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Efterklang – Piramida

Data di Uscita: 24/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Esploratori spaziali di ritorno da una lunga missione furono tenuti lontani dagli sguardi del nuovo mondo, confinati su un’isola deserta, vecchio insediamento militare del nord.
Eroi nazionali che custodivano ancora negli occhi i clangori festanti delle parate militari, delle luminarie lungo i bordi della grande piazza e delle schioppettate di celebrazione della loro partenza, ora marciavano affondando i passi pesanti nel fango della piana sterminata e sul collo gelavano i fiati di cani scheletrici.
Una figura spettrale di donna volò verso i nuovi venuti, sospinta dall’alito di vento che chiuse profondo, alle sue spalle, il portone di un austero palazzone. Cucita su un camice bianco, la piramide, simbolo del nuovo ordine mondiale, riluceva su una scollatura che lasciava presagire un seno rigoglioso, occhialetti metallici sottolineavano il nero zingaresco raccolto sotto gli occhi, capelli verderame s’agganciavano dietro il bianco delle orecchie. Puntando gli occhi nel vuoto e allungando un braccio, invitò gli esploratori a seguirla sul retro del palazzone che si ergeva muto a dominare il paesaggio. Crepe tra i mattonati piegavano strisce di vento, e davano rifugio ad uccelli dalla testa biforcuta, le cui gole ululavano solitudine. Aerei militari irroravano scie chimiche abbandonando il cielo ad un grigio eterno.
Nessuno dei cosmonauti proferiva parola, camminavano uno dietro l’altro, sembravano mutanti decodificati, le pupille dilatate si riempivano di vuoto …
Una foglia mulinò nell’aria intralciando i passi del capitano, relegato in fondo alla fila. Trasversale corse la sua mente a stemperare il colore dei pulsanti e delle luci della navicella, e ad infrangere l’odore gommaceo dello scafandro, diventato l’odore dei giorni. Piegatosi rapido a raccogliere quella foglia rinsecchita sulla superficie melmosa, s’incolonnò lungo i passi dei compagni di viaggio, accorgendosi tardi della mano chiusa con troppa foga.
Mentre marciava cercò di concentrarsi intensamente sulla foglia, inatteso baluardo di vita che stentava a riconoscere, cercando di ricordarne il suo significato. Ma i passi robotici dei suoi compagni che sguazzavano nel fango sporcavano le immagini che tentava di riprendere dal fondo fumoso della memoria …
Sul retro del palazzone, sette uomini, in tenuta militare, tendevano i loro fucili fermi e muti come l’aria d’improvviso. Davanti alle loro sagome statuarie scintillavano a terra altrettante botole d’acciaio. Alle loro grosse spalle nuvole temporalesche s’accavallavano come chiome di cavalli in fuga. La donna, inchinatosi a salutare i militari, indicò bramosa, in una lingua dura e poco comprensibile agli esploratori, lo scintillio delle botole. Gli uomini venuti dallo spazio furono costretti a scoperchiarle e a restare a mirare sul fondo acquoso le loro sagome tremanti. Intanto file di scarafaggi e larve tornavano leste alla superficie e flebili dal profondo risuonavano gemiti e gorgoglii animaleschi. Le parole della donna si fecero sempre più brevi e dure, quasi s’indovinava il rossore sulle guance incipriate, e gli eroi capirono che dovevano sparire per sempre in quei buchi neri: come automi, la cui memoria addormentata non scuote più, scomparvero risucchiati dalla loro volontà meccanica e subalterna.
Il capitano rimase fermo, disorientato da tale sudditanza; aveva certo percepito il mutamento dei suoi compagni: il vuoto corrosivo del paesaggio riempire i loro occhi, sciogliere le espressioni, cancellare le parole, corrompere la volontà, azzerare la memoria.
Capì che quella foglia era un segno. Un segno di esistenza. Riaperta la mano il madore del suo palmo sciolse un odore che salì in fretta alle narici, il sangue gli si rimescolò tutto, una vampata di calore invase il corpo spingendolo lontano da quel grigiore che sapeva di morte: un giardino, delle foglie secche rastrellate, un vecchio ricurvo, il piccolo rogo che riempie acre l’aria, il vociare degli amici, le pieghe della gonna di una donna che attraversa veloce la strada, la città sbiadita nei clamori di fine estate.
In quell’istante seppe con precisione che quel mondo sortito prepotentemente dal passato era stato trasfigurato per sempre. La Storia aveva avuto una brusca accelerazione ed ora brancolava nel buio desiderosa della fine. La terra aveva smesso di dare frutti, le lingue erano scomparse, le città erano state blindate dagli eserciti, la memoria era diventata un crimine, l’umanità era talmente morta che non vi era più coscienza della morte.
Avvertì in quella condanna una grossa malinconia e una crescente solitudine scavare avidamente nel suo stomaco. La bellezza del mondo, ignorata dal dovere, sommessa dal progresso tecnico, tornava a brillare nella fiamma opaca del ricordo.
Una lacrima solcò l’occhio del capitano, quando una schioppettata, come quella festante che aveva salutato la sua partenza, all’ultimo richiamo aspro della donna, risuonò alle sue spalle e il suo corpo cadde piombo, pesante, senza vita. I brandelli di foglia si sparsero sul selciato e una folata di vento se li portò lontano da dove li aveva mandati.

Gianfranco Costantiello

3 Responses to “Efterklang – Piramida”

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