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Giulio Aldinucci – Tarsia

Data di Uscita: 02/08/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Non conoscevo molto bene né la matematica né la fisica, tantomeno la meccanica.
Vivevo quasi in montagna, in un’ordinata casetta vicina ad un piccolo ruscello, dove potevo assistere ogni sera al concerto delle rane ed alle sinfonie degli uccelli. Un elettricista anarchico mi montò l’impianto elettrico, io lo aiutai quanto potei, divertito dalle sue storie che provenivano da un tempo parecchio lontano. Le lampadine ronzavano un po’, ma in fin dei conti era un bel lavoro che ammiravamo soddisfatti; l’elettricista mi fece anche i complimenti per la casa: l’avevo recuperata da un crollo quasi certo e l’avevo arredata secondo lo stile bohémien-frugale-ordinato che avevo sviluppato un po’ al paese ma soprattutto in città. Suonò un paio di stornelli alla chitarra e mi divertii ad accompagnarlo col clarinetto, ma soprattutto ad ascoltare il contenuto eretico di quei canti. Mangiammo una frittata con gli asparagi selvatici che avevo colto il giorno stesso.
Mentre eravamo a tavola gli parlai della mia idea: costruire un aeroplano. Non restò molto sorpreso da questo proposito insolito, ma piuttosto si meravigliò del fatto che io non avessi la minima competenza nel farlo. Mi consigliò un paio di persone a cui affidarmi e se ne andò salutandomi con pacata allegria.
Il giorno dopo feci gli ultimi lavori di recupero della piccola officina che avevo accanto alla casa, ma al termine dei lavori mi accadde una cosa strana: avevo del tutto abbandonato l’idea dell’aeroplano. Dopo essermi lavato un po’ presi la bicicletta e pedalai per qualche chilometro prima di arrivare alla stazione. Presi il primo treno che mi avrebbe portato al mare. Mi era venuta l’improvvisa voglia di non vedere più i profumati alberi e le pietre, ma la delirante distesa d’acqua che ci esalta e annulla al tempo stesso. Riuscii a chiamare un mio amico che abitava in un paese lì vicino ed appena arrivai prendemmo una barca. Il mare era calmo e molto freddo, noi avevamo pesanti giacche e poca voglia di parlare, ma molto piacere nello stare insieme. Il mio amico pescò un paio di pesci che mangiammo a cena. A tarda sera rimanemmo a dormire nella sua piccola casa sulla spiaggia dove viveva quando non era né in mare né in montagna. Il vino e lo iodio formavano una vaga sensazione di perfezione sensoriale, dove la pace dei sensi non era nella loro inazione ma nella loro delicata azione simultanea. Stavamo bene e parlammo con leggerezza dei nostri problemi, dei nostri progetti e delle nostre idee fino ad addormentarci.
Sognai un pescatore africano che portava un rinoceronte su una grossa barca.
Nonostante non fosse affatto mia abitudine mi svegliai poco prima dell’alba. Scesi le cigolanti scalette di legno della casa e mi andai a sedere sulla spiaggia per assistere al rientro dei pescherecci. Presi un foglietto piegato e scrissi cinque versi. Cominciava a spuntare il sole ed io avrei presto abbandonato la pianura per fare ritorno a casa, una delle mie tante case.
Pensando all’immortalità dei granchi fantasticai sul ritorno in paese o forse in città, o magari andare a insegnare in Francia come immaginavo qualche anno prima.
Poi arrivò il giorno col suo peso, sostenibile in proporzione a quanto si guardi il cielo, e il mio amico mi accompagnò a prendere il treno.
Tornato a casa trovai l’elettricista addormentato sul gradino della porta. Si alzò ed andò ad aprire l’officina dove mi presentò la sorpresa: mi aveva regalato una sua vecchia motocicletta malandata perché “più realistica” dell’aeroplano; in più aveva trovato degli arnesi per lavorare il legno che mi sarebbero stati molto utili.
Così mi misi a fare un mobiletto per l’elettricista e a ristudiare la matematica e la fisica, ma la cosa che mi sorprese di più fu che iniziai a riparare quella vecchia motocicletta con cui oggi sono tornato al mare per vedere i pescherecci rientrare.

Marco Di Memmo

3 Responses to “Giulio Aldinucci – Tarsia”

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