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Vessel – Order of Noise

Data di Uscita: 24/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Guido i taxi da decenni, non mi sono mai stancato di tagliare la città ininterrottamente in traiettorie spezzate, veloci, continue. Volante e pedali sono i compagni ideali, ubbidiscono muti ai miei comandi, non sollevano dubbi né osservazioni, eseguono. L’unica cosa che mi indispone durante il lavoro, e il fastidio può talvolta sfociare in tormento, sono i rumori che vanno ad accavallarsi e interrompersi l’un l’altro nelle corse, rumori vomitati dalle strade trafficate, dai negozi, dal chiacchiericcio della gente che siede nella mia vettura e ancora non ha chiaro di quanto siano moleste le confidenze non richieste. Con l’estate le conversazioni sature di banalità trovano il loro massimo fiorire, e non vi è notte o giorno che sia che non mi corichi coi tappi alle orecchie; almeno nel sonno il lusso del silenzio posso concedermelo. Non faccio che aspettare settembre, ho l’impressione che coi primi forti acquazzoni la città e le persone vogliano riappropriarsi in qualche modo della loro intimità, e ristabilire una certa armonia nelle cose.
Vorrei che il rumore, se proprio deve esistere, almeno avesse un ordine, anche se ciò potrebbe sembrare paradossale.

Poi ieri mattina è successa una cosa strana, curiosa, e anche illuminante.
Era così presto che i lampioni ancora erano accesi di un arancio aspro, e i marciapiedi coperti di brina, la foschia all’orizzonte a sfocare i profili delle antenne sui caseggiati; è salito sulla mia auto un giovane ben curato e composto, aveva lo sguardo grave di un adulto assorto, e la richiesta di condurlo verso il vecchio distretto siderurgico, a ridosso del bosco. Vedevo dallo specchietto l’espressione agitata di chi cerca di risolvere una questione importante, mandibole strette, dita nervose a raschiare l’attaccatura dei capelli alla fronte. Mi ha detto che cercava una logica per le sue intuizioni, poi abbiamo parlato di Aphex Twin e del cemento armato; arrivati a un passo dalle ciminiere e mi ha chiesto di aspettare in macchina finché non sarebbe tornato, mi avrebbe pagato anche il tempo della sosta. Poi ci ha ripensato, volendomi come spettatore incosciente e mente libera, al cospetto dei suoi progetti.
Le fabbriche furono tutte abbandonate diversi anni fa, ne restano strutture dismesse in balia del tempo e di visitatori folli come noi; il nuovo distretto produttivo fu eretto nella periferia opposta della città in posizione strategica, tra il porto e le autostrade. Dentro quegli scheletri in acciaio e prefabbricati, vuoti e sospesi tra il passato e il presente, c’eravamo noi e il vento che dalle chiome degli alti alberi spirava facendo sibilare gli shed, i ponteggi e i resti di fatiche remote. S’era stabilita una muta intesa tra noi, basata sull’assenza di domande; probabilmente aveva cominciato a sentirsi al sicuro con me, tant’è che mi ha rivelato la sua identità: un musicista di elettronica alla ricerca della giusta chiave di lettura dei suoni. “Non si tratta di preferire l’ambient alla techno, o al dub, per fare un esempio; la perfezione massima si raggiunge quando tutti gli ingredienti riescono a riempire gli spazi e a colmare gli interstizi generati da ciascuno di essi, a comporre una successione semplice, che suoni articolata ma anche, in qualche modo, ordinata” – ha spiegato .
Un lampo ha attraversato i miei occhi: la mia ossessione avrebbe trovato sollievo dal giusto ordine, senza la necessità di sopprimere nulla, se non le intromissioni artificiali di persone e dei loro tentativi di far prevalere un’individualità sull’altra.
Ci siamo così abbandonati ai suoni armonici delle cose inanimate, alla loro purezza e alla loro onestà; lo stridere del ferro e delle lamiere che strisciano l’una sull’altra con incontri di scintille, la pietra che batte netta. Il rumore era quello e basta, senza l’intervento dell’uomo per interpretarlo. Io ascoltavo e lui prendeva appunti, finché una pioggia violenta come un’epifania ha travolto tendoni e bagnato i legni, coprendo ogni altro rumore. Siamo tornati in macchina ma eravamo talmente appagati che né io né lui avevamo più voglia di ripartire; l’auto ferma era il posto ideale per condividere silenzi e respiri rasserenati.

Federica Giaccani

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