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Archive for maggio, 2012

El-P – Cancer 4 Cure

Data di Uscita: 22/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Mi sono svegliato e non era un sogno.
Abbracciavo tutto quello che mi rimaneva, un fucile non mio e sette pallottole, per non morire assiderato durante la notte. Un tempo avrei detto che quello che custodivo con così tanta forza, stringendola al mio petto con le braccia incrociate finchè le dita non diventavano nere, fosse la mia anima di uomo, ma tutto quello che ne rimaneva era stato affidato alle lettere sghembe e bluastre dell’ultimo messaggio inviato a mia moglie. “Custodisci questi frammenti perchè mi salveranno, se dovessi tornare”.
I miei compagni… non quelli con cui sono partito, bensì tutti gli uomini, le donne, i bambini, i cani, chiunque fosse aggrappato alla vita, come me. Non ero il loro capo come nessuno lì in mezzo era il mio, ci muovevamo trascinati da una volontà collettiva: sopravvivere. Non ci rimaneva nulla, nessun desiderio, patria, affetti, solo i nostri vuoti involucri.
Il ponte da attraversare, sospeso, sopra i… nemici? Ha veramente senso parlare di antagonisti quando l’avverso non ha una razza, una nazionalità, ma è governato solo da un sentimento di morte?
Arrivati dall’altra parte ci infilammo dentro il costrutto in pietra, abbandonato da tutti fuorchè dalla memoria di un tempo in cui si aveva ancora una scelta.
All’uscita persi del tempo per far passare una mano sui mattoni di arenaria, tra le loro intercapedini si era formato del muschio che andava a colorare la punta delle mie dita di verde… un tempo questo avrebbe scatenato qualcosa, un ricordo, una sensazione…
Correre fino alla roccia più vicina fu facile… dove erano finiti tutti? Dalla foresta uscivano solo rumori ovattati, un brivido freddo cominciò a colarmi lungo la schiena… comparvero all’improvviso, muovendosi lentamente. Trascinavano i corpi senza vita di alcune delle persone che avevano attraversato il ponte con me, ed il campo contaminato prima di quello, e molto altro ancora. I più svogliati scandagliavano annoiati dietro alberi e cespugli.
Mi girai e vidi il primo, blood moon hunter. Un barbaro di un altro luogo di dimensioni doppie rispetto alle nostre, saltava da un blocco di roccia ad un altro. Vestito di pelliccia, metallo e cuoio, una lunga e pesante cerbottana nelle sue mani, con gli occhi che potevano muoversi indipendentemente l’uno dall’altro cercava avidamente un bersaglio.
Guardai verso il tunnel giusto in tempo per vedere due uomini (tedeschi?) entrarci e fui inghiottito dalla tremenda sensazione di essere… circondato.
All’interno dell’abbazia diroccata tutti sentirono il grido afono del prigioniero. Era stato “trattato”, come dicevano loro, con tecniche di tortura perfezionate nei secoli: solo la sua testa e il torso straziato erano rimasti, ancorati attraverso due lunghe sbarre metalliche a quello che sembrava un guscio di tartaruga. La sua schiena, scoperchiata, lasciava intravedere gli organi che pulsavano come impazziti, alcuni dei quali ignoti alla fisiologia umana, inseriti con cura solo per prolungare il “trattamento”. Dopo di lui entrò il capo, un torace enorme, rivestito da un’aurea di invincibilità. Guardò con sadico divertimento e con quel distacco proprio della routine il prigioniero, masticando un pezzo di carne che fino a poco prima faceva parte di una persona completa e spaventata.
“Dove sono gli altri”.
Il viso dell’uomo era tumefatto e sfigurato dal dolore, ma non disse nulla.
Ad un cenno del capo, entrò, sinuoso, il mayhem. Più piccolo del resto della sua specie, aveva delle dita che terminavano con delle unghia nere a forma di cono. Cominciò a muoverle, emettendo un sibilo sottile e nella navata dell’abbazia non ci furono più segreti.
Quando vidi entrambi gli occhi dell’esploratore fissarsi sulla roccia dietro la quale ero nascosto, capii che era giunta la fine.
Mi alzai e cominciai a cantare. Mio padre mi aveva insegnato che la musica non poteva tenere lontane le miserie della vita, ma poteva aiutare a dimenticarle.
Cantai contro l’autorità, gli zeloti, i monarchi, e le mie parole diventarono una maledizione.

There is a tougher colder killer
A tougher colder killer than
A tougher colder killer than you
And he will wipe us all from this place
You will learn to crawl
You will learn it all in just one day
Just one day

Filippo Righetto

Beach House – Bloom

Data di Uscita: 15/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Mi ricorderò per sempre di quel fiore così azzurro. Clara stava aspettando i marziani, la sera dell’ultimo dell’anno del 1987. Non voleva tornare al collegio, non voleva spiegare agli adulti perché si sentisse così spesso circondata da centinaia di voci e colori. Non erano solo nella sua mente, tutt’altro, vedeva forme danzare per le strade, animali venuti dal futuro accarezzarle i piedi, desideri caleidoscopici proiettati nell’aria. Poi all’improvviso svanivano, i suoi occhi facevano fatica a mettere a fuoco i particolari del mondo reale. La notte era il suo regno, nel sogno, e in una sera afosa dell’agosto seguente scrisse una lettera all’umanità che negli anni conservò con cura in un libro di fiabe giapponesi. “A colazione spiegai una parte del sogno a mia madre. Mi pregò di non mettermi mai in pericolo. Il vasetto di marmellata non mi cascò dalle mani”. Conobbi Clara qualche anno più tardi, sul finire di una primavera insolita. Passammo gran parte dell’estate insieme, passarono molti pomeriggi di luglio nei quali, dopo corse nei boschi, ci stendevamo sull’erba a declamare poesie. Lei guardava le montagne all’orizzonte e sognava di abitare altre galassie, io scoprivo i romantici tedeschi e le raccontavo del blaue blume, il fiore azzurro di Novalis, simbolo dell’infinito. Decidemmo di dedicare la nostra vita alla ricerca della bellezza. Abbandonammo la nostra città rotolando come pietre verso nuovi oceani, assetati di orizzonti da ampliare. Era in noi, di nuovo, il potere primordiale di dare un nome alle cose, come toccandole per la prima volta. Vedi quei fuochi che si tuffano nell’acqua all’orizzonte? Sono come noi, non hanno paura della nebbia, e continueranno a scintillare. È  per questo che tutti hanno cominciato a rincorrerci. Cercare di attraversare per davvero la realtà, che non è mai ferma. Ed è per questo che serviranno sempre tanti colori, tutti quelli che riusciremo a immaginare. Solo così si può resistere alla notte, spingersi verso le soglie ultime di comprensione della realtà. Dove tutto è rarefatto, dove le visioni si dissolvono insieme agli oggetti della realtà e della fantasia. Dove non c’è niente da capire, dove c’è luce e ombra. Clara cammina avanti e indietro sulla spiaggia, a piedi nudi, tenendo insieme un paio di sandali nella mano destra. Guardiamo il cielo, mentre passano gli anni. Ogni notte, prima di addormentarmi, ripenso a quando trovammo un fiore azzurro, come un lapislazzulo, nato dalle viscere di una roccia. Lo baciammo entrambi, piccolo miracolo, simbolo e profezia delle nostre vite. Poi tutto incominciò a brillare.

Filippo Redaelli

Sigur Rós – Valtari

Data di Uscita: 28/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Við höldum andanum

Fin dal mattino ero stato tormentato da una strana angoscia. Ad un tratto mi era sembrato che tutti mi lasciassero solo, che tutti mi abbandonassero.

F.D.

Respiro.
L’odore di brina che ancora riposa pigra sul letto d’erba della collina, alle spalle della vecchia casa di legno nell’Austurland, penetra persuasivo le mie narici. Lascio che ogni alveolo polmonare si gonfi come spugna in acqua, e l’assenso è dato. La pungente brezza del giorno nascente mi avvolge con una danza d’invadenza. Lascio che ogni centimetro di pelle sia graffiato dalla carezza di una gorbia di ghiaccio, e l’approvazione è concessa.
Brandelli di cielo; costretto ai capricci del vento indisponente che impone ai cumulonembi fluttuazioni ipnotiche, accelerati come in un film dopo aver stretto il tasto forward; mi accompagnano fedeli lungo la strada che mi porta un po’ più lontano da casa.
Proseguo apparentemente senza meta sorretto dal legno dell’aspettativa, promosso da una piccola bugia di bambino a scettro di indipendenza conquistata. Il passo, ancora una volta incerto, sembra presagire una morte lenta, seguito dalla giovane e fedele foschia che racconta di nuances di raccolta tristezza. Ma non voglio smettere di respirare; mi lascerò piuttosto trasportare dalla suggestione emotiva indotta dai frammenti di voce, placidi e rassicuranti, di qualche albero solitario che mi capita di incrociare lungo il percorso.
E ho l’impressione di vederla da lontano la nuvola di vapore accogliente che, come una madre, mi richiama al mio proposito. Rapito da una sensazione di paura ed eccitamento allo stesso tempo, mi trovo ad accelerare il piede. L’effetto prospettico mascherava la distanza effettiva, in poco tempo raggiungo le sue pendici. Venti metri di basalto colonnare mi separano dal fondo della cascata di cui non riesco a vedere la profondità. Il sole più alto è una benedizione, le nubi quasi del tutto allontanate. Mi scrollo di dosso ogni orpello, ogni elemento non necessario e mi vesto di vento. Seduto al margine del vuoto, chiudo gli occhi per contemplare la bellezza del paesaggio sonoro che mi avvolge in un abbraccio rassicurante. Ho finalmente l’impressione che il mondo sia assorto in una quiete silente, smorzata soltanto dalla liturgia corale dell’acqua il cui flusso omogeneo si rivolge perpendicolare al basamento, sicuro di quel che sarà il suo approdo, con una tale naturalezza.
Forse è la calma a darmi coraggio. Torno in posizione eretta e, fiero, gonfio il petto. La punta delle mie dita è accarezzata solo da aria ora. Il battito cardiaco si fa più intenso.

Un ultimo respiro e un altro passo avanti.

Giulia Delli Santi

Teen Daze – All of Us, Together

Data di Uscita: 22/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Riunirci tutti prima o poi, era una promessa che ci facevamo dopo l’estate, quindici anni or sono, in piedi alla fermata dell’autobus con gli zaini enormi in spalla. Era arrivato settembre, i tramonti si facevano più bassi giorno dopo giorno, il cielo virava sul rosso e poi sul viola sempre prima, a ricordarci che non era più tempo di barbecue in giardino, a rammentarci la necessità di un golf di cotone sulle spalle, sotto il cielo scuro della notte. Ci credevamo davvero, nella possibilità di replicare la situazione perfetta sulla spinta di un naturale desiderio adolescenziale, ignari della forza della contingenza, dell’impulso del momento, degli anni che scorrono. Gli impegni non sono per tutti, quelli a lungo termine solo per pochissimi.
Eppure adesso vi scrivo, vi cerco, scandaglio agende e ritagli di giornale datati a dei gossip estivi ormai esausti e anacronistici e addirittura dimenticati; ho dismesso il telefono fisso e cambiato quattro cellulari nel frattempo, i numeri in rubrica sono scomparsi insieme ai tasti, ma qualche segno di voi lasciato negli oggetti sbiaditi so di trovarlo. Le cose davvero importanti le ricordo, ricordo le lacrime giovanili, le parole lasciate impresse a vicenda con inchiostro blu nelle braccia abbronzate.
Vorrei allestire un revival, un tributo alla spensieratezza, a quando i grigi non esistevano nei nostri immaginari, solo toni variegati di tinte accese con una luce pulsante uniformemente distribuita. Cerco pezzi di voi sparsi nel tempo, ricostruisco storie e tento modi per raggiungervi e raccogliervi qui, ascolto chillwave contemporanea da ore e mi illudo che il tempo si sia bloccato a quell’agosto al lago. Scie di synth come di barche a trainare sciatori a pelo d’acqua, e le ragazze sedute a terra sul pontile, a schizzarsi coi piedi e ridere scomposte.
Non mi interessano le critiche sull’utopia di concretizzare un flashback, e non mi sento nemmeno uno stupido a voler fingere di poter accantonare domande assillanti e la Vita, anche soltanto per una sera. Lasciatemi nella bambagia del mio sogno, perché qui – tutti noi insieme – potremmo raggiungere una felicità pura da sfiorare la perfezione del sogno. Vivessi vicino al mare affiderei a bottiglie vuote dei messaggi nostalgici da farvi recapitare grazie alle correnti, per riportarvi qui, a ricreare l’illusione che ci voleva invincibili ed eterni, insieme.
Il mio disegno deve andare a compimento, perché non c’è spazio per le rinunce, per gli atterraggi mesti. Lascio andare lo stesso disco a ripetizione dal momento che ho deciso di tentare, e “tentare” è sinonimo di “riuscire” ormai per me, lo dicono anche le atmosfere evocate dalla musica, suoni eterei e ballabili impregnati di luce e di sorrisi, l’ottimismo diffuso attraverso melodie leggere e battiti e alcune voci delicate che si sovrappongono o si alternano a ritmi ben scanditi. Eravamo nel giardino segreto, la notte prima della partenza, nella felice danza di commiato tra alberi radi e fiaccole alla citronella; mi sembra di riascoltare ora le stesse tastiere scintillanti che si insinuavano tra i nostri piedi, tra i nostri approcci. E forse è un segno questo – sicuramente mi piace crederlo. Provo la medesima sensazione che si avverte in un volo, ed esso non è collocabile con precisione né nel passato, né nel presente, né nel futuro; si tratta semplicemente di un fermo immagine, ché la perfezione è senza tempo e lo trascende. Eravamo noi la perfezione, lo saremo di nuovo, e per sempre.
Trovo una successione di cifre in fondo a una pagina di oroscopo piegata tra le riviste che tengo come cimelio dell’adolescenza, ho la certezza di essere sulla giusta strada. Basta solo comporre il numero che ne esce fuori e attendere una risposta, dall’altro capo del telefono.

Federica Giaccani

Father John Misty – Fear Fun

Data di Uscita: 01/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

F. si sveglia lentamente ogni mattina, dorme molto poco, perlopiù svestita ma coperta dalla fastidiosa lana dei pensieri. È con ogni probabilità la regina di Babilonia e tutti, anche senza saperlo, sono pazzi di lei.
Si passano bei momenti nella sua città, ovunque si va si ha la testa coperta e si avverte una bizzarra libertà, lo stesso spirito che anima F., la donna più bella del suo meridiano. È forse la donna di cui si potrà innamorare il prossimo Gesù Cristo laico. Ha qualche piccola psicopatologia urbana che la porta a piangere molto spesso e a desiderare di vivere in qualche lontana campagna ai confini con un altro universo, mentre però continua a sguazzare nel ritmo postmoderno della sua danza e non sa far a meno della musica, con cui ha oltretutto stretto un legame più profondo che tutti sperano finisca presto.

L’organo suona mestamente e viene accompagnato da percussioni che sono vecchie e stanche almeno come l’essere umano. Sembra che tutte le parole che esistono in questo mondo siano già state dette in tutti i loro abbinamenti possibili. Sembra che tutte le combinazioni amorose possibili siano già state fatte. Sembra che nessuno creda più nella felicità e nell’amore, soprattutto gli infelici e i narcisisti.

F. è  bella come il papavero giallo e talvolta fa venire delle allucinazioni che creano alla vittima migliaia di immagini di F. nella mente e la trasformazione di qualsiasi donna in una potenziale F., può togliere le forze e far venire un sonno travagliato. Si potrebbero scrivere anni luce di parole su F. ed almeno la metà sarebbero parole tinte di rosso, altre sarebbero parole di tempo spogliato. Con lei si impara ad amare almeno per brevi momenti questa burla bellica che siamo tutti costretti a vivere ed a cui ci attacchiamo tutti come sanguisughe assetate e disperate.
La vita ha sciolto un altro anno, e comunque andranno le cose, anche se riuscirò a ricomporre la mia sfera, sarò per sempre innamorato di F..

Marco di Memmo

Mount Eerie – Clear Moon

Data di Uscita: 22/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

A chi parlo stanotte?

Corro via T., questa luna non è più la mia luna. E quella casa laggiù è solo una figura anonima tra alberi ordinati come soldati. Nuvole sconosciute spalancano le loro labbra come in uno sbadiglio di neonato, è il fumo della mia auto?
Ho dato un passaggio ad uno sconosciuto che attendeva da ore l’arrivo di una vettura. Ha dei capelli lunghi, unti e un giubbino nero come il suo cappello con visiera.
Gli chiedo: «A cosa ti serve un cappello con visiera a quest’ora?»
«Lo porto sempre», mi risponde.
Lo sconosciuto ha ragione, T., a volte teniamo addosso delle cose solo per abitudine e non ci sorprendiamo più di nulla. A questa luna così chiara e così piena concediamo solo degli sguardi vaghi e indifferenti.
Lo sconosciuto non parla molto e sembra anche abbastanza stanco. Non forzo la comunicazione per non sembrare invadente; tempo dieci minuti e l’uomo chiude gli occhi cullato dai suoni del nostro viaggio.
Dopo ormai venti chilometri di strada mi rendo conto di non aver chiesto dove è diretto. Tossisco un po’ per svegliarlo. Ha funzionato. L’uomo mi chiede che ore sono: le tre e un quarto.
«Ti dispiace se accendo la radio? O vuoi continuare a dormire?»
«Ma certo, amico. A quest’ora sulla radio nazionale c’è sempre un programma di musica contemporanea in cui ci sono ospiti molto preparati».
«Senti, ma dove sei diretto?»
«Oh, calcolando la tua velocità media dovrei arrivare a destinazione fra venti minuti. Altri trenta chilometri, all’incirca».
«Capisco».
So quasi per certo che a trenta chilometri da qui non c’è nessuna cittadina e nessun motel. Tuttavia decido di fidarmi, lo sconosciuto mi è simpatico. Sto pensando a quanto poco piacevole sarebbe stato trovarsi in auto con una persona piena di sé, magari un organizzatore di matrimoni o uno di quegli ospiti in radio tanto preparati su qualsiasi argomento. Ecco, se c’è qualcosa che mi fa saltare i nervi sono proprio le persone spocchiose e piene di boria. Non so perché, T., ma il termine ‘spocchia’ mi rimanda al termine ‘sporchia’. Non sai cos’è? La sporchia è una pianta parassita del Mediterraneo che nasce e si alimenta di linfa sottratta alle radici di altre piante. Lo so perché mio nonno era di quelle parti. I poveri agricoltori del sud Italia di un tempo ne mangiavano a sazietà e ancora oggi è usata a tavola come una sorta di reliquia. A sua volta ‘sporchia’ mi dà di ‘sporco’. Ecco, forse le tre cose sono collegate, T., fatto sta che quando ho a che fare con una persona spocchiosa, pensando e ripensando – magari durante il tragitto per tornare a casa – mi si disegna in mente l’immagine di questo parassita sporco e con la testa a forma di turione gigante. È inevitabile.
«Ehi, stiamo quasi per arrivare».
«Davvero? Qui non ci sono motel, sei sicuro?»
«Sicuro… No, non devo andare in nessun motel. La vedi quella curva? Di lì mi inoltro tra gli alberi, c’è una abitazione che dalla strada non si vede. È la mia casa».
«Vivi da solo, vero?»
«Col mio cane e le mie due galline», mi fa sorridendo.
«Divertente. Anch’io vorrei una casa fuori città immersa tra i pini».
«È un posto tranquillo, effettivamente, anche se le donne non ci passerebbero mai la notte».
«Ogni medaglia ha il suo rovescio».
«Bravo, e ti dirò: io le medaglie le indosso tutte dal rovescio!» Scoppiamo in una sonora risata che, a quest’ora tarda, pare davvero roboante.
«Sei un tipo strano, però mi sei stato di compagnia».
Accosto l’auto attivando le quattro frecce. Lo sconosciuto mi saluta sistemandosi il cappello con la visiera. Poi lo vedo scomparire tra i tronchi degli alberi che di sera si confondono col terreno e le foglie. Chissà se c’è davvero una abitazione inoltrandosi di lì, chissà se ho davvero dato un passaggio ad uno sconosciuto o se è stato tutto frutto della mia immaginazione. T., perché non mi rispondi mai?

Andrea Russo

The Cribs – In the Belly of the Brazen Bull

Data di Uscita: 07/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

La serenità è alzarsi ogni mattina e non aver problemi nello scoprirsi allo specchio, non titubare nell’incontrare lo sguardo di quell’illustre sconosciuto che condividiamo con gli altri nell’aspetto e nelle relazioni. Altra cosa è la felicità, per usare parole non mie, l’obbligo che si contrae nell’obiettivo di diventare felici è quello di diventare la persona che il mio cane crede che io sia. Il mio cane, adorabile bestia stupida, bambino muto che mai cresce, mi osserva speranzoso di briciole d’attenzione, anela carezze come un’amante spera negli sguardi interessati. Ed io, oggi, sono come lui, stupido, felice e  in attesa. Quanto mi piace, quanto mi piace lui, quanto mi piaccio io, trovo splendido anche questo piccolo mondo incoeso. Sopravvive l’allegrezza a scenari che fino a ieri mal sopportavo, giustifico e assecondo, accomodo e accetto. Vada tutto, vado io, vieni tu però, perché t’aspetto. Certo, serotonina a parte, so che all’angolo m’attendono disillusione e amarezza. Già immagino il finale bieco nel quale incorro illudendomi, ma sai, che gusto vuoi che ci sia nel pretendere con riserva? Sarebbe come mangiare il pollo con le posate, il gelato nella vaschetta, la prima uscita al pub con gli amici, saggiare l’acqua con la punta del piede prima di tuffarsi. Mai sia, lascio questi approcci ai cuori pavidi. Per me treni in corsa legato ai binari, crepacci profondissimi in bermuda e cuffia, e rock n’roll da tre accordi. Così sia e venga la tua volontà, miele. Venga a ingraziarmi o a ferirmi, l’accetterò in uguale misura, che siano i baci ad indagarmi, abbracci a rassenerarmi, schiaffi ad arrossarmi le gote. Costeggio le parole ovvie in cerca di affermazioni forti,  uno stupido a stupirti che ti fissa cercando lo sguardo d’approvazione che trova ogni mattina allo specchio. Sperando occhi interssati, mani curiose, labbra che si scontrano. Il mio cane, vorrei tanto che capisse tutto questo, sarebbe fiero di me. Per una volta a buona ragione. A quanto pare però l’incomprensione vige sovrana a connotare relazioni e aspetti di quegli illustri sconosciuti che siamo. Che ben venga, sono felice perché son stupido ormai e accetto tutto questo senza cognizione di causa, in attesa dell’effetto, miele.

Alfonso Errico

HAVAH – settimana

D.d.U. 10/06/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Puoi ignorare quanto vuoi il ritmo delle sette albe e dei sette tramonti,  riusciranno sempre a dirti che giorno è, i calendari, e non potrai scappare dai numeri in nero o in rosso.
La roulette della vita gioca a tenerti in affanno con vincite sperate e mai decretate.
Suona la sveglia:
motivazioni da darsi, stupori improvvisati e l’attesa folle.
In stanze si consumano sguardi per pareti silenziose;
guaina mielinica corrosa, pensieri distorti.
Ripetere gli stessi errori come una formula giusta.
Nucleari esplosioni nella testa di assordanti silenzi proclamati dalla distruzione del tutto per cosmici viaggi.
Non sei diverso, non lo sei (ancora) abbastanza.
Preferiamo annoiarci e fermarci qui. Oggi.
Che giorno è?

Ilaria Pastoressa

Led Er Est – The Diver

Data di Uscita:08/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Minimali e cupi senza vestirsi di nero, usare le croci rovesciate eccetera.
New York diventa limacciosa, il repertorio fisso del genere, tra i più asfissianti del panorama, si infittisce e crea trame più piene.

Scrive le parole immaginarie rispettoso dei tempi scanditi dalla batterie elettroniche marziali e minimali, synth algidi ed antichi incrociati a voci degeneri e timidamente impostate verso il basso, acqua malsana. Scriveva le parole del suo racconto che non arrivava e disfaceva, distruggendoli,  i fogli scarabocchiati in precedenza. Romanziere fallito nel suo piccolo appartamento veniva rapito sul più bello da questi suoni.
In passato era solito riempire fogli su fogli di trame e rifletteva sul passare del tempo in cerca di un qualche editore. L’America ne era pur piena. La ragazza, troppo presa dalla vita reale, non c’era più. Il giradischi fisso su “The Diver”, la copertina del vinile con quel collage privo di senso ma così ipnotico.
Ascolti ripetuti per assimilare stratificazioni condite anche da cadenze psichedeliche, i ricordi a riaffiorare completi e a bloccare la sacra scrittura.
Scarabocchi e trame appena iniziate e cacciate nel cestino. Il ragazzo della pizza a suonare al campanello, l’amico dello spacciatore a suonare al campanello, l’ex donna del nuovo uomo della sua ex donna a suonare al campanello. Cerchi concentrici non chiusi e cerchi di fumo a imbrattare i muri una volta bianchi e ora di un grigio invernale, mentre fuori il sole crea effetti allucinogeni sui tetti delle macchine spargendo raggi di calore fino al ventesimo piano del suo grattacielo. Apatia compressa in una camera da letto, in un bagno e in una piccolissima cucina.
Come uscirne non era minimamente pensato. “Divided Parallel”.
Pensieri profondi sulla filosofia politica del 1800 e sulle crisi cicliche del capitalismo. Fogli bianchi, tutto invischiato nella mente e tutto così difficile da esprimere in una cadenza sinuosa e contraddittoria di euforia e depressione.
Settimane e mesi tra lentezza d’azione e velocità del tempo che scorre implacabile in una barba sempre più prominente tra un mistico cosmico e un James Harden. Le croste delle pizze diventate sassi da lanciare ad insetti molesti e lattine mezze piene da usare come un lanciatore del peso che cerca la danza perfetta.
Iron the Mandala” alza il tiro e gli costruisce il tramite tra foglio e mente, così sembrava prima di cadere in una sonno profondo e duraturo. Un letargo trasfigurato in incubo in cui la mano munita di penna procede spedita in un tourbillon di parole forbite e ben aggregate. E il foglio parallelamente si decompone lasciando sgomenta la mano che stringe sempre più forte la penna fino a farla esplodere in un gesto di liberazione e di morte.
Sudore gelato e claustrofobia mal celata e repressa dalle dosi di fumo. “La Lluvia y Memoria”. “ The Bladiator”. La straziante sensazione del fallimento vicino.
Il barlume sempre più distante della voce materna a spingerlo verso una vita in ufficio, la morte del padre e la possibilità di prenderne il posto allo sportello postale.
L’impossibile sostenimento di tutti questi stimoli e la decisione definitiva di abbandonarsi a “The Diver”. Preferisce restare sotto.

Alessandro Ferri

Helios – Moiety

Data di Uscita: 01/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Se G. non fosse partito tre anni fa questo plumbeo pomeriggio di maggio, che pare appartenere ad un ottobre uggioso, avrebbe avuto un altro colore, quello della vita probabilmente. Solo, al primo pomeriggio, nella mia auto, vago per la strada deserta che va per la campagna radendo i piedi della vasta collina. Sacra si erge a dominare la gravina, profonda e antica ferita: un torrente scorre umile disegnando il letto di fanghiglia, detriti e silenzio.
È la solita strada, oramai svigorita, dall’asfalto cianotico e liscio, un paio di curve e su per il rettilineo fin sulla ferrovia a dividere la collina dal dirupo. Quella strada è la mia strada: assaporo il gusto della quiete spingendomi indietro nel tempo, quando mio padre era solito condurmi in sella alla sua bicicletta, e qualche cane randagio si ringalluzziva accodandosi scodinzolante prima di acquietarsi con passo incerto. Oggi è la fuga dalla città, il disperato contatto con le vecchie anime della campagna trainate dai loro asini fantasmi. Grandi vigneti e uliveti si stendono fino all’orizzonte, stormi di uccelli svolazzano sui tralicci della corrente elettrica, il tempo ha scavato i volti dei contadini che tornano in città dispiegando fumo e fango dai treruote cigolanti.
Se G. non fosse partito tre anni fa adesso saremmo fianco a fianco, seduti nel mezzo della china della gravina, su un masso di pietra dilavato dal silenzio dei nostri sguardi persi verso la vasta collina. Una bottiglia di vino tra le mani, un’altra sigillata accanto ai nostri corpi ammaliati dal nitore del tramonto – colori sfumati e ombre in divenire; esarazione della sbronza. Poi lui avrebbe cominciato a parlare delle ultime peripezie di Pete Doherty e della sua splendida giacca rossa o dei lucidi stivaletti bianchi a punta del leader di quell’altro gruppo tanto in voga. Avremmo acceso un paio di sigarette e avremmo ascoltato il crepitio della cartina che brucia.
E il sole grosso arancione rifulgente sul fondo della bottiglia: l’ultimo sorso, una leggera carezza del vento sull’erba e un brivido lungo la schiena a svegliarci dal torpore. Poi avremmo stappato l’altra bottiglia – caratteri argentei sull’etichetta, i volti paonazzi in un vitreo riflesso, un branco di cani ululanti, le anime sagge della campagna ingoiate nella sera vermiglia, il colore della vita.

Gianfranco Costantiello

Witxes – Sorcery/Geography (Top Ten 2012)

Data di Uscita: 08/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Viviamo in un posto dove gli uccelli cantano un grazioso motivo
e c’è sempre tanta musica nell’aria.
(I segreti di Twin Peaks)

In un luogo remoto, tra Adma ed Elham, nella valle di Siddin, c’è un posto misterioso. Antichi racconti narrano di una lunga e violenta guerra tra le due città e si crede che l’anima del re di Elham vaghi ancora nella valle alla ricerca di vendetta. La lunga guerra tra la città di Adma e la città di Elham, infatti, si concluse solo quando il re Chedor fu spinto in uno dei tanti pozzi di bitume di cui la valle di Siddin era ricca. La regina Sibri, moglie di Chedor, per la disperazione si lanciò da un dirupo. Da allora pare che tutti gli ignari viandanti che abbiano la sfortuna di passare da questa terra siano colpiti da una sorte funesta. C’è chi racconta di visioni mistiche, c’è chi diventa cieco o sordo, c’è chi perde l’uso della parola; i più fortunati dichiarano di essere precipitati in un perenne stato di struggimento. A migliaia di anni di distanza, dunque, un gran fascino e alone di oscurità avvolgono ancora la valle di Siddin.

Decisi di addentrarmi io stesso in questa impervia area e di sperimentare sulla mia pelle tutte le sensazioni che un viaggio singolare avrebbe potuto scatenare nella mia persona. In totale solitudine. Partii lasciando ogni oggetto di peso e di valore, o meglio, ogni oggetto che nel comune sentire sia definito di valore. Portai con me il minimo indispensabile. Non salutai nessuno, semplicemente partii. Appena giunto a destinazione fui colto da un grande senso di inconsistenza. Smisi di pensarmi singolo e cominciai a sentirmi parte di un grande sistema, quello dell’altro oltre me stesso. Alberi sghembi, pietre, foglie accartocciate. Tutti elementi di un armonioso universo verticale. Nessuna spinta oltre l’adesso. Nessuna melodia orizzontale. Solo il noi e ora. Sentii che questa sensazione di sospensione profumava molto di eternità: me ne inebriai. A un certo punto, dalle siepi arricciate e smosse dal debole vento vidi giungere una figura femminile. Aveva le gambe sottili, quasi ridicole, un abito bianco grazioso. Sussurrava parole fievoli e impercettibili in una lingua a me ignota.
«Sss…sib… Sibri!»
Un forte tremito percosse tutta la mia schiena. Caddi riverso, come colpito da un fulmine. Persi i sensi.

Quando mi risvegliai ero sul mio letto, nella mia abitazione, con le solite cose di sempre. E avevo in mente un motivo jazz, eppure io detesto il jazz! Tuttavia in quel momento ero sereno, sentivo di aver toccato l’eternità con la sola forza di un sogno.

Andrea Russo

Cosmetic @ Dirockato Winter, Monopoli (BA) (09/05/2012)

Un breve ascolto, durante la lettura

«Va’ che ficata, m’ha dato una capocciata come nei film di Bud Spencer!»

Un’asse della sedia cede, Simone rischia di sprofondarci. Emily chiede timidamente se qualcuno le passa una sigaretta. E il mare sussurra in sottofondo.
Manca poco. Mone ride, Bart non ha voce ma continua a raccontar storie di labbra che si aggrappano agli apparecchi.
Ci si vuol bene anche se ci si conosce appena.
Ad unirci sono quelle melodie, quei ronzii.

Domattina un suono avrà che non si sente / e da ogni parte arriverà un rumore nuovo che / ci verrà a sorprendere.
Ma, per ora, imbraccia quella chitarra e, col filo di voce che ti rimane, canta: l’unica cosa che importa è l’entusiasmo.

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Sun Kil Moon – Among the Leaves

Data di Uscita: 29/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Sunshine in Chicago makes me feel pretty sad
My band played here a lot in the ’90s when we had
lots of female fans, and fuck, they all were cute
Now I just sign posters for guys in tennis shoes.

Il blocchetto degli appunti riporta in cima il suo nome e la scrittura è quella.
Non lo riconosceresti altrimenti, tra titoli chilometrici ed una copertina insignificante, da quaderno di brutta. Il desiderio di anonimato ti sorprende, come la rinuncia alla bellezza impagabile di quelle sue istantanee sgranate ma illuminanti. Anche le storie che porta in dote, in fondo, sono umili e dimesse. Non più la morte giovane e beffarda di un pugilatore orientale caro agli dei. Non il baratro esistenziale del più romantico degli assassini seriali, né gli sprofondi di un nihilismo sempre a tutto campo e sempre a pieno fuoco. Al contrario, un’antologia di sincere annotazioni accatastate alla meglio, private, lontane anni luce dalla ferocia universale e dagli amorosi sensi feriti dei pittori della casa rossa.
E’ un cantautore estremamente intimo e confidenziale quello che si lascia sbirciare dalla finestra di ‘Admiral Fell Promises’, lasciata aperta questa volta per un salutare cambio d’aria. Canta e suona per se stesso senza curarsi delle orecchie curiose, giù in cortile. Il tono è insolitamente solare e fresco, pur nell’assoluta parsimonia degli arrangiamenti, quasi casalingo visto il clima di serena tregua dalle angosce cristallizzate del cantastorie tormentato. Che nemmeno sarebbe lo stesso senza quel felice acume autobiografico, pasta spalmabile a base di ironia finissima ed equilibrio molto faticosamente conquistato. “Non volevo lasciar assopire me stesso, o altri, con la quintessenza dell’ennesimo Mark Kozelek”, ha raccontato lui con l’impeccabile amarezza del suo miglior sorriso. Ecco quindi la più grande serata di tutta una vita, confessata con la ritrosia patetica del vero campione di auto-deprezzamento. Ecco il mal di schiena tiranno che reclama non meno di otto ore di sonno, ed i molesti quarantenni in scarpe di tela al posto delle carinissime groupie di un tempo. Non la diresti la stessa penna di chi andava predicando il suicidio come un vangelo ed implorava al padreterno la benedizione di una pioggia senza fine. Ma oggi quei capelli sono sempre più corti e sempre più radi. Ha fatto capolino un po’ di pancia, chissà quando, e lo “straordinariamente talentuoso ma non così attraente uomo di mezza età” si è scoperto fragile all’improvviso, pur con lo stesso sguardo severo all’apparenza che indossava venti anni fa. Niente più voglia di stravolgere gli AC/DC per renderli interessanti, o i Modest Mouse, per un tributo da indirizzare prima del tempo.

La sua voce sacrale entra nelle pagine di questo notes come la fiamma di un cerino in un buio cosmico, nell’alone gli svolazzi in slow motion della chitarra colibrì. Il nylon delle corde tradisce l’impulso di un songwriting finalmente sgravato dai calcoli e dalle cure maniacali, non più spagnoleggiante, ancora non elettrico. E ridotto alla sostanza espressiva e melodica, avvicina il grado zero del suo stile come ai tempi di ‘Down Colorful Hill’ – rigore, pulizia, pause ed illuminazioni – ma senza più quel canto invariabilmente distaccato e di sublime rassegnazione. Nella dedica all’amico artigiano ormai scomparso, lo scopri capace di una dolente e più corposa umanità rispetto al velo di insondabile ed oscura malinconia che rese la pelle d’oca di quei primi, sconcertanti dischi. Anche con la musica ridotta ad un trasparente accessorio di sfondo, anche nella frugalità affettuosa e fragile del suo incedere, Mark sa essere incredibilmente intenso ed evocativo. Il sole uccide la luna, sembrerebbe vero. Rarefatto e gentile in una doppia, elegiaca ninnananna, travestito da affilato desert folker oppure narcotico ed inesorabile in un filler di cordiale brutalità. E poi, bestemmia a parte, il mood intimo e vanamente giovanilista del Thurston Moore acustico, ancor più del solito Neil Young sulla spiaggia desolata, dei Simon e dei Garfunkel destati da un lungo viaggio mesmerico o di tutte le altre eroiche figurine dei bei tempi che furono, John Denver e Cat Stevens in testa.
Ti soffermi a fissarlo, più che ascoltarlo, e credi di aver riconosciuto il nuovo standard: meno etereo e più concreto rispetto alla norma quasi mistica delle sue esibizioni in questa o quella chiesa, più voracemente attratto dalle fascinazioni spicciole e un po’ crude del quotidiano, dagli umori altalenanti e dalle miserie belle del vivere marginale. Il respiro è corto, lontano il piacere fine a se stesso delle speculazioni sui massimi sistemi. Una considerazione esatta e bugiarda nel contempo, perché a tratti si riaffaccia l’angusto miniaturista con le ossessive orlature d’inquietudine del mai accreditato Nick Drake, con il broncio di ritorno e quel tono sempre così poco incline alle false speranze. I monotoni ed irresistibili cerchi di accordi descrivono come meglio non si potrebbe la routine di un amore giovane esposto ai rigori dell’inverno dei ricordi, mentre l’amore adulto, l’ispirazione, è pura fatica di Sisifo. Un cambio d’abito via l’altro e si convalida il rifiuto di tutti i filtri di coesione e di sintesi, mostrando a chi ascolta i tanti volti di un autore difettoso, non facile, mai accomodante. Sopravvivono così le impressioni seppiate, la grana sovraesposta degli scatti migliori e quelle vecchie montagne russe dimenticate, miracolosa architettura di ferro e legno ed insieme luogo d’elezione per un maestro di contemplazione nostalgica. Chi ha particolarmente amato la sua seconda stagione sarà saziato dall’unica sortita dell’elettrica in ‘King Fish’, ritorno agli spettri della grande autostrada, con quell’inclinazione tra il torvo e l’estatico che è autentica epica kozelekiana. A tutti gli altri basterà perdersi nel lungo brivido di franchezza della spoglia, luminosissima ‘Black Kite’, ultimo e più indecifrabile bozzetto sul taccuino.
Tutta la meraviglia dei Red House Painters abbandonata e confusa dentro sfumature ormai indefinite, senza più nemmeno l’urgenza di colmare il silenzio tra una nota e l’altra.

Stefano Ferreri

Are You Real? – Songs Of Innocence

D.d.U. 13/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

When the voices of children are heard on the green
And laughing is heard on the hill,
My heart is at rest within my breast
And everything else is still.

[William Blake, Songs of Innocence – Nurse’s Song, st. 1]

Seduta sulla riva del fiumiciattolo, Linda intrecciava qualche fiore di campo ai capelli biondi; come una novella Guy Montag, recitava stupita Canti d’innocenza pescati a caso dalla memoria.
Edie la raggiunse e l’abbracciò.
Gli sembrava di non aver mai respirato. I polmoni erano liberi, il corpo leggero. Rotolava giù dalla collina, si arrampicava sugli alberi e scrutava il mondo.
Aguzzò la vista.
«Nulla si perde mai veramente», sussurrò lei.
Si tennero per mano mentre sorridevano al nuovo mondo.

Annachiara Casimo

King Tuff – King Tuff (Top Ten 2012)

Data di Uscita: 29/05/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Brattleboro non è proprio il posto migliore in cui recitare la parte del morto.
Da bravo ragazzo, Kyle Thomas ci ha provato. Si è applicato, diciamo, ma la noia del Vermont sembra già una bella grana per gli esseri umani in carne e battiti, figurarsi per un alias artistico celebrato nella più assoluta sordina come cavallo a fine corsa. Cinque anni fa l’ultimo episodio, King Tuff Was Dead, trasmesso in edizione più che limitata ai pochi depositari del suo culto. Oggi l’improvviso margine per un ripensamento, con la resurrezione affidata agli svolazzi di una bestia trionfante che fa tanto tenera apocalisse. Cranio cornuto per ingraziarsi il dio dei riff, ali di un pipistrello evidentemente scampato al morso dell’Ozzy di turno, bacchetta magica in una zampa e la fidata Jazijoo nell’altra. Adottare un moniker dalle comic strip negli incarti delle gomme da masticare e regalare un nome di battesimo alla propria Gibson preferita saranno anche solo dettagli, ma raccontano già molto del personaggio. L’abito eletto con strategica noncuranza non può che fare il resto. Inorridiscano pure i maniaci dell’hype più sfrenato, qui nessuno potrà sentirli urlare: le pesanti camicie di flanella a quadrettoni d’ordinanza, lunghi e luridi capelli indirizzati sulle spalle da baseball caps rigorosamente non indossabili, se ancora ci si possa dire dotati di una qualche forma di umana dignità. Tutto già visto e in versioni migliori, non in un ritardo tanto clamoroso, addosso a quella vecchia canaglia di J Mascis. Ecco, proprio lui. Accostare il dinosauro e il cadetto nella stessa inquadratura potrebbe sembrare un azzardo, come immortalare l’attimo esatto di un’investitura o lasciare che il giovane Bowman della galassia indie dia una sbirciata alla versione più bianca e disincantata di sé. Eppure è successo. J dietro ai rullanti, Kyle nei panni del leader, in un pungente e grossolano carnevale stoner intitolato Witch. Anni tumultuosi sono trascorsi da allora, con in sottofondo il folk acido dei Feathers e le sfarfallanti armonie sunshine del progetto Happy Birthday, prima uscita dell’apostolo fricchettone per l’etichetta che fu di Kurt Cobain e della vampa grunge.

Oggi il risveglio della sua creatura solista. La vena psych da battaglia si ritaglia una frazione infinitesima della torta e concede ampio sfogo al candore pop rigorosamente deviato ma contagioso che Kyle teneva dentro da chissà quanto, tra bagliori sovraesposti di chitarre e quella vocetta dolciastra e sgraziata da ragazzino. Senza dubbio, una sorpresa. Un atto d’amore incondizionato alla stravaganza plebea dei Chuck Berry e degli Elvis, alla languida spensieratezza degli anni sessanta e a certe pose ormai fin commoventi dalla mitologia dei settanta, il tutto confezionato con spirito ludico sempre entusiasta e fede incrollabile nel potere lenitivo di un rutilante jukebox. Messa in questi termini si sarebbe indotti a immaginare il solito stanco revival, un campionario di cliché beat e powerpop mistificati dal risaputo velario della bassa fedeltà. Non è così. Questo disco eponimo incarna un’attitudine, una visceralità onesta, quella fanciullezza inerme e un po’ scoppiata che all’ascoltatore strizza l’occhio e da di gomito, invitandolo a buttarsi nella mischia senza star lì troppo a favellare. La differenza la fanno le melodie auree, forgiate con l’intuito dell’alchimista che sa trasformare anche un ritornello sbrindellato e senza spina dorsale nel più consolante e irresistibile dei sing-along. E la fa il miracoloso senso del ritmo, innato in questo autodidatta svezzato a latte e Cramps: sornione all’occorrenza, come quando cede il passo al romantico miniaturista (‘Unusual World’), irresistibile sempre. A tratti l’enfasi passatista si fa particolarmente accesa, come l’euforia quasi brada del suo inestinguibile fuoco sacro, e lo strappo dagli anonimi ma sereni integrati assume allora le proporzioni di una distanza incolmabile. Ripesca magari un jingle già rubato dai Dandy Warhols nell’unico passaggio di cui ancora ci si ricorda, ma dell’anticonformismo bohemien che spacciavano quei furbastri non resta che il raccolto magro del vero perdente per deformazione esistenziale, perfino orgoglioso nella sua fiacca e formidabile indolenza. Non ricerca applausi il ragazzo.

Quella del rinato King Tuff è pura weirdness d’assalto, miscela infettiva di ingenuità demodé e inconsapevole opportunismo. La benzina che infiamma il bubblegum (‘Bad Thing’), la sega elettrica che affetta i refrain alla meno peggio ed offre un nuovo smalto hard-rock a quello che altrove diresti un traditional irlandese da piola (‘Anthem’). Da ‘Alone & Stoned’ a ‘Stupid Superstar’, il Nostro non fa che dispensare limpidi autoritratti, elogi del dropout contemporaneo schiavo delle insindacabili passioni che lo hanno reso il delizioso reietto nostalgico di oggi. Nell’ironica mise en abyme l’identico tetro incanto dell’epopea surf, superando nello scatto anche il lanciatissimo Ty Segall degli ultimi tempi. Il senso di meraviglia è incontaminato e tradisce la sensibilità nello sguardo di un grande autore, camuffato da freak di provincia quasi aspirasse a prolungare in incognito la quiete del proprio felice anonimato.
Kyle è veramente l’idiot savant della nuova scena garage. Un prodigio autoconfinatosi nel polveroso retrobottega della tradizione canzonettara americana. Una speranza, un primitivista autentico, uno dei pochi rimasti. Il Mark Bolan con la barbaccia che fa i doppi turni giù al cantiere. La bonarietà inebriante del sidro di mela, che ti si arrampica su per il naso e si affranca con un’esplosione. Il mostro della laguna nera che vende zucchero filato al lunapark, con lo stereo sempre a palla. E’ il glam con la forfora, come hanno scritto i suoi più affezionati seguaci. Molto più numerosi, ora che la mano di uno sceneggiatore invisibile gli ha restituito quel debordante alito di vita. Solo dodici nuovi episodi a questo giro, solo un pugno di stupide canzoni che ti si attaccano addosso come i vecchi trasferelli. Abbastanza comunque per tenere sotto scacco la noia, nel Vermont come in qualsiasi altro posto.

Stefano Ferreri