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Holy Other – Held

Data di Uscita: 28/08/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

In dormiveglia, avevo l’impressione di essermi appisolato sul divano davanti a un film in bianco e nero di quelli drammatici e tormentati, passionali; lui e lei impigliati nelle reti di una relazione complicata, da svuotare l’anima. Invece eravamo noi quelli che vedevo con gli occhi leggermente dischiusi, e i capitoli di una storia d’amore a corrente alternata, la nostra. Una musica intensa e intima abbracciava i miei pensieri, in modo da decontestualizzare del tutto i nostri movimenti in un fluido magma di suoni e umori corporei; azioni e intrecci ripetuti, uguali e insieme diversi, in circostanze che fatico ancora a riordinare con una sufficiente coerenza cronologica. Sarà che forse non importa proprio la sequenza, l’amalgama era ben assortito e coeso, al pari degli stati d’animo che non facevano che rincorrersi afferrarsi e superarsi.

Vicini e lontani da un momento all’altro. Le accelerazioni, nelle corse notturne a ritrovarci nelle stazioni, o negli androni di palazzi abbandonati. E poi rallentare e bloccare le sequenze, le immagini, la nostra stretta che si scioglieva e si dissolveva in sguardi disperati, muti. Dinamiche ripetute che scavavano dentro volta dopo volta. E ora sono qui, tu dove sei? Where? Here.
Perfino nelle nostre stagioni più felici ho sempre vissuto nel costante timore di non ritrovarti più rannicchiata tra le lenzuola al mattino, il posto vuoto, un tepore corporeo che lentamente andava svanendo. E il cuore che cominciava a sentirsi perso e ad aumentare i suoi battiti, sordi e angosciati, a comporre ritmiche fisiche su un tappeto sonoro etereo e insieme materico, denso.
Alla fine mi hai lasciato davvero, non tolleravi più le mie insicurezze. È stato come andare alla deriva nel mare scuro di una notte senza stelle. Non avevo più appigli, il vuoto intorno a me si estendeva sconfinato in ogni direzione, il mio petto si contraeva e si rilasciava, dentro e fuori e poi ancora: colpi profondi che progressivamente aprivano voragini in me. Un dolore acuto, al cuore, allo stomaco. La testa pulsava, Love Someone assillante, ché era così facile lasciarsi travolgere dallo sconforto e dare ascolto all’ossessione, e non sentire nemmeno un rumore, solo la tua voce che lontana – nello spazio e nel tempo – ma appiccicata addosso ripeteva “me, me, me…”. Senza scampo.
Poi sei tornata, come tornavi sempre senza voler dare spiegazioni; semplicemente ti materializzavi dal nulla seduta al posto del passeggero sulla mia auto, o a tavola davanti a me, o nella doccia. Riaverti era la cosa più naturale, come se la parentesi buia e atroce fosse stata nient’altro che il peggiore incubo. E anche le melodie ricominciavano a raccontare di gioie, di riprese, di respiri caldi. Lente e sensuali come delle morbide carezze lungo la schiena, U Now. Ci chiedevamo se davvero valesse la pena dopo tutto, questo logorarsi a vicenda, questi passaggi repentini dall’assenza alla fisicità morbosa; fumavamo sigarette a letto, alla finestra, senza parlare. Ad occhi chiusi mi capitava di gioire e di soffrire, e poi ancora gioire, sull’onda delle situazioni vissute e rivissute (“I was….I was….”), ma mai una volta che abbiamo lasciato la testa decidere per noi. Ti sentivo dentro, nello stomaco, nella pancia, nel sangue che mi correva nelle vene delle braccia e delle mani, le stesse che poi alla fine ti prendevano e ti stringevano in giornate infinite di amore. So benissimo che per te è sempre stato lo stesso, malgrado gli abbandoni, e i corpi altrui in cui cercavamo di trovare conforti momentanei nelle notti in cui il cielo cadeva troppo pesantemente sulle nostre solitudini. Gli allontanamenti duravano così poco da non lasciare tracce, tornavamo ad averci, con dolcezza e intensità, su musiche di pianoforte e battiti soffici, pulsazioni delicate, contatti cercati e voluti affannosamente e poi conquistati.
Abbiamo sempre sperato nella salvezza della nostra storia, eludendo la consapevolezza di non aver finali felici nel copione del nostro film in bianco e nero. La realtà narra di una desolazione presente, di fremiti che tornano a galla nelle immagini di te e di noi che mio malgrado non riesco a cancellare dalla memoria, di lacrime silenziose mentre mi preparo il caffè la mattina, senz’anima. Nothing here.

Federica Giaccani

3 Responses to “Holy Other – Held”

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