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Archive for novembre, 2012

Underdog – Keep Calm

Data di Uscita: 20/11/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

1° settimana
La pioggia continua a battere sulle pietre della strada in modo quasi violento; mi specchio nelle pozzanghere diversamente rispetto a quando lo faccio la mattina, tutte le mattine, davanti al mio specchio.
Mi sono rifiutato di andare dal “dottore”, non sono così solo. Adotterò diverse tattiche di guarigione: svegliarmi presto al mattino, mangiare poco, redigere dei rapporti scritti, ricominciare a scolpire, abolire in modo definitivo la fretta e, regola fondamentale, evitare discussioni inutili.

2° settimana
Ho preso a martellate l’orologio della cucina per non sentire più quell’insopportabile ed inquietante ticchettio, avrei voluto martellare il suono, in una meravigliosa e violenta sinestesia. Adesso giace sul pavimento come un castello abbattuto da un’orda di barbari e questa visione mi procura una brutale allegria che dura finché vedo le macerie entrare nel cestino.
Devo confessare che l’ho fatto principalmente per colpa della fame che mi attanaglia, per il mio stomaco vuoto che mi ricorda con dei vaghi deliri che sono una bestia la cui preoccupazione principale è mangiare per sopravvivere.

3° settimana
Mi sento decisamente meglio, ho stappato la bottiglia del torbido con una lenta e decisa gioia, ho raccontato tutto quello che avevo da raccontare a tutte le persone a cui tengo o almeno a quelle di cui ero sicuro che mi avrebbero ascoltato. Quando ieri sono uscito da casa di mia sorella, le gambe di una donna vestita di rosso mi hanno portato in un bizzarro posto. Non era la solita sala per ballare, ma un’allegra bettola circense in cui si ballava tango. Io ero seduto su delle gradinate verdi e piangevo serenamente ogni volta in cui la piccola orchestra suonava una milonga.

4° settimana
Ho sentito le nuvole esultare.
Mi sono svegliato guarito. Un attimo di estatico calore nella fredda indifferenza dell’universo. È abbastanza, mi basta, mi basta questo solo e insensato momento per esultare per il resto della mia vita, per guardarmi allo specchio e ridere di me e di tutto e gioire di me e di tutto.
Cammino per strada con le mie scarpe Derby marroni appena lucidate, contento di aver recuperato la cura per le cose; il vento di colpo spinge la cravattina rossa fuori dalla giacca e la manda a sinistra: non posso far altro che seguire la direzione indicata dal vento. Un grasso gatto mi conduce ad una rotonda, dove dei bambini mi portano davanti ad una pasticceria. Mi guardo attorno e vedo il posto dove suonano il tango e non posso far altro che tornarci. Dentro non c’è nessuno, solo un contrabbasso sta appoggiato ad una scala, pare chiamarmi, mi avvicino, lo accarezzo, lo abbraccio, lo suono. Un unico piccolo giro imparato forse dieci anni fa, mi pare sia di Mingus, non ricordo bene.
La barista mi sorride mentre il sole illumina una ballerina gialla che saltella vicino la finestra, becca un insetto e vola via.

Marco Di Memmo

Tim Hecker & Daniel Lopatin – Instrumental Tourist

Data di Uscita: 20/11/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Credo…

Nel vento che fa diventare le guance rosse dal freddo, e nelle emozioni che si manifestano allo stesso modo. In quelle persone in cui questo accade, perchè loro sono vere e vestite di candore.
Negli oggetti che producono il suono, nelle note che guariscono.
Nei giardini dell’isola di Honshu. Lì, dove tutto ha un significato preciso, tra le forme rassicuranti delle azalee, la fragilità spigolosa dei ciliegi, la sacralità dell’acero, confluiscono decine di corsi d’acqua. Il laghetto è verde e denso di giorno, mentre di notte qualche strano processo chimico trasforma l’acqua in uno specchio trasparente. Si dice che ogni mille anni i pesci risalgano la corrente, percorrendo i sentieri a raggiera per raggiungere il centro del giardino. La luce della Luna si rifletterà sulle squame argentate, illuminando cespugli e fronde di un riverbero turchino. Quando tutto il bagliore sarà rinchiuso al centro del laghetto, chiunque si immerga vedrà di nuovo, passato e futuro, un risveglio intenso, Satori. Una volta riemerso, da ogni goccia che, cadendo dal suo corpo, bagnerà l’erba, nascerà la vita.

Credo nella reincarnazione, nella vita passata, e di essere stato un cavaliere, o una gemma.
Nelle cose trovate senza essere cercate, e nei sorrisi che non si vedono.

Filippo Righetto

Crystal Castles – (III)

Data di Uscita: 13/11/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Parlavano sempre di armi in televisione dopo le recenti stragi nei cinema e nelle scuole. Era un parlare astratto e soffocante che lo rendeva instabile, si sentiva come mutilato dalla possibilità/necessità di porre un qualche rimedio al proliferare di oggetti pericolosi in mano a potenziali squilibrati. La caccia era la sua grandissima passione, le armi erano l’estensione naturale del suo essere umano; pensava con le armi come cacciare alci, caribou, conigli, fagiani e selvaggina varia. Il suo problema con l’alcolismo era noto alle autorità in materia di certificati medici.
Gli animalisti e gli ecologisti cavalcando la grande preoccupazione di massa andavano a ricercare un modo per difendere i loro ideali a discapito nel nostro eroe solitario che nelle lande immense dell’Alaska voleva la pace interiore cacciando per mangiare. Rick dopo un’infanzia difficile di abbandono aveva abbracciato una strana forma di anticonformismo che lo portava a consumare solo cibi procurati con le proprie mani. Le notizie alla televisione e i continui ritardi del governo nel dare una risposta chiara agli interrogativi lo mandavano in tilt sul divano a pulire i fucili prima e a lucidare i proiettili dopo.
Sparare lo calmava dandogli una sensazione anestetica potente in grado di risarcire le sofferenze passate, nella sua idea di catena alimentare si trovava a metà tra la selvaggina e Dio in una forma di mistica quasi pagana di ricongiungimento con la natura e con il cielo.
Le battaglie sociali dette progressiste conquistarono il mondo intero, sì conquistarono anche i grandissimi U.S.A ultimo bastione del neo capitalismo. Gli interstizi furono chiusi e la caccia bandita per sempre in quanto scempio contro la comunità animale. Tutto accadde così in fretta che Rick non si accorse di nulla restando sul suo divano spolverando l’armamentario intero a sua disposizione. Il tempo rallentato e lo spazio confinato nel suo salotto lo portarono a pensare al paradosso che rappresentavano questi rivolgimenti mondiali mentre lui non si era mosso; come se fosse un sogno o un grandissimo incubo. Rick si diede due schiaffi ma tutto rimase cristallizzato mentre in sottofondo una colonna sonora grossolana si andava a creare divenendo sempre più prorompente. Synth oscuri e balbettanti, rave alla fine del mondo, dance anni 90’ e voce femminile praticamente trasfigurata, soffocata in una nebbia tossica e stringente. KEROSENE & SAD EYES. Una brutalità totale pone Rick in dubbio riguarda alla verità dell’esperienza provata, destrutturazione elettronica ruvida e rimasugli punk urlati da brividi. INSULIN.
Il turbine e il frastuono continuano imperterriti seppellendo la voce nel tubo catodico e azzerando la saliva al cacciatore inerme sul divano. Fantasmi del passato, stress e repulsione giungevano cavalcando cavalli neri come la pece. La voce arrivata da chissà quale cava sotterranea destabilizzava i nervi piano piano. PLAGUE & KEROSENE & VIOLENT YOUTH.
Tocchi eterei giungono all’ennesimo schiaffo inferto dalle proprio mani per porre fine al calvario emotivo e sonoro. “Child I Will Hurt You” la voce materna in sottofondo a dare il colpo di grazia prima di un risveglio gelato nel proprio misero letto in legno al piano superiore della casa in mezzo al nulla. La bocca impastata di liquore e lo stomaco sottosopra.
I fucili erano al proprio posto, il vinile dei Crystal Castles spedito dal Canada girava a vuoto proponendo un rumore muto di sottofondo. Nessuna battaglia mondiale contro la caccia era avvenuta, le lattine di birra vuote sparse dappertutto e la mano di Rick che andava a rimettere a posto il giradischi per far ripartire dall’inizio la musica. Questa era la sua preparazione prima di andare alla ricerca del pranzo.

Alessandro Ferri

Stubborn Heart – Stubborn Heart

Data di Uscita: 05/11/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Non sappiamo gestire bene questa nuova situazione, io e Ben.

Fino a qualche tempo fa se ci avessero proposto un’intervista, saremmo stati pronti a giurare sullo scherzo di qualche nostro amico, pronto a deriderci il giorno seguente in caso di ingenua accoglienza della richiesta da parte nostra. Ben, in silenziosa attesa, si sfrega le mani con nervosismo e fissa il telefono della nostra camera d’albergo. Io stringo tra le mani questo inutile pacchetto di recensioni stampate dai siti più svariati; parlano di noi: sembrano conoscere ogni cosa, le nostre influenze musicali, il fatto che fino a qualche tempo fa ci riunivamo nel mio garage a cadenza fissa per suonare e semplicemente divertirci, che ad un certo punto abbiamo sentito la necessità di produrre qualcosa che rimanga, che valga la pena regalare al mondo. Proseguo nella lettura e scopro che siamo due furbetti e che abbiamo assorbito le lezioni dei “The XX”, che la nostra musica è efficace perché riflesso dell’oggi musicale, che abbiamo rallentato i battiti di un certo “SBTRKT” e reso la matassa sonora più suadente, ammiccante e di sicuro effetto.

Ecco l’emicrania che torna a battere sulle mie tempie.

Propongo a Ben di uscire, prendere un poco d’aria, di rilassarci. Avvertiamo la reception dell’albergo di mandare il giornalista direttamente su in terrazzo, senza avvertirci, saremo lì ad aspettarlo per dirgli quello che vuole sentirsi dire. Mentre siamo in ascensore penso tra me e me a quello che dovrò ripetere… che Stubborn Heart era anche il titolo del brano ’60s-soul dei The Sheppards ma che non vuol dire nulla, che la modernizzazione del concetto di soul misto all’elettronica riflette al cento per cento le nostre personalità e che non abbiamo studiato a tavolino la cosa, che abbiamo ascoltato Jamie Woon e gli altri, solo dopo l’accostamento musicale che i giornali hanno proposto… Ben mi fissa ma non parla.

Ora mi sto chiedendo se siamo davvero due cuori ostinati oppure se abbiamo sbagliato tutto.

Maurizio Narciso

Azita – Year

Data di Uscita: 20/11/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Potrei sbagliarmi, ma mi sembra che Azita stia sorridendo.
Un’altra sbirciata e non ho più dubbi. Una bocca di falce, una cosa piccola ma buona. Immagino lei sappia che la fissiamo, e proprio di un regalo per noi avventati spettatori si tratta in fondo.
E’ forse un velo di sottile beatitudine quello che le incipria il viso? A sfogliare la biografia del personaggio si sarebbe indotti a dubitarne, a dar credito a ben altre favelle, ma il pigmento dorato e quelle fossette arcuate non sanno mentire. Sorride, e noi con lei.
La gita in regressione organizzatale dalla compagnia del Redmoon Theatre deve aver lasciato più di uno strascico. Un’ipnosi in forma di recita: lei sotto la maschera della popstar Bibi Mehrdad, origini iraniane e sgargiante stoffa da vendere, in una performance di strada effimera ma assai partecipata. Gli occhi nocciola ben aperti, in soft focus le istantanee di una vita da romanzo esposte una dopo l’altra. L’infanzia nei cortili di Teheran, le scimmie nel palazzo dello Scià, la barba candida di Khomeini e le bombe sull’American School, la fuga a scapicollo verso un altrove chiamato Maryland. E poi gli insulti raccolti da bambina senza un perché, quasi fosse lei ad aver preso quegli ostaggi in ambasciata, mitra alla mano. L’estenuante corteggiamento nelle lezioni di pianoforte, compagno fedele quanto formale, respinto d’un tratto per prodursi in pose sfacciate nei padiglioni della scuola d’arte, per il baraccone terrorista e le uniformi da liceo cattolico delle Scissor Girls, o i burqa immacolati delle Bride of No No. E dopo aver fuso il reattore dell’incandescente scena no-wave della Chicago anni ’90, dopo la nudità in ali d’angelo affidata alle pagine di un qualche giornaletto naif, dopo l’estemporaneo inciso carbonaro di Miss High-Heel, accanto nientemeno che al santone Jim O’Rourke, riecco il bianco e nero dei tasti affrancato da una pesante coperta di polvere. Niente più cattive ragazze al soldo in qualità di ghostwriter, soltanto il proprio nome di battesimo per dare il la ad una seconda vita artistica che mai si sarebbe immaginata più distante dalla prima: le lezioni preparate da insegnante, una firma per la prestigiosa Drag City, l’affettuoso mecenatismo dei due purosangue della scuderia, Will Oldham e Bill Callahan, ed ogni sforzo creativo speso per non bruciare l’ennesimo paglione. A tenere insieme tutte le tessere del mosaico, lei, maestra di contrasti, performer di razza e perla grezza. Tormentata, sfuggente, all’occorrenza brutale, impeccabile nel miscelare malinconia ed asprezza ribelle. Sotto la frangetta à la Chan Marshall, un leviatano di cantautrice capace di fondere la sensualità di Nico, il disincanto di Thalia Zedek, le fascinazioni oniriche di Hope Sandoval, la mascolinità chiassosa di Carla Bozulich ed il magnetismo di cui non difettava Tori Amos, quando ancora non si era trasformata nella barzelletta poco divertente che è oggi.

Qui lo schermo del proiettore diventa bianco.

Ridestata, la sirena di Chicago torna a scrivere con altri e per altri, una nuova piece d’avanguardia del commediografo Brian Torrey-Scott a sei anni dall’EP ‘Detail From The Mountain Side’, ed ancora un lavoro orgogliosamente marginale. Che parla di morte, ma proprio non si direbbe. Dimenticata l’elettronica *per cervelli strapazzati*, accantonato il pop dissonante dei primi lavori in solitaria, nuovamente silenziata la schietta attitudine rock della propria indole. In permuta lo sguardo obliquo, la fluidità del tocco, quelle suggestioni al crepuscolo sempre così pungenti: la fatale grafia della Youssefi confermata a grandi linee ma esercitata quasi al minimo sindacale, un po’ come la propensione alla vertigine in quella sua voce irrequieta. Un anno dopo, ‘Disturbing The Air’ si pone ancora come necessario riferimento in virtù della distanza siderale dal radicalismo freak-noise degli esordi. Quel disco era puro autismo intimista. Controllatissimo, atmosferico e senza sprezzanti antagonismi espressivi, senza colpi di testa. Solo lei ed il suo pianoforte in lunghi sprazzi di rarefatto, fragile romanticismo. ‘Year’ baratta la sua scorta angosciosa con un senso di meraviglia infantile, di gioia semplice e non adulterata, impressioni sincere affidate alle pagine di un diario che sembra racconti un viaggio per mare. Nell’apertura il dolce fendere le acque, nel tragitto una schiera di nuvole che non minacciano fortunali sonici e si offrono piuttosto come occasionale riparo da un sole troppo caldo e brillante. Il clima è bonario, domestico, accogliente, tutti gli spigoli di un tempo smussati nella premura di un abbraccio. Quest’anima di furetto asseconda le facili etichette e si presta alla docilità vaporosa della gatta persiana. Per la sera di ‘Out and Around’ indossa giusto un sospiro, delicatezza degna di Natalie Merchant, con un alito della sua proverbiale imprevedibilità. Languida e confidenziale, trattenuta ma penetrante, con niente più di un garbato tratteggio di chitarra o una parentesi calorosa a dispetto del ghiaccio evocato. Spigliata con naturalezza la nuova Azita, evitando ogni sfracello emotivo. Una macchia di colore e virtuosismo soltanto, appena una trovata dal suo repertorio, il favoloso arabesco stilizzato che il piano trapunta dentro ‘It’s Understanding’. L’inclinazione al teatro che rese prodigioso un album come ‘How Will You?’ ritorna per un cameo in quella sorta di coro greco posticcio che da carattere al segmento ‘Finale’, riesumando dalla galleria degli scorci mediterranei anche l’incanto barocco di una Lisa Germano ed i suoi vani aneliti alla luce, prima che la reprise neutralizzi lo spiffero e chiuda il cerchio. E’ passata solo mezzora dal via e forse il miglior epilogo lo ha celebrato pochi attimi prima ‘Something That Happened’, schizzo trasformista e titolo illuminante. Sono senza particolari pretese il dub caraibico e la stramberia sintetica che lo infetta, ma poi si sfocia in una coda che sa di musica concreta, di veglia guardinga, e sembra di risentire i Rachel’s notturni di ‘The Sea and the Bells’. Il sole è tramontato ma Azita è ancora in piedi sul ponte, sorridente, mentre il vento accarezza il legno e le vele. Si specchia nella pace, e noi con lei.

Stefano Ferreri

Nathan Fake – Steam Days

D.d.U. 03/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Solo una settimana fa il blocco di ghiaccio che mi sono fatto portare in cortile sembrava enorme, ostile, intrattabile. Cercavo input e ispirazioni tra le fronde dei pini ricurve verso terra, tra i legni grondanti di umidità, tra la nebbia di questa casa immobile e in bilico nel crinale.
Poi i vapori delle rocce si fusero la scorsa notte con quelli di una scurissima discoteca obsoleta che raccoglie noi lupi solitari, e fu un incontro di martelli ossessivi, di scalpelli di precisione, di un freddo assoluto, più freddo del ghiaccio che congelava le mie mani grandi nonostante i guanti. Frammenti vitrei schizzarono tra gli aghi e le ultime pigne rimaste sopra la mia testa, bagliori dell’arcobaleno vinsero l’oscurità più profonda.
Adesso ai miei piedi c’è una sfera cristallina multisfaccettata, che sa di strobo, di techno, di boschi; è un regalo per te.

Federica Giaccani

Indian Jewelry – Peel It (Top Ten 2012)

Data di Uscita: 20/11/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Abbiamo fatto l’autostop su e giù per l’America da un tempo indefinito, certi momenti mi sembra che i giorni si siano volatilizzati tra una bevuta e una notte stellata, altre volte – a ripensarci – credo sia da sempre che siamo sulla strada. Una famiglia errante la nostra, piantiamo radici lunghe e contorte in innumerevoli terreni, facciamo in tempo ad abbozzare equilibri per poi farli crollare sotto il peso di noia e qualche eccesso di troppo, e siamo di nuovo via, con le radici parcheggiate in un vaso di coerenza e buona terra, pronte ad attecchire altrove, con l’aiuto di tanta acqua quanti superalcolici.
La gente fa fatica a fidarsi di noi sul lungo periodo, teme gli slanci, gli sbalzi d’umore abissali, i toni psichedelici, gli accostamenti scombinati e la nostra follia che esce fuori prorompente dai concerti che rimediamo di città in città per raggranellare dei soldi fino alla meta successiva. La gente ci ritiene inaffidabili ma ci adora in quell’ora in cui si unisce alle nostre isterie, alle nostre danze convulse.
L’altra sera arrivammo in un vecchio bar dal soffitto basso e asfissiante alla periferia ovest di Houston; il proprietario vestiva fieramente una maglietta bianca lercia che gli scopriva l’enorme pancia fino all’ombelico, si puliva di continuo le mani nel cotone slabbrato, per stringerle alle nostre, per sistemarsi il berretto, per firmare il contratto che accordava a noi la chiusura della serata. Ci aveva preso bonariamente in simpatia sebbene le reputazione che ci accompagnava non fosse delle migliori, complice il nostro aspetto da hippies di altri tempi; era una persona genuina priva di malizia e di paura del diverso, credeva nella provvidenza e nelle possibilità della vita, in un certo senso si sentiva debitore verso il mondo dopo che un caso fortuito lo aveva visto sfondare nel business delle frittelle dolci lì, in quel posto malconcio e pieno di personaggi bizzarri. Dispensava sorrisi con una generosità smodata, passava boccali schiumanti di birra agli avventori, ammiccava goffo alle cameriere che sporgevano grossi seni oltre il bancone. Annunciò il nostro ingresso sul palco dimenticandosi di accendere il microfono, un altissimo barbuto inciampò addirittura nel cavo e volarono bestemmie. Di contro, sopra quel palco rialzato di una ventina di centimetri, noi vedevamo soltanto dei siparietti sparsi qua e là nel locale, e non avevamo nemmeno la lucidità tale da poterli discernere con precisione; piuttosto un turbinio di movimenti e voci scomposte arrivava alle nostre mani febbrili, ai nostri sguardi annacquati. C’è chi ci definisce un collettivo rock, chi chiama in aiuto la psichedelia, chi il punk, chi il noise; noi ce ne fottiamo alla grande di queste definizioni per bacchettoni, abbiamo le nostre ossessioni da mettere in piazza al suono di percussioni martellanti e chitarre distorte, ci contorciamo su ritmiche malate e ripetitive, allucinate. Ci divertiamo e tiriamo dentro un po’ tutti, su luci accecanti e ritmi abrasivi, scortichiamo via la pelle di dosso e la gente ci segue nei nostri tormenti. Quella sera il rito magico era appena iniziato e una strana combinazione astrale aveva richiamato al nostro cospetto anime ricettive e partecipi, una tribù contemporanea che celebrava la notte tra liquori e drum machine. L’unico immobile era un ragazzino stretto in angolo in fondo a sinistra, sguardo a terra e alienazione irreale. Ce lo ritrovammo rannicchiato nel divano in velluto del nostro buco di camerino a concerto finito, aveva sprofondato i piedi nella gommapiuma che fuoriusciva da una cucitura lisa. Avevamo trascinato con noi un anziano con la stampella di legno, due boss del commercio di tequila e una donna sola con in viso una miscela di luci e ombre, guance scavate, rimmel e paillettes a proseguire la coda degli occhi; la signora voleva giocare alla roulette russa approfittando della serata inquieta e a tratti mistica, aveva reclutato tutti noi ché tra persone amanti del rischio e altre con ormai nulla da perdere non potevamo essere compagnia migliore, e il ragazzo volle assistere. Estrasse la rivoltella che – ci spiegò – portava sempre con sé nella borsetta, ci versammo tutti da bere e insistette per cominciare lei; noi tutti eravamo eccitati, lei batteva le mani esaltata e indicava Guns a lettere rosse stampate sulla t-shirt di Tex: “L’avete anche suonata prima, sì sì, ricordo le chitarre impazzite e le percussioni, come il ruotare continuo di questo tamburo, mancava solo di premere il grilletto…” E lì prese la parola il bambino, che fino a un secondo prima sembrava dormisse di un sonno eterno: “Ho deciso di venir via con voi dal momento che hai ululato come un cane, sul palco.” Poi si mise a canticchiare con un’innaturale voce da adulto, I’ve got a heart of a dog, I want to spend some time with you. Tutti lo seguirono, ridevano ebbri di alcool e di sfrontatezza, con l’arma in mezzo al tavolino, ché bastava un attimo a cominciare il gioco, we don’t fear the future.
Irruppe nel camerino il grasso proprietario del bar, sgomberò in un attimo la stanza dagli strani ospiti col pretesto di una soffiata su un giro losco di narcotici tra gli avventori; fu tutto così rapido che sembrò quasi di essere in una scena di un film surreale, le sedie ancora calde erano le uniche prove di reali corpi umani appartenuti davvero alle nostre vite vagabonde, e la rivoltella rimasta lì come un triste relitto, era anche finta, alla fine.
Il momento in cui si caricano gli strumenti in spalla, o nell’auto presa in affitto – alle volte, e si è già con la testa e gli occhi persi in chissà quale altro orizzonte, appare ai nostri cuori come lo smontare di un circo, il dismettere il trucco pur restando fedeli agli abiti di scena. In qualunque città siamo sembra quasi di udire lontano elefanti barrire, portati via dalla carovana. Non ci resta che prendere le nostre cose, tenerci per mano, e non dimenticarci di prendere il vaso con le radici.

Federica Giaccani

Vladislav Delay – Kuopio

Data di Uscita: 26/11/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Hailuoto
La ciclità della vita prevede una partenza ma anche un ritorno, in queste terre, in quest’isola, una realtà circoscritta dal mare ma talmente vasta che faccio fatica a cogliere ogni singola sfumatura. Come spiegherò a mia figlia questo senso di infinito che si respira a Hailuoto? La porto ogni giorno ad annusare il legno delle foreste, a raccogliere i frutti di bosco inseguendo le orme degli alci, a imprimersi nella pelle la freschezza e la purezza di un mondo fuori dal comune e non contaminato. Intanto cerco le parole per esprimere la sensazione di immanente appartenenza a questi luoghi, di come io mi senta loro figlio – a mia volta, per quando la bambina crescerà e sarà pronta a comprendermi. Anche Antye, venendo qui insieme a me, si è sentita accolta con amore dai pescatori, dagli uccelli selvatici, dai colori tersi di giornate lunghissime in estate, dalla notte avvolgente in inverno; lei, e la sua vita traslata dal brulicare di intrecci berlinesi alla sconfinata quiete di prati e mare. I cacciatori ci salutano agitando la mano quando procedono con passo sicuro oltre la nostra casa, addentrandosi tra gli alti pini, scomparendo al nostro sguardo. La nostra fortuna è la possibilità di affidare alla musica che componiamo l’espressione dei nostri sentimenti, per evitare che restino ad accavallarsi nel cuore e sul petto.

Chemnitz
Siamo così vicini a Berlino che le atmosfere e gli umori della capitale arrivano rapidi, intatti. Suoni sintetici germanici si propagano di continuo nelle creazioni della Raster Noton ed è impossibile per me non sentirmi a casa, in qualche modo, anche qui. Carsten e gli altri mi danno una fiducia immane, pari alla mia volontà di convertire in musica me stesso e la terra dove sono cresciuto e poi tornato ormai da qualche anno. D’altra parte ci sono comunque grandi boschi in cui potermi schiarire le idee e purificarmi, a Chemnitz, diversi da quelli che crescono nella mia Finlandia ma pur sempre alberi a perdita d’occhio, a creare un piacevole disorientamento familiare, una terra fertile per portare a termine la produzione che era in embrione, e farle vedere la luce. Una luce bianca tra i ghiacci, che pulsa e si cristallizza.

Kuopio
L’immagine di grappoli di isole che riaffiorano tra un lago e l’altro ha contorni definiti, precisi, come le linee nette dei tetti appuntiti che si stagliano sullo sfondo di un cielo così limpido da doversi riparare gli occhi, tant’è sfacciatamente tangibile. La mia terra ha dei tratti distintivi inequivocabili, genuini come il pesce che compro al mercato e che ho intenzione di cucinare nel fornelletto da campo del mio camper: siamo in uno stretto lembo di terra tra due insenature, a due passi dall’acqua, soltanto noi e singolari uccelli che volano bassi toccando appena la superficie del lago, per poi fuggire oltre le colline. Di inverno qui la natura dorme di un sonno apparente, la neve soffice stende le sue fredde coperte compatte ma tutto ciò che sta sotto, protetto, continua a respirare senza sosta.
Le mie orecchie captano vibrazioni, suoni ovattati che pian piano emergono dalla foresta e si mostrano luminosi, brillanti come il cielo e candidi come la neve. Manipolo i frammenti, incastro parti di natura ad incursioni elettroniche e mando giù tutto d’un sorso, un bicchiere di ghiaccio shakerato a spremuta di cuore. Le melodie sono raffinate e profondamente liquide, pulsano come una creatura sottomarina e si cristallizzano sulle cime degli alberi, riflessi scintillanti di luce, di vita; su di esse si innestano ritmi sintetici e insieme materici, colgono l’essenza della natura, dei corpi, i loro fisici dinamismi, e i coinvolgimenti emotivi.
È immediato commuoversi davanti a questi semplici e sorprendenti miracoli e voler dare qualcosa in cambio; le mie musiche raccontano di me, dei miei luoghi, di un’energia distillata e di una luce calda – e insieme algida – che non muore mai.

Federica Giaccani