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Chapelier fou – Invisible

Data di Uscita: 09/04/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Ci sono degli strani rumori in cantina, sbattere di pentole, vaghe note, chiacchiere in una lingua strana e suoni elettronici. Mi muovo piano, ma quando apro la porta si calma tutto. Accendo la luce e scendo le scale; sento tossire e sbattere qualcosa nel buio.
Attorno a me c’è il vuoto, tutti gli scatoloni sono scomparsi di colpo e c’è un odore di silicio, o meglio un odore che mi ricorda il silicio, o forse il silicio non ha odore, non importa.
Sono in maniche corte e in poco tempo sento gelare, sento una strana voce e poi un’altra e d’improvviso mi viene buttata addosso una giacca che pare la parka eschimese. Il freddo diventa insostenibile. Spunta dal buio una piccola ragazza, poi un ragazzo, poi degli adulti e degli anziani.
Tramite una bizzarra suggestione mi passa nella mente un intero alfabeto di lettere strane e qualche millennio di storia: comincio a parlare l’inuktitut correntemente e chiedo spiegazioni.
È morto il re del Centro del Mondo e bisogna ristabilire la pace, gli Inuit erano suoi fedeli servitori (che dalla parte più calda del mondo sono stati portati in quella più fredda per proliferare in armonia) ed ora mi chiedono di andare al centro della terra a portare la pace.
Quando arriviamo lì ci accorgiamo che la pace è già arrivata ed è stata incoronata come regina. Dopo aver bevuto una birra andiamo su un piccolo e invisibile satellite della terra che gli Inuit dicono di aver costruito circa tre millenni fa. Torno a casa a prendere la macchina fotografica, ma essendo diventato invisibile all’occhio umano non Inuit non mi apre nessuno.
Alla nostra partenza un’orchestra di orsi bianchi ci suona una marcia che elimina la forza di gravità e ci dà la spinta per saltare (perché su questo satellite ci si può arrivare solo saltando).
È un bel posto, si mangia molto pesce secco e gli abitanti hanno una particolare preferenza per la musica psichedelica. Faccio un tour di questo grazioso corpo celeste a cavallo di una renna. Mi fermo in una strada lungo la quale si sentono solamente canzoni dei Velvet Underground ed entro in un locale sotterraneo semibuio. Il barista mi ricorda qualcuno… non riesco a capire. Dopo qualche whiskey mi rendo conto che il barista è uguale a me, anzi, sono io. Allora io chi sono? Io sono un Inuit ed imploro il me stesso dall’altra parte del bancone di ridarmi il mio corpo. “Eh no caro mio” mi dice bonario “non posso, sei diventato invisibile, anzi sei sempre stato invisibile, il corpo non ti serve”. I miei vestiti eschimesi cadono a terra: sono diventato del tutto immateriale. Con la mia nuova non-sostanza mi aggiro per il satellite e mi rendo conto che esso stesso è etereo.
Il mio non-cuore pulsa in modo impressionante, talmente forte che le onde che genera mi riportano sulla terra. Ho in mano uno scettro di osso di balena, ma soprattutto ho di nuovo le mani, ed ho di nuovo tutto il mio corpo e sono di nuovo me stesso. Sono in Terra del Fuoco, a qualche chilometro da Ushuaia, cammino senza sosta sapendo solo che sono alla ricerca di qualcosa, ma ovviamente non so di cosa. Un albatro mi si avvicina in volo e mi dice di andare dalla volpe Albert che ha quello che cerco.
Alcuni condor delle Ande cercano di portarmi via lo scettro che io uso a mia volta per scacciarli. Vedo in lontananza un bell’esemplare di volpe della Patagonia e gli chiedo informazioni: è il cugino di Albert e mi porta fino a lui all’interno di una caverna. Albert non dice una parola, mi guarda fisso per dieci minuti e poi mi fa “sì, nonostante tutto sei il prescelto” e mi butta una pietra che dice di essere “la sacra pietra che proviene dalla Luna”. La pietra si incastra perfettamente sullo scettro.
E questa è la storia di come sono diventato il Re degli Onironauti, discendente indiretto di un Inuit cacciatore di balene che si era stancato deponendo a mio favore, scegliendo la carriera di musicista jazz.

Un merlo bussa alla mia finestra e mi dice che tutto questo non ha senso. Io a mio discapito posso dirgli solo che fin quando non ne sapremo qualcosa in più, i sogni, che siano ad occhi aperti o chiusi, non hanno necessariamente un senso.

Marco di Memmo

2 Responses to “Chapelier fou – Invisible”

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