monthlymusic.it

Archive for settembre, 2012

Mount Eerie – Ocean Roar

Data di Uscita: 04/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Un mondo da quella parte

L’auto gorgoglia su questa strada sterrata, ho paura che le gomme non tengano. L’oceano è ancora lì, immenso e assopito come un randagio. Scendo dall’auto, i fari proiettano due coni di luce che illuminano oltre la staccionata. Le luci di Victoria non si scorgono con la nebbia, e così il Canada sembra lontanissimo. Riconosco solo le isole di San Juan che sembrano mormorare da lontano: “Chi va là?”.
In questo stesso posto una volta ci portai mio nipote (i suoi erano in trasferta di lavoro). Era una di quelle rare sere dell’anno in cui il cielo è limpido e pieno di così tante stelle da sembrare una torta zuccherata. Mi colpì la sua grande immaginazione quando mi disse: «Guarda zio, arrivano le sirene!» «Ma dove?» feci io divertito. «Eccole lì – indicando le onde illuminate dalle stelle –, ci vengono incontro», potevo vedere nei piccoli occhi di mio nipote lo stupore di un grande evento. La cosa straordinaria fu che, guardandole attentamente, quelle onde increspate e dalla forma conica sembravano davvero il dorso di splendide sirene argentate.
Mio caro T., qui la foschia scende ancora più fitta e il freddo comincia a irrigidirmi le braccia. Ecco la pioggia, cade piano e si posa sui miei capelli, sull’erba bruna. Ecco il mare che si risveglia.

Ocean roar dreams return

Come in un sogno di vent’anni fa mi precipito di corsa in auto e riparto via dimenticando il berretto ormai zuppo d’acqua. Il maestoso velo grigio chiaro del cielo scroscia acqua e a malapena scorgo i fari delle auto che mi sfrecciano di fronte. Le sagome scure degli alberi che fanno capolino sull’orizzonte sembrano abitazioni di un paese sconosciuto e terribile. Finalmente arrivo in città ma la macchina decide di abbandonarmi proprio tra due case. Una ha le finestre completamente sbarrate. Dall’altra, invece, una donna di mezza età mi guarda sollevando le tendine del finestrino con le dita. Ho un sussulto ma lei sorride e mi fa un cenno di invito. Mi precipito sotto la pensilina e suono il campanello. Mi accoglie alla porta una ragazza di circa venti anni.
«Salve – esordisco –, una signora mi ha fatto cenno di entrare».
La ragazza sorride placidamente: «Sì, sono io». «Oh, scusami. Che strano, questa pioggia mi rende miope». «Non preoccuparti… Siediti pure, puoi aspettare qui che spiova». Mi accomodo su un sofà pregno di un odore umido: di foglie e sigaretta. Noto un giradischi con un vinile che gira ma non risuona nessuna musica, la ragazza alza il volume e si propagano dalle casse le note liquide di un synth che sembrano riempire tutti gli angoli della stanza e infine le parole sussurrate con una leggerezza disarmante lasciano che il tempo scorra alle spalle, con indifferenza.

Tossed on the waves
blown onto land
Grasping meaning
in churning mess
A moment of clear air breathing, seeing the expanse.
Totally at peace with the meaninglessness of living.

Andrea Russo

Angel Olsen – Half Way Home

Data di Uscita: 04/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

I am silence now but I’m always song. Can you hear me? I’ve wanted to scream out all of the things that entered my mind. When did the time become something that I feel? The endless searching. The fruitless waiting. The idea of a home that is inside yourself. I couldn’t say it’s about love lost or found or whatever. We can be anything if we know anything at all. If only we could understand each other. It’s known that the tiniest seed is both simple and wild. I am alive, I thought that I died.

È una camminata irregolare tra pietre e rovi prima che le caviglie si spezzino. Sono i nostri cuori di velluto che palpitano nel momento in cui si sfiorano. Sono le ragnatele nella mente in cui decidi di annegare ancora una volta senza speranza. È la fortezza della solitudine e la ricerca delle mani altrui. È l’acqua ghiacciata tra le punte dei tuoi piedi nudi, è sole che brucia le tue lentiggini inesistenti. È lo scoppiettio di un fuoco lento , è l’inverno gelido e il vento che scatena il naufragio. È la cantilena per l’apolide taciturno, è il singhiozzo rannicchiato sotto le coperte di casa. È il maglione di lana lunghissimo che ti nasconde le mani, è scoprire il tuo viso al ritorno della primavera. È il trionfo del corpo sull’anima e il trionfo dello spirito sulla carne. È pelle di seta come la purezza del mattino, sono le ginocchia sporche del sangue che cola tra le cicatrici. È voler essere tenuti in vita da un amore, è fidarsi solo di se stessi. Sono i secondi in cui trattieni il respiro e in cui vorresti scomparire e cadere su un altro pianeta, sono gli abbracci leggeri e una mano che scosta dalla fronte i capelli. Sono i passi verso casa e il tonfo impercettibile dei ponti che hai bruciato e che ti lasci alle spalle. Sono i tuoi vestiti neri nella calma profonda di una tempesta, sono i tuoi vestiti neri accarezzati dal sole che pallido entra tra le tende nella stanza. Sono le parole che muoiono sulle labbra e ritornano nel vuoto, sono i sussurri che risalgono la corrente e che senza peso si depositano sull’aria. Sono le parti di me che sono sopravvissute in te e le parti di te che vai cercando dentro te ma che non troverai mai. È averti accanto e non sapere da che parte andare, è cercarti e non averti mentre siamo lontani anni luce. È l’acqua trasparente di un ruscello e la tua ricerca della verità mentre sai che non la troverai mai perché lì non ci potrà mai essere. È il tuo passo nelle ore notturne e la sua cadenza lieve, i tuoi occhi che s’abbassano sorpresi e i tuoi che s’abbassano in preda al terrore. È sentirsi liberi dopo un pianto e sorriderci dentro, e scrivere e comporre una canzone e sentirsi così se stessi nell’universo, qualsiasi esso sia, ed è il passo di un lento che accenni nella penombra, svincolarsi e venire schiacciati dal tempo, è bellezza che nasce e trafigge gli angoli più bui,un seme che cresce piano e fragile tra le notti e tutte le promesse di primavere nei tuoi occhi. È un nuovo punto d’arrivo che devi cercare di goderti ed è l’ennesimo punto di partenza da cui cercherai di risorgere. È la presa di coscienza di questa continua dolce dolorosa metamorfosi, una celebrazione di sé stessi, dell’inconsueto e dell’ignoto. È non sapere dove si stia andando cullandosi in estasi e panico durante il tragitto. È riconoscere di non poter dominare il caos nel momento in cui ti senti come l’acrobata, nell’attimo in cui da esploratore si fa sovrano dell’abisso.

Filippo Redaelli

Expo ’70 – Beguiled Entropy

Data di Uscita: 11/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

L’arcobaleno è scuro e non si riescono a vedere i colori, lo stato delle cose è alterato e non si riescono a decifrare i confini. Succede sempre quando il caldo atomico delle distese desertiche incita a perdere i sensi, tra la mancanza e la vertigine dei rilievi montuosi circostanti ai sentieri da percorrere.
Un tempo sulle rive dell’Oceano Pacifico l’esistenza era più semplice, anche se la parola semplice potrebbe rivelarsi sbagliata. La dissolutezza estrema lascia tracce nel corpo e nello spirito, una strada lastricata di eccessi non può essere definita semplice. In certe personalità spingersi troppo oltre crea dei blocchi prima inconsapevoli e poi estremamente lucidi, arriva una sorta di click nel cervello e tutto pare più a fuoco. I più dotti parlano di transfer in grado di rafforzare la nevrosi e quindi non ci sarebbe nessun progresso sostanziale ma la persona in questione è davvero sicura di aver scovato un nuovo Senso.
Il distacco giunge quando il cambiamento è solo agli inizi, il distacco aiuta e indirizza questo differenziarsi. Lo sbattimento del tubo catodico per terra ancora funzionante, la mazza tenuta nel retro macchina usata per spaccare completamente lo scheletro della tv in decomposizione. Rumori digitali e tintinnanti iniziano ad affievolirsi pur restando costanti nello sfondo, le immagini perdono consistenza sullo schermo e un lampo si accende sul viso. L’incedere barcollante fuori dalla stanza distrutta diventa un movimento agile e sicuro alla ricerca della luce; in sottofondo una sferzata psichedelica in loop incenerisce l’aria. Mark Of The Rising Mantis.
Luminous Traveler. Il cielo dai risvolti argentati e tenui si riabilita agli occhi e prende sembianze luminosissime, le chitarre elettriche e i sintetizzatori lo squarciano, questo cielo. Il cosmico e il terreno gli paiono molto più vicini nel suo procedere sicuro verso la fonte di luce. Lasciato il mondo di prima il nuovo focolaio di piacere diventa qualcosa di più naturale, un moderno asceta in cerca di riaggancio a qualcosa di molto più saldo. Il desiderio primordiale del ricongiungimento, affievolito dalla moderna realtà, che esplode in personalità sempre più scomposte, in grado di vedere dopo indicibili sofferenze autoinflitte. Il viaggio continua tra l’aridità e i colori che passano rapidamente a toccare ogni tonalità di marrone esistente, la secchezza porta rassicurazione tra i rumori ferrosi nella sua mente. Sintetizzatori e chitarre elettriche sempre presenti a segnare il tragitto. Sunseekers (Out Of Diminished Light) Backmasking Deeper Than Darkness. Parlavamo di semplicità e a volte il termine non racchiude le sfumature che si possono rappresentare. Se da un lato una forma di ascetismo estremo rientra nei canoni di una semplicità spirituale, dall’altro lato lo sbilanciamento verso il nulla esce di molto dal concetto di semplicità materiale. Queste connessioni esploderanno nella testa di queste figure umane in viaggio, magari in tarda età sul letto di morte quando si compiono presunti bilanci se non si è in preda a visioni allucinanti. La notte disteso sul corso dei fiumi dove una volta si cercava l’oro, a rigirarsi in una scomodità che lentamente viene ad aderire sulla propria pelle. Prima di addormentarsi tornano ad accavallarsi pensieri misti al passato e al pensiero del nuovo cammino in giorno dopo. Camminare sotto temperature apocalittiche restringe le capacità motorie ma può arrivare ad ampliare altri sensi. Improvvisazioni sonore sempre meno lineari lo accompagnano nel sonno profondo.
Pulsing Rings Of Ice. Il risveglio accompagnato da tapiri brulicanti attorno a sé, uno spavento lieve subito assopito dalla fame. Il tarlo nella testa crea una forza superiore e il cammino riprende verso la Matrice Ultima che si sente battere nel proprio cuore.
Si fa a sovrapporre questo pulsare tra la chitarra e i sintetizzatori, il suono nella sua testa diventa martellante imponendogli di correre sempre più velocemente, come se la meta fosse vicina. Ad un certo punto il battito perde di potenza, la visuale diventa annerita e la forza di correre svanisce. Sonorità grattate ma lievi e in terzo piano accompagnano il decadimento che diventa crollo verticale sul terriccio infuocato. La ricerca finisce. Correre disidratati ed indeboliti ad una temperatura di 51°C dà il colpo finale.

Il punto nel quale si stava dirigendo era lo Zabriskie Point nella Death Valley, terreno nel quale non può crescere nessuna pianta. La morte è arrivata a circa dieci minuti di cammino dalla meta quando già si vedono i rilievi. Cosa andasse cercando non è dato sapersi.

Alessandro Ferri

Silent Servant – Negative Fascination

Data di Uscita: 10/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Temptation, Desire


C’è un momento adatto ad ogni cosa. Un’apparizione invisibile riflessa su ciascuna superficie. Una canzone per ogni peccato.

Anonimo

La città è iniziata a cambiare quando hanno deciso di spegnere le luci.
Senza quell’impersonale e sottile mantello dato dalle lampade al sodio a bassa pressione, le strade furono illuminate solo dalle nostre scelte. Fu come se, paradossalmente, l’assenza di luce mettesse in risalto i contrasti e le zone d’ombra della nostra personalità.
Cominciasti a vedere altre cose, altri colori, altre storie.
Il rosso neon, simbolo dell’ignoto e del coraggio delle proprie convinzioni, demarcava i luoghi accettati dai più.
Il verde anestetico che trapelava da finestre sporche, a segnalare corridoi corrotti e viziati. Chi li infestava non era visibile dall’esterno, ma cionondimeno esisteva, perchè basta solo che una parola sia pronunciata per renderla reale.
I lampioni e le altre luci artificiali tracciavano un percorso urbano attraverso i quartieri metropolitani e, finchè non ti domandavi cosa fosse il buio o cosa fosse successo alla vita nelle zone ora sommerse dall’ombra, ti sentivi protetto. Ma i ricordi sono un’arma feroce, destabilizzano il tuo quieto vivere, e ci volle poco tempo per ritrovare l’immagine mentale di quella costruzione color rame dalle pareti frastagliate, chiusa da un pesante portone dal quale, ne sei convinto, era più difficile uscire che entrare.
Ti blocchi all’incrocio e le tue pupille si dilatano dal terrore, perchè quella struttura aliena era maligna, annullava chiunque si interessasse ad essa, e ti fa cadere vittima della confusione perchè i suoi corridoi riflettevano il verde pallido mentre le pareti si coloravano di rosso, offuscando tutto quello che prima per te era netto e definito. La consapevolezza aggrava il tuo panico immateriale quando realizzi che le strade lì sotto erano illuminate, che la traiettoria scelta passava proprio lì, ai piedi di qualcosa che non dovrebbe essere permesso.
Chiudi gli occhi sperando che, quando li riaprirai, sarà giorno.
Dietro, davanti, alla tua destra, la luce dei lampioni. Alla tua sinistra, il buio.
Tentazione e desiderio, d’innanzi alle zone d’ombra. Pensi di essere spinto dalla tua curiosità innocente, ma i tuoi passi sono guidati dall’insicurezza di un’esistenza evanescente, dall’insoddisfazione verso una vita alla quale non hai mai smesso di chiedere.
Tiri fuori il coltello a serramanico, punti la lama contro di te ed avanzi, dopo aver concepito il pensiero che l’oscurità è un attrattore strano, e lì dentro i discorsi su prospettiva e dimensione non collimano.

Filippo Righetto

The Music Tapes – Mary’s Voice

Data di Uscita: 04/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Every children will dream of you as they grow old

A vederlo così questo posto mette una gran tristezza. Quanti anni sono passati, l’ho dimenticato.
Ricordo i sorrisi conturbanti dei clowns e i palloncini rossi, e poi tutti quei volti strani, grassi, pallidi, quelle risate sguaiate che attraversavano l’aria spettrale di un luogo che sembra non essere mai esistito.
Respiro profondamente e mi sembra ancora così nitido l’odore di vaniglia del baracchino dei gelati di Marshall. Lui lì dietro, puntuale ed elegante come ogni domenica pomeriggio, col suo cappello e la giacca a righe bianche e rosse, seguito dal fedele borbottio del motore della macchina refrigerante. Riesco a sentire distintamente le urla delle ragazze che ci piaceva spaventare dondolando per dispetto la cabina della ruota panoramica, la più grande di tutto lo Stato.
E proprio lassù, nell’euforia generale, ci coglieva un momento di silenzio, profondo come la gola dell’inferno, in cui il fiume che si vedeva in lontananza sembrava sussurrarci un vecchio segreto. Poi scendevamo sempre divertiti e complici, accomunati da un mistero che non poteva essere conosciuto da nessun altro essere umano.
Quel segreto ci cuciva addosso i bottoni color oro delle giacche di chi cerca maree su grandi vascelli serviti da mappe disegnate nella sabbia, ci lasciava scivolare tra le dita le briglie di chi è pronto a salire sul collo di uno pterosauro, armato di bombe di gomma colme d’acqua, per far guerra ai passanti in strada. Carichi d’entusiasmo ci raccoglievamo tutti intorno al banco del tiro a segno rivolti ad ascoltare la voce di Mary, lei col suo fucile ad aria compressa, pronta a dar rogne agli indiani e noi con il fiato sospeso di chi vuole saperne di più.
Era come dormire in massa sul grembo caldo di una madre secolare, colmando un grande e assurdo vuoto con le storie che erano in fondo una sola grande e continua storia, perpetua e oscura, sofferente e magica. C’erano musicanti pazzi che strimpellavano la fisarmonica coi piedi e suonavano vecchie e logore seghe con l’archetto per il violino; truffatori che sparavano a dei barattoli dalla lunga distanza per avere in sposa qualche contadina di una contea lontana; nipoti di storici criminali che ammaliavano le ragazze e i bambini con le storie dei propri nonni.
Quanti anni sono passati da quel sogno incredibilmente piccolo? Quando il buio della soffitta colma di vecchi tesori ci scoraggiava, ma ci guardavamo bene dal renderlo evidente; quando lo sport nazionale era catturare lucertole per riporle in scatole di latta dietro la porta di casa della bambina con le trecce bionde, pronti a suonare il campanello e correre dietro la siepe a smascellarsi dalle risate.
Ma adesso, come dopo ogni notte, un nuovo giorno è dietro la porta, pronto a cacciar via fantasie e creature che hanno la consistenza delle ombre. Di quei segreti resta ben poco: qualche edificio malmesso, cataste di lamine arrugginite e un insistente odore di polvere. Soltanto la vecchia ruota panoramica è ancora in piedi, ed ora, chiudendo gli occhi, ci saliamo sopra e giungiamo al punto più alto, al punto in cui arriva il silenzio, e il fiume e Mary e il mondo intero sembrano cantare un sospiro incantato, un momento, dove lungo l’oscuro sentiero dell’oblio, tra odori ineffabili, si vedono le proprie mani, tornate piccole, sporche e luminose, stringere una lucertola o una stecca di zucchero filato.

Giulia Delli Santi & Marco Di Memmo

Vessel – Order of Noise

Data di Uscita: 24/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Guido i taxi da decenni, non mi sono mai stancato di tagliare la città ininterrottamente in traiettorie spezzate, veloci, continue. Volante e pedali sono i compagni ideali, ubbidiscono muti ai miei comandi, non sollevano dubbi né osservazioni, eseguono. L’unica cosa che mi indispone durante il lavoro, e il fastidio può talvolta sfociare in tormento, sono i rumori che vanno ad accavallarsi e interrompersi l’un l’altro nelle corse, rumori vomitati dalle strade trafficate, dai negozi, dal chiacchiericcio della gente che siede nella mia vettura e ancora non ha chiaro di quanto siano moleste le confidenze non richieste. Con l’estate le conversazioni sature di banalità trovano il loro massimo fiorire, e non vi è notte o giorno che sia che non mi corichi coi tappi alle orecchie; almeno nel sonno il lusso del silenzio posso concedermelo. Non faccio che aspettare settembre, ho l’impressione che coi primi forti acquazzoni la città e le persone vogliano riappropriarsi in qualche modo della loro intimità, e ristabilire una certa armonia nelle cose.
Vorrei che il rumore, se proprio deve esistere, almeno avesse un ordine, anche se ciò potrebbe sembrare paradossale.

Poi ieri mattina è successa una cosa strana, curiosa, e anche illuminante.
Era così presto che i lampioni ancora erano accesi di un arancio aspro, e i marciapiedi coperti di brina, la foschia all’orizzonte a sfocare i profili delle antenne sui caseggiati; è salito sulla mia auto un giovane ben curato e composto, aveva lo sguardo grave di un adulto assorto, e la richiesta di condurlo verso il vecchio distretto siderurgico, a ridosso del bosco. Vedevo dallo specchietto l’espressione agitata di chi cerca di risolvere una questione importante, mandibole strette, dita nervose a raschiare l’attaccatura dei capelli alla fronte. Mi ha detto che cercava una logica per le sue intuizioni, poi abbiamo parlato di Aphex Twin e del cemento armato; arrivati a un passo dalle ciminiere e mi ha chiesto di aspettare in macchina finché non sarebbe tornato, mi avrebbe pagato anche il tempo della sosta. Poi ci ha ripensato, volendomi come spettatore incosciente e mente libera, al cospetto dei suoi progetti.
Le fabbriche furono tutte abbandonate diversi anni fa, ne restano strutture dismesse in balia del tempo e di visitatori folli come noi; il nuovo distretto produttivo fu eretto nella periferia opposta della città in posizione strategica, tra il porto e le autostrade. Dentro quegli scheletri in acciaio e prefabbricati, vuoti e sospesi tra il passato e il presente, c’eravamo noi e il vento che dalle chiome degli alti alberi spirava facendo sibilare gli shed, i ponteggi e i resti di fatiche remote. S’era stabilita una muta intesa tra noi, basata sull’assenza di domande; probabilmente aveva cominciato a sentirsi al sicuro con me, tant’è che mi ha rivelato la sua identità: un musicista di elettronica alla ricerca della giusta chiave di lettura dei suoni. “Non si tratta di preferire l’ambient alla techno, o al dub, per fare un esempio; la perfezione massima si raggiunge quando tutti gli ingredienti riescono a riempire gli spazi e a colmare gli interstizi generati da ciascuno di essi, a comporre una successione semplice, che suoni articolata ma anche, in qualche modo, ordinata” – ha spiegato .
Un lampo ha attraversato i miei occhi: la mia ossessione avrebbe trovato sollievo dal giusto ordine, senza la necessità di sopprimere nulla, se non le intromissioni artificiali di persone e dei loro tentativi di far prevalere un’individualità sull’altra.
Ci siamo così abbandonati ai suoni armonici delle cose inanimate, alla loro purezza e alla loro onestà; lo stridere del ferro e delle lamiere che strisciano l’una sull’altra con incontri di scintille, la pietra che batte netta. Il rumore era quello e basta, senza l’intervento dell’uomo per interpretarlo. Io ascoltavo e lui prendeva appunti, finché una pioggia violenta come un’epifania ha travolto tendoni e bagnato i legni, coprendo ogni altro rumore. Siamo tornati in macchina ma eravamo talmente appagati che né io né lui avevamo più voglia di ripartire; l’auto ferma era il posto ideale per condividere silenzi e respiri rasserenati.

Federica Giaccani

The xx – Coexist

Data di Uscita: 10/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Il mio cuore batte in un modo diverso. Lo percepisco anche adesso che sono in macchina, diretto chissà dove.

La meta è incerta come il paesaggio circostante, mi importa solo di accendere il motore e di lasciarmi andare ai pensieri, rapidissimi come i fari delle macchine nella direzione contraria, che rimbalzano lungo il parabrezza, mi abbagliano per un istante e poi filano via lungo i fianchi della carrozzeria della macchina.

Sarà il mio modo di elaborare la separazione come mi continuano a ripetere i miei amici e forse hanno ragione: l’asfalto lucido sul quale scivolo è come un tappeto ritmico minimale, sul quale cantare la mia disillusione.

Comincia a piovere e sento odore di mare, sorrido. Le goccioline d’acqua scivolano delicatamente lungo il vetro prima di svanire in mille granelli polverizzati dal passaggio brusco del tergicristalli. Traduco ogni vibrazione dell’abitacolo in musica, soul elettronico per la salvezza dell’anima.

Si rasserena, apro i finestrini al massimo per farmi accarezzare dal soffio languido del vento, nella testa pensieri più calmi, come una dolce melodia acustica, appena sporcata dal battito regolare degli pneumatici sui giunti del ponte autostradale che sto attraversando.

Sul viso mi scorrono lacrime serene mentre rallento per raggiungere il casello di uscita. Il giovane addetto ha una radiolina dalla quale proviene un battito secco ed una voce calda, ammaliante. Ci scambiamo uno sguardo veloce e mi accorgo che lui ha in viso la mia stessa espressione. Prendo dalla tasca qualche lira stropicciata che gli consegno insieme al biglietto di uscita. Mi dà il resto, poi mi dice: “Sorgerà il sole, bisogna solo saper attendere. Magari nel frattempo ascolta buona musica, aiuta!”

Gli rispondo che lo sto già facendo da un pezzo e che va meglio. Lo ringrazio e riparto svelto, cercando di fare mente locale. Ogni cosa mi rimanda all’ultimo disco degli XX… e il mio cuore continua a battere in un modo diverso.

Maurizio Narciso

Efterklang – Piramida

Data di Uscita: 24/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Esploratori spaziali di ritorno da una lunga missione furono tenuti lontani dagli sguardi del nuovo mondo, confinati su un’isola deserta, vecchio insediamento militare del nord.
Eroi nazionali che custodivano ancora negli occhi i clangori festanti delle parate militari, delle luminarie lungo i bordi della grande piazza e delle schioppettate di celebrazione della loro partenza, ora marciavano affondando i passi pesanti nel fango della piana sterminata e sul collo gelavano i fiati di cani scheletrici.
Una figura spettrale di donna volò verso i nuovi venuti, sospinta dall’alito di vento che chiuse profondo, alle sue spalle, il portone di un austero palazzone. Cucita su un camice bianco, la piramide, simbolo del nuovo ordine mondiale, riluceva su una scollatura che lasciava presagire un seno rigoglioso, occhialetti metallici sottolineavano il nero zingaresco raccolto sotto gli occhi, capelli verderame s’agganciavano dietro il bianco delle orecchie. Puntando gli occhi nel vuoto e allungando un braccio, invitò gli esploratori a seguirla sul retro del palazzone che si ergeva muto a dominare il paesaggio. Crepe tra i mattonati piegavano strisce di vento, e davano rifugio ad uccelli dalla testa biforcuta, le cui gole ululavano solitudine. Aerei militari irroravano scie chimiche abbandonando il cielo ad un grigio eterno.
Nessuno dei cosmonauti proferiva parola, camminavano uno dietro l’altro, sembravano mutanti decodificati, le pupille dilatate si riempivano di vuoto …
Una foglia mulinò nell’aria intralciando i passi del capitano, relegato in fondo alla fila. Trasversale corse la sua mente a stemperare il colore dei pulsanti e delle luci della navicella, e ad infrangere l’odore gommaceo dello scafandro, diventato l’odore dei giorni. Piegatosi rapido a raccogliere quella foglia rinsecchita sulla superficie melmosa, s’incolonnò lungo i passi dei compagni di viaggio, accorgendosi tardi della mano chiusa con troppa foga.
Mentre marciava cercò di concentrarsi intensamente sulla foglia, inatteso baluardo di vita che stentava a riconoscere, cercando di ricordarne il suo significato. Ma i passi robotici dei suoi compagni che sguazzavano nel fango sporcavano le immagini che tentava di riprendere dal fondo fumoso della memoria …
Sul retro del palazzone, sette uomini, in tenuta militare, tendevano i loro fucili fermi e muti come l’aria d’improvviso. Davanti alle loro sagome statuarie scintillavano a terra altrettante botole d’acciaio. Alle loro grosse spalle nuvole temporalesche s’accavallavano come chiome di cavalli in fuga. La donna, inchinatosi a salutare i militari, indicò bramosa, in una lingua dura e poco comprensibile agli esploratori, lo scintillio delle botole. Gli uomini venuti dallo spazio furono costretti a scoperchiarle e a restare a mirare sul fondo acquoso le loro sagome tremanti. Intanto file di scarafaggi e larve tornavano leste alla superficie e flebili dal profondo risuonavano gemiti e gorgoglii animaleschi. Le parole della donna si fecero sempre più brevi e dure, quasi s’indovinava il rossore sulle guance incipriate, e gli eroi capirono che dovevano sparire per sempre in quei buchi neri: come automi, la cui memoria addormentata non scuote più, scomparvero risucchiati dalla loro volontà meccanica e subalterna.
Il capitano rimase fermo, disorientato da tale sudditanza; aveva certo percepito il mutamento dei suoi compagni: il vuoto corrosivo del paesaggio riempire i loro occhi, sciogliere le espressioni, cancellare le parole, corrompere la volontà, azzerare la memoria.
Capì che quella foglia era un segno. Un segno di esistenza. Riaperta la mano il madore del suo palmo sciolse un odore che salì in fretta alle narici, il sangue gli si rimescolò tutto, una vampata di calore invase il corpo spingendolo lontano da quel grigiore che sapeva di morte: un giardino, delle foglie secche rastrellate, un vecchio ricurvo, il piccolo rogo che riempie acre l’aria, il vociare degli amici, le pieghe della gonna di una donna che attraversa veloce la strada, la città sbiadita nei clamori di fine estate.
In quell’istante seppe con precisione che quel mondo sortito prepotentemente dal passato era stato trasfigurato per sempre. La Storia aveva avuto una brusca accelerazione ed ora brancolava nel buio desiderosa della fine. La terra aveva smesso di dare frutti, le lingue erano scomparse, le città erano state blindate dagli eserciti, la memoria era diventata un crimine, l’umanità era talmente morta che non vi era più coscienza della morte.
Avvertì in quella condanna una grossa malinconia e una crescente solitudine scavare avidamente nel suo stomaco. La bellezza del mondo, ignorata dal dovere, sommessa dal progresso tecnico, tornava a brillare nella fiamma opaca del ricordo.
Una lacrima solcò l’occhio del capitano, quando una schioppettata, come quella festante che aveva salutato la sua partenza, all’ultimo richiamo aspro della donna, risuonò alle sue spalle e il suo corpo cadde piombo, pesante, senza vita. I brandelli di foglia si sparsero sul selciato e una folata di vento se li portò lontano da dove li aveva mandati.

Gianfranco Costantiello

Eric Wood – Letters From the Earth

Data di Uscita: 25/02/1997

Un breve ascolto, durante la lettura


Oh, how the lights
on the river tonight
make me feel like a dreamer again
Stay with me here, by the river tonight
and we’ll wait for the world
to end
And we’ll dream

(altro…)

Josephine Foster – Blood Rushing

Data di Uscita: 17/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Oh anima mia, fa’ che io sia in te adesso
Guarda attraverso i miei occhi, guarda le cose che hai creato
Tutto risplende

Per anni è stata sufficiente l’illusione, promossa come più facile delle imbeccate da quella figura così austera. Gonna a strascico, scialli e camicette nere, lunghi capelli di corvo raccolti in uno chignon.
E lo sguardo dall’inconfondibile ombra triste, sempre enigmatico nella sua gravità.
Ovunque la riconoscevi come il fantasma di Emily Dickinson, persa in un passato astratto ed impossibile.
I frammenti malinconici della sua antologia folk claustrale, compilata con ascetico riguardo sulle liriche della poetessa di Ahmerst, non potevano che rappresentare il fondo di questo esorcismo, quasi una liberazione. Nelle altre riletture quel senso di possessione mancava. Niente abbaglio mesmerico dentro le canzoni, anche se coraggio e finezza antiaccademica sono sempre stati insopprimibili prerogative per la sua sensibilità di artista. Così i lieder della tradizione romantica tedesca trasfigurati in ‘A Wolf in Sheep’s Clothing’ dai fuochi bianchi e acidi delle chitarre elettriche, così il canzoniere popolare di Garcia Lorca tonificato in ‘Anda Jaleo’ dal cristallo del charango e da una vivida asprezza gitana esercitata a tutto campo.
Esaurito lo slancio di questa sua parentesi devozionale, Josephine Foster torna a vestire i panni della strega campestre degli esordi, quando lo standard appalachiano delle sue composizioni per ukulele era traviato dalla vitalità selvatica di un’affilata ma irrequieta vena psichedelica. Soltanto una sfaccettatura tra le altre per quella voce incredibile, un soprano salmodiante forgiato in ambito lirico e sorpreso nell’imbarazzo tra inclinazioni lugubri e ridenti arabeschi, smussatura palese dei tanti anni spesi a perfezionarsi tra funerali e sposalizi.
Appena pubblicata la seconda raccolta iberica, Josephine ha abbandonato il suo rifugio andaluso per tornare in patria e registrare il nuovo ‘Blood Rushing’, disco che rilascia uno sfacciato aroma di States sin dall’inequivocabile allegoria della copertina, personale rivisitazione pittorica della propria bandiera nazionale. Il sottile filo rosso che lega campi e firmamento è lo scorrere impetuoso di un sangue – o di un vino, stando all’incalzante ritornello di ‘O Stars’ – che è l’essenza stessa della natura orgogliosa ed indomabile. Il Rio Colorado dei remoti esploratori spagnoli si tuffa dal Grande Carro a battezzare una nazione e ad ancorarla a quanto ha di più sacro. Non soltanto il sole, oggetto di una benedizione sincera in una luminosa mattina d’inverno. Non solo il vento, che sferza indifferente le mille torri di Chicago. Non solo gli affacci vertiginosi sulle Rocky Mountains, o le colture vezzeggiate nella febbre di un canto propiziatorio. Tutto il quadro insieme, l’intero patrimonio. Anche la pancia gassosa della terra, anche la limpidezza feconda dell’acqua, lo scintillio benevolo delle stelle.
Blushing è il doppio in scena e la guida, colei che arrossisce, che presta occhi e cuore sul sentiero. E’ suo il diario che sfogliamo, miniature tonali e annotazioni di un misticismo astrale. Un compendio bucolico che ricorda la spensierata Arcadia di Vashti Bunyan, ma con ambientazioni e corredo simbolico profondamente americani. Un sigillo evidente nella piega populista di certe ballate, alt-country che non disdegna rigogli gospel e riscatta la maggiore prevedibilità della scrittura con tutta la classe ed il polso della cantante, oltre magari ai pregevoli orpelli flessuosi della sua chitarra. Al solito il picking nudo si apre ad un florilegio di digressioni. Stilizza fino all’osso ma non rinuncia ad aggraziare l’ordito con suggestioni arcane quanto inattese, rendendo movimentato e a tratti perfino eccentrico un album, per altri versi, dalla perentoria impronta classicista. Semplice e semplicemente arrangiata ma del tutto accattivante, la cavalcata di ‘Sacred Is the Star’ è il manifesto emblematico di questo inedito approccio easy listening: folk melodioso e zampettante, refrain killer in una dotazione di pelli e mandolini, carta di libera cittadinanza per le orecchie di ogni ascoltatore. Anche rallentando i giri e curando più a fondo la foggia dei ricami, la scrittura si conferma penetrante e disinvolta.
Naturale e suadente Josephine, eppure impervia. Sfuggente quando al momento del congedo sceglie di far bisticciare country-blues e psych-folk e va a bersaglio per franchezza innata.
Blood Rushing’ è la sua improvvisa colica pop.
Svolazzante. Ambigua.
Nervosa, eterea, lussureggiante.
Fragile come le Electrelane auliche e commoventi dell’addio. Pure pietrosa. Eruttiva ed arrembante nel suo vestitino avant-folk, a briglie sciolte in poche sfuriate elettriche come riusciva ai Gorky’s Zygotic Mynci in piena sbornia da crapule rock. Oppure esile e silvana in quella mise da maliarda à la Joanna Newsom, che dai tempi della New Weird America le è sempre calzata a meraviglia.
La Foster di oggi è un quarzo opalescente. Una maestra di incantesimi, di fascinazioni raminghe. La sirena che intesse delicate ninnananne per un mondo spogliato di ogni armonia. E proprio come Emily nella sua stanza, continuerà ad irretirci nella perfezione silenziosa della nostra solitudine.

Stefano Ferreri

Mecna – Disco Inverno (Top Ten 2012)

Data di Uscita: 07/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Corrado posò le chiavi sul mobile all’entrata, accese la lampada che illuminava solo una parte del corridoio, lasciando in penombra i tre metri circa che lo separavano dalla cucina.
Posò il cappotto sul divano, si sedette. Portò le mani alla fronte, si toccò i capelli ancora umidi, fissò il pavimento a voler cercare un percorso, una figura da definire attraverso le venature delle mattonelle.
Il silenzio di quel Gennaio era blu come la notte, come i suoi occhi, come la tazza del caffè non finito, lasciato a colazione chè doveva scappare al lavoro.
Si avvicinò alla finestra e da via Pinerolo poteva guardare gli alberi sedotti dal vento della sera, i lampioni solitari a testa bassa, arresi alla periferia, un pullman su cui non salì nessuno, i semafori ad alternar colori.
Accese la radio. I bassi si scontravano col battito cardiaco, il respiro era disteso ma preoccupato.
Avrebbe compiuto gli anni di lì a poche ore.
I fogli dei suoi progetti erano accatastati sulla scrivania, su qualche post-it aveva scritto le date dei concerti della settimana a cui non sapeva ancora con chi ci sarebbe andato, se ci sarebbe andato.
Il portapenne era come un vaso di fiori variopinti, c’erano pennarelli ovunque, alcuni indelebili, come le sue paure. Andar via da casa aveva annullato la distanza tra la percezione della caduta a piedi uniti sul futuro, e l’evidente dolore dell’atterraggio, senza paracadute, sulla precarietà di tutto: il domani, la serenità, l’amore, la giustizia dei sogni.
Aver scelto però, di andar via, era piuttosto un bisogno perché dov’era nato era difficile amarsi, sul serio.
Era difficile anche capire le buone intenzioni delle malinconie sempre in agguato ad ogni risveglio, ad ogni poesia letta, ad ogni addio sospirato.
Era fatto così, bene, male, era fatto così. La pioggia gli parlava dei viaggi, dei capelli della sua amata al profumo di viola e vaniglia, dell’estate solitaria ad aspettare l’abbraccio del piumone ed il calore del camino con i libri e le mani fredde a sfogliar le pagine.
Era domenica. Era difficile star soli, subire come un supereroe inutile al mondo, il potere della kryptonite che allontana le speranze e crea pensieri neri come i corvi.
Guardò il telefono, la chiamò.
Le voci erano in attesa di risposte come se le domande fossero già state fatte, come se il tempo per loro non ci fosse e bisognasse invertarlo. Dovevano vedersi, uscir fuori a fare due passi, guardarsi e ascoltare le note di quel disco inverno, gelido dentro, a ricomporre i pezzi del bricolage del cuore, nella pancia, dei giorni senza le idee a guardarsi nei riflessi dei vetri, dei finestrini dei treni, delle auto ferme in coda, a fine giornata.
Nonostante tutto, era la stagione migliore per non vedersi illusi e stupirsi del sole, per dimenticare cos’era l’amore e vederlo poi tornare.

Ilaria Pastoressa

How to Dress Well – Total Loss

Data di Uscita: 18/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Ho bevuto al collo delle bottiglie di vino più costose del mondo. Ho fatto Kilometri in sessanta metri quadri e apparecchiato e sparecchiato molte più tavole di quante alle quali infine mi ci sia mai seduto.

Io, che sono sceso a patti con le candele d’ogni forma e misura, che conosco i segreti della cera, ne coreografo la caduta e gestisco l’estetica in favore della mise en place.

Io che ho ballato coi commilitoni in stanze affollate, salvando volteggiando abiti e portate. Che piango il cibo che giornalmente abbandona le tavole in favore dei gatti più fortunati della mia città, io che rido del grasso cliente che per fare l’intenditore rimanda indietro una bottiglia perché il vino sa di sughero. Vino che la cantina in questione imbottiglia con tappo di silicone, io che chiamo il suddetto grasso cliente per ragguagliarlo sul fatto che tale bottiglia per tale motivo sarà comunque conteggiata sul conto vista l’insussistenza della lamentela.

Io che sorrido e giustifico l’imbarazzo del commensale saccente solo per evitare sceneggiate in sala.

Io che cambio il cestino del pane una fetta prima del suo termine perché nella privacy della cucina me ne sfamo per andare avanti fino a fine servizio.

Io che offrirò il dessert alla coppia del tavolo sei, giustificandomi con lo chef, dicendo che era uno zio lontano, quando la realtà dei fatti è che m’ha intenerito un uomo con quelle mani nel mio locale, enormi mani rotte, spaccate e ingiallite, mani grosse fiorite da polsini logori d’una camicia stirata però con dedizione.

Io che per mestiere non ho mai l’ultima parola, ma per professione devo mantenere la ragione.

Io che di mestiere faccio il portapiatti e di professione il narratore.

Io che fumo di nascosto durante il servizio, fra un antipasto e un primo, nella cantina.

Io che continuo a non capire perché i complimenti per il piatto si facciano al cameriere e quelli per il servizio, a fine pasto, allo chef che s’affaccia in sala per salutare i clienti prossimi ad andarsene.

Io che vorrei portarti fuori a cena, e mi trovo a cercarti quando tutti i ristoranti son chiusi.

Alfonso Errico

Cat Power – Sun (Top Ten 2012)

Data di Uscita: 04/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Manhattan
tre movimenti.

Don’t look at the moon tonight
You’ll never be never be never be Manhattan

Non avevi detto di esserti ubriacata di sole? Vedo delle ragnatele Charlotte. Non ricominciare. Pulisci meglio lo specchio con l’asciugamano che hai qui davanti. Cosa sono questi occhi? Guardati. Guardati meglio. Passati le dita sulle guance, sulle ciglia, tra i capelli, morsicane qualcuna. Dove sono finiti i tuoi capelli? Posso attendere sera per qualsiasi risposta. Perché non ci sono tracce di sole? Perché? Metti via quelle scatolette, cacciale in fondo al primo armadietto a portata di mano. Non scuotere la testa, ti prego. Anche se ieri notte ti sei dimenticata di ricordarti del sole, possiamo fare finta che tutto stia andando per il verso giusto. Non ti ricordi come sono passate tutte queste ore? Guarda che hai dormito per tutto il tempo e ora ti sei solo svegliata male, molto male. Hai appena rovesciato sul pavimento tutti i batuffoli di cotone, ti chini a raccoglierli, uno per uno. Non ti sei neanche tolta gli stivali da combattimento.
Non veniamo tutti dal profondo sud di un paese del nord ma possiamo sentirci accomunati dalla percezione dell’instabilità e dall’essere professionisti dell’antica arte del cadere, e da altezze molto elevate. Non siamo capaci di restare fermi per ore con un bicchiere di vetro in mano senza lasciarlo precipitare a terra. Ti ritrovi una sera d’inverno, l’acciaio e la luce dei lampioni, freddo glaciale metallico, elettricità, uno schianto. Dove sono finiti i giorni in cui mi sussurravi all’orecchio che volevi essere la migliore là fuori? Volevo esserlo anch’io, ma, non appena si sfiora la vetta, si ricade dall’altra parte, nel blu.
Cambiare volto, pelle, vestiti, colore degli occhi, direzione, aspirazioni, città, sogni. E l’America crolla insieme a noi. Il punto più alto di Manhattan non è fatto per ospitare nessuno. Sei ad un talk show televisivo sulla rete nazionale, dietro le quinte. Esci sul palco, la voce strozzata, il pubblico ha sempre le più grandi aspettative per te, per noi. E se non si aspettasse mai nulla? Che cos’è il pubblico? Di chi hanno bisogno le canzoni? La tradizione di chi cambia continuamente volto per trovarsi, non riconoscersi, perdersi, cercarsi. La somma di tutti gli aspetti più grande del risultato finale. Essere fatti così, se vuoi accettarci. Continueremo a cadere quando meno te l’aspetterai. O forse impareremo un giorno. Possiamo invitarti a guardare le metamorfosi, e più di un’alba, se tu lo vorrai. Ogni volta sarà come rinascere.

Filippo Redaelli

Grizzly Bear – Shields (Top Ten 2012)

Data di Uscita: 18/09/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Zoom


Questa esistenza dal significato ignoto è simile alla linea irregolare delle colline verde-scuro che separa il mondo dal cielo. Più ci si avvicina più si perde di vista questa linea. Essa comincia a prendere consistenza; diventa albero, terra, animale. E infine scompare.
Zoom-in, zoom-out. E la cinepresa in spalla crea mondi, ne distrugge altri e poi, clic: fine della ripresa. Passo lo sguardo oltre. Le case in sequenza, da quassù, sembrano solo dei contenitori, nulla a che vedere con le vite e le sofferenze che contengono; esattamente come David Bell, il personaggio del primo romanzo di Don DeLillo. Osservo la realtà per quella che è. Il segreto dell’uomo occidentale è tutto qui: andare avanti, fare profitto, competere, rottamare, vincere. Ma a pensarci bene non è un segreto, anzi, è dna.
E allora non resta altro che entrare, chiedere il permesso alla società del consumo: “Ehi sono dei vostri tranquilli oh che bella casa dove hai comprato le tende davvero un aspetto accogliente guarda un vero affare”. E via così, tutti felici e contenti sorrideremo a un nuovo giorno grazie al nostro lavoro tutto sprint, e in macchina ascolteremo solo notiziari di economia da dieci minuti intervallati da quindici minuti di pubblicità “la nostra esperienza al vostro servizio” mentre fuori campeggerà il cartellone di un esponente politico locale con lo stesso identico slogan del cazzo: “la nostra esperienza al vostro servizio”. È proprio così che questo significato, giorno dopo giorno, diventerà sempre meno ignoto e farà capolino dal portafogli. O almeno di questo ti convinceranno.

At the end of the line
It is as if there’s no time at all
Nothing left to win
Every pleasure burned to the wick
Content to be alone
A quiet picture drawn each day before it ends
To remind me once again
Why I’m even here

Andrea Russo