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Archive for luglio, 2012

Aesop Rock – Skelethon

Data di Uscita: 10/07/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Guardarti negli occhi è difficile.
Racconti una dura verità.
Sei stato cresciuto da un’entità superiore nata da parole e versi, che con lo scopo di creare ed istruire ha inserito il braccio nel ventre della Natura.
Quando l’ha ritirato una moltitudine di rane verdi, serpenti e granchi fantasma pendevano dalla sua mano, come tanti filari di vite giovane ed innocente.
Tu, lì con noi, fosti testimone del suo mandato: “You will grow to be something tenacious and exalted, dynamic and impressive; You are mighty, you are gracious, you are lauded, you are gallant, you are festive”.
Il momento durò poco: venimmo scrollati con un rapido gesto da prestigiatore e finimmo lì, nell’illusione che aveva inghiottito anche gli altri.
Siamo stati cresciuti sentendoci ripetere che eravamo destinati a grandi gesti, senza che nessuno abbia mai chiesto al Mondo la sua opinione in merito.

La scena in cui vivi è difficile.
Il tuo compasso morale non punta verso Nord, ma ruota senza fine tra le ombre di magneti immorali.
Ti senti in guerra, i tuoi occhi non sono diversi dai warhorses che venivano bardati prima della battaglia.
Scrivi solo quando la zero dark thirty è passata, le tue parole incursioni aeree non autorizzate.
Quello che viene venduto è, per la maggiore, solo polvere sbattuta in faccia di smorte gelatine che supportano il potere invece dell’arte.

Ho smesso di giocare con il Mondo per evitare di distruggerlo.
Per avere una realtà in cui gli angoli sono perpendicolari a tutto.

Filippo Righetto

Meursault – Something For The Weakened

Data di Uscita: 16/07/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

A mile fuckin’ wide

Spero abbia smesso presto di nevicare, ero talmente invidiosa di voi al pensiero di lasciarvi con la città pronta a sposarsi.  In cuor mio sentivo che probabilmente un tale privilegio non mi sarebbe stato concesso una seconda volta.
La mia strada, completamente imbiancata, portava ancora una volta ad un treno. Confesso, imbarazzata, di aver provato una sorta di senso di onnipotenza camminando sotto quel tetto che continuava a piangere cristalli, protetta soltanto dal piccolo cappello petrolio.
Avevo una tremenda nostalgia di casa; se non mi fossi sentita costretta ai miei doveri, sarei certamente rimasta. Voi sapete quanto sognavo Edimburgo, eppure questo non sembrava essere sufficiente.
Forse mi sentivo così solo perché detesto viaggiare, forse per il mio carattere impaziente o, semplicemente, perché mi terrorizzano i cambiamenti. Ho sempre l’impressione di subirli come una violenza inaspettata.
Al mio fianco era seduto un uomo. Capelli grigi, abbastanza alto se considerate che i pantaloni stanchi di velluto a coste che portava, salivano su quasi fino al polpaccio. Aveva un profilo interessante e il viso coperto da una ragnatela di rughe che raccontava di una vita faticosa. Mi guardava con insistenza e non sapere perché si trovasse su quel treno mi faceva sentire a disagio. Avrei voluto cambiare posto, ma non l’ho fatto. Ero paralizzata, non riuscivo nè a muovermi nè a pensare, finché non ha rivelato la sua voce.
“Ti hanno sempre raccontato che la verità è la migliore delle strade perseguibili. Col tempo, imparerai che si tratta solo di una gran cazzata. Cerca il tuo posto nel mondo nonostante quello che è stato voluto per te. E se anche le tue facoltà dovessero rivelarsi imperfette o insufficienti, continua a nutrire una mente aperta. Sarà in quel momento che troverai dentro di te qualcosa che hai sempre creduto incerta e la guarderai plasmarsi altrettanto velocemente. ”
A quelle parole mi sono sentita rinvigorita. Quel senso di debilitazione che mi accompagnava da quando ho chiuso la porta di casa, sembrava mi avesse abbandonato in quell’esatto istante.
Dal finestrino potevo vedere la stazione di Edimburgo, ho raccolto la mia borsa e mi sono rivolta all’uscita.
Sono riuscita a guardarlo negli occhi per poche frazioni di secondo e lo spirito pulsava d’aspettativa.
“È bello vederti sorridere ancora”.
Won’t you forget his name, he was born as an orphan and he gave nothing back to this though he took nothing from it this world that he watched and passed his judgment upon it.

Giulia Delli Santi

Dirty Projectors – Swing Lo Magellan

Data di Uscita: 10/07/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Eros e Thanatos

Eros – Tre canzoni

Padrone dei miei sensi vago senza senso, senza direzione: perché il mio vagabondaggio è un canto d’amore, esplosione invisibile. Di canto in canto ho fatto centinaia di chilometri, la mia inquietudine si è trascinata felice ed infelice, appassionata e spenta su ogni superficie, su ogni terreno l’irrequietezza ha contraddittoriamente sparso piccoli semi di quiete che formano il grande canto della vita. Ogni canzone è una canzone d’amore, ogni canzone è una canzone di pazzia. Noi siamo acque che scorrono con violento piacere e che poi ristagnano distruttivamente per tornare a corre folli.

canzone di una dolce fretta di godere
canzone di uno stralunato amore corporale e di interferenze mentali
canzone del bisogno d’amore che imita l’amore in ogni sua forma

Thanatos – Tre saggi postmoderni

C’è un’anima che esce da grigi apparecchi, da grigi oggetti, da grigie carte. È un mostro meraviglioso che è entrato in tutte le teste umane piegandole al suo dovere. Ha riempito di morte la vita, mettendo vita grigia nella vita. Ha fatto parlare persone in modo grigio, senza mai sfiorarsi, ha donato tre giorni a semestre di cosmopolitismo da quattro soldi, per fare amicizia con degli sconosciuti presto rientrati nel guscio di indifferenza della grande anima grigia. Capitalizzare la stupidità umana è da avidi geni, da scimmie che vivono tra liane d’oro e fanno bestiali, agghiaccianti urla di gioia.

Pensiamo poi che tutto questo sia troppo, troppo sforzo per poi finire freddi in un posto freddo, gradualmente dimenticati, ipocritamente ricordati. Avremmo potuto distruggere tutti i miti e le proibizioni per morire un po’ di meno, invece amiamo morire di più. Avremmo potuto insegnare l’arte di non essere mai annoiati, mai stupidi, ma non abbiamo fatto nemmeno questo. Spero almeno che potremo individualmente divertirci.

Ogni cane vuole dominare su un altro cane. Ogni cane ringhia e si inarca aggressivamente se vede il proprio mondo in pericolo. I cani si uniscono per dominare su altri cani uniti.
Mentre il sole splende alto in un cielo terso, un bellissimo cane, figlio di Dio, dona tenerezza al suo padrone.

Marco Di Memmo

arrange – New Memory

Data di Uscita: 10/07/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Sara cominciò a strappare la busta verdemare che si era ritrovata nella cassetta, sebbene non fosse indirizzata a lei.
Sin dall’inizio aveva dubitato della reale esistenza di una Via delle magnolie in fiore in quel buco di cemento che era il suo paesino ma, quando persino all’ufficio postale le avevano confermato l’assenza di una via del genere nella toponomastica cittadina, non aveva più saputo cosa pensare.
«Qualcuno avrà voluto farle uno scherzo, signora» – le aveva detto l’impiegato allo sportello – «escludo anche che l’abbia consegnata un nostro portalettere!».
Ed effettivamente la busta non recava alcun francobollo o timbro, nessun mittente se non quella via scarabocchiata in una grafia elegante ma minuta.
Così Sara era tornata a casa. Tanto valeva aprirla.
All’interno della busta c’era un pezzetto di carta strappata, ripiegato in due.
“From A. to S.”
Sara lo dischiuse.


Sssh. Ascolta. Ogni corteccia del bosco cela confidenze biascicate a mezza voce. Ogni radice conosce le mie ginocchia. Ogni goccia di questo fiume che scorre schiumoso ha sfiorato le mie cicatrici, inondato i miei dubbi.
Cosa mi resta? Cosa mi serve?
Ho visto chi mi circondava mutarsi in ciò che tanto aveva disprezzato in gioventù. Ho temuto che anche la mia schiena si piegasse sotto il giogo della società, che le mie mani si stancassero di scrivere, che il mio cervello s’inibisse nella morsa della routine. Ho avuto paura di ritrovarmi faccia a faccia con una me stessa annullata.
Ti chiedi chi io sia? Scendi le scale di corsa, infilati nel bosco e ascoltami. Sarò lì.

Parve ormai del tutto chiaro che la lettera non poteva essere indirizzata a lei. In quel posto non esistevano magnolie, né tantomeno boschi. Era una trappola grigia di case, palazzi e scuole. Tuttavia quelle poche righe abbozzate su carta color del mare avevano insieme confuso e affascinato la ragazza. Chi poteva spedire una lettera del genere e a chi? E che voglia di correre fra le radici e il profumo d’erba di un bosco…
Le tornò in mente un ricordo. Si mise in macchina. Quand’era piccola, il suo papà la portava spesso in un piccolo boschetto distante qualche chilometro da quel paese. Sebbene fosse piccolino, lei e il padre lo chiamavano “la foresta nera” perché Sara amava sedersi sotto un grande pino e leggere Salgari per interi pomeriggi.
Nel giro di una mezz’oretta fu lì. Il suo grande albero preferito era diventato ancor più maestoso. Sara ne accarezzò le rughe della corteccia, annusò il muschio, raccolse qualche margheritina dal ciglio del sentiero e infine si sedette sull’erbetta.
Si sentì stranamente sollevata. Rilesse le poche righe della lettera e solo allora si rese conto di quanto potesse immedesimarsi nel timore di finire oppressa dai ritmi della società.

***

Da qualche mese Paolo non vedeva più la ragazza che abitava nell’appartamento accanto al suo. Era carina, aveva una strana luce negli occhi. Una mattina l’aveva vista scendere le scale di corsa con uno zaino in spalla e infilarsi in macchina. Da allora era sparita lasciando un bigliettino attaccato alla porta di casa:
Scendi le scale di corsa, infilati nel bosco e ascoltami. Sarò lì.
Sara.

Annachiara Casimo

Purity Ring – Shrines

Data di Uscita: 24/07/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Era come se in quella sala ci fossi stata solo tu, vestita dalla stoffa quanto basta, dalle luci oltre il dovuto. Ed è così che su una carnagione che immaginavo mulatta visti i tuoi lineamenti, il giallo e il magenta, il blu e il verdone, si concedevano, ordinatamente, secondo le direttive dei fari, il lusso di colorarti/vestirti. Era come se in quella stanza ci fossi stata solo tu, e cornici di ballerini anonimi dei quali non riuscivo a vedere nulla oltre l’interesse che non toccavano, la loro intestimoniabilità ridondava in dondolii e passi timidi sulla pista, svettavi nella mischia come avrebbe saputo fare solo  qualcun’altra, Giovanna D’arco, Anne Bonny, Lili Brik. Sapevo che quel sorriso sereno stampato in viso era una trappola, che tranquillizzava solo i più avventati, che di certo non eri il tipo di persona che si adegua agli approcci canonici. Non eri di certo il tipo da piacere come va, sai mica che ore sono, berresti qualcosa con me. M’avresti dispensato con disimpegno facile, mi spiace ho altro da fare, aspetto qualcuno, non ora. Per poi ballare tutta la sera da sola, se necessario in mancanza di qualcosa di meglio di un ordinario me. E nei lunghi secondi di deduzione l’ipotesi di un ordinario me si concretizza in un omino invisibile, medio in fattezze, modi e metodi che s’approccia per poi essere rimbalzato. Il sussulto in quegli attimi lunghissimi in cui hai trattenuto il catartico no coi sorrisi, dio, li maledii tutti. Tornasti a ballare sola, tornò al bancone triste. Riuscii a proiettarvi da lì a mezz’ora, sarebbe tornato ubriaco e più sicuro, saresti andata via annoiata dalle angherie di un ebbro insistente. Era il momento, valutai il da farsi, attesi attentamente mimetizzato fra le braccia dondolanti, fra i culi flosci e gli sguardi persi.

Lui s’allontana dal bancone.
Tu resti in pista non curante.
Io ordino due long drink.

Lui s’avvicina più sicuro e meno stabile.
Tu sorridi ma ti immagino imbarazzata dalla prossima insistenza.
Io lo seguo defilato.

-Ancora non arriva nessuno, sicura di non voler compagnia?
-Il mio uomo deve essersi dimenticato di me, credo tornerò a cas…
-Scusa l’attesa.

Sorrido beone e ti porgo uno dei due drink, lui evapora in una nuvola di vergogna e disappunto giusto in tempo per farmi aggiustare il tiro. Scusami, se vuoi sparirò, è solo che non volevo andassi via per un maldestro Don Giovanni da bei gusti. Sorridi di nuovo, non sapendo se per imbarazzo o apprezzamento mi dileguo dopo i convenevoli ancorandomi al bancone. Con la scusa d’aspettarti lì per chiacchiere più comode, nella ricerca dei tuoi tempi ed eventuale interesse, celo la mia incapacità di ballare così bene da starti affianco senza diventare una parte di quella cornice che non distinguevo quando ti guardavo in pista.

Alfonso Errico

Frank Ocean – Channel Orange

Data di Uscita: 17/07/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

“I’ll watch you fix your hair
Then put your panties on
In the mirror
Cleopatra
Then your lipstick
Cleopatra
Then your six-inch heels
Cleopatra
She’s headed to the Pyramid
She’s working at the Pyramid tonight”

Mentre l’Italiano balla male (in discoteca), e fuori, si istalla una paura infinita sul suolo italico dalle prime note arrivate dalla caduta del meteorite Frank Ocean. Si era fatto sentire mandando segnali di fumo con partecipazioni vicino a personaggi abbastanza famosi tipo Jay-Z e Kanye West, magari troppo patinati e ricchi perché il classico hipster italiano impegnato, in tutti i sensi, ad elogiare Il Teatro degli Orrori se ne accorga. Purtroppo un personaggio difficile da portare alle feste dell’Unità o da proporre per qualche intervista intimista e autoreferenziale su qualche rivista locale e allora non ce ne facciamo nulla. Figuriamoci un mixtape se passa sotto la lente d’ingrandimento, tuttavia dall’altra parte dell’oceano e oltre le alpi il meteorite diventa sempre più gigante. Tyler the Creator e la squadretta di ragazzini, la Odd Future, imperversa sul web e in tutto il mondo, quasi tutto il mondo ok. Seppur la diversità di tonalità e di genere, rap incazzato da una parte e R’n’B cristallino dall’altra, Frank viene reclutato immediatamente e acquista sempre maggior potenza esplosiva. Si sono evoluti, dalle vecchie gang che si sparavano tra le due coste a colpi di pistola e di droga, a gang cresciute grazie al business e alla pubblicità sul web; il mondo è cambiato e non è retorica parlarne visto che in alcune zone vi è ancora una concezione passatista, o basata sul “meno li ascoltano meglio sono”, della musica e delle strategie commerciali più in generale.
L’arrivo dell’esplosione arancione di “Channel Orange” come dicevamo è stata così immensa da sentirsi pure in Italia, e come si poteva pensare la prima reazione è stata di autodifesa del suolo interno, paura e desiderio di ricacciare al mittente questo americano così costruito dalla pubblicità di Pitchfork da rappresentare il perfetto incubo per qualsiasi vero esperto di musica italiana preso dalla domanda: “Dove saranno finiti i cantautori di un tempo?”.
Eppure la storia la racconta proprio Frank, senza costruzioni fittizie sopra si schiude all’ascoltatore un mondo completo e pieno. Non si offenda nessuno, ma Ocean è un cantautore perfetto, in un senso globalizzato, un songwriter. Chitarre bollenti e suadenti, tastiere luminose e incedere a volte velocizzato, ma sempre in sottofondo. In primo piano assoluto la voce, i vari arrangiamenti e le tracce elettroniche non sovrastano, a guidarci in un viaggio a tratti autobiografico, storie di speranze distrutte, niente supponenza, genuinità e contenuto emotivo alle stelle. La quotidianità che si fonda con riflessioni sulla ricchezza economica, nulla è ovattato o coperto. E tutto questo concentrato di contenuti testuali e cura dei suoni non può che lasciare un sorriso compiaciuto nell’ascoltatore. Il ribaltamento delle preminenza del beat sul testo-voce-canzone è netto.
Dunque nel racconto si susseguono singoli da classifica e intermezzi ambientali fatti di sigle da playstation e da dialoghi sussurrati. “Thinkin Bout You” apre i cuori, “Super Rich Kids”, con la collaborazione di Earl Sweatshirt e del suo rap cerebrale, inchioda alla sedia con un duetto compatto e un sincopato piano. “Crack rock” gratta via l’epidermide ormai morta sulle mani e fa ondeggiare la testa in un sottofondo irresistibile. E poi infine i due opposti dell’intero disco a racchiudere questa perla. Da una parte “Pink Matter”, buona parte di cantato a cappella, sfuggente e sofferta fino alla maestosa intromissione del rap di  Andrè 3000: capolavoro fuori dal tempo. Dall’altra a chiudere tutto il cerchio c’è il fulcro e primo singolo. “Pyramids”, quasi dieci minuti che sanno di miracolo compositivo. Coretti da urlo, synth potentissimo e ballata romantica in un solo pezzo, uniti da una semplicità devastante in tutta questa complessità.
In questo caso è impossibile raccontare una qualche storia. Frank Ocean con questo Channel Orange è deflagrato e la storia è tutta dentro ai brani, ti arriva diretta e ti blocca.

Alessandro Ferri

Lawrence Arabia – The Sparrow

Data di Uscita: 24/07/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Crude moustache, exposed brains

it made the pretty boy look highbrow

so I gave myself the same

Una bella metafora disinnescata da un ritratto pubblicitario di Zac Efron in metropolitana.

Così Lawrence Arabia, senza filtri in una recente intervista, rinuncia ai punti di quella che si sarebbe detta una comoda allegoria del primato dell’ingegno, e insieme della finzione, nel dorato mondo dell’arte. Se pare garantito al mandarino che esista una logica più probante dietro quelle poche liriche e quella copertina, pure impenetrabile al momento, resta fuori di dubbio che una nuova metamorfosi sia effettivamente in atto nel retropalco del maliardo cantautore neozelandese. E non certo per esaltare un’arguzia già di suo più che rimarchevole, come lui vorrebbe farci intendere.

Malcelando la propria insofferenza verso un moniker impossibile da promuovere sotto le forche caudine di Google, James Milne si rinnova nei panni dello sparviero e porta avanti il suo adorabile personaggio da romanzo con ostinata devozione, attento per una volta anche a non calcare troppo il tratto. Lo scintillante novello Peter O’Toole dell’esordio, il rigoroso lupo di mare del capitolo secondo, ed ora questo criptico gentiluomo magrittiano. Tre maschere da anomalo seduttore che confinano in un passato già remoto l’imberbe bassista dei Brunettes, il fanatico delle citazioni alla guida dei Reduction Agents ed il turnista di lusso assoldato con buona lungimiranza dai Will Sheff e dalle Feist. Fino a ieri il cantante e musicista di Christchurch rientrava in agilità nel novero di quei curiosi artisti imperfetti che esercitano il genio ad intermittenza, timidi sprazzi di colore vero ed un coniglio fuori dal cilindro solo di tanto in tanto. Un po’ la versione Kiwi di Richard Swift, di Jim Noir o Kelley Stoltz, ad ingrossare le fila degli eterni talentuosi incompiuti, condannati a reinventare con stile la solfa della tradizione pop senza mai il piacere di concedersi due passi sotto i riflettori di una ribalta che conti qualcosa. Il Lawrence Arabia del disco eponimo sfoggiava senza imbarazzo i gradi del perfetto alfiere naïf: una sorta di dandy sofisticato ma polveroso, alieno alla grazia autentica, adepto di un’insolita maniera noir e con qualche debito di troppo nei confronti di Bowie. Limiti marginali, considerata quell’innata e felicissima inclinazione all’easy listening poi tradotta in squisitezza armonica, hook assassini e deliziosi refrain uptempo, in gemme imperdibili quali ‘Talk About Good Times’, ‘Look Like a Fool’ o ‘I’ve Smoked Too Much’. Molto più, evidentemente, di un’acerba e sfuggente dichiarazione di intenti, nonostante il subisso di approssimazione ed una disarmante, cronica indolenza a rendere più pesante l’altro piatto della bilancia.

Arrivato con ogni probabilità all’ultimo appello, Milne ha saputo invertire la rotta dello sciagurato commodoro di ‘Chant Darling’, irregolare e masochista amante del frammento, del nascondino e di un crooning consumato quanto dispersivo. ‘The Sparrow’ solletica le papille con l’inatteso retrogusto di una sorpresa quanto mai gradita. Insieme un piccolo album, una grande prova di maturità e la palestra perfetta per esercitare in totale libertà le proprie intuizioni trasformiste, un po’ come era capitato con l’estemporaneo gioiellino ‘The Dance Reduction Agents’. Senza ingenuità nel tocco in questo caso, senza futili baldorie da salotto. Con la discrezione di chi è nel giusto ma non ostenta, certifica le credenziali di un’anima cangiante e piacevolmente discontinua, raffinata ma mai ruffiana, bruciante per ironia ed incline ad un romanticismo da perdente d’altri tempi, quasi si trattasse del promettente braccio destro di Neil Hannon nella sua rincorsa impossibile alla deità di Ray Davies.

Eppure splende. Dietro le tonalità cupe dei fondali, nello spazio d’ombra sotto la tavola armonica del pianoforte. Rifulge davvero la più limpida delle sue doti, la meticolosa opera di riciclo intelligente che per la critica non merita in genere molto più del marchio d’infamia di quella parola oscena – “derivativo” – ma che James ha condotto a livelli di scaltrezza ed eclettismo semplicemente impressionanti. Per giunta senza rinunciare alle cadenze sornione o ad un distacco che è pura apparenza: l’arte di addormentare il gioco per poi colpire a tradimento con quella voce malandrina, giostrando con assoluta perizia tra le più disparate direzioni melodiche. Concedere licenza di lenocinio alla propria vena decadente equivale a garantirsi un adeguato raccolto in quanto a canzoni da crepuscolo. Così discrete, anacronistiche, ideali per i titoli di coda di un film ancora tutto da girare. Dietro la macchina da presa e sotto l’impeccabile tweed di oggi batte sempre il cuore arruffato del primo Lennon solista, assecondato in viso dallo sguardo contemplativo del poeta imbelle e sognatore, fin troppo disteso per poter passare da maledetto. Il sogno questa volta fotografa le sponde di un perfetto isolamento in cui perdersi, con la certezza di poterne riemergere appena il giorno si faccia propizio. Anche nel tedio di una pedalata verso la spiaggia, sotto i non buoni auspici di un corteo di nuvole nere, quel che davvero interessa Milne è l’istantanea di una solitudine beata, l’umore cristallizzato di un attimo che è suo e suo soltanto.

Infettato e compiaciuto dal fascino fuori moda delle sue suggestioni, il ragazzo si adopera per sviare l’ascoltatore con più di un diversivo formale: annebbiandolo con il sinistro free-jazz dell’unico filler (‘Dessau Rag’), titillandolo con il minimalismo frivolo di un vestito anni ’80 (‘The 03’), dilatando la scrittura e plasmando con opportune rarefazioni strumentali un’aura space-orchestrale degna di Jason Pierce e dei suoi Spiritualized (‘Early Kneecappings’). Oppure sfoggiando il medesimo tono tra il sommerso e lo svagato del disco di divertissement condiviso pochi mesi fa con Mike Fabulous, non proprio in un nuovo sconclusionato pastiche di retro-funk, soul plastificato e pastoso modernariato seventies, ma con cadenze più languide, sinuosa architettura bossa nova ed un profluvio di fiati ad inturgidire l’atmosfera (‘The Bisexual’). Nel ventaglio di artifizi policromi l’unica costante resta la stoffa del bravo sarto, quella che fende l’aria e non nega mai il conforto della freschezza. Anche le rare volte in cui torna a farsi sentire la chitarra, stesse tonalità estatiche e finemente nostalgiche. Armato di archi, ritmiche pencolanti ed un falsetto da antologia, Lawrence Arabia modella in pochi passi una posa strabiliante dello struggimento, tralasciando le caricature del vagheggino estenuato per concentrare ogni attenzione sul ritorno in Nuova Zelanda trasmesso dal suo specchio. ‘The Sparrow’ racconta proprio di questo precipitoso viaggio verso casa, in valigia gli incantesimi barocchi di Scott Walker, l’approccio pop cameristico di tanta musica britannica fine anni sessanta e l’investitura a figliol prodigo del Canterbury sound. Una fuga da Londra che ai più smaliziati ricorderà quella non meno repentina di Harry Nilsson e che, a ben vedere, riporta tutti gli indizi proprio sull’indimenticabile autore di ‘Aerial Ballett’ e ‘Nilsson Schmilsson’. Glabro ed incravattato o rustico nel suo bel trench. Se sotto i boccoli biondi Milne non era mai riuscito a smarcarsi dall’impressionante somiglianza con il suo vero maestro, per non tradirsi se scoperto alla fonte non poteva che ricorrere ad un ultimo, estremo camuffamento. Pennello, colore bianco, un tocco di marketing esistenziale.

Con quel poco di fortuna in più, l’avrebbe anche fatta franca.

Stefano Ferreri

Snow in Mexico – Prodigal Summer

D.d.U. 03/07/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Mi hai portato a vedere l’alba qui nel deserto.
Abbiamo la sabbia negli occhi e nei vestiti, e affondiamo le mani nelle dune a gustare la sensazione vellutata del fresco, in profondità, dopo la notte. Malgrado questo devastante infinito davanti riusciamo a tracciare i nostri contorni, i nostri limiti, e ci riconosciamo. Potremmo discernere vicendevolmente le nostre voci anche fossero incastrate nel frastuono delle metropoli, qui nel silenzio assoluto tu sussurri divina e io snocciolo parole tra i riverberi. Echi di decenni trascorsi e memorie shoegaze cucite addosso.
Ti tendo la mano per aiutarti ad alzarti, ti copri il capo con un bianco cappello dalle falde larghissime e scruti lontano; copio la tua traiettoria visiva, mi schermo gli occhi nudi ché è estate, e il sole che sorge mi brucia le retine, e “il deserto d’estate è follia, ma non siamo mai state persone assennate”.
Un puntino rosso in lontananza, forse un beduino, chissà.

Federica Giaccani