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Archive for giugno, 2012

Liars – WIXIW

Data di Uscita: 04/06/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

È opinione comune ritenere l’anno sabbatico un periodo di tempo lungo e impiegabile in viaggi verso mete lontane e pensieri leggeri. Il mio invece iniziò diversi mesi fa in un motel piantato in mezzo alle rocce del deserto e il nulla, tra colori scuri e sentimenti scuri e rumori ancora più scuri. Nevada. Non si mosse nemmeno di un millimetro.

Dentro di me ho percorso tragitti interminabili in lungo e in largo, non credo nemmeno di essere ancora del tutto tornato e non me ne curo, lo saprò da me al momento giusto, che non è questo. Le azioni si ripetono meccanicamente al levar del sole nel cielo terso, giorno dopo giorno: il furgone del vecchio proprietario si ferma sotto la mia finestra al piano terra, i quattro colpi alla porta e la sua mano segnata da grinze e rughe profonde mi porge il cartone del latte senza dire neanche una parola, una doccia fredda, due dita di whiskey, i miei movimenti flemmatici nell’infilarmi il completo di raso scuro. Bisogna sempre vestirsi bene, per non provare disagio.

Ho quasi timore di scostare del tutto le tende pesanti, i turbamenti vanno tenuti privati e non esposti al di fuori, a eventuali occhi immeritevoli di vedere, occhi di gufi più che di persone, qui. Accendo la luce al neon sopra lo specchio del bagno per spalmarmi il gel nei capelli, radermi con precisione e cospargermi le guance di acre dopobarba, poi la spengo di nuovo. Ho una melodia che mi rimbalza in testa, lenta e trascinata, fatta di synth quasi immobile e batteria accennata a tratti, tocca le corde dei miei pensieri e i miei tentennamenti davanti alle azioni e alle scelte, riveste di beige ogni cosa – tangibile e non – The exact colour of doubt. Forse mi vesto sempre di scuro proprio per fingere di darmi un tono forte, oltre che per dar modo alla mia anima spettrale di trasudare attraverso le cuciture di camicie troppo strette. Sono stati mesi scanditi da danze sciamaniche alla ricerca di una verità interiore, poteri altri richiamati intorno a un tavolo di legno zoppo su ritmi incalzanti, sotto ideali cieli prossimi a temporali. “I know you well…” – sarà poi vero? Variazioni sul tema di volta in volta, a dar sfogo ad umori altalenanti, alla sete di equilibrio che mai come ora mi sta ossessionando; muovo le gambe e la testa, sgangherato come la postura labile del padrone di questo motel desolato. Mi divido di continuo tra frammenti sonori rapidi e ansiogeni, tetre cantilene ballabili che stranamente mi fanno bene – “I do know why I feel so well (…) still broken”, cori da sabba e isterici squarci sintetici.

Poi c’è stato uno strano ripetersi di giorni di pioggia, evento singolare in queste terre aride che conoscono gli estremi di caldo torrido e neve e poche vie di mezzo. Non ho visto nulla, ho solo ascoltato lo scrosciare violento sui vetri e fissato la luce fredda entrare dai fori delle tende usurate dal tempo. Ho sentito la pece staccarsi da qualche punto del cuore e lasciare spazio a deboli chiarori in penombra. Quei momenti li ho visti come deboli segnali di speranza verso la soluzione, ché avevo meno timore ad affrontare me stesso e le paure e i ricordi, come i dettagli di camminate nei boschi e nelle vallate, quand’ero giovane e felice – i cinguettii, il gracidare, i respiri nelle orecchie, i passi sicuri, cose semplici ma pur sempre Ill Valley Prodigies.

E bloccavo lo sguardo sul fondo sporco del bicchiere, mi venivi in mente tu e mi volevi, come t’ho sempre voluto io consapevolmente a dispetto della mia incapacità a crescere. Ora non ho nemmeno la forza di scrivere, traccio linee su fogli ingialliti, stupidi shanghai di inchiostro e io so che non è WIXIW ma Wish You. Sento l’ansia montarmi dentro, sulle ossa, con l’insistenza di una drum machine infernale.

L’estate in realtà è stata la stagione peggiore, sudavo caldo, sudavo freddo, sudavo panico. Mi accorgevo delle stagioni che mutavano attraverso luci e ombre vomitate dall’esterno nella mia stanza, e l’estate sembrava non finire mai, era così infocata da non lasciarmi riposare, da non darmi tregua, da costringermi alzato le notti a combattere con i tetri pensieri da sbrogliare. Bevevo più whiskey del solito e ascoltavo kraut muzik, e le sue declinazioni contemporanee (così tristemente assillanti). Il sollievo è arrivato poco tempo fa ma da quando ho abolito orologi e calendari ho anche perso ogni oggettiva coordinata temporale. Percepisco giornate più brevi e proietto me stesso in erte salite nei boschi tra gli animali selvatici, all’alba, ad affrontare il peso delle risposte dei mesi trascorsi anche se poi alla fine non è mai chiaro Who is the hunter tra me e loro.

La sera prima di coricarmi mi concedo balli frenetici di malata solitudine, illusori palliativi per coprire fragilità fisiche e interiori, poi mi addormento cantando nenie a me stesso come facevamo da bambini con le gite in tenda e le chitarre. Qui le corde sono quelle della sedia di paglia e metallo in fondo al letto, e nemmeno producono suoni al di là delle vibrazioni, ma accantonano per un po’ il timore che l’anno finisca senza che io sia riuscito ad approdare in alcun porto sicuro, ammesso che esso esista davvero.

Federica Giaccani

iamamiwhoami – kin

Data di Uscita: 11/06/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Ho letto in un libro che i posti isolati sono sinonimo di tranquillità e serenità…
Tu ci credi?
Io no…
Lasci la tua casa sperando di seminare i fantasmi, ti metti alla guida lasciandoti distrarre dal panorama, e quando arrivi li trovi lì, seduti in salotto ad aspettarti.

June era una ragazza bellissima, per la quale avevo un’infatuazione che non mi preoccupavo di nascondere. Ne ero attratto, come lo sono da tutte quelle con un aspetto superiore alla media.
Passavamo giornate intere a parlare seduti sul porticciolo, con i piedi immersi nelle acque gelate del lago Roxen. Lei aveva delle gambe bellissime che non si vergognava di mostrare, nonostante avesse ormai il fisico di una donna. Era perfetta in ogni dettaglio ed io, a volte, la scrutavo con un interesse che andava oltre il suo fisico e che poteva essere spiegato dalla ricerca di una qualunque imperfezione, anche minima, che potesse farmi tirare un sospiro di sollievo.
Il suo vero nome era Jonna, ma chiamarla in quel modo serviva solo a farle sgranare ancor di più gli occhi con un risultato che, rinforzato dalle ciglia biondo pallido, la dipingeva dei colori dell’instabilità e della pazzia.
Ricordo quella vacanza in Agosto a Sankt-Peterburg. Alloggiavamo in un hotel immerso tra gli alberi, io e i miei compagni nuotavamo nella piscina riscaldata per poi uscire e gettarci sulla neve. June no, rimaneva in disparte con un’espressione tra l’arrabbiato e l’annoiato. Era brutto, diceva, tutto l’ambiente. Le chiesi di dirmi di più, sorridendo e rabbrividendo stretto nell’accappatoio, allora lei si avvicinò e con i nostri nasi che si sfioravano lo ripetè, brutto, poi mi prese la mano e mi trascinò nei boschi correndo, inciampando nel bianco dei cespugli, fino a che il verde finì e ci ritrovammo di fronte ad un’enorme distesa sommersa che poteva essere solo il mare. L’acqua era scura, fredda, contorta, densa di alghe, la superficie era rotta qua e là dal movimento di quelli che sembravano dei raccapriccianti serpenti neri senza testa. June si incamminò verso la riva, spoglia, la sua pelle chiara alla luce della luna era come un faro indipendente, che emette luce solo per la bellezza del gesto, incurante di tutto il resto, mentre la sabbia e il vento mi portavano alle orecchie il suo unico commento… bello
All’età di diciassette anni June lasciò Linköping e non ebbi più sue notizie.
Venni a sapere che ai tempi di quella vacanza lei era incinta, anche se la sua pancia perfetta non ne mostrava alcun segno, e che molto probabilmente quel lungo bagno nelle acque gelate del Golfo della Finlandia le aveva fatto perdere il bambino.
Fui colpito da una sensazione di disagio fisico quando mi venne in mente la parola che June pronunciò mentre si immergeva, ma sapevo anche che l’unico vestito che lei avrebbe mai accettato di indossare è la libertà.
Conserverò con gelosia e calore il suo ricordo, insieme alla frase che trovai scritta sul mio diario, di ritorno da  Sankt-Peterburg:

Come on, just kill this, demands and notions,
all this commotion is not worth it,
Come on, just give it a second coming,
an age is dawning with our smiles and laughter

Filippo Righetto

Uochi Toki @ Piazzale del Verano, Roma (23/06/2012)

Un breve ascolto, durante la lettura

“Questo regalo lascio all’umanità: ecco le chiavi. Cerca le serrature; sii soddisfatto. Ma ascolta ciò che dice Abdul Alhazred: per primo io le ho trovate: e sono matto”

Si dice che Al Azif sia il frinire notturno di particolari insetti.
L’afa della sera romana è senza dubbio un ambiente insalubre e piuttosto propizio per la diffusione degli insetti, lo sciame si addensa, due di loro ronzano irrequieti al di sopra degli altri.
Sono due personaggi scuri ma non si curano di questo momentaneo involucro piuttosto anonimo sebbene sia il tour del loro disco pop.
Quello che Napo pronuncia dal palco è un sermone dal linguaggio de-costruito che distrugge i dogmi e le chiese dell’atomo, senza mai cadere nell’intellettualismo spicciolo; un linguaggio frutto del drone cyberpunk di ecce robot che ha mixato cronache quotidiane, idee pop pirla, ritornelli, recensioni prodotte dall’hipsteria dilagante.
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Patti Smith – Banga

Data di Uscita: 05/06/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Ivan si distese sul lettino scomodo di quella stanza asettica. Dalla finestrella passava lieve lo sciabordare del mare, simile a una nenia dolce ma spaventosa. Si addormentò quasi immediatamente.

San Francesco aveva il viso bagnato di lacrime e le ginocchia immerse nel fango. “Guarda!”, gli diceva e Ivan, senza che il Santo gli indicasse alcunché, voltava d’istinto il viso alla sua destra; una donna bellissima, i capelli color di terra, la pelle candida, sembrava fuggire intimorita ma Ivan non riusciva a distinguere cosa la inseguisse e la spaventasse così tanto.
“Guarda!” – ripeteva il Santo di Assisi – “guarda Madre Natura in fuga!”
La donna si perdeva all’orizzonte dei sogni e apparivano nuove immagini di terre squarciate, campi ormai laghi, case distrutte e famiglie devastate. San Francesco abbassava il capo, gli occhi ancora colmi di lacrime. Ivan lo vedeva muovere le labbra ma non riusciva a sentire le sue parole sussurrate a mezza voce e sovrastate dai tuoni che devastavano la terra tremante. Poi, d’improvviso, il mormorio confuso  si trasformava in cantilena e sembrava che tutto – i cieli, i terreni, la gente, le rovine – ripetesse la stessa preghiera: “Oh montagna dei nostri occhi, ascolta la nostra supplica! Oh montagna dei nostri occhi, ascolta la nostra supplica!”
Il Santo alzava allora il viso a guardare Ivan e, vedendolo assorto, levava la mano e gliela passava sugli occhi e gli occhi stavolta vedevano l’incanto dell’Eden, la purezza della natura incontaminata, la dolcezza della perfezione, l’assenza della ferocia umana. E vedevano quella donna che Francesco aveva chiamato Madre Natura danzare a piedi nudi e risplendere di luce abbagliante.
Ma non appena la mano di San Francesco si scostava, Ivan si ritrovava immerso nella devastazione del nuovo millennio, circondato dal dolore e dall’orrore e si vedeva, esausto, addormentarsi, simile in tutto al Costantino di Piero della Francesca. Si vedeva – nel sogno – sognare sereno la purezza del mondo, custodito da un’aura divina.

Un ululato lo fece svegliare. Come ad ogni risveglio, sentì il calore di Banga al suo fianco e si specchiò nei suoi occhioni dolci. Come ogni notte, Banga era rimasto lì a fare la guardia e a prendersi cura del suo padrone, stritolato dalla morsa del sogno.
Ivan rinvenne totalmente e prese coscienza solo dopo qualche minuto, volse lo sguardo alla finestrella e guardò la bella luna piena che illuminava la stanzetta scarna, poi accarezzò il grosso cane che ora poggiava il muso sul lettino e lo osservava con la solita tenerezza. “Anche con la luna non c’è pace per me, Banga” ripeté più volte prima di levarsi e avvicinarsi al vetro da cui poteva scorgere il mare tinto d’argento. Si riempì gli occhi di quell’incanto che, ormai, solo la quiete notturna tentava di celare integro e incontaminato e sospirò amareggiato.

Annachiara Casimo

Dirty Three @ Piazza Verdi, Bologna (03/06/2012)

Un breve ascolto, durante la lettura

Ero convinto che avrei preso la strada per la malinconia e invece la musica e il vento mi hanno portato sulla strada dell’allegria, dello stupore, dell’energia. Non credevo che un gruppo che ascoltavo da adolescente con una nostalgia universale potesse scatenare in me una gioia così grande.
Il violinista è pazzo di quel pazzo amore che entra nella mente e nel corpo quando si ha uno strumento musicale in mano da anni e con lui si può instùere, costruire qualcosa, e diventa un compagno di poiesi, diventa una parte del proprio processo di creazione, della proprio piacere.
La batteria traccia uno sfondo di quiete pronta alla guerra in qualsiasi momento.
La chitarra sfila fedele accanto ai suoi due amanti, perché il numero perfetto in amore è il tre.
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The Wake – A Light Far Out

D.d.U. 07/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Una luce lontana

Con la mano tesa arrestammo la corsa del sole. Sulla spiaggia dorata, stranamente deserta, qualche ombrellone, un motivetto pop alla radio, un cane dal pelo bagnato con passo sicuro, senza meta, eterno.
Il flusso dell’universo quotidiano andava, la brezza, di tanto in tanto, tornava a scuotere l’equilibrio precario del mondo e una meravigliosa angoscia crebbe lenta: impossibile arginare il flusso, pensai arrendendomi al bagliore.
Le nostre ombre vicine suggerivano una strana presenza, sinistra ed indecifrabile, probabilmente per via della nostra forma riflessa alterata o per effetto del colore funereo. Stentavamo a riconoscerci. L’estate era appena cominciata eppure sentivo già la fine. Settembre l’autunno l’inverno.
Non sono gli anni che passano a disorientarmi, ma i decenni, lunghi e compatti, come quei container accatastati e lasciati a deteriorarsi all’aria salina che sale vaporosa sullo slargo assolato poco prima che cominci il mare.

Gianfranco Costantiello

C V L T S – Realiser

Data di Uscita: 15/06/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Era la foschia della spiaggia alle primissime ore del giorno, l’orizzonte che non si coglie.
Stavanger, Norvegia. Terra strana, aurore boreali e soli nati in orari assurdi e morti a sorpresa. Karen dopo i suoi studi ad Oslo si rifugiava nella propria terra d’infanzia a riflettere sulle strade da intraprendere. Si alzava presto, prestissimo la mattina e andava a dormire più tardi possibile la sera per vivere il più possibile quell’aria e per riempire gli occhi di immagini vivide che si andavano a sovrapporre ad antiche luci, viste e percepite nelle camminate sulla spiaggia con la madre. L’estate e la genuinità del suo essere alla ricerca di un amore capace di essere qualcosa di più rispetto ad una semplice scopata. Un biglietto aereo per il nuovo, come un assegno scoperto sul quale mettere al posto della cifra un luogo. Il loop rilassato ma pungente di tastiere e field recordings che a volte tentano di trasformarsi in un motivo più strutturato, senza mai riuscirci. Barlumi dream pop dispersi nel mare magnum della ripetizione. Dead Peasants.
Una pioggia quasi continua e l’infinità umidità dei boschi, la stessa identica immagine di confini sfocati tra la vegetazione, l’occhio che cerca un punto di fuga tra i rami e tra le foglie. Zero autonomia, derisione, sofferenza e blocco sovietico a imprimere un marchio indelebile nelle anime dei sopravvissuti. Batumi, Georgia.
Una vita quasi al rallenty che non impedisce l’evasione, ricordare e superare i blocchi degli antenati. Katerina ha passato la sua infanzia in questi luoghi remoti lavorando per i genitori, con i sacrifici arrivò la possibilità dell’iscrizione all’università del capoluogo di regione. Tempi diventati più stringenti e spazi sempre più piccoli, la necessità di andare via, l’addio, un biglietto aereo in bianco. Il flusso ripetitivo finisce sotto la pelle e spinge la pelle stessa, ritornarsene un attimo a casa prima di partire ancora. Respirare a fondo e capire di doversene andare, alla ricerca di qualcosa, stamparsi nella retina le immagini di tutto e voltare le spalle, tintinnii in dispersione tra le improvvisazioni. Atm City. Suki.
L’aridità quasi soffocante dell’estate nei paesaggi desertici, cactus e palle di rovi lievemente sospinte. Tucson periferia, Arizona. Nick ha vissuto i suoi primi anni in un piccolo podere con i genitori, il padre protestante che estraeva il rame lo portava sempre a vedere i Phoenix Suns. La caccia non riuscì invece ad appassionarlo e dopo i suoi studi universitari ruppe con la famiglia che volevo bloccarlo a casa. L’ambiente esterno lo attraeva inesorabilmente, voleva visitare tutto il continente e parte dell’Europa e del Sudamerica alla ricerca di emozioni legittime ed esperienze sensoriali mutevoli in base al clima e ai lineamenti dei visi delle persone. Si era innamorato in giovane età e una volta consumata la fiamma andava ricercando un qualcosa in grado di rianimarlo. Il biglietto aereo in bianco come tratto distintivo di una generazione di viaggiatori, incollati al passato ma costretti a superarlo per migliorarsi. I cactus e il palazzetto pieno di tifosi, la faccia tirata di Mike D’Antoni in panchina. Rumori più forti, ritmi a tratti marziali e percussioni ipnotiche in grado di rapire. Questi erano i suoni della sua vita, sussurri tra i ritmi ripetuti fino allo sfinimento. Rumori sempre sul punto di esplodere che non esplodono mai, l’essenza dell’attesa. Psichedelia ovattata e carica di sfumature risplendenti, la materia del sogno. Brahma Weapons. Wamego Fluff. Sandstone Retreat.
Sull’aereo tra le nuvole compatte e intransigente senza possibilità di vedere sotto. Immersi in una sorta di schiuma densa Nick, Karen e Katherina stavano immersi nei loro sogni. I rumori di sottofondo degli altri sul velivolo non giungevano alle loro orecchie. Tre soggetti perfettamente compatibili a diverse latitudini e longitudini. Anime capaci di amarsi ponendo in prima piano il dare al posto dell’avere, anime che non si incontreranno probabilmente mai.
I pensieri deragliano continui, la consapevolezza della riflessione tra i rumori di sottofondo dei passeggeri. Velvet Dreams.

Alessandro Ferri

Tasters (Stokka & MadBuddy) – #Bypass

D.d.U. 28/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

“Ci eravamo solo presi il tempo che occorreva”.
Anni, suoni, percezioni.
La realtà: bella, devastante, frammentata.
Uno squarcio nel cuore, nella testa e nella terra bagnata ( di lacrime o sudore poco importa, ora).
Gli edifici crollano come le certezze e le fratture lasciano penetrare la luce, ospitano le tenebre.
La città: sempre quella, ancora quella, nuovamente quella.
Tutto cambia e si rincorre, l’evoluzione al passo col fruscìo del vinile, gli sguardi a dirsi che la melodia giusta è arrivata.
-Ferma, riproviamo!-
La vita è un tentativo. Averne un’altra no, non è possibile. Ma il giorno, il giorno si rinnova e rinasce ad ogni alba.  E non è una questione di pazienza, la qualità delle cose in proporzione al tempo può esser smentita se questo viene male impiegato.
I giorni odorano di musica; balliamo sul pentagramma e impariamo canzoni a memoria.
Siamo usciti in strada e abbiamo parlato al mondo nuovo ancora sordo, tracciando linee in cui riconosciamo il nostro percorso, tra le luci e il traffico, a riscoprirci cercatori di dorata serenità, quella smarrita dopo le delusioni, senza precauzioni.
Meglio il cielo che cade e viene giù d’una vita  trascorsa dietro un vetro a fingere di reagire e capire.

Ilaria Pastoressa

Death Cab For Cutie @ Alcatraz, Milano (04/06/2012)

Un breve ascolto, durante la lettura

Sei seduta al pianoforte e io corro veloce, di notte, dentro alla mia stanza, come se fossi appena uscito dal college. Forse sta bruciando tutto fuori, forse sono solo io. Allungo una mano nell’aria cercando di sentire il peso degli anni sulla pelle, cos’è una finestra se non una lastra di vetro? Quando mancava la forza per aprirla. Quando un giorno finalmente ho messo in fila quattro accordi in un pomeriggio bianco di luglio. Fuori passavano coetanei e minuti, delusioni e sorrisi. Da quanto tempo suono in giro per il mondo? La speranza non cresceva sugli alberi, verdi, come le foglie che fissavo. Chiudo gli occhi in un istante in cui la nebbia si dirada e la tua immagine scivola come un raggio di sole sotto le lenti spesse dei miei occhiali. Sembra ieri. Passa tutto davanti veloce, come ogni volta. Sono ritornato ancora nella mia vecchia stanza, gli stessi disegni a pastello sempre appesi alle pareti. Rivedo la mia gioventù riflessa nella teca che protegge il tuo disegno di un corvo che ha portato molta fortuna alle mie canzoni. Cos’è cambiato da allora?
Vorrei che la distanza fosse almeno misurabile, come la circonferenza dei tuoi polsi.
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Jóhann Jóhannsson – Copenhagen Dreams

Data di Uscita: 18/06/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Il vento ha liberato la strada dai detriti della nostra memoria, ora non c’è più malinconia, non c’è più rabbia, né bei ricordi, non c’è più nulla: c’è una strada bianca percorsa dagli dei che abbiamo dimenticato.
Il dio della calma è in strada traportato da una carrozza trainata da tartarughe, lascia tutto dietro di lui, e così fa la dea della bellezza, che però lascia fiori dai colori indescrivibili.
Le sveglie suonano e ci svegliamo tutti di soprassalto, saliamo sulle correnti d’aria e spicchiamo il volo. A diverse centinaia di metri da terra sembra tutto così bello che piangiamo e le nostre lacrime diventano la pioggia di tutti i luoghi del mondo, arrivando fino a Copenhagen dove il nostro pianto fa suonare le campane e i pianoforti, fa risuonare l’anima dei vetri, le radici degli alberi, la contingenza di tutte le cose.
In una mitopoiesi incessante creiamo nuovi dei e dee dal fascino ineffabile ci insegnano a migliorare il nostro volo. Stiamo ricongiungendoci col nostro inconscio, conosciamo noi stessi, conosciamo tutto il mondo, conosciamo la musica di tutti i mondi. Adesso ci copre la pioggia, quella vera, e cominciamo a correre lungo il porto e la corsa ci fa esplodere di gioia e il nostro riso è il canto degli uccelli.
Ricomincia il nostro volo: seguiamo la via delle superstrade con le loro tante corsie piene di follia e convulsione, saliamo sempre più in alto fino a bagnarci tra la danza delle nuvole, che sono le nostre pozzanghere di purezza dove ci buttiamo per pulirci.
Riapriamo gli occhi: non ci siamo mai mossi, si è mossa solo la nostra mente, la nostra mente ha volato, è piovuta, ha suonato, si è purificata, mentre noi eravamo stesi sui pavimenti delle nostre case a sognare stremati, consumati dalla nostra convulsa voglia di consumarci.
C’è un bambino: vorrebbe che la terra piovesse sul cielo per poter sbattere i suoi piedi sulle pozze di terra che cospargono le nuvole, invertendo quello che noi abbiamo fatto in sogno.
Bisogna capire che in ogni cosa coabitano Meraviglia e Orrore.
Vediamo una cicogna nera che vola alta: ci riempie di disperata allegria.

Marco di Memmo

Fiona Apple – The Idler Wheel Is Wiser Than the Driver of the Screw and Whipping Cords Will Serve You More Than Ropes Will Ever Do

Data di Uscita: 19/06/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Nothing wrong when
a song ends
in a minor key

L’amore è un dio cannibale che pretende in pegno frammenti d’anima ogni giorno, salvo eclissarsi all’improvviso quando pensavi il mosaico fosse compiuto, e non lo era.
La dedica questa volta è per lo spigoloso Jonathan Ames, boxeur romanziere, ma chissà non valga ancora come nota a piè di pagina per il ben più celebre compagno di ieri, il Paul Thomas Anderson di ‘Magnolia’ e ‘There Will Be Blood’. Le foto ricordo di una giornata radiosa a Coney Island trasformate quasi per necessità nello storyboard di un incubo virato in tonalità rancide, sceneggiatura impeccabile per rendere conto di come Fiona ‘Caramel’ Apple si persuase ad indossare gli abiti di Fiona ‘Rotten’ Apple scoprendo che, in fin dei conti, poteva non essere proprio una disgrazia.
Senza più narratori o registi al proprio fianco, la cantautrice dagli smisurati occhi celesti ha dovuto arrangiarsi. E’ tornata grazie alla scrittura a fare argine ad un bel campionario di mostri intimi, fissando al chiaro di luna le coordinate di una lotta sfrenata con il dispotismo del pensiero, con le ombre dolorose della mente, con il rimpianto. Ha rimasticato sentimenti e insicurezze dal gusto sgradevole, evitando di silenziare brutture, desideri di rivalsa e paranoie grottesche in confezione famiglia. Un lavoro creativo sporco, allucinato, orchestrato sul fondo torbido della propria coscienza. Un lavoro penoso già sbrigato in passato ma qui reso nobile da un intento autocritico viscerale, dall’intelligenza di chi sa fare ammenda. Amante gelosa e sadica. Zebra al neon sotto una pioggia di pura vergogna. Abbozzata e poi limata la parte, Fiona ha affidato la cura degli allestimenti al geniale scenografo e coproduttore Charley Drayton, vero pauperista dei battiti, almeno rispetto ai fasti barocchi di un Jon Brion o alle eccessive falsificazioni digitali di un Mike Elizondo. Ha quindi scelto di dirigersi in prima persona, ed il coraggio dietro il taglio realista sembra aver pagato: nessuna remora a mostrarsi pallida, triste e sciupata, quando il granito di una determinazione pazzesca è l’essenza stessa del proprio stare in scena. Davvero straordinaria nel riesumare fattivamente le proverbiali maschere del suo composto scetticismo, lo sguardo di Medusa e quel broncio meraviglioso, la Apple di ‘The Idler Wheel…’ rinnova le doti di attrice affilatissima, fascio di nervi sghembo e minimalista fragile, incostante, ma all’occorrenza non meno carismatica di Neko Case, astrazioni primitiviste comprese come da copione. Con il successo planetario dell’acerbo ‘Tidal’ la Sony aveva sperato di trovarsi per le mani un’ammiccante e docile gattina, ma la sullen girl di quel primo giro di giostra chiarì ben presto che sarebbe stata formidabile nel mettersi a nudo solo in chiave metaforica. Mancava la plastica da trasformare in platino, nel suo caso. Quella franchezza venerata dai fan e mal sopportata dal bazar della celebrità discografica approda oggi ad un risvolto di conclamata brutalità. Dopo i turgori orgogliosi di ‘When The Pawn…’ e i timidi raggi di sole del tribolato ‘Extraordinary Machine’, Fiona ha scelto di aggrapparsi con tutte le sue forze ad una forma di romanticismo appassito, ammalato e disturbante, che è tanto più onesto quanto più schietto, indifferente e lontano dagli agi del compromesso. Niente singoli da trincea televisiva generalista. Niente easy listening. Nessuna concessione alle fameliche sirene pop della sua major e nessuna torch song convenzionalmente intesa, con buona pace dei tanti che si erano affrettati a tirarla in ballo a sproposito magnificando appena qualche mese fa l’esordio dell’insulsa Lana Del Rey. Ormai inservibili anche gli immancabili apparentamenti di rito con le Tori Amos e le Joni Mitchell. La ragazzina costretta a lavare sulla piazza dei Grammy i panni insanguinati di una violenza subita in tenera età è finalmente cresciuta, forse dissolta per sempre. Al suo posto sul palco c’è oggi una donna vera con il fascino impervio e problematico della sua caparbietà di combattente istintiva, tutta unghie e cicatrici, esclusiva protagonista di ballate introverse, livide, accese solo ad intermittenza dai lampi feroci della sua voce: quell’energico irrequieto contralto che pennella sfumature, contrasti, intuizioni luministiche improvvise; che si stira e si accartoccia, si libra nel più esile dei ghirigori per poi svilirsi in un belato o lacerarsi sugli acuti in un lamento, sgraziata e ferita. Non finge una spensieratezza mai così lontana dal suo sentire attuale, ma si guarda bene anche dall’affettare pose estenuate o una comoda maniera della sofferenza. Quello di ‘Every Single Night’, segmento iniziale del film, è in tal senso un incipit quieto solo all’apparenza, ed in realtà la prima di una fila di finestre affacciate sul crudo e ribollente flusso di coscienza di una cantautrice davvero moderna. Il suo teatro d’azione sono fondali meccanici, tetri e inospitali, dominati dalla presenza marziale e quasi fisica del suo strumento feticcio: un pianoforte trasfigurato nel profilo disadorno della sua nuova consegna ritmica, suonato con sempre meno inutili slanci da virtuosa e sempre più concretezza, con quel piglio di drammatica autorevolezza a guidarla tra gli spifferi, in navigazione lenta sopra un fiume di angosce ormai impossibili da esorcizzare altrimenti. Le canzoni sono sequenze ingarbugliate e ritornanti. Si fanno largo in un intrico di sbuffi, clangori diseguali e grigie frattaglie percussive come faticose passeggiate in campo lungo sotto cieli plumbei, con il vitale e costante esercizio delle parole eletto a lenitivo specifico per quella sua splendida anima fratturata. Anche dentro inquadrature così poco ariose la performer newyorkese non rinuncia a regalare pagine di stupefacente, agra bellezza, agli scarti minimi dentro centrifughe dal vago sapore jazz, alla vorticosa seduzione della melodia. Al pari di certe magiche interpreti scandinave, si reinventa aliena. Giostra con pazienza e senza artifici dentro fotogrammi sonori brulli, lunari, per poi dipingere con il canto accese impressioni emozionali, per promuovere senza incertezze una versione scartavetrata del proprio languido magnetismo di cantante. Più che al titolo chilometrico ed opportunamente privo di chissà quale ermetico significato, il legame con i tempi di ‘When The Pawn…’ è affidato al tono di disinvolta ed audace malinconia, il registro più consono per far soffiare ancora quell’alito di rabbia passionale che è da sempre il pezzo pregiato nel repertorio dell’artista. Per una volta, tuttavia, la vera prova di forza si misura nelle ellissi. E nelle note in meno, nella scommessa di un gioco sempre praticato in sottrazione e sempre evocativo. Nella qualità dell’equilibrio al di sotto delle righe impennate di ieri. E’ questo l’autentico collante di un album che sul finale parrebbe stemperarsi, nei richiami all’infanzia e nel più frivolo accompagnamento strumentale di ‘Anything We Want’ come nella sofisticata cantilena di ‘Hot Knife’. Villaggi Potëmkin per incauti ascoltatori. Da maestra di illusioni, la Apple nasconde dietro un velo di falso ottimismo l’ennesima cappa di nuvole nere, per poi perdersi con la sorella Amber in un frastornante e pirotecnico crescendo polifonico che esplicita, mimandola, la follia dionisiaca dell’atto sessuale. Epicurea maliziosa o tetra espressionista. Licantropa e scavezzacollo o poetessa condannata ai marosi di una perenne inquietudine. Oggi Fiona è tutte queste figurine in un solo disegno, un collage scarduffato dove sono ancora tante le tessere cui mancano i colori di un cuore finalmente in armonia.

Stefano Ferreri

Ólafur Arnalds & Nils Frahm – Stare

D.d.U. 21/04/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Per superare la bizzarra dicotomia tra claustrofobia ed agorafobia in Islanda e in Germania si fa musica. Si fa musica ad occhi chiusi e ci si alza come se si fosse tirati da un filo. Si vede le gente a terra, ad occhi chiusi, che contempla il rumore o la musica.

C’è un ghiacciaio in cima ad una montagna che si precipita giù prima in forma di ruscello e poi come fiume. Il fiume dà vita a molti esseri ed è vita a sua volta.

Nel cielo vagano poche grandi nuvole bianche e a guardare dritto in alto per troppo tempo ci si scorda di avere la terra sotto di sè, poi ci si accorge che la terra non c’è più davvero e si è parte di questo infinito azzurro che si protrae a macchie e balzi nell’intero cosmo e si tinge di rosso, giallo, bianco e nero.
E noi stessi siamo dei corpi celesti.

Marco di Memmo