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Liars – WIXIW

Data di Uscita: 04/06/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

È opinione comune ritenere l’anno sabbatico un periodo di tempo lungo e impiegabile in viaggi verso mete lontane e pensieri leggeri. Il mio invece iniziò diversi mesi fa in un motel piantato in mezzo alle rocce del deserto e il nulla, tra colori scuri e sentimenti scuri e rumori ancora più scuri. Nevada. Non si mosse nemmeno di un millimetro.

Dentro di me ho percorso tragitti interminabili in lungo e in largo, non credo nemmeno di essere ancora del tutto tornato e non me ne curo, lo saprò da me al momento giusto, che non è questo. Le azioni si ripetono meccanicamente al levar del sole nel cielo terso, giorno dopo giorno: il furgone del vecchio proprietario si ferma sotto la mia finestra al piano terra, i quattro colpi alla porta e la sua mano segnata da grinze e rughe profonde mi porge il cartone del latte senza dire neanche una parola, una doccia fredda, due dita di whiskey, i miei movimenti flemmatici nell’infilarmi il completo di raso scuro. Bisogna sempre vestirsi bene, per non provare disagio.

Ho quasi timore di scostare del tutto le tende pesanti, i turbamenti vanno tenuti privati e non esposti al di fuori, a eventuali occhi immeritevoli di vedere, occhi di gufi più che di persone, qui. Accendo la luce al neon sopra lo specchio del bagno per spalmarmi il gel nei capelli, radermi con precisione e cospargermi le guance di acre dopobarba, poi la spengo di nuovo. Ho una melodia che mi rimbalza in testa, lenta e trascinata, fatta di synth quasi immobile e batteria accennata a tratti, tocca le corde dei miei pensieri e i miei tentennamenti davanti alle azioni e alle scelte, riveste di beige ogni cosa – tangibile e non – The exact colour of doubt. Forse mi vesto sempre di scuro proprio per fingere di darmi un tono forte, oltre che per dar modo alla mia anima spettrale di trasudare attraverso le cuciture di camicie troppo strette. Sono stati mesi scanditi da danze sciamaniche alla ricerca di una verità interiore, poteri altri richiamati intorno a un tavolo di legno zoppo su ritmi incalzanti, sotto ideali cieli prossimi a temporali. “I know you well…” – sarà poi vero? Variazioni sul tema di volta in volta, a dar sfogo ad umori altalenanti, alla sete di equilibrio che mai come ora mi sta ossessionando; muovo le gambe e la testa, sgangherato come la postura labile del padrone di questo motel desolato. Mi divido di continuo tra frammenti sonori rapidi e ansiogeni, tetre cantilene ballabili che stranamente mi fanno bene – “I do know why I feel so well (…) still broken”, cori da sabba e isterici squarci sintetici.

Poi c’è stato uno strano ripetersi di giorni di pioggia, evento singolare in queste terre aride che conoscono gli estremi di caldo torrido e neve e poche vie di mezzo. Non ho visto nulla, ho solo ascoltato lo scrosciare violento sui vetri e fissato la luce fredda entrare dai fori delle tende usurate dal tempo. Ho sentito la pece staccarsi da qualche punto del cuore e lasciare spazio a deboli chiarori in penombra. Quei momenti li ho visti come deboli segnali di speranza verso la soluzione, ché avevo meno timore ad affrontare me stesso e le paure e i ricordi, come i dettagli di camminate nei boschi e nelle vallate, quand’ero giovane e felice – i cinguettii, il gracidare, i respiri nelle orecchie, i passi sicuri, cose semplici ma pur sempre Ill Valley Prodigies.

E bloccavo lo sguardo sul fondo sporco del bicchiere, mi venivi in mente tu e mi volevi, come t’ho sempre voluto io consapevolmente a dispetto della mia incapacità a crescere. Ora non ho nemmeno la forza di scrivere, traccio linee su fogli ingialliti, stupidi shanghai di inchiostro e io so che non è WIXIW ma Wish You. Sento l’ansia montarmi dentro, sulle ossa, con l’insistenza di una drum machine infernale.

L’estate in realtà è stata la stagione peggiore, sudavo caldo, sudavo freddo, sudavo panico. Mi accorgevo delle stagioni che mutavano attraverso luci e ombre vomitate dall’esterno nella mia stanza, e l’estate sembrava non finire mai, era così infocata da non lasciarmi riposare, da non darmi tregua, da costringermi alzato le notti a combattere con i tetri pensieri da sbrogliare. Bevevo più whiskey del solito e ascoltavo kraut muzik, e le sue declinazioni contemporanee (così tristemente assillanti). Il sollievo è arrivato poco tempo fa ma da quando ho abolito orologi e calendari ho anche perso ogni oggettiva coordinata temporale. Percepisco giornate più brevi e proietto me stesso in erte salite nei boschi tra gli animali selvatici, all’alba, ad affrontare il peso delle risposte dei mesi trascorsi anche se poi alla fine non è mai chiaro Who is the hunter tra me e loro.

La sera prima di coricarmi mi concedo balli frenetici di malata solitudine, illusori palliativi per coprire fragilità fisiche e interiori, poi mi addormento cantando nenie a me stesso come facevamo da bambini con le gite in tenda e le chitarre. Qui le corde sono quelle della sedia di paglia e metallo in fondo al letto, e nemmeno producono suoni al di là delle vibrazioni, ma accantonano per un po’ il timore che l’anno finisca senza che io sia riuscito ad approdare in alcun porto sicuro, ammesso che esso esista davvero.

Federica Giaccani

2 Responses to “Liars – WIXIW”

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