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Archive for ottobre, 2012

Kendrick Lamar – good kid, m.A.A.d city

Data di Uscita: 22/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Sono cresciuto in una città sposata con Ms. Liquor, nella quale un ragazzo poteva percorrere solo due strade: morire indossando la divisa della legge o il colore di qualche gang.
Mio nonno rientrava nella prima categoria, ma in famiglia nessuno era fiero di lui. Quando morì lo misero nella bara con il suo golden flask. “Ha fatto più danni con quello che c’è lì dentro che con la sua pistola”. Ero piccolo e quella fiaschetta aveva il suo stesso odore, un’aroma acre, pungente, stargli troppo vicino era impossibile. Quando mi sollevava io mi ribellavo, allora leggevo negli occhi di mia madre tutta la tristezza per un bambino che non si vuole sedere sulle ginocchia di suo nonno. Per lo stesso motivo mia nonna aveva smesso di fumare, lui no. Forse è per questo che alla veglia funebre a casa di mia zia era lei quella in piedi a piangere un liquido molto più amaro di quello che aveva ucciso suo marito. Lo ripeto, ero piccolo, e l’innocenza a volte può fare più danni della malizia. Presi la fiaschetta e corsi da mia madre. Era seduta al tavolo in cucina, una figura misera, ma di umile dignità. Le dissi: “Mamma, il nonno è qui dentro!”. Mia madre non mi aveva mai picchiato fino ad allora, ma in quel momento non c’erano parole per commentare la situazione. Ricordo il dolore e il calore alle guance, e mia zia che la tratteneva mentre entrambe singhiozzavano.
Nonostante tutto, la mia adolescenza fu costellata da episodi di reati minori e, ovviamente, dalla bottiglia, booze. Ero la dimostrazione che non si impara dai propri errori, che l’espiazione è per pochi e che per gli altri rimane solo la solitudine di un’esistenza inconsapevole. Ero vittima della peer pressure, quell’aria di conformismo alle regole della strada che annulla le identità ed annebbia le coscienze. Ho passato quegli anni all’interno di una stanza buia in compagnia di una tazza, senza un amico vero, con molti sogni irrealizzati, ma senza la disperazione necessaria per realizzarli.
La forza la trovai sul letto dove era distesa mia madre.
Capii tutto, senza che lei dovesse parlare.
Gli sbagli e le promesse.

Me lo hai detto con gli occhi in una sera qualunque di ottobre.
Canta di me, del mio passato.

Filippo Righetto

Xabier Iriondo – Irrintzi

Data di Uscita: 11/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Si torna a casa

Nella mente sento questo urlo stridente e prolungato, “irrintzi” si direbbe in basco. Ho voglia di gridare, ma trovandomi sul treno Madrid – Donostia – San Sebastián è meglio contenere il mio sentimento; cinque ore di sopportazione dopodiché potrò esplodere questa mia gioia infinita. Mi esibirò dal vivo nella piazzetta dov’è cresciuto mio padre, dove i Pirenei ti osservano da lontano, severi, nel luogo in cui si annusa la brezza del mare appena addolcita dal profumo del legno dei faggi, che tingono di verde il paesaggio circostante. Controllo come d’istinto la cappelliera, ho tre bagagli, pieni di strumenti musicali, gran parte di essi li ho progettati e costruiti io stesso, con amore e dedizione, mesi interi a inseguire la giusta intonazione delle corde, la migliore risonanza dei legni, senza ricercare la melodia, comunemente intesa, ma l’opportuna vibrazione, tremolio o ronzio, c’è chi li definirebbe rumori, ma per me questa differenza non ha valore.

Quella di domani sarà la mia prima esibizione in terra iberica come solista, sarò nudo davanti al mio pubblico, per eseguire un lavoro personalissimo ed allo stesso tempo universale. L’ho chiamato proprio “Irrintzi”, è la mia storia personale che incontra quella della mia famiglia ed insieme rispecchia le influenze e le pulsioni musicali che hanno animato la mia carriera fino ad oggi. L’immagine di copertina racconta già tutto del lavoro: c’è il mio viso, realizzato con occhi non miei, il sinistro è di mio padre e il destro è di mio fratello; lo sguardo è severo ed insieme rassicurante, come la musica che contiene, come la terra che sto raggiungendo. Guardo fuori dal finestrino e riesco a calmarmi, magari riuscirò anche a riposare un poco… so che questa volta la gente capirà, non si parlerà “semplicemente” di musica d’avanguardia, questa volta proprio no, questa qui è musica per l’anima, null’altro!

Maurizio Narciso

Holly Golightly and the Brokeoffs – Sunday Run Me Over

Data di Uscita: 09/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

L’uomo che, abbandonati tutti i desideri, va e viene, libero da attaccamento, non dice più: “E’ mio”, né “Io”; quegli accede alla pace.
Bhagavadgītā, II, 71

Non riesco più a fermare il piede: spinge come un pazzo sull’acceleratore, vi giuro che non sono io a comandarlo, sarà qualcuno di quei dannati spiriti in cui non ho mai creduto o forse il Signore a cui ho creduto ancora di meno.
Per fortuna è una di quelle strade che vanno sempre dritte nel deserto, dove c’è un distributore quasi ogni cento miglia e non si vedono che cactus e altre dannate piante spinose.
Il bello è che oltre l’angoscia di non riuscire a risolvere questo casino ci si è messa pure la radio che non vuole trasmettere più alcun pezzo che non sia country. E se vogliamo aggiungere altro assurdo all’assurdo questo genere mi sta cominciando a piacere.
Ora inevitabilmente penso a Mary, a quante parolacce si è beccata e a quanto alcool mi ha visto tracannare il giorno che ci siamo sposati a vent’anni come due imbecilli. Non mi ha mai perdonato quella “cosuccia” che è successa con la cugina…
Lasciamo stare. Il piede spinge sempre più in giù e io sento che in realtà mi sta spingendo verso l’inferno, mi sento già infiammare, disperare. Eppure ho sempre tenuto il sangue freddo, ho sempre mantenuto la calma e non voglio perderla proprio adesso. Che sia una cosa psicosomatica il fatto che non riesco a togliere il piede da quel maledettissimo acceleratore? Può darsi, può darsi che io voglia schiantarmi, finirla a trent’anni, a dieci anni da quel matrimonio idiota.
Ho sempre avuto una profonda paura della morte, ho sempre voluto vivere, naufragare nei sensi, ritrovarmi senza fiato. Ecco che ora non voglio più niente, non ho più desideri, non sono più “Io”, nulla più “E’ mio”, provo per la prima volta una sensazione totale, totalizzante: ecco la pace.
Peccato che laggiù ci sia una curva, piena di enormi massi.
Addio.

Marco Di Memmo

Andy Stott – Luxury Problems

Data di Uscita: 29/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Luxury era entrata una notte nella mia stanza, sgusciando silenziosa dalla finestra lasciata aperta per metà. Avevo sentito all’improvviso il suo respiro addosso, il calore del fiato sul collo e sulle spalle, touch, e le mani sinuose che scendevano; la sua presa era soffice, delicata, ma ineluttabile. La voce morbida rimbalzava in stereofonia nel mio angusto appartamento amplificando la sua efficacia attraente, incalzava decisa, incantevole. Restai tramortito e cedetti, come avrebbe fatto chiunque altro al mio posto. Numb.

Luxury vestiva panni neri come la pece, rossetto violaceo e capelli esageratamente corvini; il suo canto di sirena ammaliante mi coglieva passando sotto le braccia di acciaio delle gru all’uscita della metropolitana, la vedevo svolazzare sopra di me e il candore della sua pelle mi accecava. Era la donna dai mille e più contrasti, un’indole tormentata e tormentante, un’ossessione che talvolta dormiva rannicchiata nel cratere di un vulcano per poi riemergere e colare come onice cristallizzato sulla mia vita, incollando di paura e devozione i miei giorni ai suoi. Andava e veniva, la perdevo e la ritrovavo. Lost and Found.

Luxury mi aveva cacciato di casa una fredda mattina di autunno, anni trascorsi insieme erano stati accuratamente riposti in valigie pesantissime che mi attendevano sul selciato, su un tappeto giallo di foglie morte, la stessa morte che si insinuò in me. Ché le disgrazie non danno mai un preavviso e ti abbattono senza pietà approfittando del tuo essere fragile e nudo davanti a loro. I mesi a venire vedevano me stesso inerme, la rassegnazione di un lungo cappotto grigio come il cielo e i caseggiati, a contrasto col calore della natura di ottobre che sotto le suole dei miei mocassini stendeva un telo infinito ad accompagnare la mia uscita di scena. Quell’immagine si presentava ai miei occhi di continuo, alzavo i bassi esagerati e mi scuotevo nel mio bunker sotterraneo, a lacerare i timpani e cercare il punto di rottura, il confine tra dolore e piacere, il momento esatto in cui essi si fondono e ne restano labili differenze; intorno a me la cenere di una vita finita, un martellare continuo, da non riuscire a prendere sonno. Sleepless.

Luxury anni fa mi portava ogni venerdì ai vernissage di strana arte, esposizioni singolari allestite in vecchie cattedrali sconsacrate, spoglie, austere. Erano serate di sorrisi tirati, di strette di mano false, di calici di champagne raccolti da un andare e venire di vassoi d’argento. Ricordo il freddo pungente, ricordo accompagnamenti musicali inusuali, battiti insistenti di techno rallentata su sfondi scurissimi e voci bianche. Ci accoglieva sempre Alison all’ingresso, a fare gli onori di casa, lei era l’unica a sorridere di sincerità e aveva una voce celestiale; poi rimanevano soltanto mezze conversazioni cifrate scambiate quasi di nascosto, da un orecchio all’altro, come per preparare il colpo del secolo. Hatch the Plan.

Luxury rimaneva a letto quando mi alzavo nel cuore della notte per partire per un viaggio di lavoro; la sera prima decidevamo insieme i miei completi da portar via, passavamo le dita sulle rigide pieghe delle camicie immacolate, ci incantavamo a selezionare le cravatte, l’autocompiacimento del lusso. L’autista mi attendeva sotto il porticato, fumavamo insieme un’aspra sigaretta di routine prima di metterci in cammino. In strada l’immagine mentale di lei placida sotto la coperta di broccato sembrava rassicurarmi, poi il mio sguardo si appoggiava sulle campagne mute e umide, dormienti, mi perdevo in suite notturne di ambient che mi inghiottivano tra riflessioni e aspettative. Expecting.

Luxury vedeva riflessa ogni sera la sua immagine spaventata nel lungo specchio posto tra i due divani rossi, alle sue spalle si dispiegava il dedalo di corridoi, porte e nicchie a perdita d’occhio, in quella casa infinita; era sola adesso, e aveva il terrore di scoprirci qualcuno, ombre furtive a rubare il suo privato. Aveva la convinzione di vivere nella versione upper class del video di Protection dei Massive Attack, e lei non era Tracey Thorn, lei affogava il terrore nel velluto e negli eccessivi monili barocchi. Tratteneva il respiro, ansimava ad ogni folata di vento che agitava il tendaggio di raso, camminava avanti e indietro e i suoi passi avevano naturale musicalità, un buon ritmo, quello delle preoccupazioni. Luxury Problems.

La notte dell’addio ero sceso in strada a respirare un po’ d’aria marcia, contaminata e impura. Avevo una disperata necessità del contrasto per capire subito che altri universi avrebbero potuto accogliermi, e che il senso d’appartenenza lo si costruisce con l’abitudine più che con disonesti credo proclamati con la bocca impastata di whisky scozzese. Mi fusi con la break beat dirompente suonata da un gruppo di afroamericani all’interno di un capannone degradato, c’era anima nei loro ritmi spezzati, nelle loro pseudo-danze convulse; rimasi in un angolo buio col timore di venire scoperto. Up the Box.

E quindi era vero, avevo lasciato Luxury alle spalle e con essa morbidi anni di vita, l’ultimo viaggio in una macchina lunghissima con autista imbellettato e interni in pelle. Alberi spogli a un lato della strada e mattoni rossi a perdita d’occhio dall’altra parte, entrambi passati al filtro di rigagnoli di pioggia sporca sui vetri oscurati dell’abitacolo, d’altronde Manchester è fatta di questo. Giunti all’imbocco del ponte sul fiume si spiegarono davanti al mio sguardo manifesti in successione, tutti uguali, impossibili da contare e impossibili da evitare; fermo immagine in bianco e nero di un tuffo carpiato, una donna con indosso un costume intero anni 50 di un’eleganza d’altri tempi, uno sfondo grigio rarefatto, in tinta col cielo. La perfezione, la raffinatezza, la malinconia sterminata, l’antracite e il fasto, copie tutte uguali per imprimersi nella memoria, mentre me ne stavo andando. Leaving.

Federica Giaccani

Umberto Maria Giardini – La Dieta dell’Imperatrice

Data di Uscita: 05/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Ljus


La mano arrancò un po’ scostando la tendina pallida e sul vetro appannato si disegnò un’impercettibile scia umida. Col polsino della camicia, Rachele si ritagliò un varco fra il vapore che si era creato sulla finestra e guardò fuori. Gli occhi le si colmarono di un bianco tagliente. I raggi del sole finalmente colpivano la distesa di neve fra la porta di casa e il bosco.
Si voltò a guardare il viso addormentato di lui, la luce che poco prima le aveva prepotentemente invaso lo sguardo adesso le offuscava la vista, microscopici corpuscoli le danzavano davanti alle pupille. Il gatto sollevò pigro la testa, la osservò con quella superiorità felina un po’ saccente e si leccò una zampa per poi passarla sul muso candido.
La stanza respirava biancore e silenzio.
La stasi era rotta solo dalle palpebre assopite di Giulio che si muovevano febbrili.
Rachele sorrise.

***

Diluviava. Il cielo era così basso e torbido da sembrare a portata di mano. La pioggia incessante batteva controvento, disegnando forme astratte sui vestiti scuri di Giulio. A fatica riusciva a mettere un passo dietro l’altro sul sentiero sterrato che strisciava fra i grandi alberi neri.
Da un tempo che ormai pareva infinito, un imponente lupo dagli occhi glaciali lo scortava indicandogli la via e un’aquila maestosa lo vegliava dall’alto. Ne scorgeva appena le ombre, nella notte illune e tempestosa.
Udiva solo il proprio respiro affannato e i passi fangosi.
Si domandò quanto ancora avrebbe atteso per uno squarcio limpido nell’oscurità.

Luce dei miei occhi, torna a galla lenta, lieve, limpida.

***

Passò qualche minuto prima che quelle palpebre calmassero il loro ballo frenetico e cominciassero a socchiudersi. Rachele era rimasta a fissarle quasi rapita. Adesso, senza distogliere l’attenzione, le vide aprirsi del tutto mentre le pupille, simultaneamente, si restringevano annegate dalla luce.
Si chinò a baciargli la fronte, riempiendo d’ombra i vuoti che il corpo di Giulio disegnava fra le coperte. Poi si rialzò e tornò a vagare con lo sguardo nel candore che, prepotente, bussava sui vetri della finestra.
Giulio accompagnò i suoi movimenti, accarezzando con gli occhi ogni cellula di quel corpo leggero, dai capelli color ambra fino alle caviglie strette.
Ripensò al sogno fuligginoso, inspirò e l’aria limpida gli riempì le viscere.
Fu quasi nirvana.

Aprì il libro posato sul comodino e sulla prima pagina immacolata scrisse a matita:
La fortuna mi ha baciato poco
ma nel tuo corpo io precipito
nell’atomo che
invade,
gonfia le vene
e proietta un’immagine pigra, nuda.

Annachiara Casimo

Tame Impala – Lonerism

Data di Uscita: 05/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

L’erba dello spiazzo di terra dietro la casa di Kevin era in via di guarigione. La terribile ondata di caldo che l’aveva portata a divenire di un giallo chiarissimo aveva lasciato spazio a qualche sporadica pioggia riparatrice. Erano soliti stendersi lì in cerchio nella parte più bruciata, con le teste rivolte al centro e incollate le une alle altre e con i piedi che puntavano la casa costruita in legno dagli avi alla fine del diciannovesimo secolo. Il sistema di raccoglimento dell’acqua piovana spioveva dal tetto, per il riutilizzo, facendola defluire esattamente in un grandissimo tinello sempre di legno. La forma quadrangolare della costruzione era ancora in perfette condizioni nonostante gli anni e le tecniche di riscaldamento erano il meno invasive possibili, si sfruttava il sole e la presenza degli elettrodomestici; il materiale termico isolante posto su tutti i lati della casa unito a sistemi di ventilazione molto arcaici faceva il resto.
Kevin dopo la morte del padre aveva appreso tutti questi segreti insiti nella costruzione, li sfruttava a pieno in un riutilizzo estremo e massimale; staccato 25 km dalla città più vicina era solito andare e tornare rapidamente alla sua abitazione. Nella stanza-salotto l’intreccio di chitarre, percussioni e tastiere era ben coagulato con le superfici. Pietre quasi trasparenti dai mille colori creavano percorsi brillanti tra le varie stanze coprendo quasi interamente i ripiani della mobilia presente, i riflessi di luci davano una vitalità estrema agli interni.
Kevin era solito muoversi con i suoi amici tra il salotto e la cucina, solo dopo essere sicuri di aver captato i flussi giusti di calore ed energia trasportavano fuori le strumentazioni. Ponendole in cerchio attorno a loro nel prato creavano una sorta di Crop Circles metallico. Questo nelle serate più calde.
Quando si scatenavano le riflessioni sonore e le improvvisazioni dove i pensieri dei presenti venivano trasportati e fusi insieme. Un miscuglio psichedelico si fondeva piano piano facendo ondeggiare la testa a tutti; il classico veniva a scontrarsi con nuove forme. Le chitarre diluite ma comunque prorompenti in una cascata senza fine di tastiere e di giochini dilatanti e sferzanti. La tecnologia e il fantasma di John Lennon per creare degli orizzonti totalmente nuovi. La collezione di pietre luminose poste anche loro nello spiazzo esterno infilavano le lori luci tra i suoni e specialmente nelle sessioni notturne lo spettacolo era assicurato. Quando i synth cosmici cozzano contro i riff psichedelici classici si assiste al paradosso di un controllo estremo proprio lì dove non dovrebbe esserci. Apocalypse Dreams & Elephant.
La stagione più fredda trasporta queste sessioni nel grande salotto interno.
Lo stato all’interno è inebriante come all’esterno, una passività consapevole e psichedelica, una sorta di trasposizione della teoria del recupero costante che va a formare il nuovo. Si potrebbe anche tirare la filosofia greca ma è meglio evitare.
Una speciale tribù pone le sue basi su questi riti unificatori a base di martellanti percussioni che incalzano i componenti. Be Above It.
Quando la potenza lisergica si va a scontrare contro il materiale isolante della pareti dà vita al calore necessario alla sopravvivenza in questi tempi chiamati di crisi, la tenuta dell’irreale crea qualche appiglio nel reale dando la possibilità di sentirsi cullati e riscaldati davvero anche in condizioni definite estreme. Gli avi avevano pensato bene questa costruzione sperduta.
La nenia strappacuore e lacrime chiude tutto disfacendosi in una distorsione rumorosa. Sun’s Coming Up.

Alessandro Ferri

Bat for Lashes – The Haunted Man

Data di Uscita: 15/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

L’umidità e il fogliame erano un tutt’uno e m’abbracciavano, se non fosse per la sua reale assenza non avrei avuto problemi ad immaginare il ticchettio piacevole di una pioggia primaverile, e invece no. Era umidità, umidità dettata dall’oppressione di tanta vegetazione non battuta, in uno spazio che potevo immaginare risibilmente circoscritto così come terribilmente sconfinato. Quegli alberi così fitti non permettevano alla vista di scrutare l’orizzonte se non che verso il terreno, ancora evidente della mia condizione di naufrago in terra ferma e il cielo, terribile irraggiungibile cielo, monito e speranza dei persi. La rabbia della costrizione, preannunciatrice di una claustrofobia prossima la sfogavo a colpi di machete sui tronchi che sorpassavo alla cieca, un po’ per sfogo un po’ per il suono piacevole che la lama produceva impattando e ferendo quelle cortecce morbide e ricche di resina. Mi ripetevo che più che per il sollazzo di quel ritmo accattivante producevo l’azione in favore dei segni che lasciavo del mio passaggio, per chi avesse avuto l’ardire di cercarmi o per il me prossimo che li avrebbe trovati intuendo quella come strada già battuta.
Il tramonto era prossimo ed io di un tocco più disperato quando vidi il primo affiorare di una strada, un sentiero in pietre, mi ci immisi casualmente ed era stranamente, assurdamente, stretto per essere l’unico in quella grande ed irta foresta. Non sapendo da dove partisse e dove fosse diretto, naturalmente, seguii quella strada istintivamente scegliendo la destra piuttosto che la sinistra senza altro confidente se non un istinto ferino. Era ormai sera e terrorizzato trovai vantaggio nel diradarsi della vegetazione e in un cielo luminoso, altrimenti, ne sono certo, sarei impazzito dalla paura nel proseguire una strada così oppressiva. Raggiunsi una struttura in pietra che per navate e geometrie suggeriva matrice gotica, eppure, eppure per motivi di cattivo gusto o nosense riproduceva sulle vetrate e nei glifi in ottone in vista lo stile tipico dell’art nouveau. Che razza di scherzo era questo, chi mette una cattedrale, non in un deserto ma in una foresta sudequatoriale, chi la progetta in stile gotico per poi adornarla alla nouveau? Tu, disse una voce piombata alle mie spalle, mi girai e vidi una donna, una mulatta, lasciarsi cadere con grazia dalle fronde altissime di un baobab, nuda se non per stracci arresi alla bene e meglio sulle spalle e sui fianchi e con un copricapo Cheerokee vistoso e guarnito col piumaggio degli uccelli più estrosi. Prese equilibrio a pochi metri dall’impatto atterrando sulle punte, come un’atleta ben allenata fece morbida la caduta accovacciando elasticamente il corpo, si rialzò con calma e raccolti frecce ed arco corto inglese dalla faretra grezza sulla schiena mi puntò, sorrise e scoccò il colpo. Colpo che mi sveglia ora, mi concede la coscienza ogettuale tipica di chi abbandona lo stato comatoso in cui morfeo dopo un po’ di birre ti lascia e mi offre le capacità mnemoniche per ricordare fluidamente a chi appartiene il viso della mulatta, ciao Nasty, hai cacciato bene ieri sera. Buon giorno Pier, raccontami ora che non sbiascichi meglio quella storia del Pornografo di Vienna.

Alfonso Errico

Library Tapes – Sun peeking through

D.d.U. 20/07/2012

Un breve ascolto, durante la lettura


La fronte della casa è stata ridipinta, i cornicioni ridefiniti, le vecchie persiane sostituite. Proprio stamattina gli operai smontavano l’impalcatura, mentre sulla strada dei ragazzi, con i fiati ancor pieni di sogni, andavano a scuola.
Un vecchio risaliva, e poggiando il telaio della bici contro lo stipite, spariva nei vapori del caffè. Presto un sole incerto si frangeva sulla vetrina, a frugare il tintinnio della tazza sui denti tra le dita malferme.

Gianfranco Costantiello

Dark Dark Dark – Who Needs Who (Top Ten 2012)

Data di Uscita: 02/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Il segno del tempo nella piega di una ruga, capelli bianchi arruffati sulla fronte, occhi grossi e liquidi a fissare il muro di gambe, di fruscii, di mani incrociate. Joe lasciò la parete scalcinata per muoversi verso un tavolo ai margini della sala, dove era seduto, sotto un neon intermittente, un giovane dall’aria triste. Sfilata una sedia da sotto al tavolo, Joe gli si mise di fronte, senza lasciarsi sfuggire con lo sguardo la figura sinuosa della bella Marie.
Tra le colonne circolari del grande stanzone, una calca di giovani ciondolava allegra e danzante al ritmo della musica, mentre un capannello di ragazzotti trafficava davanti al bancone vuotando all’unisono una fila di bicchieri. La bandicciuola, composta da cinque musicisti venuti da Minneapolis, se ne stava sul palchetto, al centro della sala, dimenandosi tra le capriole di fumo e strilla isteriche.
Il ragazzo fissava Marie, il suo profilo che gli ricordava con prepotenza Anna Karina. La fissava da un’ora o forse più. Lei svolazzava divertita e impudente tra le braccia di alcuni uomini. Joe trasse dal taschino della giacca un pacchetto di sigarette che allungò al ragazzo. Assorto nelle nebbie dell’alcool e preso dal desiderio di stringere Marie, egli ne riuscì a sfilare una, timidamente, e ad adagiarla tra le labbra segnate da una piega amara. La giacca una taglia più grande e la cravatta allentata sulla camicia sembravano declassarlo a una irreparabile solitudine. Dopo alcuni istanti in cui gli occhi vagarono tra la superficie lucida del tavolo, il ragazzo e la folla in sala, Joe si decise a parlare:
“ Ma che bella folla colorata, una festa … Il ballo ! … Braccia gambe fianchi e spalle si muovono in perfetta armonia … Non c’è bisogno della parola … Sguardi che sollevano al di sopra delle umane preoccupazioni … Ah la giovinezza ! “
Intanto un uomo, avvinghiatosi a Marie, approfittando del lento interludio musicale, le scopriva la nuca, risalendola docile, e fermandosi all’orecchio, per sussurrarle qualcosa. Lei sorrise, scuotendo leggermente la testa. Si strinsero più forte. Una mano scivolò lungo la schiena, lenta, sul vestito un po’ stretto, arrestandosi, dapprima incerta, ma poi decisa, dove s’indovinava la trama delle mutandine. La donna serrò il labbro inferiore con gli incisivi sporcandoli di rossetto.
Joe cercò ti attirare lo sguardo del ragazzo a sé, accostandosi al suo orecchio e impedendogli la vista: “Mi creda, l’unica cosa che conta è trovarsi l’un l’altra al suono di una musica che scalda il cuore. Due mani s’intrecciano, due gambe percepiscono dove vanno altre due gambe e le seguono ovunque quel movimento le porti. Le seguono perché credono che sarà come un volo … Ogni ballo e a ogni giro … Però chi può dirlo? Forse è davvero come volare …” e poggiando paternamente la sua mano sulla spalla di lui, mentre s’alzava per uscire, richiamato dal fondo della sala dall’agitarsi di un braccio di donna in pelliccia, concluse: “ Coraggio ragazzo, prima che sia troppo tardi !”
Il ragazzo, rimasto impassibile per tutto il tempo, tornò a guardare verso la sala, scoprendo amaramente l’assenza della donna. Nel brusco movimento di ravviarsi il ciuffo che gli cadeva sulla fronte, un blocco di cenere si staccò dalla sigaretta per frantumarsi sul luccicore intermittente del tavolo. Tu vuoi che ogni cosa rimanga la stessa, ma le cose cambiano cantò la cantante nell’improvviso smarrimento della sala.
Fuori, la campagna stillava muta tutta intorno, solo a tratti pareva sguarnirsi al soffio di un vento freddo. Il peso della notte si infilava negli angoli e nei polmoni, s’insediava nelle ossa. Un rombo sordo, probabilmente di un’auto che s’allontanava sul selciato, soffocava il gemere di Marie piegata contro i mattoni freddi del muro sul retro della sala. Presto una nebbia avrebbe inghiottito le distanze, sospeso ogni parvenza di vita, differito la realtà.

Gianfranco Costantiello

Ty Segall – Twins

Data di Uscita: 09/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Laguna Beach profuma di sogni confezionati e brillantina.
Non sarà il pianeta Texlahoma, ma quello congelato sui calendari è lo stesso eterno giugno 1974. Ogni sera il ballo della scuola regala lampi di gloria ad una reginetta, mentre lo splendore incarta le spiagge condotto per mano dalla marea ed un’ultima notte spensierata si consuma sulle strade. Anche il liceo è ormai solo una cartolina nell’album dei ricordi: istantanee ed acconciature improbabili, trofei come esclusivo appannaggio dei ganzi più in vista ed una manciata di schede ancora vuote destinate alle innumerevoli repliche dei giorni a venire.
Tavole bianche e gialle, piccole creste di spuma, un acciottolato di conchiglie sull’accogliente trapunta dorata di sabbia. Laguna Beach è il set di American Graffiti che si ingarbuglia con quello di Big Wednesday, e allora a farsi immobile sarà il 1962 con i suoi bolidi, le sue canzoni memorabili e quella tempestiva nostalgia elargita da mani generose per dare ancor più sostanza alla trama. In un caso o nell’altro, la quintessenza di questo diorama rimane però l’estate con il suo bel gravame di morte, come recitava quel cantante nella sua estenuata posa maudit.

Laguna Beach era il luogo comune perfetto da cui defilarsi. Ty non l’avrebbe ammesso, ma scappava solo per infilarsi in un’altra angusta formula convenzionale, quella dell’ulcera da chitarre. Cominciò lasciando correre i capelli sulle spalle e stipando la valigia con i più brutti camicioni a quadri dai tempi di Seattle Capitale. Con San Francisco a distanza poco più che irrisoria, un pretesto inattaccabile avrebbe viaggiato al sicuro con lui nella custodia della Fender Jaguar. Per l’apprendistato si scelse ruoli minori nelle più marginali formazioni del pidocchioso circuito garage della Bay Area, facendo pratica intensiva tra sgroppate punk, effrazioni rockabilly, smargiassate in bassa fedeltà e digressioni canzonettare senza alcuna pretesa degna di nota. Il buono delle parentesi Epsilons e Party Fowl sarebbe stata l’unione dei tre puntini di sospensione al loro interno: un Segall ancora impacciato e fuori fuoco ed i suoi sodali perditempo Charles Moothart e Mikal Cronin, cacciati a forza nel suo furgone di fuggiasco con un set di pentole spacciato per batteria ed un basso tenuto su con sputo e scotch da pacchi.

(…)

Tutto questo era cinque anni fa, forse nemmeno.
Oggi racconteremmo dell’allegra accolita di ventenni californiani menzionando ancora le cassettine sgrause degli esordi – demo, cover e disimpegno plateale – non fosse che ad una delle loro serate capitò il negus di quella scena, John Dwyer, evidentemente in buona e con i contratti della sua etichetta nella tasca del giubbetto. Il diavolo del disco eponimo non sarebbe mai stato brutto come ci si è divertiti a raccontarlo. Con ‘Lemons’ e ‘Reverse Shark Attack’ ha persino imparato a confezionare i coperchi, tirando fuori dal cilindro quel paradigma fuzz-pop beatamente cialtrone ed irresistibile, revivalista ma già apparecchiato in studio con la dovuta perizia. I grovigli rumorosi applicati come pesanti maschere di cartapesta alle canzoni non hanno impedito al songwriting di farsi via via più limpido, anche se questo è valso il giocare a carte scoperte e la dettagliata confessione di un debito di riconoscenza imbarazzante nei confronti del Lennon più intrepido. L’approdo in Drag City ha quindi assunto i contorni di una gratifica repentina ma sostanzialmente giusta.
Per disobbligarsi, Ty si è cucito addosso la maglia a punti del Tour degli straordinari. Prima è entrato in collisione creativa con l’hipster losangelino celato dal moniker White Fence, quindi ha sconfessato assieme alla band i propri più solidi cliché spostando con prepotenza la barra sui settanta, per poi concludere un trittico di fuoco con la proverbiale aurea medietas di oraziana memoria. Dalle atmosfere retrò floreali e dal jingle-jangle dell’epopea Paisley di ‘Hair’ al Leviatano prog-glam-space-hard-rock di ‘Slaughterhouse’ al mitigante rinculo espressivo di ‘Twins’, il tutto in cinque mesi e spiccioli.

Con quest’ultima fatica, la parola “sdoganamento” dovrebbe aver trovato cittadinanza sulla sua pagina Wikipedia. Nel loro standard i nuovi episodi si propongono ora come la versione accelerata degli hook pazzeschi di ‘Goodbye Bread’, ora come modalità “bambini accompagnati” di quella stessa fantasmagoria pop drogata che nel disco con il gruppo vampirizzava senza remore Black Sabbath, Hawkind, T.Rex e Stooges, affogandoli poi crudele in una bagna di feedback roventi. L’isteria dura e pura ed i bramiti elettrici hanno dato immediata conferma della loro presenza, e grazie all’Altissimo per ogni singolo peccato escogitato e per ogni vizioso adepto imbucatosi alla festa. Ed ecco, in tema di dissolutezza gli abusi sulle pedaliere indifese restano un dato difficile da contestare. Il tetano da lamiera delle chitarre non riesce tuttavia a ribadire l’apoteosi per riverberi e grattugie del predecessore, pur prefigurando ancora un discreto sfracello nella resa dal vivo. Ty insiste a cantare da invasato, a travestirsi da monello impertinente, ma dietro il guazzabuglio caciarone da due minuti e via la sua scrittura si è fatta più consapevole e meno pretestuosa, così come il talento nel gestire il ridotto capitale di hit a disposizione.
Lato A killer, lato B filler, nessuna vergogna citata nei credits.

Il tono generale è da psichedelia di grana grossa, ostentatamente incurante di sé quanto astutissima nella sua deliberata assenza di riguardi formali. Fox in the Fuzzbox, perché il ragazzo di oggi ha lo sguardo ingannevole del predatore volpino. Poi certo, seguirlo nelle sue euforiche scorribande studiate a tavolino rimane un sollazzo ancorché epidermico, specie quando capita di imbattersi in corposi assoli degni di un J.Mascis particolarmente arruffato, nel beat da scoppiati e in quelle inconfondibili elettriche slabbrate che puzzano ormai di marchio registrato.
Quella di Ty è musica sempre e comunque adulterata e ritemprata seguendo le proprie inclinazioni più malate o la propria gioiosa indole kitsch. Non si spiega altrimenti il sadico détournement applicato all’immancabile drappo beatlesiano, oppure la tipica strafottenza grunge ingollata e rigurgitata in un pastone di polpa aspra ed ironia come certe grottesche popsong del vecchio Scott Weiland, destinate da chissà quale dio a sfumare nel solito, matematico sing-along. La sua adorabile e canagliesca weirdness si esprime al meglio nella chiassosa miscela di modernariato sixties, garage-blues da eterno dropout e pitoccheria assortita di marca Woodsist o In The Red: nell’insieme, una patente da navigato modaiolo abilmente contraffatta, l’arte del futile, del pestone e dello sciroccato, assimilata quando ancora andava a bottega dal frontman dei Thee Oh Sees e dormiva in quel furgone malmesso appena arrivato dal sud.
I suoi sogni di adolescente si sono avverati in un altrove meno artefatto, ma anche così ogni prospettiva futura pare preclusa. Non c’è alcun domani, canta lui quando è tempo di congedarsi. Restano invece le schegge taglienti del surf rock per cuori a grinze. Restano i cocci infranti di una endless summer californiana che ha perso ogni propensione alla magia e tende piuttosto al blando torpore da acidi, all’apatia sfarfallante di una vecchia pellicola sacra ormai irrimediabilmente guasta.

Stefano Ferreri

Flying Lotus – Until the Quiet Comes (Top Ten 2012)

Data di Uscita: 02/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

UNTIL THE QUIET COMES

Cado nel tunnel delle essenze sonore e respiro luce, m’immergo nel blu violaceo delle pareti del cosmo e uccelli meccanici cinguettano melodie elettroniche… è tutto così magnifico ed intenso.
Tra gli alberi stellari il canto di una sirena: una donna magnifica con piume d’argento si cela tra i rami della foresta di silicio, intanto dall’altra parte del buco nero, nel teatro della galassia si apre uno spettacolo di burlesque, e le immagini viaggiano ancora in bianco e nero.

Cromatismi. Aberrazioni. Glitch.

Strati su strati, coperte di suono, polvere grossa e brillante, bottiglie d’assenzio…
Brillanti multisfaccettati scintillano al buio, una mano li accarezza lieve…

Il vento echeggia nel deserto: i barbari arrivano con le loro tute gialle e portano doni da un trip hop impregnato di chillwave e dmt: occhi di pitoni, peli di zanzare, pelli esotiche con squame di suoni prismatici, immagini altissime e forme lunghissime.

Il tempo. Il selvaggio. Il nero.

Il respiro profondo di una ragazza e poi… c’è una tribù che danza nella bruma, e lo sciamano spreme diamanti con le mani: stringendo sempre più forte li riduce in polvere.
Le sue mani sono enormi e sanguinano rumore rosa…

Il Tempo assiste con estrema devozione al rito ma è nervoso: spalle tese, nervi tesi, occhi lesi: è in trance. Voci ammalianti e spigolosi spazi sonori si creano intorno a Lui che pensa al ritmo: parole leggere e parole affaticate, suoni disconnessi e melodia.

Che fastidio irriverente…

L’uomo nero ha tre clessidre: una bianca, una rossa, una nera: quella bianca dà il tempo ai sogni, quella nera toglie o aggiunge ore al sonno, quella rossa accelera o rallenta i battiti del cuore…
L’alchimia delle onde, l’energia dei bassi, tutto nel minestrone dello sciamano urbano: una soluzione salina, dove si sciolgono cristalli di vetro cosmico.

Il viaggio. La mente. La giungla.

E poi… la luce in fondo al tunnel e mi ritrovo sopra una roccia nell’oceano a levitare tra pietra e aria, spazio e forma: sento la magia, ammiro il vuoto, aspetto la quiete…

Voglio la pace nel mondo.

I never want to come back…

Marco Caprani

Death Grips – NO LOVE DEEP WEB (Top Ten 2012)

Data di Uscita: 01/10/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Gli indignati si indignano e dicono di no perché piace e tira dirlo, i professori delle università tengono conferenze su come il sistema economico mondiale sia fallito e piangono i tempi antichi, in piazza si inneggia alla democrazia liquida e ad una forma di intelligenza politica collettiva, Berlusconi ritorna e i grandi magistrati per caso finiscono in movimenti iper-acculturati pronti a far rigare dritto tutti dall’alto del loro sapere. Quelli di verde vestito hanno finito di fare i riti magici nei fiumi almeno.
Tutti in rivolta con i loro aggregati culturali e i loro grandi miti.
Babbo Natale nella letterina io ti ho scritto queste semplici parole: “Quando passi con la tua slitta fai piazza pulita e regala a tutti NO LOVE DEEP WEB”. E il 24 vado a letto contento sperando che il ciccione di rosso vestito faccia il suo dovere.
25 Dicembre ore 12.30 Conferenza straordinaria sigle blablablabla in rivolta-contro-i-tecnici-tutti-insieme.
“Signori tutti, c’è grande voglia di rivoltare come un calzino il sistema.” Silenzio generale. “Questa è la nuova bandiera e questo il nostro nuovo inno con gli spunti programmatici”. Sulla bandiera un pene gigante in erezione, idea di Berlusconi per vanità personale, con sopra scritto NO LOVE DEEP WEB. NO scritto dagli indignati, LOVE dal cavaliere, DEEP dagli altri e WEB dai democratici liquidi. I magistrati controllano e bacchettano tutti, ovviamente contenti.
E parte un suono che spariglia tutti i giornalisti presenti e fa saltare via i capelli a tutti i compiaciuti presenti.
Un tagliere misto di bassi profondi, geometrie acute, reticoli di suoni a bassa emissione di felicità, glitch, minimal, house antica. Urla distorte, rotanti, profonde ed in loop, offese e bestemmie. L’ordine dei fattori è abrasivo e porta sballottati da una parte all’altra della sala conferenze. Shock e guerriglia sonora in un rap destrutturato e ricoperto di grugniti caldi sulla brina tecnologica in sottofondo.
LIL BOY. Andatura poco stabile, indecisione nel muovere il passo successivo e necessità di trovare un appiglio a sostenere lo scheletrico beat sotterraneo. L’urlo parlato incita a proseguire il tragitto di synth.
NO LOVE. La voce denuncia che dalle cave dove si raccoglie l’oro adesso uscirà acciaio deforme e plasmabile per fare le nuove sculture atte a richiamare l’orrido in ogni sua forma. I lavoratori di queste grotte non saranno sfruttati ma saranno i nuovi ricettacoli di tutte le bruttezze, corpi a cui imputare tutto il disprezzo e il brutto.
BLACK DICE. Ci sarà spazio per tutti, nei punti di ristoro sparsi un po’ ovunque zuccherosi e gassosi sintetizzatori spargeranno suoni creati con l’intenzione di far muovere la testa avanti e indietro mentre ci si ingozza amabilmente di cibi vari. Cambi di ritmo e vertigine dopo qualche portata.
WHAMMY. I nuovi videogiochi per i figli di tutti saranno stroboscopici ma rallentati, le voci dei personaggi saranno balbettanti e i genitori potranno comodamente fare i cavoli loro mentre i poveri bambini saranno assaliti e resi totalmente assuefatti dallo stridore caramelloso.
DEEP WEB. Tutto sarà online in siti multiuso e multi contenitori del mondo in un vortice crescente di parole, ululati, chiacchere a due e due, battiti vibranti di vita digitale per tutti.
STOCKTON. Non è John degli Utah Jazz o forse sì, come volete. il ritmo profondo quasi si ferma tra il loop e il rallenty.
ARTIFICIAL DEATH IN THE WEST. Alla grande festa dell’artificiale e della rabbia mortale si finisce a ballare un dubstep scarnificato e spolpato di tutta la carne possibile. Ritornello ipnotico e paralisi totale nel delirio.
Babbo Natale che hai fatto mi chiedo impietrito! Questo è la follia più pura, non era questo che intendevo. Poco dopo il campanello di casa suona e un Babbo Natale visibilmente alticcio dice che ci sarà da ridere e chiude con questa frase la sua ospitata magica: “Ho mandato a fanculo la multinazionale che mi costruisce i regali per tutti i bambini del mondo”. Dito medio e porta sbattuta sul mio povero viso.

Alessandro Ferri