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Lotus Plaza – Spooky Action at a Distance

Data di Uscita: 02/04/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Il senso comune è solito associare automaticamente alla solitudine un alone di tristezza, una connotazione negativa e ineluttabile, come se fosse sempre da imputare a una volontà esterna e la si subisca senza possibilità di scelta. In pomeriggi assorti come questo, nella quiete del mio soggiorno luminoso affacciato su un prato di un verde sorprendentemente intenso e ricco di piante dai fiori variopinti, respiro invece la serenità di poter stare in compagnia dei miei pensieri e basta; lo sento come un privilegio, l’alienazione temporanea dalla fretta che mi accompagna tra viaggi, lavoro e preoccupazioni solite. C’è da dare alle riflessioni la possibilità di dipanarsi e di esprimere le loro potenzialità, la loro forza; senza il tempo, senza la calma, la cura e la pazienza non resterebbero che in embrione, una vita in potenza e niente più.
Esattamente un anno fa ero ugualmente qui, come oggi; aperto davanti a me, sul tavolino di legno chiaro, c’era un album di fotografie che vado riempiendo da molto tempo con la speranza di fissare in immagini episodi felici della mia vita, ogni istantanea trascina con sé memorie impresse del mio passato, mi aiuta a richiamare dettagli, mette a fuoco circostanze già di sé indelebili. Adoro questa sensazione di gioioso appagamento che solo i ricordi e le fotografie riescono a infondermi. Assorto allora nei miei felici pensieri sentii a malapena la porta aprirsi e richiudersi alle mie spalle, sei apparsa al mio fianco con passi muti e ti sei fermata, posando gli occhi sul tavolo e su quei colori stampati; tante volte queste dinamiche si sono ripetute e si ripetono tuttora, e la mia capacità di riportare alla mente ogni situazione del passato con precisione e abbondanza di particolari ti ha sempre stupita e lasciata incredula. Mi hai scrutato con un’espressione enigmatica, quasi di sfida, per poi estrarre dall’ultimo cassetto della scrivania accanto alla poltrona un pacchetto rilegato di vecchie polaroid (Chi le avrà mai riposte lì? Forse tu, quando ero tanto intento a fare altro da non potermene accorgere). “Facciamo un gioco.” – hai esordito – “Ora ti mostrerò una ad una queste istantanee, avrai vinto solo se indovinerai tutte, ma proprio tutte, le situazioni a cui esse si riferiscono.” “Va bene, ci sto.” – replicai – “Anzi, vorrei sbilanciarmi ma azzardo la proposta di comporre un disco ispirato alle immagini qualora riuscissi nell’impresa. Un disco da solo, stavolta.” Non sono certo di essere stato nel pieno della mia consapevolezza in quell’istante, uno slancio razionalmente più grande di me, ma da cui sarebbe stato impossibile sottrarsi in seguito, e rimangiarsi le promessa fatta.
Le tue mani stringevano dieci fotografie capovolte, sul dorso di ciascuna riuscii a scorgere delle parole scritte a penna, forse una sorta di codice per rammentare in futuro dei concetti-chiave; cercai di non curarmene per non cedere alla tentazione di barare nella scommessa. Tu però hai deciso di leggermele.
Untitled. Eravamo io e Bradford, discutevamo circa la forza del riverbero nella musica, su come le vibrazioni facessero tremare le sue ginocchia dall’emozione e caricassero di materia le mie chitarre già solide. Ci eravamo persi a bere birra e ascoltare l’ultimo disco di Tim Hecker quella sera.
Strangers. Un nuovo gruppo che suonava in un locale piccolissimo di Los Angeles. Eravamo tra amici, c’erano anche gli altri con noi e delle ragazze in jeans e camicie a quadri ci riconobbero e vennero al nostro tavolo con sorrisi immensi a dirci quanto amavano i Deerhunter. Fu una serata di quelle che si definiscono perfette, bicchieri e lattine vuote ai nostri piedi.
Out of touch. C’eri tu con un cembalo in mano seduta sull’erba, alle tue spalle una siepe di fiori gialli come quella che vedo oggi in fondo al giardino, e una luce chiarissima. Lo suonavi producendo una ritmica trascinante ricordo, io cantavo parole nonsense; ti proposi anche di entrare nel gruppo, eri troppo brava.
Dusty Rhodes. Una bicicletta in un angolo, me seduto a terra a cercare di gonfiare le gomme, raggi di sole obliqui sul mio viso. Era un pomeriggio felice e spensierato, da trascorrere con l’aria in faccia e le gambe in movimento.
White Galactic One. Mattina assolata e grossi occhiali scuri sui nostri nasi spellati, il nostro camper in partenza per un mini tour. Avevamo le chitarre in spalla e tutto l’entusiasmo di chi intraprende fremente una nuova avventura.
Monoliths. Bambini in pattini nel lungomare, solo teste, schiene e gambe di giovani allegri; ero da solo quel giorno, mi immaginavo il momento in cui anch’io avrei avuto un figlio e gli avrei medicato le ginocchia sbucciate dalle cadute. Mi sono sempre visto bene nel ruolo di padre.
Jet out of the Tundra. Immagine di una strada aperta nel deserto e nient’altro, distese sterminate e aride. Eravamo io e te di ritorno da un viaggio in auto, c’eravamo fermati a contemplare la sabbia e i colori del tramonto torrido, avevo solo la forza di strimpellare qualche accordo, e tu di abbozzare un sorriso.
Eveningness. Con le cuffie nelle orecchie, ero seduto nella veranda a terra, vicino a me il mio cane, che accarezzavo distrattamente sul far della sera. Ricordo che ascoltavo un demo di Bradford, era splendido, volevo che non finisse più.
Remember Our Days. Una gita in spiaggia, foto di gruppo con frigo in primo piano e fette di anguria nelle mani, sabbia appiccicata addosso un po’ ovunque. Era il mio compleanno, siamo arrivati alla sera tra tuffi in acqua e canzoni improvvisate.
Black Buzz. C’ero io di spalle che camminavo in una strada affollata, sicuramente me l’avevi scattata tu immortalando il mio fare assorto. Una delle rare volte in cui riuscivo a concentrarmi nei miei pensieri intimi anche in mezzo a tanta gente. Sguardo verso il basso e caligine all’orizzonte.

È chiaro che riuscii nell’intento di vincere la scommessa quella sera; ne venne fuori un pugno di canzoni calde e luminose, personali, interpretate da chitarre intrecciate tra pop, shoegaze e rock and roll. Con un bel sorriso in bocca, un’aura vagamente sixties e un’immagine intima della mia America.

Federica Giaccani

2 Responses to “Lotus Plaza – Spooky Action at a Distance”

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