvisi bagliori di sole che filtravano obliqui lungo il fitto pioppeto.

E, dopo un lungo tratto polveroso, sfiancati, finivamo su uno slargo erboso, recinto dal muretto storto sul retro della chiesa, dove, con le mani infilate nelle sacche del pantalone di velluto, ci aspettava, statuario, Leo. Un deciso colpo di spazzola a destra, che scoperchiava una scriminatura lattiginosa e millimetrica, era stato rassettato con della gelatina, tant’è che i capelli restavano saldati alla testa anche quando, correndoci incontro, grugnendo e paonazzo in volto, aveva affondato goffamente un tackle.

Con le gambe penzoloni sul muricciolo, acchittati nei nostri panciotti domenicali – rispolverati col fazzoletto, che aveva asciugato le nostre fronti madide di sudore -– rifiatavamo dalla serie interminabile di palleggi e attendevamo la fine della messa per confonderci con la frotta di gente che, all’andate in pace del prete, si rovesciava con malcelata frenesia sul sagrato.

Di lì a poco la messa sarebbe finita, scortata dal clangore festante delle campane, mentre davanti ai nostri occhi si apriva solenne la sterminata campagna, che improvvisamente s’abbuiava, sospesa in un odore pungente ed acre,–foriero di pioggia; e un treno, oltre i filari di mandorli in fiore, inarcando sbuffi di fumo nell’aria rappresa, andava sferragliante, chissà dove.

Fummo costretti a riparare nel piccolo casolare, poco distante, circondato da un muretto a secco. Leo ansante, un po’ spaventato dal temporale e cogli occhi pensierosi – che forse rivedevano il suo volto contrito davanti a sua madre, che lo aveva scoperto disattendere la messa domenicale – si era raggomitolato sulle ginocchia, in un angolo, mentre sferzava, sul tetto in lamiera, la pioggia. E mi sembrava di stare a guardare, nel rimbombo metallico, pungolati da refoli di acre frescura, un altro Leo: non più il ragazzetto ciarliero e pomposo che scorazzava con la sua bici e striava l’asfalto liscio con lunghissime e fumanti sgommate sotto il balcone della bella Marianna. Adesso, di tanto in tanto, stronfiava come un soldato e strofinava le mani imperlate di sudore sul pantalone per scaricare la tensione.

Ma subito il sole tornava a spettinare i suoi caldi raggi sulle nostre teste stordite, e con passo adagio, come smarriti, abbandonavamo il nostro rifugio, riguadagnando la strada. E il chiacchiericcio dei credenti, riparatisi, gomito a gomito, sotto i tendoni del caffè della piazza, al di là della chiesa, cresceva e si spandeva leggero nell’aria ancora umida della campagna che, tra le sue fronde e ombre semoventi, infondeva una sconosciuta inquietudine.

Gianfranco Costantiello

9. Jüppala Kääpiö – Animalia Corolla

Data di Uscita: 12/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Seguendo la forma dei suoni

Una casa fantasma tra due oliveti apparsa in una fitta nebbia mattutina.
Un giovane vecchio uomo con la barba che sconfessate le parole muove i suoi passi tra l’erba e i sassi.
Lo stesso luogo dove forse tre secoli prima tentò di cacciare una fagiana con una pietra.
Un vuoto enorme, una coscienza della non-coscienza, ricordi vaghi che galleggiano nel mare salato degli occhi, sifr, uno zero, una cifra, le osservazioni astronomiche degli arabi.
Una fontana, dei girini in una vasca, la pasta fumante sui tavoli di legno, le panche, le altalene.

Ti seguo, Forma, in tutte le tue forme, ti seguo e ti cerco, e mi si induriscono i piedi, e mi si raffredda la mente; sei l’unica ragione, l’unica grande cosa che ritengo forse sacra.
Ti seguo, te lo ripeto, con la pochezza dei miei sensi che cerco di estroflettere, con la mia potenza, con la mia miseria, ti cerco coi miei denti, con le ginocchia: gli occhi la bocca le orecchie il naso la pelle le ho aperte per te e sono in te.
Ti avverto, Forma, e ti chiamo così ribaltandoti, tu che sei tutti i contenuti, tutte le infinitesimali e vibranti particelle, tu che ti fai spazio tra la grande mappa dei volatili e la società dei pesci e ti elevi nel più piccolo insetto fino a far esplodere il torace umano, fino a far deflagrare gli astri, fino a far disintegrare le galassie.
Ti avverto, te lo ripeto, nella sacra inconsistenza dei violini, nei crateri della luna, nella controversa melodia dei buchi neri che confondono tanto il tempo quanto gli umani e che sono, per le nostre piccole luminose vite, non più importanti di un’arancia.

Tra quei pini lontani ho sempre immaginato dei lupi timorosi degli uomini, dei daini agorafobi che mantengono il loro mistero, delle lepri che si offrono in pasto alla vita.
Le cime frastagliate delle montagne ci mantengono a terra: la montagna è più giovane dell’antichissima pianura.
Una parte di me pare essersi smarrita (guardo la mia solitudine e non la riconosco, poi ricordo un verso “avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale”) ma forse la ritroverò.
I fiori si dischiudono in una meraviglia purpurea e il polline vortica impazzito attorno agli animali venuti al circo dell’esistenza, mentre nelle profondità dell’oceano i calamari giganti ridono della luce.
La cognizione del dolore sentendo lo stridio dei cingoli graffiare l’aria. La cognizione della gioia vedendo la vermiglia luce del sole raccogliersi in grossi raggi nell’onirica allucinazione del tramonto.

Sulle ali di migliaia di coleotteri vengo a portarvi il mio corpo.

Marco Di Memmo

10. Tame Impala – Lonerism

Data di Uscita: 05/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

L’erba dello spiazzo di terra dietro la casa di Kevin era in via di guarigione. La terribile ondata di caldo che l’aveva portata a divenire di un giallo chiarissimo aveva lasciato spazio a qualche sporadica pioggia riparatrice. Erano soliti stendersi lì in cerchio nella parte più bruciata, con le teste rivolte al centro e incollate le une alle altre e con i piedi che puntavano la casa costruita in legno dagli avi alla fine del diciannovesimo secolo. Il sistema di raccoglimento dell’acqua piovana spioveva dal tetto, per il riutilizzo, facendola defluire esattamente in un grandissimo tinello sempre di legno. La forma quadrangolare della costruzione era ancora in perfette condizioni nonostante gli anni e le tecniche di riscaldamento erano il meno invasive possibili, si sfruttava il sole e la presenza degli elettrodomestici; il materiale termico isolante posto su tutti i lati della casa unito a sistemi di ventilazione molto arcaici faceva il resto.
Kevin dopo la morte del padre aveva appreso tutti questi segreti insiti nella costruzione, li sfruttava a pieno in un riutilizzo estremo e massimale; staccato 25 km dalla città più vicina era solito andare e tornare rapidamente alla sua abitazione. Nella stanza-salotto l’intreccio di chitarre, percussioni e tastiere era ben coagulato con le superfici. Pietre quasi trasparenti dai mille colori creavano percorsi brillanti tra le varie stanze coprendo quasi interamente i ripiani della mobilia presente, i riflessi di luci davano una vitalità estrema agli interni.
Kevin era solito muoversi con i suoi amici tra il salotto e la cucina, solo dopo essere sicuri di aver captato i flussi giusti di calore ed energia trasportavano fuori le strumentazioni. Ponendole in cerchio attorno a loro nel prato creavano una sorta di Crop Circles metallico. Questo nelle serate più calde.
Quando si scatenavano le riflessioni sonore e le improvvisazioni dove i pensieri dei presenti venivano trasportati e fusi insieme. Un miscuglio psichedelico si fondeva piano piano facendo ondeggiare la testa a tutti; il classico veniva a scontrarsi con nuove forme. Le chitarre diluite ma comunque prorompenti in una cascata senza fine di tastiere e di giochini dilatanti e sferzanti. La tecnologia e il fantasma di John Lennon per creare degli orizzonti totalmente nuovi. La collezione di pietre luminose poste anche loro nello spiazzo esterno infilavano le lori luci tra i suoni e specialmente nelle sessioni notturne lo spettacolo era assicurato. Quando i synth cosmici cozzano contro i riff psichedelici classici si assiste al paradosso di un controllo estremo proprio lì dove non dovrebbe esserci. Apocalypse Dreams & Elephant.
La stagione più fredda trasporta queste sessioni nel grande salotto interno.
Lo stato all’interno è inebriante come all’esterno, una passività consapevole e psichedelica, una sorta di trasposizione della teoria del recupero costante che va a formare il nuovo. Si potrebbe anche tirare la filosofia greca ma è meglio evitare.
Una speciale tribù pone le sue basi su questi riti unificatori a base di martellanti percussioni che incalzano i componenti. Be Above It.
Quando la potenza lisergica si va a scontrare contro il materiale isolante della pareti dà vita al calore necessario alla sopravvivenza in questi tempi chiamati di crisi, la tenuta dell’irreale crea qualche appiglio nel reale dando la possibilità di sentirsi cullati e riscaldati davvero anche in condizioni definite estreme. Gli avi avevano pensato bene questa costruzione sperduta.
La nenia strappacuore e lacrime chiude tutto disfacendosi in una distorsione rumorosa. Sun’s Coming Up.

Alessandro Ferri

Top Ten 2012 – Gianfranco Costantiello

1. Dark Dark Dark – Who Needs Who

Data di Uscita: 02/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Il segno del tempo nella piega di una ruga, capelli bianchi arruffati sulla fronte, occhi grossi e liquidi a fissare il muro di gambe, di fruscii, di mani incrociate. Joe lasciò la parete scalcinata per muoversi verso un tavolo ai margini della sala, dove era seduto, sotto un neon intermittente, un giovane dall’aria triste. Sfilata una sedia da sotto al tavolo, Joe gli si mise di fronte, senza lasciarsi sfuggire con lo sguardo la figura sinuosa della bella Marie.
Tra le colonne circolari del grande stanzone, una calca di giovani ciondolava allegra e danzante al ritmo della musica, mentre un capannello di ragazzotti trafficava davanti al bancone vuotando all’unisono una fila di bicchieri. La bandicciuola, composta da cinque musicisti venuti da Minneapolis, se ne stava sul palchetto, al centro della sala, dimenandosi tra le capriole di fumo e strilla isteriche.
Il ragazzo fissava Marie, il suo profilo che gli ricordava con prepotenza Anna Karina. La fissava da un’ora o forse più. Lei svolazzava divertita e impudente tra le braccia di alcuni uomini. Joe trasse dal taschino della giacca un pacchetto di sigarette che allungò al ragazzo. Assorto nelle nebbie dell’alcool e preso dal desiderio di stringere Marie, egli ne riuscì a sfilare una, timidamente, e ad adagiarla tra le labbra segnate da una piega amara. La giacca una taglia più grande e la cravatta allentata sulla camicia sembravano declassarlo a una irreparabile solitudine. Dopo alcuni istanti in cui gli occhi vagarono tra la superficie lucida del tavolo, il ragazzo e la folla in sala, Joe si decise a parlare:
“ Ma che bella folla colorata, una festa … Il ballo ! … Braccia gambe fianchi e spalle si muovono in perfetta armonia … Non c’è bisogno della parola … Sguardi che sollevano al di sopra delle umane preoccupazioni … Ah la giovinezza ! “
Intanto un uomo, avvinghiatosi a Marie, approfittando del lento interludio musicale, le scopriva la nuca, risalendola docile, e fermandosi all’orecchio, per sussurrarle qualcosa. Lei sorrise, scuotendo leggermente la testa. Si strinsero più forte. Una mano scivolò lungo la schiena, lenta, sul vestito un po’ stretto, arrestandosi, dapprima incerta, ma poi decisa, dove s’indovinava la trama delle mutandine. La donna serrò il labbro inferiore con gli incisivi sporcandoli di rossetto.
Joe cercò ti attirare lo sguardo del ragazzo a sé, accostandosi al suo orecchio e impedendogli la vista: “Mi creda, l’unica cosa che conta è trovarsi l’un l’altra al suono di una musica che scalda il cuore. Due mani s’intrecciano, due gambe percepiscono dove vanno altre due gambe e le seguono ovunque quel movimento le porti. Le seguono perché credono che sarà come un volo … Ogni ballo e a ogni giro … Però chi può dirlo? Forse è davvero come volare …” e poggiando paternamente la sua mano sulla spalla di lui, mentre s’alzava per uscire, richiamato dal fondo della sala dall’agitarsi di un braccio di donna in pelliccia, concluse: “ Coraggio ragazzo, prima che sia troppo tardi !”
Il ragazzo, rimasto impassibile per tutto il tempo, tornò a guardare verso la sala, scoprendo amaramente l’assenza della donna. Nel brusco movimento di ravviarsi il ciuffo che gli cadeva sulla fronte, un blocco di cenere si staccò dalla sigaretta per frantumarsi sul luccicore intermittente del tavolo. Tu vuoi che ogni cosa rimanga la stessa, ma le cose cambiano cantò la cantante nell’improvviso smarrimento della sala.
Fuori, la campagna stillava muta tutta intorno, solo a tratti pareva sguarnirsi al soffio di un vento freddo. Il peso della notte si infilava negli angoli e nei polmoni, s’insediava nelle ossa. Un rombo sordo, probabilmente di un’auto che s’allontanava sul selciato, soffocava il gemere di Marie piegata contro i mattoni freddi del muro sul retro della sala. Presto una nebbia avrebbe inghiottito le distanze, sospeso ogni parvenza di vita, differito la realtà.

Gianfranco Costantiello

2. Beach House – Bloom

Data di Uscita: 15/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Mi ricorderò per sempre di quel fiore così azzurro. Clara stava aspettando i marziani, la sera dell’ultimo dell’anno del 1987. Non voleva tornare al collegio, non voleva spiegare agli adulti perché si sentisse così spesso circondata da centinaia di voci e colori. Non erano solo nella sua mente, tutt’altro, vedeva forme danzare per le strade, animali venuti dal futuro accarezzarle i piedi, desideri caleidoscopici proiettati nell’aria. Poi all’improvviso svanivano, i suoi occhi facevano fatica a mettere a fuoco i particolari del mondo reale. La notte era il suo regno, nel sogno, e in una sera afosa dell’agosto seguente scrisse una lettera all’umanità che negli anni conservò con cura in un libro di fiabe giapponesi. “A colazione spiegai una parte del sogno a mia madre. Mi pregò di non mettermi mai in pericolo. Il vasetto di marmellata non mi cascò dalle mani”. Conobbi Clara qualche anno più tardi, sul finire di una primavera insolita. Passammo gran parte dell’estate insieme, passarono molti pomeriggi di luglio nei quali, dopo corse nei boschi, ci stendevamo sull’erba a declamare poesie. Lei guardava le montagne all’orizzonte e sognava di abitare altre galassie, io scoprivo i romantici tedeschi e le raccontavo del blaue blume, il fiore azzurro di Novalis, simbolo dell’infinito. Decidemmo di dedicare la nostra vita alla ricerca della bellezza. Abbandonammo la nostra città rotolando come pietre verso nuovi oceani, assetati di orizzonti da ampliare. Era in noi, di nuovo, il potere primordiale di dare un nome alle cose, come toccandole per la prima volta. Vedi quei fuochi che si tuffano nell’acqua all’orizzonte? Sono come noi, non hanno paura della nebbia, e continueranno a scintillare. È  per questo che tutti hanno cominciato a rincorrerci. Cercare di attraversare per davvero la realtà, che non è mai ferma. Ed è per questo che serviranno sempre tanti colori, tutti quelli che riusciremo a immaginare. Solo così si può resistere alla notte, spingersi verso le soglie ultime di comprensione della realtà. Dove tutto è rarefatto, dove le visioni si dissolvono insieme agli oggetti della realtà e della fantasia. Dove non c’è niente da capire, dove c’è luce e ombra. Clara cammina avanti e indietro sulla spiaggia, a piedi nudi, tenendo insieme un paio di sandali nella mano destra. Guardiamo il cielo, mentre passano gli anni. Ogni notte, prima di addormentarmi, ripenso a quando trovammo un fiore azzurro, come un lapislazzulo, nato dalle viscere di una roccia. Lo baciammo entrambi, piccolo miracolo, simbolo e profezia delle nostre vite. Poi tutto incominciò a brillare.

Filippo Redaelli

3. Efterklang – Piramida

Data di Uscita: 24/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Esploratori spaziali di ritorno da una lunga missione furono tenuti lontani dagli sguardi del nuovo mondo, confinati su un’isola deserta, vecchio insediamento militare del nord.
Eroi nazionali che custodivano ancora negli occhi i clangori festanti delle parate militari, delle luminarie lungo i bordi della grande piazza e delle schioppettate di celebrazione della loro partenza, ora marciavano affondando i passi pesanti nel fango della piana sterminata e sul collo gelavano i fiati di cani scheletrici.
Una figura spettrale di donna volò verso i nuovi venuti, sospinta dall’alito di vento che chiuse profondo, alle sue spalle, il portone di un austero palazzone. Cucita su un camice bianco, la piramide, simbolo del nuovo ordine mondiale, riluceva su una scollatura che lasciava presagire un seno rigoglioso, occhialetti metallici sottolineavano il nero zingaresco raccolto sotto gli occhi, capelli verderame s’agganciavano dietro il bianco delle orecchie. Puntando gli occhi nel vuoto e allungando un braccio, invitò gli esploratori a seguirla sul retro del palazzone che si ergeva muto a dominare il paesaggio. Crepe tra i mattonati piegavano strisce di vento, e davano rifugio ad uccelli dalla testa biforcuta, le cui gole ululavano solitudine. Aerei militari irroravano scie chimiche abbandonando il cielo ad un grigio eterno.
Nessuno dei cosmonauti proferiva parola, camminavano uno dietro l’altro, sembravano mutanti decodificati, le pupille dilatate si riempivano di vuoto …
Una foglia mulinò nell’aria intralciando i passi del capitano, relegato in fondo alla fila. Trasversale corse la sua mente a stemperare il colore dei pulsanti e delle luci della navicella, e ad infrangere l’odore gommaceo dello scafandro, diventato l’odore dei giorni. Piegatosi rapido a raccogliere quella foglia rinsecchita sulla superficie melmosa, s’incolonnò lungo i passi dei compagni di viaggio, accorgendosi tardi della mano chiusa con troppa foga.
Mentre marciava cercò di concentrarsi intensamente sulla foglia, inatteso baluardo di vita che stentava a riconoscere, cercando di ricordarne il suo significato. Ma i passi robotici dei suoi compagni che sguazzavano nel fango sporcavano le immagini che tentava di riprendere dal fondo fumoso della memoria …
Sul retro del palazzone, sette uomini, in tenuta militare, tendevano i loro fucili fermi e muti come l’aria d’improvviso. Davanti alle loro sagome statuarie scintillavano a terra altrettante botole d’acciaio. Alle loro grosse spalle nuvole temporalesche s’accavallavano come chiome di cavalli in fuga. La donna, inchinatosi a salutare i militari, indicò bramosa, in una lingua dura e poco comprensibile agli esploratori, lo scintillio delle botole. Gli uomini venuti dallo spazio furono costretti a scoperchiarle e a restare a mirare sul fondo acquoso le loro sagome tremanti. Intanto file di scarafaggi e larve tornavano leste alla superficie e flebili dal profondo risuonavano gemiti e gorgoglii animaleschi. Le parole della donna si fecero sempre più brevi e dure, quasi s’indovinava il rossore sulle guance incipriate, e gli eroi capirono che dovevano sparire per sempre in quei buchi neri: come automi, la cui memoria addormentata non scuote più, scomparvero risucchiati dalla loro volontà meccanica e subalterna.
Il capitano rimase fermo, disorientato da tale sudditanza; aveva certo percepito il mutamento dei suoi compagni: il vuoto corrosivo del paesaggio riempire i loro occhi, sciogliere le espressioni, cancellare le parole, corrompere la volontà, azzerare la memoria.
Capì che quella foglia era un segno. Un segno di esistenza. Riaperta la mano il madore del suo palmo sciolse un odore che salì in fretta alle narici, il sangue gli si rimescolò tutto, una vampata di calore invase il corpo spingendolo lontano da quel grigiore che sapeva di morte: un giardino, delle foglie secche rastrellate, un vecchio ricurvo, il piccolo rogo che riempie acre l’aria, il vociare degli amici, le pieghe della gonna di una donna che attraversa veloce la strada, la città sbiadita nei clamori di fine estate.
In quell’istante seppe con precisione che quel mondo sortito prepotentemente dal passato era stato trasfigurato per sempre. La Storia aveva avuto una brusca accelerazione ed ora brancolava nel buio desiderosa della fine. La terra aveva smesso di dare frutti, le lingue erano scomparse, le città erano state blindate dagli eserciti, la memoria era diventata un crimine, l’umanità era talmente morta che non vi era più coscienza della morte.
Avvertì in quella condanna una grossa malinconia e una crescente solitudine scavare avidamente nel suo stomaco. La bellezza del mondo, ignorata dal dovere, sommessa dal progresso tecnico, tornava a brillare nella fiamma opaca del ricordo.
Una lacrima solcò l’occhio del capitano, quando una schioppettata, come quella festante che aveva salutato la sua partenza, all’ultimo richiamo aspro della donna, risuonò alle sue spalle e il suo corpo cadde piombo, pesante, senza vita. I brandelli di foglia si sparsero sul selciato e una folata di vento se li portò lontano da dove li aveva mandati.

Gianfranco Costantiello

4. Tame Impala – Lonerism

Data di Uscita: 05/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

L’erba dello spiazzo di terra dietro la casa di Kevin era in via di guarigione. La terribile ondata di caldo che l’aveva portata a divenire di un giallo chiarissimo aveva lasciato spazio a qualche sporadica pioggia riparatrice. Erano soliti stendersi lì in cerchio nella parte più bruciata, con le teste rivolte al centro e incollate le une alle altre e con i piedi che puntavano la casa costruita in legno dagli avi alla fine del diciannovesimo secolo. Il sistema di raccoglimento dell’acqua piovana spioveva dal tetto, per il riutilizzo, facendola defluire esattamente in un grandissimo tinello sempre di legno. La forma quadrangolare della costruzione era ancora in perfette condizioni nonostante gli anni e le tecniche di riscaldamento erano il meno invasive possibili, si sfruttava il sole e la presenza degli elettrodomestici; il materiale termico isolante posto su tutti i lati della casa unito a sistemi di ventilazione molto arcaici faceva il resto.
Kevin dopo la morte del padre aveva appreso tutti questi segreti insiti nella costruzione, li sfruttava a pieno in un riutilizzo estremo e massimale; staccato 25 km dalla città più vicina era solito andare e tornare rapidamente alla sua abitazione. Nella stanza-salotto l’intreccio di chitarre, percussioni e tastiere era ben coagulato con le superfici. Pietre quasi trasparenti dai mille colori creavano percorsi brillanti tra le varie stanze coprendo quasi interamente i ripiani della mobilia presente, i riflessi di luci davano una vitalità estrema agli interni.
Kevin era solito muoversi con i suoi amici tra il salotto e la cucina, solo dopo essere sicuri di aver captato i flussi giusti di calore ed energia trasportavano fuori le strumentazioni. Ponendole in cerchio attorno a loro nel prato creavano una sorta di Crop Circles metallico. Questo nelle serate più calde.
Quando si scatenavano le riflessioni sonore e le improvvisazioni dove i pensieri dei presenti venivano trasportati e fusi insieme. Un miscuglio psichedelico si fondeva piano piano facendo ondeggiare la testa a tutti; il classico veniva a scontrarsi con nuove forme. Le chitarre diluite ma comunque prorompenti in una cascata senza fine di tastiere e di giochini dilatanti e sferzanti. La tecnologia e il fantasma di John Lennon per creare degli orizzonti totalmente nuovi. La collezione di pietre luminose poste anche loro nello spiazzo esterno infilavano le lori luci tra i suoni e specialmente nelle sessioni notturne lo spettacolo era assicurato. Quando i synth cosmici cozzano contro i riff psichedelici classici si assiste al paradosso di un controllo estremo proprio lì dove non dovrebbe esserci. Apocalypse Dreams & Elephant.
La stagione più fredda trasporta queste sessioni nel grande salotto interno.
Lo stato all’interno è inebriante come all’esterno, una passività consapevole e psichedelica, una sorta di trasposizione della teoria del recupero costante che va a formare il nuovo. Si potrebbe anche tirare la filosofia greca ma è meglio evitare.
Una speciale tribù pone le sue basi su questi riti unificatori a base di martellanti percussioni che incalzano i componenti. Be Above It.
Quando la potenza lisergica si va a scontrare contro il materiale isolante della pareti dà vita al calore necessario alla sopravvivenza in questi tempi chiamati di crisi, la tenuta dell’irreale crea qualche appiglio nel reale dando la possibilità di sentirsi cullati e riscaldati davvero anche in condizioni definite estreme. Gli avi avevano pensato bene questa costruzione sperduta.
La nenia strappacuore e lacrime chiude tutto disfacendosi in una distorsione rumorosa. Sun’s Coming Up.

Alessandro Ferri

5. Andy Stott – Luxury Problems

Data di Uscita: 29/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Luxury era entrata una notte nella mia stanza, sgusciando silenziosa dalla finestra lasciata aperta per metà. Avevo sentito all’improvviso il suo respiro addosso, il calore del fiato sul collo e sulle spalle, touch, e le mani sinuose che scendevano; la sua presa era soffice, delicata, ma ineluttabile. La voce morbida rimbalzava in stereofonia nel mio angusto appartamento amplificando la sua efficacia attraente, incalzava decisa, incantevole. Restai tramortito e cedetti, come avrebbe fatto chiunque altro al mio posto. Numb.

Luxury vestiva panni neri come la pece, rossetto violaceo e capelli esageratamente corvini; il suo canto di sirena ammaliante mi coglieva passando sotto le braccia di acciaio delle gru all’uscita della metropolitana, la vedevo svolazzare sopra di me e il candore della sua pelle mi accecava. Era la donna dai mille e più contrasti, un’indole tormentata e tormentante, un’ossessione che talvolta dormiva rannicchiata nel cratere di un vulcano per poi riemergere e colare come onice cristallizzato sulla mia vita, incollando di paura e devozione i miei giorni ai suoi. Andava e veniva, la perdevo e la ritrovavo. Lost and Found.

Luxury mi aveva cacciato di casa una fredda mattina di autunno, anni trascorsi insieme erano stati accuratamente riposti in valigie pesantissime che mi attendevano sul selciato, su un tappeto giallo di foglie morte, la stessa morte che si insinuò in me. Ché le disgrazie non danno mai un preavviso e ti abbattono senza pietà approfittando del tuo essere fragile e nudo davanti a loro. I mesi a venire vedevano me stesso inerme, la rassegnazione di un lungo cappotto grigio come il cielo e i caseggiati, a contrasto col calore della natura di ottobre che sotto le suole dei miei mocassini stendeva un telo infinito ad accompagnare la mia uscita di scena. Quell’immagine si presentava ai miei occhi di continuo, alzavo i bassi esagerati e mi scuotevo nel mio bunker sotterraneo, a lacerare i timpani e cercare il punto di rottura, il confine tra dolore e piacere, il momento esatto in cui essi si fondono e ne restano labili differenze; intorno a me la cenere di una vita finita, un martellare continuo, da non riuscire a prendere sonno. Sleepless.

Luxury anni fa mi portava ogni venerdì ai vernissage di strana arte, esposizioni singolari allestite in vecchie cattedrali sconsacrate, spoglie, austere. Erano serate di sorrisi tirati, di strette di mano false, di calici di champagne raccolti da un andare e venire di vassoi d’argento. Ricordo il freddo pungente, ricordo accompagnamenti musicali inusuali, battiti insistenti di techno rallentata su sfondi scurissimi e voci bianche. Ci accoglieva sempre Alison all’ingresso, a fare gli onori di casa, lei era l’unica a sorridere di sincerità e aveva una voce celestiale; poi rimanevano soltanto mezze conversazioni cifrate scambiate quasi di nascosto, da un orecchio all’altro, come per preparare il colpo del secolo. Hatch the Plan.

Luxury rimaneva a letto quando mi alzavo nel cuore della notte per partire per un viaggio di lavoro; la sera prima decidevamo insieme i miei completi da portar via, passavamo le dita sulle rigide pieghe delle camicie immacolate, ci incantavamo a selezionare le cravatte, l’autocompiacimento del lusso. L’autista mi attendeva sotto il porticato, fumavamo insieme un’aspra sigaretta di routine prima di metterci in cammino. In strada l’immagine mentale di lei placida sotto la coperta di broccato sembrava rassicurarmi, poi il mio sguardo si appoggiava sulle campagne mute e umide, dormienti, mi perdevo in suite notturne di ambient che mi inghiottivano tra riflessioni e aspettative. Expecting.

Luxury vedeva riflessa ogni sera la sua immagine spaventata nel lungo specchio posto tra i due divani rossi, alle sue spalle si dispiegava il dedalo di corridoi, porte e nicchie a perdita d’occhio, in quella casa infinita; era sola adesso, e aveva il terrore di scoprirci qualcuno, ombre furtive a rubare il suo privato. Aveva la convinzione di vivere nella versione upper class del video di Protection dei Massive Attack, e lei non era Tracey Thorn, lei affogava il terrore nel velluto e negli eccessivi monili barocchi. Tratteneva il respiro, ansimava ad ogni folata di vento che agitava il tendaggio di raso, camminava avanti e indietro e i suoi passi avevano naturale musicalità, un buon ritmo, quello delle preoccupazioni. Luxury Problems.

La notte dell’addio ero sceso in strada a respirare un po’ d’aria marcia, contaminata e impura. Avevo una disperata necessità del contrasto per capire subito che altri universi avrebbero potuto accogliermi, e che il senso d’appartenenza lo si costruisce con l’abitudine più che con disonesti credo proclamati con la bocca impastata di whisky scozzese. Mi fusi con la break beat dirompente suonata da un gruppo di afroamericani all’interno di un capannone degradato, c’era anima nei loro ritmi spezzati, nelle loro pseudo-danze convulse; rimasi in un angolo buio col timore di venire scoperto. Up the Box.

E quindi era vero, avevo lasciato Luxury alle spalle e con essa morbidi anni di vita, l’ultimo viaggio in una macchina lunghissima con autista imbellettato e interni in pelle. Alberi spogli a un lato della strada e mattoni rossi a perdita d’occhio dall’altra parte, entrambi passati al filtro di rigagnoli di pioggia sporca sui vetri oscurati dell’abitacolo, d’altronde Manchester è fatta di questo. Giunti all’imbocco del ponte sul fiume si spiegarono davanti al mio sguardo manifesti in successione, tutti uguali, impossibili da contare e impossibili da evitare; fermo immagine in bianco e nero di un tuffo carpiato, una donna con indosso un costume intero anni 50 di un’eleganza d’altri tempi, uno sfondo grigio rarefatto, in tinta col cielo. La perfezione, la raffinatezza, la malinconia sterminata, l’antracite e il fasto, copie tutte uguali per imprimersi nella memoria, mentre me ne stavo andando. Leaving.

Federica Giaccani

6. Burial – Truant / Rough Sleeper

D.d.U. 17/12/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Stretto nella morsa dello smarrimento, sconfortato e inquieto, mi scopro riemergere alle contingenze fisiche della realtà dopo esser caduto, senza avviso e febbrilmente, nel rimuginio del tempo.
Il grigio dei palazzi il tramestio delle strade le vetrine nebbiose il vuoto dietro ai passi della gente. Non voler esserci, non voler esserci mai stato.
Lunghe, troppo lunghe queste notti invernali.

Gianfranco Costantiello

7. Library Tapes – Sun peeking through

D.d.U. 20/07/2012

Un breve ascolto, durante la lettura


La fronte della casa è stata ridipinta, i cornicioni ridefiniti, le vecchie persiane sostituite. Proprio stamattina gli operai smontavano l’impalcatura, mentre sulla strada dei ragazzi, con i fiati ancor pieni di sogni, andavano a scuola.
Un vecchio risaliva, e poggiando il telaio della bici contro lo stipite, spariva nei vapori del caffè. Presto un sole incerto si frangeva sulla vetrina, a frugare il tintinnio della tazza sui denti tra le dita malferme.

Gianfranco Costantiello

8. Julia Holter – Ekstasis

Data di Uscita: 08/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

This is the ekstasis

Èstasi [dal greco ἐξ στάσις, ‘star fuori – dalla mente’] s.f. 1 Stato psichico di svincolamento dalla realtà, di entusiasmo fanatico e di commozione, misto a un senso di rapimento, a volte accompagnato da visioni e da sensazioni uditive allucinatorie. 2 Nella fenomenologia religiosa, l’“uscita da sé” dell’anima che, abbandonato il legame con il corpo fisico e con i sensi, stabilisce un contatto temporaneo con il divino. 3 (est., fig.) Stato di intenso piacere. 4 Il silenzio quando non mi dici che mi ami che s’infila in ogni millimetro vuoto fra me e te. 5 L’equilibrio perfetto dei tuoi fianchi allineati ai miei, piccole caverne in cui riecheggiano echi mistiche. 6 Aspettarti. 7 Il tempo passato a fissarti il naso e contare le volte che ti si arriccia andando all’insù, mentre parli. 8 Ipnosi di musica che si specchia in se stessa, delicata. 9 La micia, gomitolo di pelo nero solitario, che mi si addormenta teneramente in grembo. 10 Gli sguardi caldi e sorridenti che mi danno l’illusione d’essere importante. 11 Leggerti una pagina di un libro dopo aver fatto l’amore. 12 Ascoltarti suonare dopo aver fatto l’amore. 13 Divertirsi a suonare quando si è da soli. 14 La primavera che s’infila negl’interstizi fra le tapparelle e punteggia la stanza di minuscole stelle. 15 I viaggi programmati e mai fatti, gli aerei cercati e mai presi, i posti sperati e mai visti, i soldi invocati e mai avuti. 16 Vestirsi l’una coi vestiti dell’altro, cambiare taglio di capelli e rispondere “forse” a chiunque ci chieda se siamo fratelli. 17 Il vuoto che sento all’altezza dell’ombelico quando mi manchi e che si colma fino a straripare quando m’abbracci. 18 Le sfumature violacee del cielo che si riflettono sui giardini e hanno un suono lento e malinconico. 19 La tua schiena che sembra un pezzetto di luna e io che ci annaspo su. SIN Quiete.

Annachiara Casimo

9. Mac DeMarco – 2

D.d.U. 16/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Salta in macchina, piccola, le stelle continuano a sussurrarci di seguirle, cosa ci facciamo ancora qui? Skipping town, let’s get out and see what we find. Salta in macchina, dai. Andiamo. La chitarra, la macchina da scrivere, le camicie a quadri, i vinili, i libri, il poster di Jim Morrison. Andiamo.
Di cos’altro abbiamo bisogno se ci apparteniamo l’un l’altra? I just wanna go.

Annachiara Casimo

10. Pepe Deluxé – Queen of the Wave

Data di Uscita: 14/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Clochard.

Più che una figura sociale sono uno stato mentale, ho sempre pensato. Brulicanti come mosche, consapevoli ed indifferenti del disagio quasi fisico che provocano, continuano la loro vita che mi è sempre parsa senza scopo.
Qui sotto ce ne sono a centinaia, a migliaia.
Fare una stima accurata è difficile dato che l’unica fonte di luce sono poche candele sparse qua e là in maniera asimmetrica, ed il riflesso causato dalle mele dorate che pendono da un enorme albero al centro della caverna, su una collinetta formata da carabattole, ninnoli e rottami che cresce sotto i miei occhi, alimentata da centinaia di migliaia di tasche che vengono svuotate.
Lo chiamano il Giardino delle Esperidi.
Non so dire come mi sia ritrovato qui… magari ammirando un dipinto sono entrato in un sogno scomparso, oppure toccando un fregio di una colonna mi si è aperto sotto i piedi un canale per il centro della Terra.
Forse è bastata quella moneta donata senza essere richiesta, appoggiata sul tetto di cartone di un uomo senza volto.
In questo spazio infinito, ogni cosa è fonte di rumore.
Sagomato nella roccia spunta un organo nato con il Mondo, ogni tasto collegato con una gigantesca stalattite, a formare il litofono più geniale ed incantevole mai pensato.
Sopra un’antica carrozza nobiliare incastrata tra le rocce di un laghetto sotterraneo, un conte decaduto aggredisce con le dita abbellite da anelli senza pietre una chitarra elettrica senza corde, ad ogni fatica del suo braccio corrisponde una scarica energetica proveniente da due enormi bobine di Tesla poste alle sue spalle.
Questi suoni vengono avvolti dal respiro di un numero indefinito di bicchieri di plastica con all’interno delle monete, di forchette battute fra loro, di sciarpe bagnate nell’acqua, il tutto a condurre alla vera meraviglia tra le migliaia di corridori usciti della prima Arca.

Lei si chiama Erizia, quattordicesima Queen of the Wave. Capelli mossi e ribelli, castani con riflessi bordeaux imprigionati in una coda che lascia intravedere il candore delle spalle. Avvolta da scialli e foulard, cammina scalza sulla collinetta ed ognuno si inginocchia al suo passaggio. Ha un seno robusto, una catenina passa da un anello sulla narice sinistra fino all’acquamarina sul suo ombelico. Canta con voce profonda ed ammaliante della profezia di Oceanus, il gigantesco fiume che circonda il Mondo. Quando la canzone all’interno del Giardino delle Esperidi sarà perfetta, le acque si alzeranno di nuovo per riversarsi con fragore là dove le disparità sono più ingiuste, cosicchè quando si ritireranno tutte le proprietà saranno confuse, indistinte, e l’equilibrio tra chi ha e chi non ha sarà finalmente ristabilito.

Mi sono risvegliato seduto sulla strada, la schiena appoggiata ad un muro.
Il cielo, nuvoloso, mi faceva pensare ad Erizia. Entrambi, firmamento e sacerdote, racchiudevano una bellezza acuita dal fatto che, all’improvviso, poteva essere nascosta agli occhi degli uomini.
Non ricordavo di avere dei vestiti così sporchi, né delle scarpe così malmesse. Ispezionando le tasche con dei guanti bucati ho trovato un foglietto spiegazzato con su scritto “qualcosa che suoni come un flauto”.
Dopo un attimo di sbigottimento, tutto mi tornò in mente.
Mi alzai sorridendo, e fischiettando mi diressi al prossimo cestino.

Filippo Righetto

Top Ten 2012 – Federica Giaccani

1. Trust – TRST

Data di Uscita: 28/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Le persone razionali ponderano parole e gesti, dosano entusiasmi e non si lasciano fregare dai colpi di fulmine. Anche con la musica, le persone razionali necessitano di più ascolti prima di sbilanciarsi in giudizi, esprimono pareri ragionati e non esplodono in isterie incontenibili.
Una volta ero una persona razionale, poi ho imparato a farmi travolgere.

Tempo fa mi presentasti Maya e Robert in quel lurido locale dalle pareti nere scrostate, non abbiamo fatto altro che bere come le spugne, ammiccarci dietro gli occhiali neri e sfiorarci l’un l’altro sotto il tavolo, noncuranti di chi fossero le gambe che stavamo accarezzando – andava bene tutto. L’età della ragione aveva voltato i suoi tacchi già da un pezzo, qui si trattava di vivere all’istante, di vivere al massimo. I nostri visi puliti, a tratti acerbi, trasudavano un’ingenuità incontenibile, eppure avevamo le idee chiare su tutto. Si trascinavano lentamente discussioni nostalgiche, come fossimo gente vissuta che ha già imparato tutto dalla vita; discorsi trascendenti sulla trinità e considerazioni toccanti su storie d’amore finite male,  una cupa sensualità muoveva le nostre bocche e i nostri gesti. Poi loro se ne andarono lasciando me e te in uno stato di ipnosi indecente. Avevamo perso la testa.

Quando tornarono nella nostra città mi chiamasti nel pieno della notte, eri fuori di te. Anch’io poi non riuscii più a riprendere sonno. Venimmo a sapere che erano di passaggio; ci vedemmo in un albergo squallido di periferia, a loro piaceva da impazzire, giusto il tempo di alcune birre rannicchiati sui materassi, i posacenere saturi di cicche a terra e un gatto che ci solleticava i piedi nudi con la coda. Ci lasciarono il loro nuovo disco, pochi convenevoli e un titolo immediato, troncato nelle vocali: TRST  (è anche il nome di Trieste in sloveno, ho pensato io).
Ero totalmente priva di difese, uno sguardo rotto e disperato mi fissava dalla copertina, un uomo goffamente alla ricerca di tratti femminili mediante un make-up eccessivo e una parrucca corvina, un ibrido o un essere ambiguo – secondo il dire comune. In realtà ho sempre pensato che l’ambiguità risiede molto di più nelle persone che si ostinano a dare un’immagine candida di sé, nascondendo il torbido dietro facciate rassicuranti; qui è tutto alla luce del sole, non c’è niente da occultare, l’onestà è prerogativa. Supplicava fiducia quest’uomo, dietro di lui un tendone di un celeste pallido, da spalancare. Do you TR(u)ST me? Yes, I do.
Avevo solo voglia di tornare a casa da sola, o inconsciamente non volevo intralci per dirottare la notte verso l’ignoto; c’era da aprire un sipario ed aspettare l’impatto, una di quelle situazioni invitanti in cui si sa di assaggiare il proibito da un momento all’altro. Quello che seguì fu un connubio di velocità massima e movimenti ipnotici in un dancefloor ignoto, synth a valanga a frantumarmi in pezzi infiniti, ritmiche ossessive e tanto ballabili da far crollare qualsiasi impaccio. E un intreccio di due voci complementari: quella di Robert, tetra e profonda – quasi proveniente da un universo alieno, e quella di Maya, suadente e languida. Sfacciatamente accattivanti, la timidezza si fondeva con la determinazione in maniera esemplare.
We believe in nothing.
Sfrecciavo così in auto, buio e coni di luce bianca in successione, buio e coni di luce bianca alla velocità della luce; una corsa lanciata all’estremo, poi solo buio. D’improvviso scorsi un parcheggio, decisi di fermarmi; rapita da chissà quale campo magnetico finii per scendere dei gradini seminascosti, mi arrivò l’onda d’urto di un club per anime nostalgiche in pantaloni fascianti. In fondo ero una di loro, tuttavia una somma di nostalgie decadenti ed elettriche non ricreano mai vere empatie, erano lì a scuotersi su echi industrial potentissimi che fracassavano timpani e stomaco, e cercavano nuovi contatti fisici.
Wait for my calling.
Wait for my life.
Wait for my lover.

Sguardi conturbanti in salsa dark wave. Please hold me tight.
L’attitudine era sfrontata e irriverente, ma il cuore fragile e appeso a un filo; mi trovai avvinghiata ad uno sconosciuto, una malinconia sconfinata musicava con delicatezza e ritmiche minimali un amore concluso. Ci inumidimmo a vicenda il collo di lacrime.
The streak survives in the night.
Lo persi di vista subito dopo, non me ne importava granché; dormii in auto. Al mattino il mio viso salato parlava di un viaggio sconvolgente senza ritorno.

Federica Giaccani

2. John Talabot – ƒIN

Data di Uscita: 06/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

“Viene chiamato persistenza della visione… è l’unico modo per tenere gli occhi sempre aperti”.

Ricorderò per sempre questa frase pronunciata nella stanza 4.03 del museo del Prado, all’alba del mio settimo anno di età. Nonno Pierre passava giornate intere ad accarezzare con lo sguardo quei dipinti disconosciuti, firmati da una mano ignota. Troppo timidi gli autori, troppo umili, per pensare di aver creato qualcosa degno di essere visto, di essere condiviso. Le loro opere venivano disposte con noncuranza in una delle ultime sale del museo, senza teche o luci speciali per preservarli. Nessun custode si accorgeva di lui e della sua piccola sedia pieghevole, perchè quei dipinti affiancati da una targhetta con su scritto “Artista Sconosciuto” altro non erano che figli di un abbandono. Quel giorno indossava degli occhiali scuri come l’ho visto sempre fare, un debole tentativo di preservare una vista che giorno dopo giorno lo rendeva sempre più lontano dalla realtà.
Una moglie dispettosa”, commentava sorridendo.
Mi venne a prendere sotto casa nel tardo pomeriggio, tenendomi con la sua mano calda fino all’ingresso di Parque del Retiro. Quando il suo passo diventò più incerto ed il suo sorriso tremolante presi il suo posto, precedendolo. All’ingresso del museo riuscì a malapena a riconoscere i gradini, con solo le abitudini di mezzo secolo a sorreggerlo, ma una volta raggiunta la stanza il suo volto si illuminò.
Conoscevo il quadro che aveva scelto anche se non l’avevo mai visto, me ne aveva parlato talmente tante volte che era come se l’avessi dipinto io stesso.
Era così semplice, bianco e nero… un flusso di pensieri interrotti, storia di una civiltà perduta, affogata tra orrori e rinascita.
Nonno Pierre si sedette sul pavimento a gambe incrociate, le mani sulle ginocchia con le braccia a formare un angolo retto. Si tolse con calma gli occhiali scuri per fissare il suo sguardo sul dipinto, il che mi consentì di ammirare la bellezza di quegli occhi marroni dalle venature dorate un istante prima che perdessero per sempre la loro luce.
Più avanti nel tempo le convinzioni del nonno, anche dopo la sua morte, vennero viste con sospetto e con la tipica accondiscendenza che si riserva alle persone anziane. Sosteneva di essere riuscito a fissare quell’ultima istantanea nel suo immaginario, in maniera indelebile.
Si era scelto uno scenario visivo da poter sfogliare giorno dopo giorno, imperturbabile a quello che i suoi occhi oramai bianchi catturavano.
Era diventato, per me, il simbolo dell’uomo artefice del proprio destino, e molte altre cose.
Gli ho sempre creduto, ed è per questo che sono ritornato in questa stanza, stasera.
Mi hai insegnato tutto quello per cui ho vissuto. L’importanza dei momenti contro lo scorrere del tempo. A credere nelle persone che non modificano il loro spirito nonostante migrazioni e disabitudini.
E mentre la corona di oro e sangue colerà liquida sopra la mia testa, il mio ultimo sorriso sarà rivolto all’uomo che mi ha insegnato a sconfiggere la nostalgia, “rifugio dei cuori deboli, delle menti incapaci di proseguire, armageddon della parola più bella mai pronunciata: speranza”.

Filippo Righetto

3. Andy Stott – Luxury Problems

Data di Uscita: 29/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Luxury era entrata una notte nella mia stanza, sgusciando silenziosa dalla finestra lasciata aperta per metà. Avevo sentito all’improvviso il suo respiro addosso, il calore del fiato sul collo e sulle spalle, touch, e le mani sinuose che scendevano; la sua presa era soffice, delicata, ma ineluttabile. La voce morbida rimbalzava in stereofonia nel mio angusto appartamento amplificando la sua efficacia attraente, incalzava decisa, incantevole. Restai tramortito e cedetti, come avrebbe fatto chiunque altro al mio posto. Numb.

Luxury vestiva panni neri come la pece, rossetto violaceo e capelli esageratamente corvini; il suo canto di sirena ammaliante mi coglieva passando sotto le braccia di acciaio delle gru all’uscita della metropolitana, la vedevo svolazzare sopra di me e il candore della sua pelle mi accecava. Era la donna dai mille e più contrasti, un’indole tormentata e tormentante, un’ossessione che talvolta dormiva rannicchiata nel cratere di un vulcano per poi riemergere e colare come onice cristallizzato sulla mia vita, incollando di paura e devozione i miei giorni ai suoi. Andava e veniva, la perdevo e la ritrovavo. Lost and Found.

Luxury mi aveva cacciato di casa una fredda mattina di autunno, anni trascorsi insieme erano stati accuratamente riposti in valigie pesantissime che mi attendevano sul selciato, su un tappeto giallo di foglie morte, la stessa morte che si insinuò in me. Ché le disgrazie non danno mai un preavviso e ti abbattono senza pietà approfittando del tuo essere fragile e nudo davanti a loro. I mesi a venire vedevano me stesso inerme, la rassegnazione di un lungo cappotto grigio come il cielo e i caseggiati, a contrasto col calore della natura di ottobre che sotto le suole dei miei mocassini stendeva un telo infinito ad accompagnare la mia uscita di scena. Quell’immagine si presentava ai miei occhi di continuo, alzavo i bassi esagerati e mi scuotevo nel mio bunker sotterraneo, a lacerare i timpani e cercare il punto di rottura, il confine tra dolore e piacere, il momento esatto in cui essi si fondono e ne restano labili differenze; intorno a me la cenere di una vita finita, un martellare continuo, da non riuscire a prendere sonno. Sleepless.

Luxury anni fa mi portava ogni venerdì ai vernissage di strana arte, esposizioni singolari allestite in vecchie cattedrali sconsacrate, spoglie, austere. Erano serate di sorrisi tirati, di strette di mano false, di calici di champagne raccolti da un andare e venire di vassoi d’argento. Ricordo il freddo pungente, ricordo accompagnamenti musicali inusuali, battiti insistenti di techno rallentata su sfondi scurissimi e voci bianche. Ci accoglieva sempre Alison all’ingresso, a fare gli onori di casa, lei era l’unica a sorridere di sincerità e aveva una voce celestiale; poi rimanevano soltanto mezze conversazioni cifrate scambiate quasi di nascosto, da un orecchio all’altro, come per preparare il colpo del secolo. Hatch the Plan.

Luxury rimaneva a letto quando mi alzavo nel cuore della notte per partire per un viaggio di lavoro; la sera prima decidevamo insieme i miei completi da portar via, passavamo le dita sulle rigide pieghe delle camicie immacolate, ci incantavamo a selezionare le cravatte, l’autocompiacimento del lusso. L’autista mi attendeva sotto il porticato, fumavamo insieme un’aspra sigaretta di routine prima di metterci in cammino. In strada l’immagine mentale di lei placida sotto la coperta di broccato sembrava rassicurarmi, poi il mio sguardo si appoggiava sulle campagne mute e umide, dormienti, mi perdevo in suite notturne di ambient che mi inghiottivano tra riflessioni e aspettative. Expecting.

Luxury vedeva riflessa ogni sera la sua immagine spaventata nel lungo specchio posto tra i due divani rossi, alle sue spalle si dispiegava il dedalo di corridoi, porte e nicchie a perdita d’occhio, in quella casa infinita; era sola adesso, e aveva il terrore di scoprirci qualcuno, ombre furtive a rubare il suo privato. Aveva la convinzione di vivere nella versione upper class del video di Protection dei Massive Attack, e lei non era Tracey Thorn, lei affogava il terrore nel velluto e negli eccessivi monili barocchi. Tratteneva il respiro, ansimava ad ogni folata di vento che agitava il tendaggio di raso, camminava avanti e indietro e i suoi passi avevano naturale musicalità, un buon ritmo, quello delle preoccupazioni. Luxury Problems.

La notte dell’addio ero sceso in strada a respirare un po’ d’aria marcia, contaminata e impura. Avevo una disperata necessità del contrasto per capire subito che altri universi avrebbero potuto accogliermi, e che il senso d’appartenenza lo si costruisce con l’abitudine più che con disonesti credo proclamati con la bocca impastata di whisky scozzese. Mi fusi con la break beat dirompente suonata da un gruppo di afroamericani all’interno di un capannone degradato, c’era anima nei loro ritmi spezzati, nelle loro pseudo-danze convulse; rimasi in un angolo buio col timore di venire scoperto. Up the Box.

E quindi era vero, avevo lasciato Luxury alle spalle e con essa morbidi anni di vita, l’ultimo viaggio in una macchina lunghissima con autista imbellettato e interni in pelle. Alberi spogli a un lato della strada e mattoni rossi a perdita d’occhio dall’altra parte, entrambi passati al filtro di rigagnoli di pioggia sporca sui vetri oscurati dell’abitacolo, d’altronde Manchester è fatta di questo. Giunti all’imbocco del ponte sul fiume si spiegarono davanti al mio sguardo manifesti in successione, tutti uguali, impossibili da contare e impossibili da evitare; fermo immagine in bianco e nero di un tuffo carpiato, una donna con indosso un costume intero anni 50 di un’eleganza d’altri tempi, uno sfondo grigio rarefatto, in tinta col cielo. La perfezione, la raffinatezza, la malinconia sterminata, l’antracite e il fasto, copie tutte uguali per imprimersi nella memoria, mentre me ne stavo andando. Leaving.

Federica Giaccani

4. Holy Other – Held

Data di Uscita: 28/08/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

In dormiveglia, avevo l’impressione di essermi appisolato sul divano davanti a un film in bianco e nero di quelli drammatici e tormentati, passionali; lui e lei impigliati nelle reti di una relazione complicata, da svuotare l’anima. Invece eravamo noi quelli che vedevo con gli occhi leggermente dischiusi, e i capitoli di una storia d’amore a corrente alternata, la nostra. Una musica intensa e intima abbracciava i miei pensieri, in modo da decontestualizzare del tutto i nostri movimenti in un fluido magma di suoni e umori corporei; azioni e intrecci ripetuti, uguali e insieme diversi, in circostanze che fatico ancora a riordinare con una sufficiente coerenza cronologica. Sarà che forse non importa proprio la sequenza, l’amalgama era ben assortito e coeso, al pari degli stati d’animo che non facevano che rincorrersi afferrarsi e superarsi.

Vicini e lontani da un momento all’altro. Le accelerazioni, nelle corse notturne a ritrovarci nelle stazioni, o negli androni di palazzi abbandonati. E poi rallentare e bloccare le sequenze, le immagini, la nostra stretta che si scioglieva e si dissolveva in sguardi disperati, muti. Dinamiche ripetute che scavavano dentro volta dopo volta. E ora sono qui, tu dove sei? Where? Here.
Perfino nelle nostre stagioni più felici ho sempre vissuto nel costante timore di non ritrovarti più rannicchiata tra le lenzuola al mattino, il posto vuoto, un tepore corporeo che lentamente andava svanendo. E il cuore che cominciava a sentirsi perso e ad aumentare i suoi battiti, sordi e angosciati, a comporre ritmiche fisiche su un tappeto sonoro etereo e insieme materico, denso.
Alla fine mi hai lasciato davvero, non tolleravi più le mie insicurezze. È stato come andare alla deriva nel mare scuro di una notte senza stelle. Non avevo più appigli, il vuoto intorno a me si estendeva sconfinato in ogni direzione, il mio petto si contraeva e si rilasciava, dentro e fuori e poi ancora: colpi profondi che progressivamente aprivano voragini in me. Un dolore acuto, al cuore, allo stomaco. La testa pulsava, Love Someone assillante, ché era così facile lasciarsi travolgere dallo sconforto e dare ascolto all’ossessione, e non sentire nemmeno un rumore, solo la tua voce che lontana – nello spazio e nel tempo – ma appiccicata addosso ripeteva “me, me, me…”. Senza scampo.
Poi sei tornata, come tornavi sempre senza voler dare spiegazioni; semplicemente ti materializzavi dal nulla seduta al posto del passeggero sulla mia auto, o a tavola davanti a me, o nella doccia. Riaverti era la cosa più naturale, come se la parentesi buia e atroce fosse stata nient’altro che il peggiore incubo. E anche le melodie ricominciavano a raccontare di gioie, di riprese, di respiri caldi. Lente e sensuali come delle morbide carezze lungo la schiena, U Now. Ci chiedevamo se davvero valesse la pena dopo tutto, questo logorarsi a vicenda, questi passaggi repentini dall’assenza alla fisicità morbosa; fumavamo sigarette a letto, alla finestra, senza parlare. Ad occhi chiusi mi capitava di gioire e di soffrire, e poi ancora gioire, sull’onda delle situazioni vissute e rivissute (“I was….I was….”), ma mai una volta che abbiamo lasciato la testa decidere per noi. Ti sentivo dentro, nello stomaco, nella pancia, nel sangue che mi correva nelle vene delle braccia e delle mani, le stesse che poi alla fine ti prendevano e ti stringevano in giornate infinite di amore. So benissimo che per te è sempre stato lo stesso, malgrado gli abbandoni, e i corpi altrui in cui cercavamo di trovare conforti momentanei nelle notti in cui il cielo cadeva troppo pesantemente sulle nostre solitudini. Gli allontanamenti duravano così poco da non lasciare tracce, tornavamo ad averci, con dolcezza e intensità, su musiche di pianoforte e battiti soffici, pulsazioni delicate, contatti cercati e voluti affannosamente e poi conquistati.
Abbiamo sempre sperato nella salvezza della nostra storia, eludendo la consapevolezza di non aver finali felici nel copione del nostro film in bianco e nero. La realtà narra di una desolazione presente, di fremiti che tornano a galla nelle immagini di te e di noi che mio malgrado non riesco a cancellare dalla memoria, di lacrime silenziose mentre mi preparo il caffè la mattina, senz’anima. Nothing here.

Federica Giaccani

5. Indian Jewelry – Peel It

Data di Uscita: 20/11/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Abbiamo fatto l’autostop su e giù per l’America da un tempo indefinito, certi momenti mi sembra che i giorni si siano volatilizzati tra una bevuta e una notte stellata, altre volte – a ripensarci – credo sia da sempre che siamo sulla strada. Una famiglia errante la nostra, piantiamo radici lunghe e contorte in innumerevoli terreni, facciamo in tempo ad abbozzare equilibri per poi farli crollare sotto il peso di noia e qualche eccesso di troppo, e siamo di nuovo via, con le radici parcheggiate in un vaso di coerenza e buona terra, pronte ad attecchire altrove, con l’aiuto di tanta acqua quanti superalcolici.
La gente fa fatica a fidarsi di noi sul lungo periodo, teme gli slanci, gli sbalzi d’umore abissali, i toni psichedelici, gli accostamenti scombinati e la nostra follia che esce fuori prorompente dai concerti che rimediamo di città in città per raggranellare dei soldi fino alla meta successiva. La gente ci ritiene inaffidabili ma ci adora in quell’ora in cui si unisce alle nostre isterie, alle nostre danze convulse.
L’altra sera arrivammo in un vecchio bar dal soffitto basso e asfissiante alla periferia ovest di Houston; il proprietario vestiva fieramente una maglietta bianca lercia che gli scopriva l’enorme pancia fino all’ombelico, si puliva di continuo le mani nel cotone slabbrato, per stringerle alle nostre, per sistemarsi il berretto, per firmare il contratto che accordava a noi la chiusura della serata. Ci aveva preso bonariamente in simpatia sebbene le reputazione che ci accompagnava non fosse delle migliori, complice il nostro aspetto da hippies di altri tempi; era una persona genuina priva di malizia e di paura del diverso, credeva nella provvidenza e nelle possibilità della vita, in un certo senso si sentiva debitore verso il mondo dopo che un caso fortuito lo aveva visto sfondare nel business delle frittelle dolci lì, in quel posto malconcio e pieno di personaggi bizzarri. Dispensava sorrisi con una generosità smodata, passava boccali schiumanti di birra agli avventori, ammiccava goffo alle cameriere che sporgevano grossi seni oltre il bancone. Annunciò il nostro ingresso sul palco dimenticandosi di accendere il microfono, un altissimo barbuto inciampò addirittura nel cavo e volarono bestemmie. Di contro, sopra quel palco rialzato di una ventina di centimetri, noi vedevamo soltanto dei siparietti sparsi qua e là nel locale, e non avevamo nemmeno la lucidità tale da poterli discernere con precisione; piuttosto un turbinio di movimenti e voci scomposte arrivava alle nostre mani febbrili, ai nostri sguardi annacquati. C’è chi ci definisce un collettivo rock, chi chiama in aiuto la psichedelia, chi il punk, chi il noise; noi ce ne fottiamo alla grande di queste definizioni per bacchettoni, abbiamo le nostre ossessioni da mettere in piazza al suono di percussioni martellanti e chitarre distorte, ci contorciamo su ritmiche malate e ripetitive, allucinate. Ci divertiamo e tiriamo dentro un po’ tutti, su luci accecanti e ritmi abrasivi, scortichiamo via la pelle di dosso e la gente ci segue nei nostri tormenti. Quella sera il rito magico era appena iniziato e una strana combinazione astrale aveva richiamato al nostro cospetto anime ricettive e partecipi, una tribù contemporanea che celebrava la notte tra liquori e drum machine. L’unico immobile era un ragazzino stretto in angolo in fondo a sinistra, sguardo a terra e alienazione irreale. Ce lo ritrovammo rannicchiato nel divano in velluto del nostro buco di camerino a concerto finito, aveva sprofondato i piedi nella gommapiuma che fuoriusciva da una cucitura lisa. Avevamo trascinato con noi un anziano con la stampella di legno, due boss del commercio di tequila e una donna sola con in viso una miscela di luci e ombre, guance scavate, rimmel e paillettes a proseguire la coda degli occhi; la signora voleva giocare alla roulette russa approfittando della serata inquieta e a tratti mistica, aveva reclutato tutti noi ché tra persone amanti del rischio e altre con ormai nulla da perdere non potevamo essere compagnia migliore, e il ragazzo volle assistere. Estrasse la rivoltella che – ci spiegò – portava sempre con sé nella borsetta, ci versammo tutti da bere e insistette per cominciare lei; noi tutti eravamo eccitati, lei batteva le mani esaltata e indicava Guns a lettere rosse stampate sulla t-shirt di Tex: “L’avete anche suonata prima, sì sì, ricordo le chitarre impazzite e le percussioni, come il ruotare continuo di questo tamburo, mancava solo di premere il grilletto…” E lì prese la parola il bambino, che fino a un secondo prima sembrava dormisse di un sonno eterno: “Ho deciso di venir via con voi dal momento che hai ululato come un cane, sul palco.” Poi si mise a canticchiare con un’innaturale voce da adulto, I’ve got a heart of a dog, I want to spend some time with you. Tutti lo seguirono, ridevano ebbri di alcool e di sfrontatezza, con l’arma in mezzo al tavolino, ché bastava un attimo a cominciare il gioco, we don’t fear the future.
Irruppe nel camerino il grasso proprietario del bar, sgomberò in un attimo la stanza dagli strani ospiti col pretesto di una soffiata su un giro losco di narcotici tra gli avventori; fu tutto così rapido che sembrò quasi di essere in una scena di un film surreale, le sedie ancora calde erano le uniche prove di reali corpi umani appartenuti davvero alle nostre vite vagabonde, e la rivoltella rimasta lì come un triste relitto, era anche finta, alla fine.
Il momento in cui si caricano gli strumenti in spalla, o nell’auto presa in affitto – alle volte, e si è già con la testa e gli occhi persi in chissà quale altro orizzonte, appare ai nostri cuori come lo smontare di un circo, il dismettere il trucco pur restando fedeli agli abiti di scena. In qualunque città siamo sembra quasi di udire lontano elefanti barrire, portati via dalla carovana. Non ci resta che prendere le nostre cose, tenerci per mano, e non dimenticarci di prendere il vaso con le radici.

Federica Giaccani

6. Burial – Kindred

D.d.U. 12/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Tutti i colori, schiariti e scuriti. Tutte le variazioni, seducenti e sferzanti. Tutte le sensazioni, pericolose e ammalianti. Propulsivo e scuro, le luci al neon agli angoli delle strade, e i muri sporchi di Londra dove ti incollo per baciarti. Una città per legittimare a pieno anche per un po’. Il pensiero che si fa fisicità.
Dubstep e dancefloor umidi e maleodoranti per accogliere ogni gesto spezzato e tutti i saliscendi dello stomaco, i bassi nella pancia.
Aperture di luce tra il sudore. L’ossessione di fondo sparsa tra battiti techno che si schiudono. “ I want you. I used to belong to you.
Altro mondo certamente e consiglierei di entrare, magari con una preparazione mentale e fisica dietro. Un training camp serio, ma manco tanto.

Alessandro Ferri

7. Vladislav Delay – Kuopio

Data di Uscita: 26/11/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Hailuoto
La ciclità della vita prevede una partenza ma anche un ritorno, in queste terre, in quest’isola, una realtà circoscritta dal mare ma talmente vasta che faccio fatica a cogliere ogni singola sfumatura. Come spiegherò a mia figlia questo senso di infinito che si respira a Hailuoto? La porto ogni giorno ad annusare il legno delle foreste, a raccogliere i frutti di bosco inseguendo le orme degli alci, a imprimersi nella pelle la freschezza e la purezza di un mondo fuori dal comune e non contaminato. Intanto cerco le parole per esprimere la sensazione di immanente appartenenza a questi luoghi, di come io mi senta loro figlio – a mia volta, per quando la bambina crescerà e sarà pronta a comprendermi. Anche Antye, venendo qui insieme a me, si è sentita accolta con amore dai pescatori, dagli uccelli selvatici, dai colori tersi di giornate lunghissime in estate, dalla notte avvolgente in inverno; lei, e la sua vita traslata dal brulicare di intrecci berlinesi alla sconfinata quiete di prati e mare. I cacciatori ci salutano agitando la mano quando procedono con passo sicuro oltre la nostra casa, addentrandosi tra gli alti pini, scomparendo al nostro sguardo. La nostra fortuna è la possibilità di affidare alla musica che componiamo l’espressione dei nostri sentimenti, per evitare che restino ad accavallarsi nel cuore e sul petto.

Chemnitz
Siamo così vicini a Berlino che le atmosfere e gli umori della capitale arrivano rapidi, intatti. Suoni sintetici germanici si propagano di continuo nelle creazioni della Raster Noton ed è impossibile per me non sentirmi a casa, in qualche modo, anche qui. Carsten e gli altri mi danno una fiducia immane, pari alla mia volontà di convertire in musica me stesso e la terra dove sono cresciuto e poi tornato ormai da qualche anno. D’altra parte ci sono comunque grandi boschi in cui potermi schiarire le idee e purificarmi, a Chemnitz, diversi da quelli che crescono nella mia Finlandia ma pur sempre alberi a perdita d’occhio, a creare un piacevole disorientamento familiare, una terra fertile per portare a termine la produzione che era in embrione, e farle vedere la luce. Una luce bianca tra i ghiacci, che pulsa e si cristallizza.

Kuopio
L’immagine di grappoli di isole che riaffiorano tra un lago e l’altro ha contorni definiti, precisi, come le linee nette dei tetti appuntiti che si stagliano sullo sfondo di un cielo così limpido da doversi riparare gli occhi, tant’è sfacciatamente tangibile. La mia terra ha dei tratti distintivi inequivocabili, genuini come il pesce che compro al mercato e che ho intenzione di cucinare nel fornelletto da campo del mio camper: siamo in uno stretto lembo di terra tra due insenature, a due passi dall’acqua, soltanto noi e singolari uccelli che volano bassi toccando appena la superficie del lago, per poi fuggire oltre le colline. Di inverno qui la natura dorme di un sonno apparente, la neve soffice stende le sue fredde coperte compatte ma tutto ciò che sta sotto, protetto, continua a respirare senza sosta.
Le mie orecchie captano vibrazioni, suoni ovattati che pian piano emergono dalla foresta e si mostrano luminosi, brillanti come il cielo e candidi come la neve. Manipolo i frammenti, incastro parti di natura ad incursioni elettroniche e mando giù tutto d’un sorso, un bicchiere di ghiaccio shakerato a spremuta di cuore. Le melodie sono raffinate e profondamente liquide, pulsano come una creatura sottomarina e si cristallizzano sulle cime degli alberi, riflessi scintillanti di luce, di vita; su di esse si innestano ritmi sintetici e insieme materici, colgono l’essenza della natura, dei corpi, i loro fisici dinamismi, e i coinvolgimenti emotivi.
È immediato commuoversi davanti a questi semplici e sorprendenti miracoli e voler dare qualcosa in cambio; le mie musiche raccontano di me, dei miei luoghi, di un’energia distillata e di una luce calda – e insieme algida – che non muore mai.

Federica Giaccani

8. Silent Servant – Negative Fascination

Data di Uscita: 10/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Temptation, Desire


C’è un momento adatto ad ogni cosa. Un’apparizione invisibile riflessa su ciascuna superficie. Una canzone per ogni peccato.

Anonimo

La città è iniziata a cambiare quando hanno deciso di spegnere le luci.
Senza quell’impersonale e sottile mantello dato dalle lampade al sodio a bassa pressione, le strade furono illuminate solo dalle nostre scelte. Fu come se, paradossalmente, l’assenza di luce mettesse in risalto i contrasti e le zone d’ombra della nostra personalità.
Cominciasti a vedere altre cose, altri colori, altre storie.
Il rosso neon, simbolo dell’ignoto e del coraggio delle proprie convinzioni, demarcava i luoghi accettati dai più.
Il verde anestetico che trapelava da finestre sporche, a segnalare corridoi corrotti e viziati. Chi li infestava non era visibile dall’esterno, ma cionondimeno esisteva, perchè basta solo che una parola sia pronunciata per renderla reale.
I lampioni e le altre luci artificiali tracciavano un percorso urbano attraverso i quartieri metropolitani e, finchè non ti domandavi cosa fosse il buio o cosa fosse successo alla vita nelle zone ora sommerse dall’ombra, ti sentivi protetto. Ma i ricordi sono un’arma feroce, destabilizzano il tuo quieto vivere, e ci volle poco tempo per ritrovare l’immagine mentale di quella costruzione color rame dalle pareti frastagliate, chiusa da un pesante portone dal quale, ne sei convinto, era più difficile uscire che entrare.
Ti blocchi all’incrocio e le tue pupille si dilatano dal terrore, perchè quella struttura aliena era maligna, annullava chiunque si interessasse ad essa, e ti fa cadere vittima della confusione perchè i suoi corridoi riflettevano il verde pallido mentre le pareti si coloravano di rosso, offuscando tutto quello che prima per te era netto e definito. La consapevolezza aggrava il tuo panico immateriale quando realizzi che le strade lì sotto erano illuminate, che la traiettoria scelta passava proprio lì, ai piedi di qualcosa che non dovrebbe essere permesso.
Chiudi gli occhi sperando che, quando li riaprirai, sarà giorno.
Dietro, davanti, alla tua destra, la luce dei lampioni. Alla tua sinistra, il buio.
Tentazione e desiderio, d’innanzi alle zone d’ombra. Pensi di essere spinto dalla tua curiosità innocente, ma i tuoi passi sono guidati dall’insicurezza di un’esistenza evanescente, dall’insoddisfazione verso una vita alla quale non hai mai smesso di chiedere.
Tiri fuori il coltello a serramanico, punti la lama contro di te ed avanzi, dopo aver concepito il pensiero che l’oscurità è un attrattore strano, e lì dentro i discorsi su prospettiva e dimensione non collimano.

Filippo Righetto

9. Mount Eerie – Clear Moon

Data di Uscita: 22/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

A chi parlo stanotte?

Corro via T., questa luna non è più la mia luna. E quella casa laggiù è solo una figura anonima tra alberi ordinati come soldati. Nuvole sconosciute spalancano le loro labbra come in uno sbadiglio di neonato, è il fumo della mia auto?
Ho dato un passaggio ad uno sconosciuto che attendeva da ore l’arrivo di una vettura. Ha dei capelli lunghi, unti e un giubbino nero come il suo cappello con visiera.
Gli chiedo: «A cosa ti serve un cappello con visiera a quest’ora?»
«Lo porto sempre», mi risponde.
Lo sconosciuto ha ragione, T., a volte teniamo addosso delle cose solo per abitudine e non ci sorprendiamo più di nulla. A questa luna così chiara e così piena concediamo solo degli sguardi vaghi e indifferenti.
Lo sconosciuto non parla molto e sembra anche abbastanza stanco. Non forzo la comunicazione per non sembrare invadente; tempo dieci minuti e l’uomo chiude gli occhi cullato dai suoni del nostro viaggio.
Dopo ormai venti chilometri di strada mi rendo conto di non aver chiesto dove è diretto. Tossisco un po’ per svegliarlo. Ha funzionato. L’uomo mi chiede che ore sono: le tre e un quarto.
«Ti dispiace se accendo la radio? O vuoi continuare a dormire?»
«Ma certo, amico. A quest’ora sulla radio nazionale c’è sempre un programma di musica contemporanea in cui ci sono ospiti molto preparati».
«Senti, ma dove sei diretto?»
«Oh, calcolando la tua velocità media dovrei arrivare a destinazione fra venti minuti. Altri trenta chilometri, all’incirca».
«Capisco».
So quasi per certo che a trenta chilometri da qui non c’è nessuna cittadina e nessun motel. Tuttavia decido di fidarmi, lo sconosciuto mi è simpatico. Sto pensando a quanto poco piacevole sarebbe stato trovarsi in auto con una persona piena di sé, magari un organizzatore di matrimoni o uno di quegli ospiti in radio tanto preparati su qualsiasi argomento. Ecco, se c’è qualcosa che mi fa saltare i nervi sono proprio le persone spocchiose e piene di boria. Non so perché, T., ma il termine ‘spocchia’ mi rimanda al termine ‘sporchia’. Non sai cos’è? La sporchia è una pianta parassita del Mediterraneo che nasce e si alimenta di linfa sottratta alle radici di altre piante. Lo so perché mio nonno era di quelle parti. I poveri agricoltori del sud Italia di un tempo ne mangiavano a sazietà e ancora oggi è usata a tavola come una sorta di reliquia. A sua volta ‘sporchia’ mi dà di ‘sporco’. Ecco, forse le tre cose sono collegate, T., fatto sta che quando ho a che fare con una persona spocchiosa, pensando e ripensando – magari durante il tragitto per tornare a casa – mi si disegna in mente l’immagine di questo parassita sporco e con la testa a forma di turione gigante. È inevitabile.
«Ehi, stiamo quasi per arrivare».
«Davvero? Qui non ci sono motel, sei sicuro?»
«Sicuro… No, non devo andare in nessun motel. La vedi quella curva? Di lì mi inoltro tra gli alberi, c’è una abitazione che dalla strada non si vede. È la mia casa».
«Vivi da solo, vero?»
«Col mio cane e le mie due galline», mi fa sorridendo.
«Divertente. Anch’io vorrei una casa fuori città immersa tra i pini».
«È un posto tranquillo, effettivamente, anche se le donne non ci passerebbero mai la notte».
«Ogni medaglia ha il suo rovescio».
«Bravo, e ti dirò: io le medaglie le indosso tutte dal rovescio!» Scoppiamo in una sonora risata che, a quest’ora tarda, pare davvero roboante.
«Sei un tipo strano, però mi sei stato di compagnia».
Accosto l’auto attivando le quattro frecce. Lo sconosciuto mi saluta sistemandosi il cappello con la visiera. Poi lo vedo scomparire tra i tronchi degli alberi che di sera si confondono col terreno e le foglie. Chissà se c’è davvero una abitazione inoltrandosi di lì, chissà se ho davvero dato un passaggio ad uno sconosciuto o se è stato tutto frutto della mia immaginazione. T., perché non mi rispondi mai?

Andrea Russo

10. Raime – Quarter Turns Over a Living Line

D.d.U. 19/11/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Un elicottero sorvola sopra questo nascondiglio in chissà quale parte del mondo, i rapitori mi hanno abbandonato qui nel buio della notte e sono solo in questa stanza spoglia e grande come la mia paura di morire. Dovrebbe esserci una sentinella di guardia fuori, sento battere i suoi tacchi sul cemento, passi annoiati e costanti. Un unico finestrino mantiene acceso il contatto con l’esterno, ma sembra solo colpevole di captare e trasmettere vigorose presenze sinistre: lo sferragliare di un treno in lontananza, lo stridere delle rotaie, rumori rallentati meccanici e sintetici. Mi ammanettano, mi ammutoliscono, mi bloccano in una desolazione assoluta.
Vuoto e sconfinata solitudine.
Non si sfugge al presagio della fine.
Chissà se mi troveranno, e se per quel giorno sarò ancora vivo.

Federica Giaccani

Raime – Quarter Turns Over a Living Line (Top Ten 2012)

D.d.U. 19/11/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Un elicottero sorvola sopra questo nascondiglio in chissà quale parte del mondo, i rapitori mi hanno abbandonato qui nel buio della notte e sono solo in questa stanza spoglia e grande come la mia paura di morire. Dovrebbe esserci una sentinella di guardia fuori, sento battere i suoi tacchi sul cemento, passi annoiati e costanti. Un unico finestrino mantiene acceso il contatto con l’esterno, ma sembra solo colpevole di captare e trasmettere vigorose presenze sinistre: lo sferragliare di un treno in lontananza, lo stridere delle rotaie, rumori rallentati meccanici e sintetici. Mi ammanettano, mi ammutoliscono, mi bloccano in una desolazione assoluta.
Vuoto e sconfinata solitudine.
Non si sfugge al presagio della fine.
Chissà se mi troveranno, e se per quel giorno sarò ancora vivo.

Federica Giaccani

Top Ten 2012 – Maurizio Narciso

1. Andy Stott – Luxury Problems

Data di Uscita: 29/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Luxury era entrata una notte nella mia stanza, sgusciando silenziosa dalla finestra lasciata aperta per metà. Avevo sentito all’improvviso il suo respiro addosso, il calore del fiato sul collo e sulle spalle, touch, e le mani sinuose che scendevano; la sua presa era soffice, delicata, ma ineluttabile. La voce morbida rimbalzava in stereofonia nel mio angusto appartamento amplificando la sua efficacia attraente, incalzava decisa, incantevole. Restai tramortito e cedetti, come avrebbe fatto chiunque altro al mio posto. Numb.

Luxury vestiva panni neri come la pece, rossetto violaceo e capelli esageratamente corvini; il suo canto di sirena ammaliante mi coglieva passando sotto le braccia di acciaio delle gru all’uscita della metropolitana, la vedevo svolazzare sopra di me e il candore della sua pelle mi accecava. Era la donna dai mille e più contrasti, un’indole tormentata e tormentante, un’ossessione che talvolta dormiva rannicchiata nel cratere di un vulcano per poi riemergere e colare come onice cristallizzato sulla mia vita, incollando di paura e devozione i miei giorni ai suoi. Andava e veniva, la perdevo e la ritrovavo. Lost and Found.

Luxury mi aveva cacciato di casa una fredda mattina di autunno, anni trascorsi insieme erano stati accuratamente riposti in valigie pesantissime che mi attendevano sul selciato, su un tappeto giallo di foglie morte, la stessa morte che si insinuò in me. Ché le disgrazie non danno mai un preavviso e ti abbattono senza pietà approfittando del tuo essere fragile e nudo davanti a loro. I mesi a venire vedevano me stesso inerme, la rassegnazione di un lungo cappotto grigio come il cielo e i caseggiati, a contrasto col calore della natura di ottobre che sotto le suole dei miei mocassini stendeva un telo infinito ad accompagnare la mia uscita di scena. Quell’immagine si presentava ai miei occhi di continuo, alzavo i bassi esagerati e mi scuotevo nel mio bunker sotterraneo, a lacerare i timpani e cercare il punto di rottura, il confine tra dolore e piacere, il momento esatto in cui essi si fondono e ne restano labili differenze; intorno a me la cenere di una vita finita, un martellare continuo, da non riuscire a prendere sonno. Sleepless.

Luxury anni fa mi portava ogni venerdì ai vernissage di strana arte, esposizioni singolari allestite in vecchie cattedrali sconsacrate, spoglie, austere. Erano serate di sorrisi tirati, di strette di mano false, di calici di champagne raccolti da un andare e venire di vassoi d’argento. Ricordo il freddo pungente, ricordo accompagnamenti musicali inusuali, battiti insistenti di techno rallentata su sfondi scurissimi e voci bianche. Ci accoglieva sempre Alison all’ingresso, a fare gli onori di casa, lei era l’unica a sorridere di sincerità e aveva una voce celestiale; poi rimanevano soltanto mezze conversazioni cifrate scambiate quasi di nascosto, da un orecchio all’altro, come per preparare il colpo del secolo. Hatch the Plan.

Luxury rimaneva a letto quando mi alzavo nel cuore della notte per partire per un viaggio di lavoro; la sera prima decidevamo insieme i miei completi da portar via, passavamo le dita sulle rigide pieghe delle camicie immacolate, ci incantavamo a selezionare le cravatte, l’autocompiacimento del lusso. L’autista mi attendeva sotto il porticato, fumavamo insieme un’aspra sigaretta di routine prima di metterci in cammino. In strada l’immagine mentale di lei placida sotto la coperta di broccato sembrava rassicurarmi, poi il mio sguardo si appoggiava sulle campagne mute e umide, dormienti, mi perdevo in suite notturne di ambient che mi inghiottivano tra riflessioni e aspettative. Expecting.

Luxury vedeva riflessa ogni sera la sua immagine spaventata nel lungo specchio posto tra i due divani rossi, alle sue spalle si dispiegava il dedalo di corridoi, porte e nicchie a perdita d’occhio, in quella casa infinita; era sola adesso, e aveva il terrore di scoprirci qualcuno, ombre furtive a rubare il suo privato. Aveva la convinzione di vivere nella versione upper class del video di Protection dei Massive Attack, e lei non era Tracey Thorn, lei affogava il terrore nel velluto e negli eccessivi monili barocchi. Tratteneva il respiro, ansimava ad ogni folata di vento che agitava il tendaggio di raso, camminava avanti e indietro e i suoi passi avevano naturale musicalità, un buon ritmo, quello delle preoccupazioni. Luxury Problems.

La notte dell’addio ero sceso in strada a respirare un po’ d’aria marcia, contaminata e impura. Avevo una disperata necessità del contrasto per capire subito che altri universi avrebbero potuto accogliermi, e che il senso d’appartenenza lo si costruisce con l’abitudine più che con disonesti credo proclamati con la bocca impastata di whisky scozzese. Mi fusi con la break beat dirompente suonata da un gruppo di afroamericani all’interno di un capannone degradato, c’era anima nei loro ritmi spezzati, nelle loro pseudo-danze convulse; rimasi in un angolo buio col timore di venire scoperto. Up the Box.

E quindi era vero, avevo lasciato Luxury alle spalle e con essa morbidi anni di vita, l’ultimo viaggio in una macchina lunghissima con autista imbellettato e interni in pelle. Alberi spogli a un lato della strada e mattoni rossi a perdita d’occhio dall’altra parte, entrambi passati al filtro di rigagnoli di pioggia sporca sui vetri oscurati dell’abitacolo, d’altronde Manchester è fatta di questo. Giunti all’imbocco del ponte sul fiume si spiegarono davanti al mio sguardo manifesti in successione, tutti uguali, impossibili da contare e impossibili da evitare; fermo immagine in bianco e nero di un tuffo carpiato, una donna con indosso un costume intero anni 50 di un’eleganza d’altri tempi, uno sfondo grigio rarefatto, in tinta col cielo. La perfezione, la raffinatezza, la malinconia sterminata, l’antracite e il fasto, copie tutte uguali per imprimersi nella memoria, mentre me ne stavo andando. Leaving.

Federica Giaccani

2. The xx – Coexist

Data di Uscita: 10/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Il mio cuore batte in un modo diverso. Lo percepisco anche adesso che sono in macchina, diretto chissà dove.

La meta è incerta come il paesaggio circostante, mi importa solo di accendere il motore e di lasciarmi andare ai pensieri, rapidissimi come i fari delle macchine nella direzione contraria, che rimbalzano lungo il parabrezza, mi abbagliano per un istante e poi filano via lungo i fianchi della carrozzeria della macchina.

Sarà il mio modo di elaborare la separazione come mi continuano a ripetere i miei amici e forse hanno ragione: l’asfalto lucido sul quale scivolo è come un tappeto ritmico minimale, sul quale cantare la mia disillusione.

Comincia a piovere e sento odore di mare, sorrido. Le goccioline d’acqua scivolano delicatamente lungo il vetro prima di svanire in mille granelli polverizzati dal passaggio brusco del tergicristalli. Traduco ogni vibrazione dell’abitacolo in musica, soul elettronico per la salvezza dell’anima.

Si rasserena, apro i finestrini al massimo per farmi accarezzare dal soffio languido del vento, nella testa pensieri più calmi, come una dolce melodia acustica, appena sporcata dal battito regolare degli pneumatici sui giunti del ponte autostradale che sto attraversando.

Sul viso mi scorrono lacrime serene mentre rallento per raggiungere il casello di uscita. Il giovane addetto ha una radiolina dalla quale proviene un battito secco ed una voce calda, ammaliante. Ci scambiamo uno sguardo veloce e mi accorgo che lui ha in viso la mia stessa espressione. Prendo dalla tasca qualche lira stropicciata che gli consegno insieme al biglietto di uscita. Mi dà il resto, poi mi dice: “Sorgerà il sole, bisogna solo saper attendere. Magari nel frattempo ascolta buona musica, aiuta!”

Gli rispondo che lo sto già facendo da un pezzo e che va meglio. Lo ringrazio e riparto svelto, cercando di fare mente locale. Ogni cosa mi rimanda all’ultimo disco degli XX… e il mio cuore continua a battere in un modo diverso.

Maurizio Narciso

3. Beach House – Bloom

Data di Uscita: 15/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Mi ricorderò per sempre di quel fiore così azzurro. Clara stava aspettando i marziani, la sera dell’ultimo dell’anno del 1987. Non voleva tornare al collegio, non voleva spiegare agli adulti perché si sentisse così spesso circondata da centinaia di voci e colori. Non erano solo nella sua mente, tutt’altro, vedeva forme danzare per le strade, animali venuti dal futuro accarezzarle i piedi, desideri caleidoscopici proiettati nell’aria. Poi all’improvviso svanivano, i suoi occhi facevano fatica a mettere a fuoco i particolari del mondo reale. La notte era il suo regno, nel sogno, e in una sera afosa dell’agosto seguente scrisse una lettera all’umanità che negli anni conservò con cura in un libro di fiabe giapponesi. “A colazione spiegai una parte del sogno a mia madre. Mi pregò di non mettermi mai in pericolo. Il vasetto di marmellata non mi cascò dalle mani”. Conobbi Clara qualche anno più tardi, sul finire di una primavera insolita. Passammo gran parte dell’estate insieme, passarono molti pomeriggi di luglio nei quali, dopo corse nei boschi, ci stendevamo sull’erba a declamare poesie. Lei guardava le montagne all’orizzonte e sognava di abitare altre galassie, io scoprivo i romantici tedeschi e le raccontavo del blaue blume, il fiore azzurro di Novalis, simbolo dell’infinito. Decidemmo di dedicare la nostra vita alla ricerca della bellezza. Abbandonammo la nostra città rotolando come pietre verso nuovi oceani, assetati di orizzonti da ampliare. Era in noi, di nuovo, il potere primordiale di dare un nome alle cose, come toccandole per la prima volta. Vedi quei fuochi che si tuffano nell’acqua all’orizzonte? Sono come noi, non hanno paura della nebbia, e continueranno a scintillare. È  per questo che tutti hanno cominciato a rincorrerci. Cercare di attraversare per davvero la realtà, che non è mai ferma. Ed è per questo che serviranno sempre tanti colori, tutti quelli che riusciremo a immaginare. Solo così si può resistere alla notte, spingersi verso le soglie ultime di comprensione della realtà. Dove tutto è rarefatto, dove le visioni si dissolvono insieme agli oggetti della realtà e della fantasia. Dove non c’è niente da capire, dove c’è luce e ombra. Clara cammina avanti e indietro sulla spiaggia, a piedi nudi, tenendo insieme un paio di sandali nella mano destra. Guardiamo il cielo, mentre passano gli anni. Ogni notte, prima di addormentarmi, ripenso a quando trovammo un fiore azzurro, come un lapislazzulo, nato dalle viscere di una roccia. Lo baciammo entrambi, piccolo miracolo, simbolo e profezia delle nostre vite. Poi tutto incominciò a brillare.

Filippo Redaelli

4. Flying Lotus – Until the Quiet Comes

Data di Uscita: 02/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

UNTIL THE QUIET COMES

Cado nel tunnel delle essenze sonore e respiro luce, m’immergo nel blu violaceo delle pareti del cosmo e uccelli meccanici cinguettano melodie elettroniche… è tutto così magnifico ed intenso.
Tra gli alberi stellari il canto di una sirena: una donna magnifica con piume d’argento si cela tra i rami della foresta di silicio, intanto dall’altra parte del buco nero, nel teatro della galassia si apre uno spettacolo di burlesque, e le immagini viaggiano ancora in bianco e nero.

Cromatismi. Aberrazioni. Glitch.

Strati su strati, coperte di suono, polvere grossa e brillante, bottiglie d’assenzio…
Brillanti multisfaccettati scintillano al buio, una mano li accarezza lieve…

Il vento echeggia nel deserto: i barbari arrivano con le loro tute gialle e portano doni da un trip hop impregnato di chillwave e dmt: occhi di pitoni, peli di zanzare, pelli esotiche con squame di suoni prismatici, immagini altissime e forme lunghissime.

Il tempo. Il selvaggio. Il nero.

Il respiro profondo di una ragazza e poi… c’è una tribù che danza nella bruma, e lo sciamano spreme diamanti con le mani: stringendo sempre più forte li riduce in polvere.
Le sue mani sono enormi e sanguinano rumore rosa…

Il Tempo assiste con estrema devozione al rito ma è nervoso: spalle tese, nervi tesi, occhi lesi: è in trance. Voci ammalianti e spigolosi spazi sonori si creano intorno a Lui che pensa al ritmo: parole leggere e parole affaticate, suoni disconnessi e melodia.

Che fastidio irriverente…

L’uomo nero ha tre clessidre: una bianca, una rossa, una nera: quella bianca dà il tempo ai sogni, quella nera toglie o aggiunge ore al sonno, quella rossa accelera o rallenta i battiti del cuore…
L’alchimia delle onde, l’energia dei bassi, tutto nel minestrone dello sciamano urbano: una soluzione salina, dove si sciolgono cristalli di vetro cosmico.

Il viaggio. La mente. La giungla.

E poi… la luce in fondo al tunnel e mi ritrovo sopra una roccia nell’oceano a levitare tra pietra e aria, spazio e forma: sento la magia, ammiro il vuoto, aspetto la quiete…

Voglio la pace nel mondo.

I never want to come back…

Marco Caprani

5. Trust – TRST

Data di Uscita: 28/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Le persone razionali ponderano parole e gesti, dosano entusiasmi e non si lasciano fregare dai colpi di fulmine. Anche con la musica, le persone razionali necessitano di più ascolti prima di sbilanciarsi in giudizi, esprimono pareri ragionati e non esplodono in isterie incontenibili.
Una volta ero una persona razionale, poi ho imparato a farmi travolgere.

Tempo fa mi presentasti Maya e Robert in quel lurido locale dalle pareti nere scrostate, non abbiamo fatto altro che bere come le spugne, ammiccarci dietro gli occhiali neri e sfiorarci l’un l’altro sotto il tavolo, noncuranti di chi fossero le gambe che stavamo accarezzando – andava bene tutto. L’età della ragione aveva voltato i suoi tacchi già da un pezzo, qui si trattava di vivere all’istante, di vivere al massimo. I nostri visi puliti, a tratti acerbi, trasudavano un’ingenuità incontenibile, eppure avevamo le idee chiare su tutto. Si trascinavano lentamente discussioni nostalgiche, come fossimo gente vissuta che ha già imparato tutto dalla vita; discorsi trascendenti sulla trinità e considerazioni toccanti su storie d’amore finite male,  una cupa sensualità muoveva le nostre bocche e i nostri gesti. Poi loro se ne andarono lasciando me e te in uno stato di ipnosi indecente. Avevamo perso la testa.

Quando tornarono nella nostra città mi chiamasti nel pieno della notte, eri fuori di te. Anch’io poi non riuscii più a riprendere sonno. Venimmo a sapere che erano di passaggio; ci vedemmo in un albergo squallido di periferia, a loro piaceva da impazzire, giusto il tempo di alcune birre rannicchiati sui materassi, i posacenere saturi di cicche a terra e un gatto che ci solleticava i piedi nudi con la coda. Ci lasciarono il loro nuovo disco, pochi convenevoli e un titolo immediato, troncato nelle vocali: TRST  (è anche il nome di Trieste in sloveno, ho pensato io).
Ero totalmente priva di difese, uno sguardo rotto e disperato mi fissava dalla copertina, un uomo goffamente alla ricerca di tratti femminili mediante un make-up eccessivo e una parrucca corvina, un ibrido o un essere ambiguo – secondo il dire comune. In realtà ho sempre pensato che l’ambiguità risiede molto di più nelle persone che si ostinano a dare un’immagine candida di sé, nascondendo il torbido dietro facciate rassicuranti; qui è tutto alla luce del sole, non c’è niente da occultare, l’onestà è prerogativa. Supplicava fiducia quest’uomo, dietro di lui un tendone di un celeste pallido, da spalancare. Do you TR(u)ST me? Yes, I do.
Avevo solo voglia di tornare a casa da sola, o inconsciamente non volevo intralci per dirottare la notte verso l’ignoto; c’era da aprire un sipario ed aspettare l’impatto, una di quelle situazioni invitanti in cui si sa di assaggiare il proibito da un momento all’altro. Quello che seguì fu un connubio di velocità massima e movimenti ipnotici in un dancefloor ignoto, synth a valanga a frantumarmi in pezzi infiniti, ritmiche ossessive e tanto ballabili da far crollare qualsiasi impaccio. E un intreccio di due voci complementari: quella di Robert, tetra e profonda – quasi proveniente da un universo alieno, e quella di Maya, suadente e languida. Sfacciatamente accattivanti, la timidezza si fondeva con la determinazione in maniera esemplare.
We believe in nothing.
Sfrecciavo così in auto, buio e coni di luce bianca in successione, buio e coni di luce bianca alla velocità della luce; una corsa lanciata all’estremo, poi solo buio. D’improvviso scorsi un parcheggio, decisi di fermarmi; rapita da chissà quale campo magnetico finii per scendere dei gradini seminascosti, mi arrivò l’onda d’urto di un club per anime nostalgiche in pantaloni fascianti. In fondo ero una di loro, tuttavia una somma di nostalgie decadenti ed elettriche non ricreano mai vere empatie, erano lì a scuotersi su echi industrial potentissimi che fracassavano timpani e stomaco, e cercavano nuovi contatti fisici.
Wait for my calling.
Wait for my life.
Wait for my lover.

Sguardi conturbanti in salsa dark wave. Please hold me tight.
L’attitudine era sfrontata e irriverente, ma il cuore fragile e appeso a un filo; mi trovai avvinghiata ad uno sconosciuto, una malinconia sconfinata musicava con delicatezza e ritmiche minimali un amore concluso. Ci inumidimmo a vicenda il collo di lacrime.
The streak survives in the night.
Lo persi di vista subito dopo, non me ne importava granché; dormii in auto. Al mattino il mio viso salato parlava di un viaggio sconvolgente senza ritorno.

Federica Giaccani

6. Vladislav Delay – Kuopio

Data di Uscita: 26/11/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Hailuoto
La ciclità della vita prevede una partenza ma anche un ritorno, in queste terre, in quest’isola, una realtà circoscritta dal mare ma talmente vasta che faccio fatica a cogliere ogni singola sfumatura. Come spiegherò a mia figlia questo senso di infinito che si respira a Hailuoto? La porto ogni giorno ad annusare il legno delle foreste, a raccogliere i frutti di bosco inseguendo le orme degli alci, a imprimersi nella pelle la freschezza e la purezza di un mondo fuori dal comune e non contaminato. Intanto cerco le parole per esprimere la sensazione di immanente appartenenza a questi luoghi, di come io mi senta loro figlio – a mia volta, per quando la bambina crescerà e sarà pronta a comprendermi. Anche Antye, venendo qui insieme a me, si è sentita accolta con amore dai pescatori, dagli uccelli selvatici, dai colori tersi di giornate lunghissime in estate, dalla notte avvolgente in inverno; lei, e la sua vita traslata dal brulicare di intrecci berlinesi alla sconfinata quiete di prati e mare. I cacciatori ci salutano agitando la mano quando procedono con passo sicuro oltre la nostra casa, addentrandosi tra gli alti pini, scomparendo al nostro sguardo. La nostra fortuna è la possibilità di affidare alla musica che componiamo l’espressione dei nostri sentimenti, per evitare che restino ad accavallarsi nel cuore e sul petto.

Chemnitz
Siamo così vicini a Berlino che le atmosfere e gli umori della capitale arrivano rapidi, intatti. Suoni sintetici germanici si propagano di continuo nelle creazioni della Raster Noton ed è impossibile per me non sentirmi a casa, in qualche modo, anche qui. Carsten e gli altri mi danno una fiducia immane, pari alla mia volontà di convertire in musica me stesso e la terra dove sono cresciuto e poi tornato ormai da qualche anno. D’altra parte ci sono comunque grandi boschi in cui potermi schiarire le idee e purificarmi, a Chemnitz, diversi da quelli che crescono nella mia Finlandia ma pur sempre alberi a perdita d’occhio, a creare un piacevole disorientamento familiare, una terra fertile per portare a termine la produzione che era in embrione, e farle vedere la luce. Una luce bianca tra i ghiacci, che pulsa e si cristallizza.

Kuopio
L’immagine di grappoli di isole che riaffiorano tra un lago e l’altro ha contorni definiti, precisi, come le linee nette dei tetti appuntiti che si stagliano sullo sfondo di un cielo così limpido da doversi riparare gli occhi, tant’è sfacciatamente tangibile. La mia terra ha dei tratti distintivi inequivocabili, genuini come il pesce che compro al mercato e che ho intenzione di cucinare nel fornelletto da campo del mio camper: siamo in uno stretto lembo di terra tra due insenature, a due passi dall’acqua, soltanto noi e singolari uccelli che volano bassi toccando appena la superficie del lago, per poi fuggire oltre le colline. Di inverno qui la natura dorme di un sonno apparente, la neve soffice stende le sue fredde coperte compatte ma tutto ciò che sta sotto, protetto, continua a respirare senza sosta.
Le mie orecchie captano vibrazioni, suoni ovattati che pian piano emergono dalla foresta e si mostrano luminosi, brillanti come il cielo e candidi come la neve. Manipolo i frammenti, incastro parti di natura ad incursioni elettroniche e mando giù tutto d’un sorso, un bicchiere di ghiaccio shakerato a spremuta di cuore. Le melodie sono raffinate e profondamente liquide, pulsano come una creatura sottomarina e si cristallizzano sulle cime degli alberi, riflessi scintillanti di luce, di vita; su di esse si innestano ritmi sintetici e insieme materici, colgono l’essenza della natura, dei corpi, i loro fisici dinamismi, e i coinvolgimenti emotivi.
È immediato commuoversi davanti a questi semplici e sorprendenti miracoli e voler dare qualcosa in cambio; le mie musiche raccontano di me, dei miei luoghi, di un’energia distillata e di una luce calda – e insieme algida – che non muore mai.

Federica Giaccani

7. Xabier Iriondo – Irrintzi

Data di Uscita: 11/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Si torna a casa

Nella mente sento questo urlo stridente e prolungato, “irrintzi” si direbbe in basco. Ho voglia di gridare, ma trovandomi sul treno Madrid – Donostia – San Sebastián è meglio contenere il mio sentimento; cinque ore di sopportazione dopodiché potrò esplodere questa mia gioia infinita. Mi esibirò dal vivo nella piazzetta dov’è cresciuto mio padre, dove i Pirenei ti osservano da lontano, severi, nel luogo in cui si annusa la brezza del mare appena addolcita dal profumo del legno dei faggi, che tingono di verde il paesaggio circostante. Controllo come d’istinto la cappelliera, ho tre bagagli, pieni di strumenti musicali, gran parte di essi li ho progettati e costruiti io stesso, con amore e dedizione, mesi interi a inseguire la giusta intonazione delle corde, la migliore risonanza dei legni, senza ricercare la melodia, comunemente intesa, ma l’opportuna vibrazione, tremolio o ronzio, c’è chi li definirebbe rumori, ma per me questa differenza non ha valore.

Quella di domani sarà la mia prima esibizione in terra iberica come solista, sarò nudo davanti al mio pubblico, per eseguire un lavoro personalissimo ed allo stesso tempo universale. L’ho chiamato proprio “Irrintzi”, è la mia storia personale che incontra quella della mia famiglia ed insieme rispecchia le influenze e le pulsioni musicali che hanno animato la mia carriera fino ad oggi. L’immagine di copertina racconta già tutto del lavoro: c’è il mio viso, realizzato con occhi non miei, il sinistro è di mio padre e il destro è di mio fratello; lo sguardo è severo ed insieme rassicurante, come la musica che contiene, come la terra che sto raggiungendo. Guardo fuori dal finestrino e riesco a calmarmi, magari riuscirò anche a riposare un poco… so che questa volta la gente capirà, non si parlerà “semplicemente” di musica d’avanguardia, questa volta proprio no, questa qui è musica per l’anima, null’altro!

Maurizio Narciso

8. Sacri Cuori – Rosario

Data di Uscita: 10/12/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Il grande disco amaranto è sul piatto, la puntina sospesa sul primo solco. Abbasso l’asticella e dopo lo scoppio inizia il fruscio, sopra al quale si erge appena una flebile voce angelica, accompagnata dal suono di una piccola orchestra che profuma di Messico.
E’ così che puntuali compaiono al mio cospetto: il nano sembra danzare su questa melodia incerta, ora solo strumentale, mentre il gigante porta in braccio una donna bellissima, dalle fattezze di Isobel Campbell ma dai capelli color nero corvino.
Resto immobile mentre queste figure grottesche cominciano ad indietreggiare, divenendo sempre più piccole, fino a scomparire del tutto. Mi guardo intorno e realizzo di essere in una sontuosa sala da tè. Ci sono delle porte alla mia sinistra e come sempre decido di attraversare quella a me più vicina. Varco la soglia e mi ritrovo nel bel mezzo di un labirinto color porpora. Una chitarra blues mista a suoni di tromba provengono dal fondo di un lungo corridoio che sembra senza fine. Prendo coraggio e inizio a percorrere questa angusta corsia. Sui muri sono dipinti i volti di diversi musicisti tra i quali riconosco John Convertino e Jacob Valenzuela dei Calexico, il senso non lo comprendo ma tutto sembra ripetersi come in un copione già letto.
La musica si fa più forte, ora riesco a distinguere il suono di percussioni e quello di una fisarmonica. La melodia cristallina mi ricorda le composizioni di Nino Rota; mentre la mia mente vaga su fantasie tipicamente felliniane giungo dinanzi a due porte, entrambe chiuse. Quella alla mia destra ha una maniglia a forma di rosa, mentre dall’altra, di forma classica, pende un rosario di legno bruno.
So già che stringerò senza esitare la manopola floreale ed ecco che un dolore acuto mi pervade, la mia mano sanguina mentre chiudo dietro di me la porta scelta. Sento la brezza del vento, è notte e davanti a me c’è un bosco silenzioso. Mi volto e la porta è scomparsa. Accanto a me ci sono ora David Hidalgo dei Los Lobos e Marc Ribot, che mi domandano se la musica è di mio gradimento.

Già, la musica, riesco ancora ad udirla, è bellissima e mi rimanda ora con forza a certe atmosfere western che sarebbero perfette se accompagnate dalla voce borbottata di Tom Waits. Provo a chiedere spiegazioni ai due musicisti che ho ancora accanto ma non ricevo chiarimenti bensì mi invitano a proseguire il cammino e ad attendere la fine della musica. Mi domando perché ho formulato loro questa domanda pur conoscendo già la risposta.
Chiudo gli occhi e mi concentro solo sul suono che mi circonda, riesco quasi a vedere una batteria suonata da Jim Keltner. Gli altri musicisti che immagino sono per lo più italiani e sono vestiti tutti allo stesso modo; hanno cucite due lettere sul taschino della giacca “S.C.”.
Le immagini si sfocano di colpo all’arrivo della puntina alla fine della corsa, sono davanti al disco da capovolgere! Faccio un grande respiro e mi preparo per il lato b.

Maurizio Narciso

9. Burial – Truant / Rough Sleeper

D.d.U. 17/12/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Stretto nella morsa dello smarrimento, sconfortato e inquieto, mi scopro riemergere alle contingenze fisiche della realtà dopo esser caduto, senza avviso e febbrilmente, nel rimuginio del tempo.
Il grigio dei palazzi il tramestio delle strade le vetrine nebbiose il vuoto dietro ai passi della gente. Non voler esserci, non voler esserci mai stato.
Lunghe, troppo lunghe queste notti invernali.

Gianfranco Costantiello

10. Stubborn Heart – Stubborn Heart

Data di Uscita: 05/11/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Non sappiamo gestire bene questa nuova situazione, io e Ben.

Fino a qualche tempo fa se ci avessero proposto un’intervista, saremmo stati pronti a giurare sullo scherzo di qualche nostro amico, pronto a deriderci il giorno seguente in caso di ingenua accoglienza della richiesta da parte nostra. Ben, in silenziosa attesa, si sfrega le mani con nervosismo e fissa il telefono della nostra camera d’albergo. Io stringo tra le mani questo inutile pacchetto di recensioni stampate dai siti più svariati; parlano di noi: sembrano conoscere ogni cosa, le nostre influenze musicali, il fatto che fino a qualche tempo fa ci riunivamo nel mio garage a cadenza fissa per suonare e semplicemente divertirci, che ad un certo punto abbiamo sentito la necessità di produrre qualcosa che rimanga, che valga la pena regalare al mondo. Proseguo nella lettura e scopro che siamo due furbetti e che abbiamo assorbito le lezioni dei “The XX”, che la nostra musica è efficace perché riflesso dell’oggi musicale, che abbiamo rallentato i battiti di un certo “SBTRKT” e reso la matassa sonora più suadente, ammiccante e di sicuro effetto.

Ecco l’emicrania che torna a battere sulle mie tempie.

Propongo a Ben di uscire, prendere un poco d’aria, di rilassarci. Avvertiamo la reception dell’albergo di mandare il giornalista direttamente su in terrazzo, senza avvertirci, saremo lì ad aspettarlo per dirgli quello che vuole sentirsi dire. Mentre siamo in ascensore penso tra me e me a quello che dovrò ripetere… che Stubborn Heart era anche il titolo del brano ’60s-soul dei The Sheppards ma che non vuol dire nulla, che la modernizzazione del concetto di soul misto all’elettronica riflette al cento per cento le nostre personalità e che non abbiamo studiato a tavolino la cosa, che abbiamo ascoltato Jamie Woon e gli altri, solo dopo l’accostamento musicale che i giornali hanno proposto… Ben mi fissa ma non parla.

Ora mi sto chiedendo se siamo davvero due cuori ostinati oppure se abbiamo sbagliato tutto.

Maurizio Narciso

Burial – Truant / Rough Sleeper (Top Ten 2012)

D.d.U. 17/12/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Stretto nella morsa dello smarrimento, sconfortato e inquieto, mi scopro riemergere alle contingenze fisiche della realtà dopo esser caduto, senza avviso e febbrilmente, nel rimuginio del tempo.
Il grigio dei palazzi il tramestio delle strade le vetrine nebbiose il vuoto dietro ai passi della gente. Non voler esserci, non voler esserci mai stato.
Lunghe, troppo lunghe queste notti invernali.

Gianfranco Costantiello

Mac DeMarco – 2 (Top Ten 2012)

D.d.U. 16/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Salta in macchina, piccola, le stelle continuano a sussurrarci di seguirle, cosa ci facciamo ancora qui? Skipping town, let’s get out and see what we find. Salta in macchina, dai. Andiamo. La chitarra, la macchina da scrivere, le camicie a quadri, i vinili, i libri, il poster di Jim Morrison. Andiamo.
Di cos’altro abbiamo bisogno se ci apparteniamo l’un l’altra? I just wanna go.

Annachiara Casimo

The Soft Moon – Zeros

D.d.U. 30/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Fuggivamo da noi stessi, a cavallo tra gli anni ’70 e gli ’80; anime tinte di grigio, ammazzavamo i pomeriggi inermi sui letti sgualciti, Bauhaus e Joy Division a dare voce alle frustrazioni, a quel fastidioso senso di opprimente inquietudine, al nichilismo, alle unghie nere e alle lacrime facili. Ci saremmo strappati il cuore dal petto, se solo fosse stato possibile, se solo Robert Smith ce lo avesse chiesto.
I decenni e le mode e il susseguirsi di cambi di rotta e rinnegazioni hanno sporcato la purezza delle nostre radici, hanno tessuto trame elettroniche d’ansia, rapide e taglienti, sui nostri travagli interiori. Corriamo ancora veloci, in fuga da noi stessi, ignari che in fondo ci sia solo un muro su cui infrangerci.
E non è affatto male.

Federica Giaccani

Deproducers – Planetario, Musica per Conferenze Spaziali

D.d.U. 08/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Che siam fatti della stessa sostanza dei sogni, è ormai certezza.
Ma i sogni sono come le stelle e perciò ne siamo la progenie più luminosa
e cupa al contempo.
Il giorno tutto scompare per poi riapparire all’imbrunire, nella notte blu che ci
sembra nera quando tutto è nero, dentro.
Allora lo sguardo si alza al confidente soffitto, ed eccolo il cielo in una stanza.
Chi siamo, cosa faremo, come ameremo oggi e domani, soprattutto oggi chè non sappiamo mica
se il domani arriva.
Siamo architetti dei nostri castelli di sabbia e le comete ci distruggono con le loro dorate code
Le speranze, soprattutto a Natale, quando ce n’è la svendita.
Più di 5000 galassie, uno spazio indefinito e siamo qui ancora a chiederci se ne vale la pena.

Ci è sempre piaciuto alzare la testa e perderci nell’universo;
è a testa alta che invece, non riusciamo proprio a camminare.
Com’è difficile farsi del bene.

Ilaria Pastoressa

Top Ten 2012 – Stefano Ferreri

1. King Tuff – King Tuff

Data di Uscita: 29/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Brattleboro non è proprio il posto migliore in cui recitare la parte del morto.
Da bravo ragazzo, Kyle Thomas ci ha provato. Si è applicato, diciamo, ma la noia del Vermont sembra già una bella grana per gli esseri umani in carne e battiti, figurarsi per un alias artistico celebrato nella più assoluta sordina come cavallo a fine corsa. Cinque anni fa l’ultimo episodio, King Tuff Was Dead, trasmesso in edizione più che limitata ai pochi depositari del suo culto. Oggi l’improvviso margine per un ripensamento, con la resurrezione affidata agli svolazzi di una bestia trionfante che fa tanto tenera apocalisse. Cranio cornuto per ingraziarsi il dio dei riff, ali di un pipistrello evidentemente scampato al morso dell’Ozzy di turno, bacchetta magica in una zampa e la fidata Jazijoo nell’altra. Adottare un moniker dalle comic strip negli incarti delle gomme da masticare e regalare un nome di battesimo alla propria Gibson preferita saranno anche solo dettagli, ma raccontano già molto del personaggio. L’abito eletto con strategica noncuranza non può che fare il resto. Inorridiscano pure i maniaci dell’hype più sfrenato, qui nessuno potrà sentirli urlare: le pesanti camicie di flanella a quadrettoni d’ordinanza, lunghi e luridi capelli indirizzati sulle spalle da baseball caps rigorosamente non indossabili, se ancora ci si possa dire dotati di una qualche forma di umana dignità. Tutto già visto e in versioni migliori, non in un ritardo tanto clamoroso, addosso a quella vecchia canaglia di J Mascis. Ecco, proprio lui. Accostare il dinosauro e il cadetto nella stessa inquadratura potrebbe sembrare un azzardo, come immortalare l’attimo esatto di un’investitura o lasciare che il giovane Bowman della galassia indie dia una sbirciata alla versione più bianca e disincantata di sé. Eppure è successo. J dietro ai rullanti, Kyle nei panni del leader, in un pungente e grossolano carnevale stoner intitolato Witch. Anni tumultuosi sono trascorsi da allora, con in sottofondo il folk acido dei Feathers e le sfarfallanti armonie sunshine del progetto Happy Birthday, prima uscita dell’apostolo fricchettone per l’etichetta che fu di Kurt Cobain e della vampa grunge.

Oggi il risveglio della sua creatura solista. La vena psych da battaglia si ritaglia una frazione infinitesima della torta e concede ampio sfogo al candore pop rigorosamente deviato ma contagioso che Kyle teneva dentro da chissà quanto, tra bagliori sovraesposti di chitarre e quella vocetta dolciastra e sgraziata da ragazzino. Senza dubbio, una sorpresa. Un atto d’amore incondizionato alla stravaganza plebea dei Chuck Berry e degli Elvis, alla languida spensieratezza degli anni sessanta e a certe pose ormai fin commoventi dalla mitologia dei settanta, il tutto confezionato con spirito ludico sempre entusiasta e fede incrollabile nel potere lenitivo di un rutilante jukebox. Messa in questi termini si sarebbe indotti a immaginare il solito stanco revival, un campionario di cliché beat e powerpop mistificati dal risaputo velario della bassa fedeltà. Non è così. Questo disco eponimo incarna un’attitudine, una visceralità onesta, quella fanciullezza inerme e un po’ scoppiata che all’ascoltatore strizza l’occhio e da di gomito, invitandolo a buttarsi nella mischia senza star lì troppo a favellare. La differenza la fanno le melodie auree, forgiate con l’intuito dell’alchimista che sa trasformare anche un ritornello sbrindellato e senza spina dorsale nel più consolante e irresistibile dei sing-along. E la fa il miracoloso senso del ritmo, innato in questo autodidatta svezzato a latte e Cramps: sornione all’occorrenza, come quando cede il passo al romantico miniaturista (‘Unusual World’), irresistibile sempre. A tratti l’enfasi passatista si fa particolarmente accesa, come l’euforia quasi brada del suo inestinguibile fuoco sacro, e lo strappo dagli anonimi ma sereni integrati assume allora le proporzioni di una distanza incolmabile. Ripesca magari un jingle già rubato dai Dandy Warhols nell’unico passaggio di cui ancora ci si ricorda, ma dell’anticonformismo bohemien che spacciavano quei furbastri non resta che il raccolto magro del vero perdente per deformazione esistenziale, perfino orgoglioso nella sua fiacca e formidabile indolenza. Non ricerca applausi il ragazzo.

Quella del rinato King Tuff è pura weirdness d’assalto, miscela infettiva di ingenuità demodé e inconsapevole opportunismo. La benzina che infiamma il bubblegum (‘Bad Thing’), la sega elettrica che affetta i refrain alla meno peggio ed offre un nuovo smalto hard-rock a quello che altrove diresti un traditional irlandese da piola (‘Anthem’). Da ‘Alone & Stoned’ a ‘Stupid Superstar’, il Nostro non fa che dispensare limpidi autoritratti, elogi del dropout contemporaneo schiavo delle insindacabili passioni che lo hanno reso il delizioso reietto nostalgico di oggi. Nell’ironica mise en abyme l’identico tetro incanto dell’epopea surf, superando nello scatto anche il lanciatissimo Ty Segall degli ultimi tempi. Il senso di meraviglia è incontaminato e tradisce la sensibilità nello sguardo di un grande autore, camuffato da freak di provincia quasi aspirasse a prolungare in incognito la quiete del proprio felice anonimato.
Kyle è veramente l’idiot savant della nuova scena garage. Un prodigio autoconfinatosi nel polveroso retrobottega della tradizione canzonettara americana. Una speranza, un primitivista autentico, uno dei pochi rimasti. Il Mark Bolan con la barbaccia che fa i doppi turni giù al cantiere. La bonarietà inebriante del sidro di mela, che ti si arrampica su per il naso e si affranca con un’esplosione. Il mostro della laguna nera che vende zucchero filato al lunapark, con lo stereo sempre a palla. E’ il glam con la forfora, come hanno scritto i suoi più affezionati seguaci. Molto più numerosi, ora che la mano di uno sceneggiatore invisibile gli ha restituito quel debordante alito di vita. Solo dodici nuovi episodi a questo giro, solo un pugno di stupide canzoni che ti si attaccano addosso come i vecchi trasferelli. Abbastanza comunque per tenere sotto scacco la noia, nel Vermont come in qualsiasi altro posto.

Stefano Ferreri

2. Fiona Apple – The Idler Wheel Is Wiser Than the Driver of the Screw and Whipping Cords Will Serve You More Than Ropes Will Ever Do

Data di Uscita: 19/06/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Nothing wrong when
a song ends
in a minor key

L’amore è un dio cannibale che pretende in pegno frammenti d’anima ogni giorno, salvo eclissarsi all’improvviso quando pensavi il mosaico fosse compiuto, e non lo era.
La dedica questa volta è per lo spigoloso Jonathan Ames, boxeur romanziere, ma chissà non valga ancora come nota a piè di pagina per il ben più celebre compagno di ieri, il Paul Thomas Anderson di ‘Magnolia’ e ‘There Will Be Blood’. Le foto ricordo di una giornata radiosa a Coney Island trasformate quasi per necessità nello storyboard di un incubo virato in tonalità rancide, sceneggiatura impeccabile per rendere conto di come Fiona ‘Caramel’ Apple si persuase ad indossare gli abiti di Fiona ‘Rotten’ Apple scoprendo che, in fin dei conti, poteva non essere proprio una disgrazia.
Senza più narratori o registi al proprio fianco, la cantautrice dagli smisurati occhi celesti ha dovuto arrangiarsi. E’ tornata grazie alla scrittura a fare argine ad un bel campionario di mostri intimi, fissando al chiaro di luna le coordinate di una lotta sfrenata con il dispotismo del pensiero, con le ombre dolorose della mente, con il rimpianto. Ha rimasticato sentimenti e insicurezze dal gusto sgradevole, evitando di silenziare brutture, desideri di rivalsa e paranoie grottesche in confezione famiglia. Un lavoro creativo sporco, allucinato, orchestrato sul fondo torbido della propria coscienza. Un lavoro penoso già sbrigato in passato ma qui reso nobile da un intento autocritico viscerale, dall’intelligenza di chi sa fare ammenda. Amante gelosa e sadica. Zebra al neon sotto una pioggia di pura vergogna. Abbozzata e poi limata la parte, Fiona ha affidato la cura degli allestimenti al geniale scenografo e coproduttore Charley Drayton, vero pauperista dei battiti, almeno rispetto ai fasti barocchi di un Jon Brion o alle eccessive falsificazioni digitali di un Mike Elizondo. Ha quindi scelto di dirigersi in prima persona, ed il coraggio dietro il taglio realista sembra aver pagato: nessuna remora a mostrarsi pallida, triste e sciupata, quando il granito di una determinazione pazzesca è l’essenza stessa del proprio stare in scena. Davvero straordinaria nel riesumare fattivamente le proverbiali maschere del suo composto scetticismo, lo sguardo di Medusa e quel broncio meraviglioso, la Apple di ‘The Idler Wheel…’ rinnova le doti di attrice affilatissima, fascio di nervi sghembo e minimalista fragile, incostante, ma all’occorrenza non meno carismatica di Neko Case, astrazioni primitiviste comprese come da copione. Con il successo planetario dell’acerbo ‘Tidal’ la Sony aveva sperato di trovarsi per le mani un’ammiccante e docile gattina, ma la sullen girl di quel primo giro di giostra chiarì ben presto che sarebbe stata formidabile nel mettersi a nudo solo in chiave metaforica. Mancava la plastica da trasformare in platino, nel suo caso. Quella franchezza venerata dai fan e mal sopportata dal bazar della celebrità discografica approda oggi ad un risvolto di conclamata brutalità. Dopo i turgori orgogliosi di ‘When The Pawn…’ e i timidi raggi di sole del tribolato ‘Extraordinary Machine’, Fiona ha scelto di aggrapparsi con tutte le sue forze ad una forma di romanticismo appassito, ammalato e disturbante, che è tanto più onesto quanto più schietto, indifferente e lontano dagli agi del compromesso. Niente singoli da trincea televisiva generalista. Niente easy listening. Nessuna concessione alle fameliche sirene pop della sua major e nessuna torch song convenzionalmente intesa, con buona pace dei tanti che si erano affrettati a tirarla in ballo a sproposito magnificando appena qualche mese fa l’esordio dell’insulsa Lana Del Rey. Ormai inservibili anche gli immancabili apparentamenti di rito con le Tori Amos e le Joni Mitchell. La ragazzina costretta a lavare sulla piazza dei Grammy i panni insanguinati di una violenza subita in tenera età è finalmente cresciuta, forse dissolta per sempre. Al suo posto sul palco c’è oggi una donna vera con il fascino impervio e problematico della sua caparbietà di combattente istintiva, tutta unghie e cicatrici, esclusiva protagonista di ballate introverse, livide, accese solo ad intermittenza dai lampi feroci della sua voce: quell’energico irrequieto contralto che pennella sfumature, contrasti, intuizioni luministiche improvvise; che si stira e si accartoccia, si libra nel più esile dei ghirigori per poi svilirsi in un belato o lacerarsi sugli acuti in un lamento, sgraziata e ferita. Non finge una spensieratezza mai così lontana dal suo sentire attuale, ma si guarda bene anche dall’affettare pose estenuate o una comoda maniera della sofferenza. Quello di ‘Every Single Night’, segmento iniziale del film, è in tal senso un incipit quieto solo all’apparenza, ed in realtà la prima di una fila di finestre affacciate sul crudo e ribollente flusso di coscienza di una cantautrice davvero moderna. Il suo teatro d’azione sono fondali meccanici, tetri e inospitali, dominati dalla presenza marziale e quasi fisica del suo strumento feticcio: un pianoforte trasfigurato nel profilo disadorno della sua nuova consegna ritmica, suonato con sempre meno inutili slanci da virtuosa e sempre più concretezza, con quel piglio di drammatica autorevolezza a guidarla tra gli spifferi, in navigazione lenta sopra un fiume di angosce ormai impossibili da esorcizzare altrimenti. Le canzoni sono sequenze ingarbugliate e ritornanti. Si fanno largo in un intrico di sbuffi, clangori diseguali e grigie frattaglie percussive come faticose passeggiate in campo lungo sotto cieli plumbei, con il vitale e costante esercizio delle parole eletto a lenitivo specifico per quella sua splendida anima fratturata. Anche dentro inquadrature così poco ariose la performer newyorkese non rinuncia a regalare pagine di stupefacente, agra bellezza, agli scarti minimi dentro centrifughe dal vago sapore jazz, alla vorticosa seduzione della melodia. Al pari di certe magiche interpreti scandinave, si reinventa aliena. Giostra con pazienza e senza artifici dentro fotogrammi sonori brulli, lunari, per poi dipingere con il canto accese impressioni emozionali, per promuovere senza incertezze una versione scartavetrata del proprio languido magnetismo di cantante. Più che al titolo chilometrico ed opportunamente privo di chissà quale ermetico significato, il legame con i tempi di ‘When The Pawn…’ è affidato al tono di disinvolta ed audace malinconia, il registro più consono per far soffiare ancora quell’alito di rabbia passionale che è da sempre il pezzo pregiato nel repertorio dell’artista. Per una volta, tuttavia, la vera prova di forza si misura nelle ellissi. E nelle note in meno, nella scommessa di un gioco sempre praticato in sottrazione e sempre evocativo. Nella qualità dell’equilibrio al di sotto delle righe impennate di ieri. E’ questo l’autentico collante di un album che sul finale parrebbe stemperarsi, nei richiami all’infanzia e nel più frivolo accompagnamento strumentale di ‘Anything We Want’ come nella sofisticata cantilena di ‘Hot Knife’. Villaggi Potëmkin per incauti ascoltatori. Da maestra di illusioni, la Apple nasconde dietro un velo di falso ottimismo l’ennesima cappa di nuvole nere, per poi perdersi con la sorella Amber in un frastornante e pirotecnico crescendo polifonico che esplicita, mimandola, la follia dionisiaca dell’atto sessuale. Epicurea maliziosa o tetra espressionista. Licantropa e scavezzacollo o poetessa condannata ai marosi di una perenne inquietudine. Oggi Fiona è tutte queste figurine in un solo disegno, un collage scarduffato dove sono ancora tante le tessere cui mancano i colori di un cuore finalmente in armonia.

Stefano Ferreri

3. Lee Ranaldo – Between the Times and the Tides

Data di Uscita: 20/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Per anni ho sognato di essere la figlia di Kim e Thurston.
La creaturina alla rovescia tra le braccia di papà, con mamma attorniata da una scorta di madonne un paio di polaroid più in là. La piccola cacciatrice di fragole intrappolata dalla rete, pesciolino in un mare color smeraldo. Sognavo di essere Coco per via dei suoi geni, un corredo troppo perfetto per essere davvero parte di questo mondo. Fantasticavo. Certo la cronaca spicciola degli ultimi mesi ha annientato anche solo l’illusione di quello sgargiante paradiso per adolescenti, lasciando nella ragazzina ormai quasi donna ferite che qui tra i comuni mortali chiamiamo pillole di male quotidiano. Spenta la suggestione, non si è però sciacquata quella specie di stupida gelosia. Non in toto, quantomeno. Anche con tutte le sue primavere, il fascino di uno zio padrino come Lee Ranaldo nella propria cerchia magica rimane una benedizione splendente e irraggiungibile. Lee Guancia d’Arancia. Lee il ragazzo con i camicioni a quadri. Quello non bello, non divo, e con quell’espressione sempre un po’ lessa.
Il mio prediletto, il George della band.

L’avevo lasciato al suo Sguardo Nascosto, happening sonoro terrorista, colto e disturbante, nella corte barocca di un palazzo del seicento leccese. La Jazzmaster nera sospesa nel vuoto come un pianeta minaccioso ed ancora sconosciuto, spalleggiato per l’occasione da fin troppi satelliti. Doppiata in sincrono nel suo mugugno da un esercito di consimili, percossa ora da un archetto ora da una bacchetta, lanciata in spettacolari evoluzioni rotatorie sopra le nostre teste vacanziere e trasfigurata nel più opinabile e sensibile dei pendoli sonici. Ad accompagnarne l’estasi ed il tormento, una bella compagnia di giro: due gong, un manipolo di coriste, videoproiezioni a profusione e poi lui, sciamano brizzolato ed amante violento, non nuovo a simili forme di radicalismo situazionista. Dall’apprendistato avantgarde nella ghenga di Glenn Branca ai reading improvvisati e le sonorizzazioni per gli allucinati 16mm di Stan Brakhage, nel suo spaventoso curriculum non è mai venuto meno quell’innato e perverso amore per la sperimentazione.
Fino ad oggi almeno.

Navigando a vista verso i sessanta, il mite Lee è parso quasi destato dalla buriana coniugale dei sodali di una vita e si è scoperto libero, all’improvviso. L’intuizione più bruciante di questo suo nuovo romanzo in solitaria è proprio quel senso di indipendenza insopprimibile, di ideale affrancamento nella testa e di sorriso sulla bocca. Un raggio di luce naturale e contagiosa dopo anni di serena ipnosi a targhe alterne, nei panni del gregario di lusso o dell’esploratore temerario. Per la prima volta un disco a nome suo lo mette a fuoco e rende giustizia alla sua indole dolce e bonaria. In marcia con la compagna adorata: l’originale scavalca i suoi doppi stilizzati, sagome semaforiche e uomini di vimini, abbandonando dall’altro lato della strada un repertorio esagerato di droni e scale asimmetriche. Profilo limpido e ben contrastato, divieto di accesso alle complicazioni e all’autoreferenzialità fumosa. Il tempo che corre e le maree non aspettano nessuno, sembra sussurrare lui. Che per l’occasione chiama a raccolta un drappello di anime gemelle e relative protesi a sei e dodici corde, abbracciando e sconfessando in loro compagnia quanto già detto in tre decadi di maestosa carriera.

Nel festoso simposio elettracustico del singolo apripista ‘Off The Wall’ la sua Fender si conferma l’inappuntabile bestiaccia trottante di sempre, con le sole sorprese di un piglio felicemente didascalico à la Go-Betweens e di una quanto mai opportuna astensione dai garbugli concettuali. A chi paventava sforzi pirotecnici quanto onanistici, Ranaldo risponde con la sostanza e le visioni dell’artista tutto cuore, con la lunga gittata di una spensieratezza autentica e con quella fame bella, da giovane. Niente smargiassate fuori tempo massimo, nessuna licenza cortigiana. Terso, onesto, appagante ed appagato. Regala al suo piccolo seguito di affezionati un gioiello di accessibilità e disimpegno, riservando le sovrastrutture “alte” agli svaghi estivi nelle gallerie d’arte o alle bislacche elucubrazioni audiovisive in combutta con la sua signora.
Lo zio Lee interpreta la corrente d’aria nella grande casa aperta. E’ l’incrocio dei tagli del sole sul pavimento, la ferita risparmiata agli occhi una volta tanto. E’ il baratto fortunato tra riverbero e respiro, il piacere di fare per il piacere di fare, l’abbraccio confortevole di un amico che torna a trovarti dopo qualche tempo. E tu lo riconosci pur così ingrigito, pure accomodante.
Ascolti Christina e pensi a Karen, quella rivisitata.

Quell’abilità nello spalancare corridoi strumentali e vertigini tascabili dovrebbe avere il Trade Mark, lì in piccolo sul margine destro. Anche virato con decisione verso una lascivia pop di alto profilo, finiture cromate e pancia bombata, il sound resta quello morbido e squillante degli ultimi lavori con il gruppo. Così le nuove canzoni si lasciano scoprire come pietre di paragone quasi inconsapevoli, cristalli illuminanti nel raccontare quanto di Ranaldo vi fosse nei Sonic Youth e non viceversa. Improvvisazioni e concretezza, lampi crepuscolari, sprazzi di radiosa elettricità e tanto buon rumore disciplinato. Fatto salvo il contentino cameratesco concesso ai fan smarriti in un paio di episodi – vedi la griffe sonora di ‘Goo’ e ‘Dirty’ che alza di qualche punto le credenziali di ‘Waiting On a Dream’ – all’ascoltatore rimane in supplemento anche il piacere sottile del vecchio gioco delle differenze: appannaggio esclusivo dei mirabolanti convitati, se la matematica continua a dar conforto al critico e alle sue sparate a salve. La disinvoltura easy, per dire, è tutta farina del sacco di Jimmy il geniaccio, quasi una cotta di maglia “leggera come la piuma ma dura come le scaglie di drago”. Il suo rendez-vous con i guizzi e le spirali fantasmatiche dell’inconfondibile chitarra di Nels Cline vale da solo mezzo album, e mai si sarebbe portati a credere alla genesi in acustico di cui vanno narrando le note stampa. Includendo nel quadro anche il drumming incalzante ma elusivo di quell’eterno ragazzino che è Steve Shelley, le somme si tirano quasi da sole.

Il risultato è una sorta di agile compendio, l’anello Sonic Youth dell’era O’Rourke agganciato su un lato alla galassia Wilco di ‘Sky Blue Sky’, ai Loose Fur, ai Geraldine Fibbers, e sull’altro alla periferia R.E.M.-ota dei Poisies e dei Minus 5. Un esaustivo viaggio senza mappe nei meandri del miglior alt-rock americano degli ultimi tempi, come se l’ormai probabile tramonto della gioventù sonica presagisse una maturità spavalda e non meno interessante. Di suo Lee ci mette comunque moltissimo. Muovendosi con destrezza ancora proverbiale tra gli anfratti di un genere che pochi come lui hanno saputo codificare e perfezionare, levigando poco alla volta un suono così indimenticabile. E poi cucendosi sul bavero quell’etichetta estemporanea, Experimental Folksinger, per arrivare ad emulare in un paio di pezzi i voce e chitarra frugali ed intimisti delle recenti uscite dei Moore, dei Mascis, dei Brokaw e dei Dando. Pauperista ma con il trucco, vista la dote di impalpabili screziature space o la repentina sortita nel distretto dei cristalli acidi tanto caro a Greg Weeks, altra gradita sorpresa.

Un cantante che non è un cantante. Un sognatore estroso che fotografa la realtà meglio di tutti quegli acerbi menestrelli con il Dylan imbronciato di ‘The Times They Are A-Changin’’ ben nascosto nel cassetto della Xerox. Attento a catturare il senso di ogni vibrazione, scivolando senza paura tra le rapide del flusso di coscienza che sua moglie Leah ha sepolto nell’asprezza metropolitana di uno spoken word. E sempre in equilibrio sulle corde che più amiamo: un po’sfumature nostalgiche, un po’ inquietudini contemporanee, nella forma flessuosa ma incerta di una digressione senza fine. Indissolubile. Ecco una parola che a malincuore non varrà più per la band, promossa e non da oggi nel rinomato schedario dell’epica pop. Né rispecchierà l’affinità leggendaria di Thurston e Kim, o la stella fortunata nel firmamento della loro rampolla. Le ‘Scene da un Matrimonio che non si ossida’ andranno ora in onda da casa Ranaldo, in diretta e in esclusiva. Con Lee, Leah ed un terzetto di pargoli dai nomi semplicemente improbabili. Se anche a voi è rimasto in serbo un briciolo di invidia, riservatelo a loro soltanto.

Stefano Ferreri

4. Ty Segall & White Fence – Hair

Data di Uscita: 29/04/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Quante sere con gli occhi troppo chiusi e intanto il disco continua a girare. E più che alla musica è a quel fruscio scatenato dalla puntina che presti maggior attenzione. Sbuffi il fumo della sigaretta e ti volti. I ricordi sono tutti lì.
L’ultimo anno di liceo è così che ritorna in mente. Rose era troppo bella quella notte. Era inutile ballarle attorno durante la festa di addio. Caro vecchio Jacob, tu vestivi con camicia beige e pantaloni ascellari, quali speranze credevi di avere? Tutt’ora il tuo abbigliamento non è cambiato di una virgola. Rose, la ragazza dominicana, la ragazza dai due nei vicino le labbra. Sembrava che tutto le appartenesse quella notte. Anni Settanta, violenza, garage-rock, droga. Tu la droga non l’hai mai provata ma non è che ne vai fiero o chissà che. Semplicemente non ti è mai capitato, non hai mai frequentato cattive amicizie.
Poggi gli occhiali dalle lenti opacizzate sulla scrivania, sei stanco di correggere i compiti dei tuoi alunni. Già, hai deciso di fare l’insegnante perché hai sempre creduto di avere ancora un conto aperto con la tua giovinezza. Insegnare per tenere vivo quel rapporto col tuo Io passato, col tuo Io che non è mai stato. È tardi. Crolli dal sonno e dalla stanchezza.

Oggi. Oggi c’è Clara Potter. Alunna dell’ultimo anno. Media voto tra le più alte della tua classe. Clara Potter la incontri per caso. Minigonna, t-shirt che lascia intravedere l’ombelico e il giovane seno. Terrore, cominci a sudare freddo. Come puoi vedere con questi occhi una tua alunna? Ti vergogni di te stesso, accenni una fuga alzando il passo ma lei ti saluta da lontano e sei obbligato a fermarti. Clara Potter, sorriso radioso, occhi truccati e un nuovo piercing all’ombelico.
«Cosa dicono i suoi genitori di quell’anello lì?»
«Non lo trova carino, professore?»
Certo che lo trovi carino, Jacob.
«Niente affatto, signorina».
«Ma come? – fa lei alzandosi ancora la maglietta e lasciando scoperto il ventre nudo – Credevo fosse di mentalità più aperta!»
«Che fa, dubita del suo caro professore, signorina Potter? Non si ricorda dei nostri discorsi sul rock n’ roll? A proposito, le è piaciuto il disco che le ho prestato?»
«Molto, professore. A partire dalla copertina e finendo con le musiche. Sembrano così, così…»
«Così sincere, così anni Settanta!»
«Esatto!»
Ridete entrambi. Poi il tuo fiato si fa corto. Hai un sussulto. Sollevi la mano – ancora titubante sul da farsi – e te la ritrovi lì. Tocchi la tua alunna accennando un goffo abbraccio e poi… poi la baci!
«Professore, cosa…?!»

La tua carriera da insegnante è pressoché finita. Ora sei senza lavoro ma in mente risuonano vivaci le note di un disco di quarant’anni fa. E forse va bene così.

Andrea Russo

5. Pepe Deluxé – Queen of the Wave

Data di Uscita: 14/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Clochard.

Più che una figura sociale sono uno stato mentale, ho sempre pensato. Brulicanti come mosche, consapevoli ed indifferenti del disagio quasi fisico che provocano, continuano la loro vita che mi è sempre parsa senza scopo.
Qui sotto ce ne sono a centinaia, a migliaia.
Fare una stima accurata è difficile dato che l’unica fonte di luce sono poche candele sparse qua e là in maniera asimmetrica, ed il riflesso causato dalle mele dorate che pendono da un enorme albero al centro della caverna, su una collinetta formata da carabattole, ninnoli e rottami che cresce sotto i miei occhi, alimentata da centinaia di migliaia di tasche che vengono svuotate.
Lo chiamano il Giardino delle Esperidi.
Non so dire come mi sia ritrovato qui… magari ammirando un dipinto sono entrato in un sogno scomparso, oppure toccando un fregio di una colonna mi si è aperto sotto i piedi un canale per il centro della Terra.
Forse è bastata quella moneta donata senza essere richiesta, appoggiata sul tetto di cartone di un uomo senza volto.
In questo spazio infinito, ogni cosa è fonte di rumore.
Sagomato nella roccia spunta un organo nato con il Mondo, ogni tasto collegato con una gigantesca stalattite, a formare il litofono più geniale ed incantevole mai pensato.
Sopra un’antica carrozza nobiliare incastrata tra le rocce di un laghetto sotterraneo, un conte decaduto aggredisce con le dita abbellite da anelli senza pietre una chitarra elettrica senza corde, ad ogni fatica del suo braccio corrisponde una scarica energetica proveniente da due enormi bobine di Tesla poste alle sue spalle.
Questi suoni vengono avvolti dal respiro di un numero indefinito di bicchieri di plastica con all’interno delle monete, di forchette battute fra loro, di sciarpe bagnate nell’acqua, il tutto a condurre alla vera meraviglia tra le migliaia di corridori usciti della prima Arca.

Lei si chiama Erizia, quattordicesima Queen of the Wave. Capelli mossi e ribelli, castani con riflessi bordeaux imprigionati in una coda che lascia intravedere il candore delle spalle. Avvolta da scialli e foulard, cammina scalza sulla collinetta ed ognuno si inginocchia al suo passaggio. Ha un seno robusto, una catenina passa da un anello sulla narice sinistra fino all’acquamarina sul suo ombelico. Canta con voce profonda ed ammaliante della profezia di Oceanus, il gigantesco fiume che circonda il Mondo. Quando la canzone all’interno del Giardino delle Esperidi sarà perfetta, le acque si alzeranno di nuovo per riversarsi con fragore là dove le disparità sono più ingiuste, cosicchè quando si ritireranno tutte le proprietà saranno confuse, indistinte, e l’equilibrio tra chi ha e chi non ha sarà finalmente ristabilito.

Mi sono risvegliato seduto sulla strada, la schiena appoggiata ad un muro.
Il cielo, nuvoloso, mi faceva pensare ad Erizia. Entrambi, firmamento e sacerdote, racchiudevano una bellezza acuita dal fatto che, all’improvviso, poteva essere nascosta agli occhi degli uomini.
Non ricordavo di avere dei vestiti così sporchi, né delle scarpe così malmesse. Ispezionando le tasche con dei guanti bucati ho trovato un foglietto spiegazzato con su scritto “qualcosa che suoni come un flauto”.
Dopo un attimo di sbigottimento, tutto mi tornò in mente.
Mi alzai sorridendo, e fischiettando mi diressi al prossimo cestino.

Filippo Righetto

6. Andrew Bird – Break It Yourself

Data di Uscita: 06/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Spaventapasseri vestiti all’ultimo grido.

If memory serves us, then who owns the master
How do we know who’s projecting this reel

Morbo e ritenzione Mnestica.
Profili di porcellana accompagnano le mie confuse passeggiate lungo i corridoi immacolati della mia nuova casa. C’è odore stantio di acqua ossigenata nella stanza che divido con un vecchio di cui non ricordo il nome. Non molto tempo fa, dice, lavorava come tecnico in un cinema, oggi è quasi completamente cieco. A pensarci bene una sorte stravagante, sono tra quelli che hanno sempre sostenuto l’idea che la vita abbia un eccezionale senso dell’umorismo.
Verserà ancora un po’ di whiskey nella mia acqua o lo zuccherò nel suo tea?
Sappiamo bene che quel che dice non ha alcun senso, le giornate trascorrono monotone, la tv sempre accesa sullo stesso canale. Una volta mi hanno raccontato di un tale che ha provato a cambiare programma, ma si è addormentato prima di riuscirci.
Siedo alla finestra e mi lascio ad ascoltare la pioggia che picchietta lungo le immense vetrate. Dicevi che quando i ragazzi sarebbero cresciuti, avremmo preso una casa in Florida (o in California non ricordo) e ogni mattina avremmo atteso alla porta il furgone del latte trainare il sole nascente e avremmo giocato a dama tutto il giorno all’ombra del cedro che volevi piantare. Non rimane altro che un ricordo in perdita, c’è solo un grigio inconsistente previsto per il mio “oggi”. Se solo potessi guardare indietro, lo farei com’è stato fatto per il pianto di Euridice, ma quel che resta alle mie spalle è solo un’immagine deformata dall’aria calda, quel che accade al mondo nelle più afose giornate di primo Agosto.
Dimentico, è questa la mia colpa, e non basta un pugno di pillole di speranza a mutare la mia negligenza. A preoccuparsi di quel che ci circonda, sale un forte senso di frustrazione: dovrei ritrovare la vecchia armatura luminosa che mi renda invulnerabile a questo continuo perdersi, che mi protegga dal quel nulla che lascia trasparire il non ricordo di una vita, forse, non passata insieme. Vorrei voltarmi anche solo per ricordare cosa si prova ad invecchiare, come sono arrivato a questo, e liberarmi dall’affanno che suggerisce un “semplicemente non riesci a ricordarlo”.
Come ogni mattina mi rado con cura, indosso la mia giacca migliore e, prima di raggiungere la sala comune, osservo le scale che portano al piano di sopra, mi dicono sia quella la strada che porta alla fonte. Magari un giorno torneremo a ballare come fa la polvere se l’osservi controluce, come può chi è grato solo d’essere ancora vivo.

It’s all in the hands of a lazy projector
That forgetting, embellishing, lying machine

Giulia Delli Santi

7. First Aid Kit – The Lion’s Roar

Data di Uscita: 23/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Seduta a gambe incrociate sopra ad una panchina guardi scorrere il mondo e regali al vento i tuoi pensieri confusi. Non riesci a trovare una strada da seguire, continui a cercare e sbagliare, litigare con le parole e inventare equilibri.
Sembra voler volare via il lembo della tua sciarpa rossa insieme alle foglie e ai tuoi capelli che ti coprono gli occhi e ripensi a quando chiusa nella tua stanza scoprivi i primi dolori e non avevi scatole di medicine sul comodino ma ti bastavano le poesie tormentate di un ragazzino inquieto del Nebraska per dilatare e cicatrizzare le ferite.
Una folata di vento più forte all’improvviso e in ogni modo cerchi di non lasciar scappare via i fogli che hai in grembo.
Ricordi della prima estate in cui hai girato il mondo, tra la scoperta di anime che non sono la tua, sorrisi tirati agli stranieri da parte di cameriere dallo sguardo infelice, tramonti rubati di sfuggita dall’autostrada e le tue gambe accovacciate tra spartiti nel sedile posteriore dell’auto.
Primo tra tutto nella tua vita venne il canto, quando i cieli scuri li vedevi dalla finestra, protetta dal caldo della tua soffitta: una chitarra da dividere con tua sorella e le due voci che si intersecano fresche e secondo natura mentre il vento sibila minaccioso ricordandoti che è a Stoccolma che sei nata e che al freddo bisogna abituarsi.
Pensi che non vorresti sprecare più tempo tra l’aria ora tiepida ora gelida dei ricordi e questa che ti percuote le guance. Sai che è difficile, come smetterla di fantasticare su buoni propositi o di proteggersi dietro ad altre canzoni.
Come cenere trasportata dal vento, vorresti lasciar volare via le tue paure. Dimenticati dei riflessi in cui non ti riconoscevi. Nel mezzo del caos, continua a cercare qualcosa che sia vero. Osservi negli occhi l’umanità che sfila dall’altro lato della strada e fissando parole su carta sorridi pensandoti regina per qualche istante di quel teatro dell’assurdo che è il mondo.
Raccogli la tua borsa, tutti i fogli, aggiusti la sciarpa e il cappello di lana e ti alzi dalla panchina con un’immagine sola nella mente. Un vinile di Gram Parsons sul giradischi mentre fuori una tempesta.

Filippo Redaelli

8. Beach House – Bloom

Data di Uscita: 15/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Mi ricorderò per sempre di quel fiore così azzurro. Clara stava aspettando i marziani, la sera dell’ultimo dell’anno del 1987. Non voleva tornare al collegio, non voleva spiegare agli adulti perché si sentisse così spesso circondata da centinaia di voci e colori. Non erano solo nella sua mente, tutt’altro, vedeva forme danzare per le strade, animali venuti dal futuro accarezzarle i piedi, desideri caleidoscopici proiettati nell’aria. Poi all’improvviso svanivano, i suoi occhi facevano fatica a mettere a fuoco i particolari del mondo reale. La notte era il suo regno, nel sogno, e in una sera afosa dell’agosto seguente scrisse una lettera all’umanità che negli anni conservò con cura in un libro di fiabe giapponesi. “A colazione spiegai una parte del sogno a mia madre. Mi pregò di non mettermi mai in pericolo. Il vasetto di marmellata non mi cascò dalle mani”. Conobbi Clara qualche anno più tardi, sul finire di una primavera insolita. Passammo gran parte dell’estate insieme, passarono molti pomeriggi di luglio nei quali, dopo corse nei boschi, ci stendevamo sull’erba a declamare poesie. Lei guardava le montagne all’orizzonte e sognava di abitare altre galassie, io scoprivo i romantici tedeschi e le raccontavo del blaue blume, il fiore azzurro di Novalis, simbolo dell’infinito. Decidemmo di dedicare la nostra vita alla ricerca della bellezza. Abbandonammo la nostra città rotolando come pietre verso nuovi oceani, assetati di orizzonti da ampliare. Era in noi, di nuovo, il potere primordiale di dare un nome alle cose, come toccandole per la prima volta. Vedi quei fuochi che si tuffano nell’acqua all’orizzonte? Sono come noi, non hanno paura della nebbia, e continueranno a scintillare. È  per questo che tutti hanno cominciato a rincorrerci. Cercare di attraversare per davvero la realtà, che non è mai ferma. Ed è per questo che serviranno sempre tanti colori, tutti quelli che riusciremo a immaginare. Solo così si può resistere alla notte, spingersi verso le soglie ultime di comprensione della realtà. Dove tutto è rarefatto, dove le visioni si dissolvono insieme agli oggetti della realtà e della fantasia. Dove non c’è niente da capire, dove c’è luce e ombra. Clara cammina avanti e indietro sulla spiaggia, a piedi nudi, tenendo insieme un paio di sandali nella mano destra. Guardiamo il cielo, mentre passano gli anni. Ogni notte, prima di addormentarmi, ripenso a quando trovammo un fiore azzurro, come un lapislazzulo, nato dalle viscere di una roccia. Lo baciammo entrambi, piccolo miracolo, simbolo e profezia delle nostre vite. Poi tutto incominciò a brillare.

Filippo Redaelli

9. Josephine Foster – Blood Rushing

Data di Uscita: 17/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Oh anima mia, fa’ che io sia in te adesso
Guarda attraverso i miei occhi, guarda le cose che hai creato
Tutto risplende

Per anni è stata sufficiente l’illusione, promossa come più facile delle imbeccate da quella figura così austera. Gonna a strascico, scialli e camicette nere, lunghi capelli di corvo raccolti in uno chignon.
E lo sguardo dall’inconfondibile ombra triste, sempre enigmatico nella sua gravità.
Ovunque la riconoscevi come il fantasma di Emily Dickinson, persa in un passato astratto ed impossibile.
I frammenti malinconici della sua antologia folk claustrale, compilata con ascetico riguardo sulle liriche della poetessa di Ahmerst, non potevano che rappresentare il fondo di questo esorcismo, quasi una liberazione. Nelle altre riletture quel senso di possessione mancava. Niente abbaglio mesmerico dentro le canzoni, anche se coraggio e finezza antiaccademica sono sempre stati insopprimibili prerogative per la sua sensibilità di artista. Così i lieder della tradizione romantica tedesca trasfigurati in ‘A Wolf in Sheep’s Clothing’ dai fuochi bianchi e acidi delle chitarre elettriche, così il canzoniere popolare di Garcia Lorca tonificato in ‘Anda Jaleo’ dal cristallo del charango e da una vivida asprezza gitana esercitata a tutto campo.
Esaurito lo slancio di questa sua parentesi devozionale, Josephine Foster torna a vestire i panni della strega campestre degli esordi, quando lo standard appalachiano delle sue composizioni per ukulele era traviato dalla vitalità selvatica di un’affilata ma irrequieta vena psichedelica. Soltanto una sfaccettatura tra le altre per quella voce incredibile, un soprano salmodiante forgiato in ambito lirico e sorpreso nell’imbarazzo tra inclinazioni lugubri e ridenti arabeschi, smussatura palese dei tanti anni spesi a perfezionarsi tra funerali e sposalizi.
Appena pubblicata la seconda raccolta iberica, Josephine ha abbandonato il suo rifugio andaluso per tornare in patria e registrare il nuovo ‘Blood Rushing’, disco che rilascia uno sfacciato aroma di States sin dall’inequivocabile allegoria della copertina, personale rivisitazione pittorica della propria bandiera nazionale. Il sottile filo rosso che lega campi e firmamento è lo scorrere impetuoso di un sangue – o di un vino, stando all’incalzante ritornello di ‘O Stars’ – che è l’essenza stessa della natura orgogliosa ed indomabile. Il Rio Colorado dei remoti esploratori spagnoli si tuffa dal Grande Carro a battezzare una nazione e ad ancorarla a quanto ha di più sacro. Non soltanto il sole, oggetto di una benedizione sincera in una luminosa mattina d’inverno. Non solo il vento, che sferza indifferente le mille torri di Chicago. Non solo gli affacci vertiginosi sulle Rocky Mountains, o le colture vezzeggiate nella febbre di un canto propiziatorio. Tutto il quadro insieme, l’intero patrimonio. Anche la pancia gassosa della terra, anche la limpidezza feconda dell’acqua, lo scintillio benevolo delle stelle.
Blushing è il doppio in scena e la guida, colei che arrossisce, che presta occhi e cuore sul sentiero. E’ suo il diario che sfogliamo, miniature tonali e annotazioni di un misticismo astrale. Un compendio bucolico che ricorda la spensierata Arcadia di Vashti Bunyan, ma con ambientazioni e corredo simbolico profondamente americani. Un sigillo evidente nella piega populista di certe ballate, alt-country che non disdegna rigogli gospel e riscatta la maggiore prevedibilità della scrittura con tutta la classe ed il polso della cantante, oltre magari ai pregevoli orpelli flessuosi della sua chitarra. Al solito il picking nudo si apre ad un florilegio di digressioni. Stilizza fino all’osso ma non rinuncia ad aggraziare l’ordito con suggestioni arcane quanto inattese, rendendo movimentato e a tratti perfino eccentrico un album, per altri versi, dalla perentoria impronta classicista. Semplice e semplicemente arrangiata ma del tutto accattivante, la cavalcata di ‘Sacred Is the Star’ è il manifesto emblematico di questo inedito approccio easy listening: folk melodioso e zampettante, refrain killer in una dotazione di pelli e mandolini, carta di libera cittadinanza per le orecchie di ogni ascoltatore. Anche rallentando i giri e curando più a fondo la foggia dei ricami, la scrittura si conferma penetrante e disinvolta.
Naturale e suadente Josephine, eppure impervia. Sfuggente quando al momento del congedo sceglie di far bisticciare country-blues e psych-folk e va a bersaglio per franchezza innata.
Blood Rushing’ è la sua improvvisa colica pop.
Svolazzante. Ambigua.
Nervosa, eterea, lussureggiante.
Fragile come le Electrelane auliche e commoventi dell’addio. Pure pietrosa. Eruttiva ed arrembante nel suo vestitino avant-folk, a briglie sciolte in poche sfuriate elettriche come riusciva ai Gorky’s Zygotic Mynci in piena sbornia da crapule rock. Oppure esile e silvana in quella mise da maliarda à la Joanna Newsom, che dai tempi della New Weird America le è sempre calzata a meraviglia.
La Foster di oggi è un quarzo opalescente. Una maestra di incantesimi, di fascinazioni raminghe. La sirena che intesse delicate ninnananne per un mondo spogliato di ogni armonia. E proprio come Emily nella sua stanza, continuerà ad irretirci nella perfezione silenziosa della nostra solitudine.

Stefano Ferreri

10. Anaïs Mitchell – Young Man in America

Data di Uscita: 13/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Every day a dying day.

Sono passati già vent’anni da quella serena giornata di primo autunno. Le foglie prendevano ad impallidire appena, e la terra imbruniva come da rituale nel momento in cui sono stato mandato via da casa.“Occhi neri e deliranti”, mi chiamavi ribelle. Un figlio indesiderato, dicevi. Di fronte a te, io; che non ho mai saputo cosa significasse sentirsi voluto, che non sono mai stato accolto nel tuo gregge.
“Pastore, come ci si sente?”

Per i primi tempi ho vagato per le strade dell’Arizona, infinite distese a due corsie. Il deserto a farmi da sfondo, così rassicurante nella sua monotonia. E come il coyote si rivolge avido alla luna, io ero in cerca di un luogo dove far sentire il mio ululato.
Ho camminato a lungo finché non ho incontrato Annemarie: capelli d’oro morbido e corpetto osceno che mostrava curve risolute come fossero scolpite nel marmo. Il suo camminare fiero come si concede solo una “Star”, malgrado le considerazioni lascive dei suoi corteggiatori.
Di donne ne ho avute molte, anche quando ero con lei, ma non ho mai guardato nessuna di loro in quel modo. L’ho trovata in un paese insignificante e non riuscivo a spiegarmi come una come lei fosse rimasta così a lungo in quel posto così poco generoso. Lei che aveva classe, oh, se ne aveva… La sua presenza ha riempito a lungo il vuoto che mi portavo nello stomaco.
Eravamo a caccia di sogni, onnipotenti come ci si sente solo a quell’età. “Come ci si sente?”
Eravamo certi di poter possedere il cielo con tutte le stelle. Come rapaci eccitati alla vista di un ratto carnoso, volavamo a caccia dell’opportunità di cui voi eravate debitori.

I never felt so high / I think I’m coming down
I never laughed so loud / I think I’m coming down
Nothing gonna stop me now

Ho provato a non farle mancare nulla, ogni cosa in mio possesso era per solo per lei. Ma i conti sospesi cominciavano a pesare troppo sulla mia schiena. “La mia miseria era solo per lei”. Ho chiesto pietà questa volta, ma, ad attendermi, c’era il suo sguardo severo ed io, io ero solo ancora una volta.

Please / Please don’t leave
Easy feeling / Don’t leave me like that
Don’t set me Free.

Sono entrato in un bar in cerca di compagnia, qualcuno con cui prendere qualcosa da bere, e non mi stupii a vedermi allontanato come un accattone. Era evidente che il Sogno avesse un prezzo, ora.
Ho provato a mantenere la quota, ci ho provato a restare avanti, ma come dopo un trauma, quanto più mi sforzassi di ricordare, tanto più dimenticavo come ero finito così.
Sono stato barbiere, poeta, sarto e molte altre cose. Ho scoperto che il riflesso di me stesso non era in grado di rispondere alle domande che mi portavo dietro da una vita, ormai. Mi sono rivolto dunque al tuo Dio. Anche in questo caso non ho avuto risposta. Se non un mentore, chi può aiutarmi a capire chi sono?

Non sono certo tu potrai leggere questa lettera. Non ho tue notizie da quand’è morta mia madre. Non sono riuscito ad esserci per il funerale, però ogni tanto passo a salutarla, sai. Dovresti portarle fiori più spesso. Scrivo per ringraziarti, certo, perché concedendomi la strada così presto, strappandomi via dalla vostra aiuola come si fa con l’erba invadente, ho potuto annusare prospettive seducenti, ascoltare echi di lusinghe di un Sogno evanescente, trovandomi a chiedere, ora, se fosse mai cominciato.
Siamo noi le navi che hanno perduto la rotta in un paese non più disposto a far riverberare i suoi fari.

Giulia Delli Santi

Top Ten 2012 – Annachiara Casimo

1. Cloud Nothings – Attack on Memory

Data di Uscita: 24/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Jim accartocciò il mozzicone della sigaretta sul fondo del posacenere pieno. Un altro giorno ancora era passato senza che avesse fatto nulla. Certo, aveva ascoltato tutti i dischi usciti nelle ultime settimana e guardato quel film citato nel libro che aveva appena concluso ma nulla che la società ritenesse utile o economicamente fruttuoso, ecco.
Strappò un brandello di cartoncino dal libretto universitario e ne ricavò un filtro per una sigaretta artigianale. A fanculo pure l’università, aveva sperato di ricavarci qualcosa e l’unica cosa che aveva ottenuto era “un principio di depressione”, così l’aveva chiamato lo psicologo, a fanculo pure lui.
Il computer ormai datato continuava a ronzare fastidiosamente. Jim lo spense innervosito da quella necessità di condividere, mostrare, emulare, commentare, apprezzare, twittare, followare che condannava tutti – lui in primis – a non riuscire a staccarsi da un monitor abbagliante.
Ora, nella totale penombra, fece scattare l’accendino, la sigaretta sfrigolò qualche secondo prima di accendersi.
Inspirò, espirò.
Non aveva obiettivi né aspirazioni, riteneva di non averne la possibilità, sapeva che in qualche modo ogni aspettativa sarebbe stata disattesa, la rassegnazione lo spingeva a farsi bastare il fatto di svegliarsi ogni mattina e godersi un’altra, infruttuosa giornata.
Si spogliò, si infilò sotto le coperte e fece partire il giradischi. Give up / Come to know / We’re through. Era un crescendo che gli si infilava nelle vene e lo faceva rilassare. Chiuse gli occhi e continuò ad aspirare la sigaretta che pian piano si consumava. Give up / Come to know / We’re through. La voce di Dylan Baldi cominciava a incattivirsi e a far vibrare il piccolo altoparlante del giradischi. Jim strinse le lenzuola nel pugno, lo percorse la solita violenta accettazione di un destino inutile. Give up / Come to know / We’re through. Si sentiva inadeguato, terribilmente inadeguato.

GIVE UP / COME TO KNOW / WE’RE THROUGH.
NO FUTURE / NO PAST.

La batteria prese a pulsare incessante. Poi d’un tratto tacque. La sigaretta si spense. La mano mollo la presa sulle lenzuola accartocciate e la mente smise di assillarsi.
Jim accartocciò il mozzicone della sigaretta sul fondo del posacenere pieno. Un altro giorno ancora era passato senza che avesse fatto nulla.

Annachiara Casimo

2. Daughn Gibson – All Hell

Data di Uscita: 25/04/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Make up your mind / if you’re comin.
Le rose gialle cominciarono pian piano a inchinarsi ritmicamente, come danzanti. Era arrivata la pioggia.
Sophie si raccolse i capelli in una crocchia ben alta, si sfilò le due scarpette di cotone e uscì in giardino a piedi scalzi. La terra ammorbidita dall’acqua le solleticava le dita e vi passava attraverso man mano che camminava. Era una sensazione bellissima.
Il gatto si era rintanato sotto una delle panche che Marco aveva da poco costruito; guardava Sophie con un certo sospetto indeciso sul vincere la riluttanza di bagnarsi il muso solo per ricevere qualche coccola.
La ragazza si sedette poco distante dal felino, accanto al campetto di margherite e tarassachi. Si divertì a spedirgli contro, con un soffio, la lanugine leggera tipica di quei bellissimi fiorellini. Inspirò profondamente riempiendosi i polmoni d’aria di pioggia e ripensando a quel lungo viaggio in autostrada, i finestrini carichi d’acqua scrosciante, il cielo sfumato con polvere di matita.
Write a song, about some rain / on the highway.

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Cosa diavolo avevano da sogghignare sempre tutti? Che storia era mai quella? Non pagava per essere preso in giro, lui. Voleva solo bersi una sacrosanta birra in sacrosanta tranquillità e tutto quello che otteneva erano prese in giro, ogni sera. Ma se fosse successo ancora, stavolta lo avrebbero sentito, avrebbero capito di cosa era capace, questo era certo!
S’infilò l’unico impermeabile che aveva, troppo piccolo e corto per impedirgli di inzupparsi i pantaloni fino alle ginocchia ogni dannata volta. Si calcò il cappello sugli occhi e infilò l’uscio.
Il bar non distava molto, il problema era attraversare quelle due viuzze non asfaltate fra i campi senza impantanarsi.
Affrettò il passo ma proprio in quel momento, improvvisamente, smise di piovere. Così alzò lo sguardo e la prima cosa che gli balzò alla vista fu un gatto grasso e grigio appollaiato sul davanzale della casetta alla sua destra. Lo scrutava quasi saccente, più simile a un grosso gufo che a un mammifero a quattro zampe.
Poi la sua attenzione fu catturata da una ragazza che, un po’ più in là, raccoglieva qualche margherita in un cestello di vimini.
Senza sapere perché, sentì una fitta al cuore.
“I’m just an old man / in a young girl’s world”.
Rallentò. Rimase a fissarla qualche minuto, tentando di non essere visto e non apparire poco opportuno, poi si fece coraggio e proseguì.

Quella sera, per la prima volta, non fece caso a quei quattro idioti che affollavano il bancone del bar. Sedette in un angolo buio, mandando giù birra e lacrime.

Annachiara Casimo

3. Mount Eerie – Ocean Roar / Clear Moon

Ocean Roar

Data di Uscita: 04/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Un mondo da quella parte

L’auto gorgoglia su questa strada sterrata, ho paura che le gomme non tengano. L’oceano è ancora lì, immenso e assopito come un randagio. Scendo dall’auto, i fari proiettano due coni di luce che illuminano oltre la staccionata. Le luci di Victoria non si scorgono con la nebbia, e così il Canada sembra lontanissimo. Riconosco solo le isole di San Juan che sembrano mormorare da lontano: “Chi va là?”.
In questo stesso posto una volta ci portai mio nipote (i suoi erano in trasferta di lavoro). Era una di quelle rare sere dell’anno in cui il cielo è limpido e pieno di così tante stelle da sembrare una torta zuccherata. Mi colpì la sua grande immaginazione quando mi disse: «Guarda zio, arrivano le sirene!» «Ma dove?» feci io divertito. «Eccole lì – indicando le onde illuminate dalle stelle –, ci vengono incontro», potevo vedere nei piccoli occhi di mio nipote lo stupore di un grande evento. La cosa straordinaria fu che, guardandole attentamente, quelle onde increspate e dalla forma conica sembravano davvero il dorso di splendide sirene argentate.
Mio caro T., qui la foschia scende ancora più fitta e il freddo comincia a irrigidirmi le braccia. Ecco la pioggia, cade piano e si posa sui miei capelli, sull’erba bruna. Ecco il mare che si risveglia.

Ocean roar dreams return

Come in un sogno di vent’anni fa mi precipito di corsa in auto e riparto via dimenticando il berretto ormai zuppo d’acqua. Il maestoso velo grigio chiaro del cielo scroscia acqua e a malapena scorgo i fari delle auto che mi sfrecciano di fronte. Le sagome scure degli alberi che fanno capolino sull’orizzonte sembrano abitazioni di un paese sconosciuto e terribile. Finalmente arrivo in città ma la macchina decide di abbandonarmi proprio tra due case. Una ha le finestre completamente sbarrate. Dall’altra, invece, una donna di mezza età mi guarda sollevando le tendine del finestrino con le dita. Ho un sussulto ma lei sorride e mi fa un cenno di invito. Mi precipito sotto la pensilina e suono il campanello. Mi accoglie alla porta una ragazza di circa venti anni.
«Salve – esordisco –, una signora mi ha fatto cenno di entrare».
La ragazza sorride placidamente: «Sì, sono io». «Oh, scusami. Che strano, questa pioggia mi rende miope». «Non preoccuparti… Siediti pure, puoi aspettare qui che spiova». Mi accomodo su un sofà pregno di un odore umido: di foglie e sigaretta. Noto un giradischi con un vinile che gira ma non risuona nessuna musica, la ragazza alza il volume e si propagano dalle casse le note liquide di un synth che sembrano riempire tutti gli angoli della stanza e infine le parole sussurrate con una leggerezza disarmante lasciano che il tempo scorra alle spalle, con indifferenza.

Tossed on the waves
blown onto land
Grasping meaning
in churning mess
A moment of clear air breathing, seeing the expanse.
Totally at peace with the meaninglessness of living.

Andrea Russo

Clear Moon

Data di Uscita: 22/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

A chi parlo stanotte?

Corro via T., questa luna non è più la mia luna. E quella casa laggiù è solo una figura anonima tra alberi ordinati come soldati. Nuvole sconosciute spalancano le loro labbra come in uno sbadiglio di neonato, è il fumo della mia auto?
Ho dato un passaggio ad uno sconosciuto che attendeva da ore l’arrivo di una vettura. Ha dei capelli lunghi, unti e un giubbino nero come il suo cappello con visiera.
Gli chiedo: «A cosa ti serve un cappello con visiera a quest’ora?»
«Lo porto sempre», mi risponde.
Lo sconosciuto ha ragione, T., a volte teniamo addosso delle cose solo per abitudine e non ci sorprendiamo più di nulla. A questa luna così chiara e così piena concediamo solo degli sguardi vaghi e indifferenti.
Lo sconosciuto non parla molto e sembra anche abbastanza stanco. Non forzo la comunicazione per non sembrare invadente; tempo dieci minuti e l’uomo chiude gli occhi cullato dai suoni del nostro viaggio.
Dopo ormai venti chilometri di strada mi rendo conto di non aver chiesto dove è diretto. Tossisco un po’ per svegliarlo. Ha funzionato. L’uomo mi chiede che ore sono: le tre e un quarto.
«Ti dispiace se accendo la radio? O vuoi continuare a dormire?»
«Ma certo, amico. A quest’ora sulla radio nazionale c’è sempre un programma di musica contemporanea in cui ci sono ospiti molto preparati».
«Senti, ma dove sei diretto?»
«Oh, calcolando la tua velocità media dovrei arrivare a destinazione fra venti minuti. Altri trenta chilometri, all’incirca».
«Capisco».
So quasi per certo che a trenta chilometri da qui non c’è nessuna cittadina e nessun motel. Tuttavia decido di fidarmi, lo sconosciuto mi è simpatico. Sto pensando a quanto poco piacevole sarebbe stato trovarsi in auto con una persona piena di sé, magari un organizzatore di matrimoni o uno di quegli ospiti in radio tanto preparati su qualsiasi argomento. Ecco, se c’è qualcosa che mi fa saltare i nervi sono proprio le persone spocchiose e piene di boria. Non so perché, T., ma il termine ‘spocchia’ mi rimanda al termine ‘sporchia’. Non sai cos’è? La sporchia è una pianta parassita del Mediterraneo che nasce e si alimenta di linfa sottratta alle radici di altre piante. Lo so perché mio nonno era di quelle parti. I poveri agricoltori del sud Italia di un tempo ne mangiavano a sazietà e ancora oggi è usata a tavola come una sorta di reliquia. A sua volta ‘sporchia’ mi dà di ‘sporco’. Ecco, forse le tre cose sono collegate, T., fatto sta che quando ho a che fare con una persona spocchiosa, pensando e ripensando – magari durante il tragitto per tornare a casa – mi si disegna in mente l’immagine di questo parassita sporco e con la testa a forma di turione gigante. È inevitabile.
«Ehi, stiamo quasi per arrivare».
«Davvero? Qui non ci sono motel, sei sicuro?»
«Sicuro… No, non devo andare in nessun motel. La vedi quella curva? Di lì mi inoltro tra gli alberi, c’è una abitazione che dalla strada non si vede. È la mia casa».
«Vivi da solo, vero?»
«Col mio cane e le mie due galline», mi fa sorridendo.
«Divertente. Anch’io vorrei una casa fuori città immersa tra i pini».
«È un posto tranquillo, effettivamente, anche se le donne non ci passerebbero mai la notte».
«Ogni medaglia ha il suo rovescio».
«Bravo, e ti dirò: io le medaglie le indosso tutte dal rovescio!» Scoppiamo in una sonora risata che, a quest’ora tarda, pare davvero roboante.
«Sei un tipo strano, però mi sei stato di compagnia».
Accosto l’auto attivando le quattro frecce. Lo sconosciuto mi saluta sistemandosi il cappello con la visiera. Poi lo vedo scomparire tra i tronchi degli alberi che di sera si confondono col terreno e le foglie. Chissà se c’è davvero una abitazione inoltrandosi di lì, chissà se ho davvero dato un passaggio ad uno sconosciuto o se è stato tutto frutto della mia immaginazione. T., perché non mi rispondi mai?

Andrea Russo

4. Patti Smith – Banga

Data di Uscita: 05/06/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Ivan si distese sul lettino scomodo di quella stanza asettica. Dalla finestrella passava lieve lo sciabordare del mare, simile a una nenia dolce ma spaventosa. Si addormentò quasi immediatamente.

San Francesco aveva il viso bagnato di lacrime e le ginocchia immerse nel fango. “Guarda!”, gli diceva e Ivan, senza che il Santo gli indicasse alcunché, voltava d’istinto il viso alla sua destra; una donna bellissima, i capelli color di terra, la pelle candida, sembrava fuggire intimorita ma Ivan non riusciva a distinguere cosa la inseguisse e la spaventasse così tanto.
“Guarda!” – ripeteva il Santo di Assisi – “guarda Madre Natura in fuga!”
La donna si perdeva all’orizzonte dei sogni e apparivano nuove immagini di terre squarciate, campi ormai laghi, case distrutte e famiglie devastate. San Francesco abbassava il capo, gli occhi ancora colmi di lacrime. Ivan lo vedeva muovere le labbra ma non riusciva a sentire le sue parole sussurrate a mezza voce e sovrastate dai tuoni che devastavano la terra tremante. Poi, d’improvviso, il mormorio confuso  si trasformava in cantilena e sembrava che tutto – i cieli, i terreni, la gente, le rovine – ripetesse la stessa preghiera: “Oh montagna dei nostri occhi, ascolta la nostra supplica! Oh montagna dei nostri occhi, ascolta la nostra supplica!”
Il Santo alzava allora il viso a guardare Ivan e, vedendolo assorto, levava la mano e gliela passava sugli occhi e gli occhi stavolta vedevano l’incanto dell’Eden, la purezza della natura incontaminata, la dolcezza della perfezione, l’assenza della ferocia umana. E vedevano quella donna che Francesco aveva chiamato Madre Natura danzare a piedi nudi e risplendere di luce abbagliante.
Ma non appena la mano di San Francesco si scostava, Ivan si ritrovava immerso nella devastazione del nuovo millennio, circondato dal dolore e dall’orrore e si vedeva, esausto, addormentarsi, simile in tutto al Costantino di Piero della Francesca. Si vedeva – nel sogno – sognare sereno la purezza del mondo, custodito da un’aura divina.

Un ululato lo fece svegliare. Come ad ogni risveglio, sentì il calore di Banga al suo fianco e si specchiò nei suoi occhioni dolci. Come ogni notte, Banga era rimasto lì a fare la guardia e a prendersi cura del suo padrone, stritolato dalla morsa del sogno.
Ivan rinvenne totalmente e prese coscienza solo dopo qualche minuto, volse lo sguardo alla finestrella e guardò la bella luna piena che illuminava la stanzetta scarna, poi accarezzò il grosso cane che ora poggiava il muso sul lettino e lo osservava con la solita tenerezza. “Anche con la luna non c’è pace per me, Banga” ripeté più volte prima di levarsi e avvicinarsi al vetro da cui poteva scorgere il mare tinto d’argento. Si riempì gli occhi di quell’incanto che, ormai, solo la quiete notturna tentava di celare integro e incontaminato e sospirò amareggiato.

Annachiara Casimo

5. Umberto Maria Giardini – La Dieta dell’Imperatrice

Data di Uscita: 05/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Ljus


La mano arrancò un po’ scostando la tendina pallida e sul vetro appannato si disegnò un’impercettibile scia umida. Col polsino della camicia, Rachele si ritagliò un varco fra il vapore che si era creato sulla finestra e guardò fuori. Gli occhi le si colmarono di un bianco tagliente. I raggi del sole finalmente colpivano la distesa di neve fra la porta di casa e il bosco.
Si voltò a guardare il viso addormentato di lui, la luce che poco prima le aveva prepotentemente invaso lo sguardo adesso le offuscava la vista, microscopici corpuscoli le danzavano davanti alle pupille. Il gatto sollevò pigro la testa, la osservò con quella superiorità felina un po’ saccente e si leccò una zampa per poi passarla sul muso candido.
La stanza respirava biancore e silenzio.
La stasi era rotta solo dalle palpebre assopite di Giulio che si muovevano febbrili.
Rachele sorrise.

***

Diluviava. Il cielo era così basso e torbido da sembrare a portata di mano. La pioggia incessante batteva controvento, disegnando forme astratte sui vestiti scuri di Giulio. A fatica riusciva a mettere un passo dietro l’altro sul sentiero sterrato che strisciava fra i grandi alberi neri.
Da un tempo che ormai pareva infinito, un imponente lupo dagli occhi glaciali lo scortava indicandogli la via e un’aquila maestosa lo vegliava dall’alto. Ne scorgeva appena le ombre, nella notte illune e tempestosa.
Udiva solo il proprio respiro affannato e i passi fangosi.
Si domandò quanto ancora avrebbe atteso per uno squarcio limpido nell’oscurità.

Luce dei miei occhi, torna a galla lenta, lieve, limpida.

***

Passò qualche minuto prima che quelle palpebre calmassero il loro ballo frenetico e cominciassero a socchiudersi. Rachele era rimasta a fissarle quasi rapita. Adesso, senza distogliere l’attenzione, le vide aprirsi del tutto mentre le pupille, simultaneamente, si restringevano annegate dalla luce.
Si chinò a baciargli la fronte, riempiendo d’ombra i vuoti che il corpo di Giulio disegnava fra le coperte. Poi si rialzò e tornò a vagare con lo sguardo nel candore che, prepotente, bussava sui vetri della finestra.
Giulio accompagnò i suoi movimenti, accarezzando con gli occhi ogni cellula di quel corpo leggero, dai capelli color ambra fino alle caviglie strette.
Ripensò al sogno fuligginoso, inspirò e l’aria limpida gli riempì le viscere.
Fu quasi nirvana.

Aprì il libro posato sul comodino e sulla prima pagina immacolata scrisse a matita:
La fortuna mi ha baciato poco
ma nel tuo corpo io precipito
nell’atomo che
invade,
gonfia le vene
e proietta un’immagine pigra, nuda.

Annachiara Casimo

6. Bat for Lashes – The Haunted Man

Data di Uscita: 15/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

L’umidità e il fogliame erano un tutt’uno e m’abbracciavano, se non fosse per la sua reale assenza non avrei avuto problemi ad immaginare il ticchettio piacevole di una pioggia primaverile, e invece no. Era umidità, umidità dettata dall’oppressione di tanta vegetazione non battuta, in uno spazio che potevo immaginare risibilmente circoscritto così come terribilmente sconfinato. Quegli alberi così fitti non permettevano alla vista di scrutare l’orizzonte se non che verso il terreno, ancora evidente della mia condizione di naufrago in terra ferma e il cielo, terribile irraggiungibile cielo, monito e speranza dei persi. La rabbia della costrizione, preannunciatrice di una claustrofobia prossima la sfogavo a colpi di machete sui tronchi che sorpassavo alla cieca, un po’ per sfogo un po’ per il suono piacevole che la lama produceva impattando e ferendo quelle cortecce morbide e ricche di resina. Mi ripetevo che più che per il sollazzo di quel ritmo accattivante producevo l’azione in favore dei segni che lasciavo del mio passaggio, per chi avesse avuto l’ardire di cercarmi o per il me prossimo che li avrebbe trovati intuendo quella come strada già battuta.
Il tramonto era prossimo ed io di un tocco più disperato quando vidi il primo affiorare di una strada, un sentiero in pietre, mi ci immisi casualmente ed era stranamente, assurdamente, stretto per essere l’unico in quella grande ed irta foresta. Non sapendo da dove partisse e dove fosse diretto, naturalmente, seguii quella strada istintivamente scegliendo la destra piuttosto che la sinistra senza altro confidente se non un istinto ferino. Era ormai sera e terrorizzato trovai vantaggio nel diradarsi della vegetazione e in un cielo luminoso, altrimenti, ne sono certo, sarei impazzito dalla paura nel proseguire una strada così oppressiva. Raggiunsi una struttura in pietra che per navate e geometrie suggeriva matrice gotica, eppure, eppure per motivi di cattivo gusto o nosense riproduceva sulle vetrate e nei glifi in ottone in vista lo stile tipico dell’art nouveau. Che razza di scherzo era questo, chi mette una cattedrale, non in un deserto ma in una foresta sudequatoriale, chi la progetta in stile gotico per poi adornarla alla nouveau? Tu, disse una voce piombata alle mie spalle, mi girai e vidi una donna, una mulatta, lasciarsi cadere con grazia dalle fronde altissime di un baobab, nuda se non per stracci arresi alla bene e meglio sulle spalle e sui fianchi e con un copricapo Cheerokee vistoso e guarnito col piumaggio degli uccelli più estrosi. Prese equilibrio a pochi metri dall’impatto atterrando sulle punte, come un’atleta ben allenata fece morbida la caduta accovacciando elasticamente il corpo, si rialzò con calma e raccolti frecce ed arco corto inglese dalla faretra grezza sulla schiena mi puntò, sorrise e scoccò il colpo. Colpo che mi sveglia ora, mi concede la coscienza ogettuale tipica di chi abbandona lo stato comatoso in cui morfeo dopo un po’ di birre ti lascia e mi offre le capacità mnemoniche per ricordare fluidamente a chi appartiene il viso della mulatta, ciao Nasty, hai cacciato bene ieri sera. Buon giorno Pier, raccontami ora che non sbiascichi meglio quella storia del Pornografo di Vienna.

Alfonso Errico

7. Wild Nothing – Nocturne

Data di Uscita: 27/08/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Alzarsi prestissimo la mattina e vedere le prime nebbioline della giornata stagliarsi sulla pianura. Meglio stare nel letto fino a tardi per recuperare dai precedenti bagordi. Ma quali bagordi, qui non c’è granché da fare e si invecchia rapidamente. Prendere la chitarra in mano ed evadere nelle proprie camerette con i poster scuri attaccati alle pareti, sognare dolcemente tra i suoni spesso non troppo chiari. Poi magari al college si può mettere su una piccola band e sperare di raggranellare qualche dollaro in giro per i piccoli pub, tra una birra e un buon amaro. Le persone che mostrano interesse dopo ogni live e la crescente popolarità nel college, le sensazioni restano quelle: l’evasione che confluisce nella riflessione a volte pacata e a volte meno. Un ritorno a tempi passati, in decenni richiamati con estrema raffinatezza, quasi come se si fosse nati in un periodo sbagliato. La formula magica del synth sognante, li chiamano spesso revival in senso spregiativo. A rievocare certi fantasmi si rischia di finire uccisi dagli stessi, ci vuole un talento pazzesco per restare in vita.
Nelle proprie camere si può crescere benissimo così spensierati a giocare con la malinconia, la semplicità dei sentimenti e la fragilità degli stessi. Esportare l’intimità fuori dai confini della propria mente può diluire e far perdere la propria carica emotiva? Sembra normale un decadimento totale dell’intimità se fatta esplodere fuori. Certi casi mostrano il contrario, ai limiti del ragionamento razionale e a volte oltre.
E allora si può passare dal college a studi di registrazione ancora dozzinali ma dotati di funzioni base per registrare le proprie sensazioni antiche senza dispersioni varie; con i genitori magari a spingere per ripagare ancora più in fretta i debiti accumulati per lo studio del figlio. Senza l’idolatria del porsi al centro della scena si possono colpire le persone e il pubblico ed esplodere con la propria intimità facendola arrivare all’esterno. Fantasmi di nebbia che ballano al suono di tastiere riesumate chissà dove.
E se il successo diventa più grande bisognerà uscire dalla cameretta e girare il mondo, alla fine era quello il vero sogno, in giro con gli spettri a suonare ad occhi chiusi dappertutto. Sospesi tra fumi vari, esposizione al successo e mistura di trita e ritrita critica dappertutto. Il boom stropicciato che tanto piace alle folle chiamate independent.
E dopo la sbornia si resta semplici ragazzi, dopo la Rivelazione si cerca di non perdere l’intimità violata e ci si rimette in moto come sempre partendo dai propri spazi personali della Virginia.
Il riverbero diventa più pulito, le colorazioni sono sempre quelle, rimangono. L’impatto del tempo passato reso più delineato, costantemente vitale come una cartolina ricevuta e messa a riposare sul proprio cuore in una notte fredda. Potenzialmente contrastante con il tanto piacevole ostentare che fa godere e rizzare i peli ai critici, l’elaborazione non ostentata nasce da qui. La capacità di rimanere aderenti pur cambiando qualcosa. La forza del nascere insieme a certi spiriti del passato. E quella grandissima cura delle imperfezioni, che tanto piace in generale alla Cultura postmoderna rimasta ancorata alla malcelata diversità, si tramuta in cura del proprio spazio e basta. Si tornerà a viaggiare portando la nuova intimità in bella vista, con un carico di sensazioni da spargere al suolo. Disegnando le proprie vie i sogni e il buio prendono vita grazie al languore e al calore della voce, la compattezza si infittisce portandoci in un mondo più lucido e sognante allo stesso tempo. Minimale, ricoperto con ovatta senza piegature strambe ed aggiunta di archi: la nuova danza è compiuta. Paradise, Shadow & Nocturne.

Alessandro Ferri

8. Fine Before You Came – Ormai

Data di Uscita: 22/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

M A G O N E
di Annachiara Casimo

La prima volta che l’ho visto, Alessandro aveva un berretto di lana blu calato fin quasi sugli occhi. Era seduto su uno scalino nell’androne di casa e parlava con un disco, rigirandoselo fra le mani: “Quant’era che t’aspettavo, quant’era, cazzo!”. Stetti ad osservarlo per una mezz’oretta dall’alto della rampa di scale, senza fare il minimo rumore, per non interrompere quel dialogo in cui c’era qualcosa che non coglievo, che mi sfuggiva.
Non avevo mai visto Alessandro prima di allora.
Non avevo mai visto nemmeno un disco in vinile, prima di allora.

Ai tempi avevo pochi amici, passavo interi pomeriggi nascosto fra un piano e l’altro del condominio in cui abitavo. Mi piaceva intuire le vite familiari altrui, captandone frasi al di là del muro e lasciandole libere di prender vita nei meandri dell’immaginazione.
Così, la ragazzetta castana del quarto piano era sicuramente affetta da una rarissima malattia che l’obbligava ad assumere farmaci ad ogni ora del giorno e della notte, per questo la sua sveglia suonava in continuazione svegliando il barboncino isterico della vedova Rubini. Alla base del matrimonio dei Palombi, poi, c’era di sicuro qualcosa di losco: quei due si tolleravano a malapena, non uscivano mai di casa insieme e spesso erano concerti di stoviglie rotte. Chi fosse quello ricco dei due, non l’ho mai capito, certo non si può dire che uno dei due brillasse in bellezza.
Da quando c’era Alessandro, comunque, era tutto più difficile. Ascoltava tutto il giorno musica a volume esagerato impedendomi di captare i movimenti del microcosmo condominiale e, quelle rare volte che inaspettatamente s’alzava un religioso silenzio, era lui ad aggirarsi per le trombe di scale con una faccia cupa.
Ne avevo timore. Anzi, lo odiavo.
Sì, se ora fossi qui, te lo direi quanto t’odiavo, tu e quella musica di merda.
Io all’epoca avevo a malapena un lettore cd con delle cuffiette mal funzionanti. E solo vecchi album di papà che mi piacevano ma non riuscivo più ad ascoltare senza provare un leggero senso di nausea. Non capivo a cosa diavolo gli servisse quella maledetta musica assordante, proprio non lo capivo. Capivo solo che m’aveva stordito l’immaginazione con quelle casse potenti.

Poi una mattina – era settembre – mia madre ebbe la geniale idea di accordarsi con la dirimpettaia, la mamma di Alessandro per l’appunto, perché restassi a pranzo da loro mentre lei era a lavoro. Fu il pasto più imbarazzante della mia vita: i rapporti sociali e le domande di circostanza mi hanno sempre messo un’ansia non indifferente. Appena dopo il dolce, Alessandro corse via in camera e la mamma pensò di fare cosa gradita invitandomi a seguirlo. In realtà, nessuno dei due aveva voglia di socializzare così mi limitai a stare in piedi sulla soglia della sua stanza senza parlare. Mi guardai attorno, gli scaffali erano pieni di dischi e libri di ogni colore e dimensione. Accanto al letto, in equilibrio precario su un mobiletto laccato di nero, c’era lo stereo con le casse (ben più piccole di come me l’ero immaginate, in realtà).

Non so chi dei due ruppe per primo le barriere della diffidenza ma da quel giorno io e Alessandro passammo sempre più tempo assieme. Sapeva come stupirmi: anche quando pensavo d’aver ormai ascoltato ogni suo disco, ne tirava fuori uno nuovo da qualche angolo della camera, lo piazzava sul piatto, si stendeva sul letto accanto a me e chiudeva gli occhi.
Il suo preferito era quello lì con cui dialogava la prima volta che l’avevo visto. In copertina aveva un enorme scarabocchio blu e si chiamava Ormai. Riusciva a inventare storie diverse per ogni canzone ogni volta che l’ascoltavamo. L’inquilina del quarto piano e la vedova Rubini lasciarono così il posto a chioschi sulla spiaggia infestati di pipistrelli e viaggi a Dublino che un giorno avremmo fatto per capire se faceva davvero cacare.

A settembre dell’anno successivo Alessandro si trasferì. Lo sapeva da giorni ma non me l’aveva detto, odiava le smancerie e gli addii. Mi lasciò una scatola dietro la porta di casa, dentro c’erano alcuni fra i dischi che più avevamo consumato; sul fondo della scatola, quello con lo scarabocchio blu.

9. Mac DeMarco – 2

D.d.U. 16/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Salta in macchina, piccola, le stelle continuano a sussurrarci di seguirle, cosa ci facciamo ancora qui? Skipping town, let’s get out and see what we find. Salta in macchina, dai. Andiamo. La chitarra, la macchina da scrivere, le camicie a quadri, i vinili, i libri, il poster di Jim Morrison. Andiamo.
Di cos’altro abbiamo bisogno se ci apparteniamo l’un l’altra? I just wanna go.

Annachiara Casimo

10. Julia Holter – Ekstasis

Data di Uscita: 08/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

This is the ekstasis

Èstasi [dal greco ἐξ στάσις, ‘star fuori – dalla mente’] s.f. 1 Stato psichico di svincolamento dalla realtà, di entusiasmo fanatico e di commozione, misto a un senso di rapimento, a volte accompagnato da visioni e da sensazioni uditive allucinatorie. 2 Nella fenomenologia religiosa, l’“uscita da sé” dell’anima che, abbandonato il legame con il corpo fisico e con i sensi, stabilisce un contatto temporaneo con il divino. 3 (est., fig.) Stato di intenso piacere. 4 Il silenzio quando non mi dici che mi ami che s’infila in ogni millimetro vuoto fra me e te. 5 L’equilibrio perfetto dei tuoi fianchi allineati ai miei, piccole caverne in cui riecheggiano echi mistiche. 6 Aspettarti. 7 Il tempo passato a fissarti il naso e contare le volte che ti si arriccia andando all’insù, mentre parli. 8 Ipnosi di musica che si specchia in se stessa, delicata. 9 La micia, gomitolo di pelo nero solitario, che mi si addormenta teneramente in grembo. 10 Gli sguardi caldi e sorridenti che mi danno l’illusione d’essere importante. 11 Leggerti una pagina di un libro dopo aver fatto l’amore. 12 Ascoltarti suonare dopo aver fatto l’amore. 13 Divertirsi a suonare quando si è da soli. 14 La primavera che s’infila negl’interstizi fra le tapparelle e punteggia la stanza di minuscole stelle. 15 I viaggi programmati e mai fatti, gli aerei cercati e mai presi, i posti sperati e mai visti, i soldi invocati e mai avuti. 16 Vestirsi l’una coi vestiti dell’altro, cambiare taglio di capelli e rispondere “forse” a chiunque ci chieda se siamo fratelli. 17 Il vuoto che sento all’altezza dell’ombelico quando mi manchi e che si colma fino a straripare quando m’abbracci. 18 Le sfumature violacee del cielo che si riflettono sui giardini e hanno un suono lento e malinconico. 19 La tua schiena che sembra un pezzetto di luna e io che ci annaspo su. SIN Quiete.

Annachiara Casimo

Distal & DJ Rashad – Stuck Up Money

D.d.U. 15/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Abbiamo festeggiato la vittoria di Obama a Chicago andando a sentire quel tamarro di Dj Rashad. Abbiamo preso un aereo solo per assistere allo spettacolo elettorale americano, noi che dobbiamo accontentarci di Vendola e Casini. Abbiamo ballato fino alla morte su questa roba old school e divertentissima che non ci danno più neanche a morire. Dovevamo venire in questa specie di ghetto per riscoprire la ghetto-house-funky-blablabla degli anni 90’. Le nostre elezioni le hanno vinte Dj Rashad e Distal, almeno per stanotte.

Alessandro Ferri

TNGHT – TNGHT

D.d.U. 19/07/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Una notte che non finisce più e si fonda su beats “ignoranti” ed eventi ancora più ignoranti. A perdifiato tra le ansie di arrivare in ritardo e i rumori ferrosi della metropolitana. Coltelli nelle tasche e buio fuori. Ritmo che si rincorre tra i bassi pesantissimi, loop vocale e tambureggiante per una potenza che vibra.
Muovi il culo idiota!

Alessandro Ferri