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Archive for aprile, 2012

Claro Intelecto – Reform Club

Data di Uscita: 16/04/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Cammini su un suolo verde ed irregolare. I fili d’erba ondeggiano come piegati da un vento che però non percepisci, inumidendoti l’indice destro e tenendolo fisso di fronte a te. Ti sei sempre sentito un po’ sciocco nel farlo, soprattutto perché non sei mai riuscito a notare la differenza.
All’improvviso, una fuga di colore purpureo attira la tua attenzione e ti ritrovi lì, a fissare dall’alto l’oggetto che ha rubato la scena ai tuoi occhi. E’ una betonica comune, una piccola pianta dai delicati fiori rosa che spargono nell’aria essenza di citrato. Il fusto è diritto, immobile nonostante l’aria che accarezza tutto quel che ti circonda. La parte ipogea può presentarsi con una leggera curvatura, ma tu sai che non è questo il caso.
Non ti spieghi né la spontanea sensibilità cromatica che stai dimostrando né il flusso di conoscenza che non ti è proprio, finché non ricordi quell’uomo dalla pelle nera e lo sguardo triste che poggiando la mano sul tuo volto ti disse libera la cultura.
La pianta si stacca dal suolo e librando finisce d’innanzi ai tuoi occhi, i fiori si accendono di vita e oro.
Il profumo è così intenso, l’aria così calda…
Le tue mani ora sono vecchie, e stringono le spalle di una donna che non hai mai conosciuto ma che ami da tutta la tua vita.
Il cielo non è terso, anzi, ma sei comunque grato di vederlo. Il mare è grigio come l’indifferenza. Vedi delle balena multicolori, ambra, ciano, giada, sono enormi, meravigliose, rompono lo specchio d’acqua e tu sai di non essere una di loro.

Libera… libera… com’era?
Mi sento costretto in questa stanza, respirare è faticoso. Sono circondato da persone che non conosco.
Fumo; troppo. La visuale è annebbiata dalle luci intermittenti; provo a mettere a fuoco qualche volto, ma mi trovo costretto ad arrendermi ad un ambiente estraneo.
La batteria martella, entra nella mia testa: chiudo gli occhi e il pensiero si fa strada autonomo.
“Muoviti, devi muoverti”. Prima la testa, quindi le gambe a seguirla. É lei stessa a chiamarle, come il saltimbanco ti chiama nella tenda con la promessa di impressionarti con le sue meraviglie.
Così impacciato non mi curo della folla finché lei mi si pone d’avanti. I suoi occhi sono assenti, fatica a sostenere lo sguardo. Gli stessi occhi rotondi, infelici, contornati dal buio angusto, che mi seducono. Sono completamente estorto dal suo profilo conturbante. Si muove come un serpente, abbozza un sorriso forzato. Mi irrita la sua imprudenza. Si avvicina invadente e, morbosa, si lascia toccare.
Le mie mani ora sono ferme, e stringono le spalle di una donna che conosco ma che non amerò mai. Sento la curvatura delle clavicole, le irregolarità dello sterno, e salgo fino al profumo caldo del suo collo. Non posso fare a meno di stringerlo, desiderarlo. Lei continua a dimenarsi senza perdere il ritmo. Credo stia provando ad urlare, ma la voce flebile è completamente sovrastata dai bassi obliqui.
I movimenti sono meno fluidi, scomposti, le persone che prova a tirare a sé l’ignorano come si fa con il folle che ti passa accanto in strada. M’intenerisce pensare quanto possa essere frustrante il rendersi conto di non avere alcuna possibilità d’evasione, ma la mia presa è salda e non ho intenzione di lasciarla andare, non ora. Le braccia crollano, anche le gambe. I suoi occhi rotondi provano a ancora tenermi testa, ma alla fine appassiscono lentamente come la betonica appena colta da un palmo dittatore.

L’elemento più importante nella danza della vita e della morte è muovere bene le mani, le braccia, non avere timore di usarle o vergogna di possederle.
Quella data verrà ricordata come la notte del maniaco.

Filippo Righetto & Giulia Delli Santi

Chapelier fou – Invisible

Data di Uscita: 09/04/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Ci sono degli strani rumori in cantina, sbattere di pentole, vaghe note, chiacchiere in una lingua strana e suoni elettronici. Mi muovo piano, ma quando apro la porta si calma tutto. Accendo la luce e scendo le scale; sento tossire e sbattere qualcosa nel buio.
Attorno a me c’è il vuoto, tutti gli scatoloni sono scomparsi di colpo e c’è un odore di silicio, o meglio un odore che mi ricorda il silicio, o forse il silicio non ha odore, non importa.
Sono in maniche corte e in poco tempo sento gelare, sento una strana voce e poi un’altra e d’improvviso mi viene buttata addosso una giacca che pare la parka eschimese. Il freddo diventa insostenibile. Spunta dal buio una piccola ragazza, poi un ragazzo, poi degli adulti e degli anziani.
Tramite una bizzarra suggestione mi passa nella mente un intero alfabeto di lettere strane e qualche millennio di storia: comincio a parlare l’inuktitut correntemente e chiedo spiegazioni.
È morto il re del Centro del Mondo e bisogna ristabilire la pace, gli Inuit erano suoi fedeli servitori (che dalla parte più calda del mondo sono stati portati in quella più fredda per proliferare in armonia) ed ora mi chiedono di andare al centro della terra a portare la pace.
Quando arriviamo lì ci accorgiamo che la pace è già arrivata ed è stata incoronata come regina. Dopo aver bevuto una birra andiamo su un piccolo e invisibile satellite della terra che gli Inuit dicono di aver costruito circa tre millenni fa. Torno a casa a prendere la macchina fotografica, ma essendo diventato invisibile all’occhio umano non Inuit non mi apre nessuno.
Alla nostra partenza un’orchestra di orsi bianchi ci suona una marcia che elimina la forza di gravità e ci dà la spinta per saltare (perché su questo satellite ci si può arrivare solo saltando).
È un bel posto, si mangia molto pesce secco e gli abitanti hanno una particolare preferenza per la musica psichedelica. Faccio un tour di questo grazioso corpo celeste a cavallo di una renna. Mi fermo in una strada lungo la quale si sentono solamente canzoni dei Velvet Underground ed entro in un locale sotterraneo semibuio. Il barista mi ricorda qualcuno… non riesco a capire. Dopo qualche whiskey mi rendo conto che il barista è uguale a me, anzi, sono io. Allora io chi sono? Io sono un Inuit ed imploro il me stesso dall’altra parte del bancone di ridarmi il mio corpo. “Eh no caro mio” mi dice bonario “non posso, sei diventato invisibile, anzi sei sempre stato invisibile, il corpo non ti serve”. I miei vestiti eschimesi cadono a terra: sono diventato del tutto immateriale. Con la mia nuova non-sostanza mi aggiro per il satellite e mi rendo conto che esso stesso è etereo.
Il mio non-cuore pulsa in modo impressionante, talmente forte che le onde che genera mi riportano sulla terra. Ho in mano uno scettro di osso di balena, ma soprattutto ho di nuovo le mani, ed ho di nuovo tutto il mio corpo e sono di nuovo me stesso. Sono in Terra del Fuoco, a qualche chilometro da Ushuaia, cammino senza sosta sapendo solo che sono alla ricerca di qualcosa, ma ovviamente non so di cosa. Un albatro mi si avvicina in volo e mi dice di andare dalla volpe Albert che ha quello che cerco.
Alcuni condor delle Ande cercano di portarmi via lo scettro che io uso a mia volta per scacciarli. Vedo in lontananza un bell’esemplare di volpe della Patagonia e gli chiedo informazioni: è il cugino di Albert e mi porta fino a lui all’interno di una caverna. Albert non dice una parola, mi guarda fisso per dieci minuti e poi mi fa “sì, nonostante tutto sei il prescelto” e mi butta una pietra che dice di essere “la sacra pietra che proviene dalla Luna”. La pietra si incastra perfettamente sullo scettro.
E questa è la storia di come sono diventato il Re degli Onironauti, discendente indiretto di un Inuit cacciatore di balene che si era stancato deponendo a mio favore, scegliendo la carriera di musicista jazz.

Un merlo bussa alla mia finestra e mi dice che tutto questo non ha senso. Io a mio discapito posso dirgli solo che fin quando non ne sapremo qualcosa in più, i sogni, che siano ad occhi aperti o chiusi, non hanno necessariamente un senso.

Marco di Memmo

Ty Segall & White Fence – Hair

Data di Uscita: 29/04/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Quante sere con gli occhi troppo chiusi e intanto il disco continua a girare. E più che alla musica è a quel fruscio scatenato dalla puntina che presti maggior attenzione. Sbuffi il fumo della sigaretta e ti volti. I ricordi sono tutti lì.
L’ultimo anno di liceo è così che ritorna in mente. Rose era troppo bella quella notte. Era inutile ballarle attorno durante la festa di addio. Caro vecchio Jacob, tu vestivi con camicia beige e pantaloni ascellari, quali speranze credevi di avere? Tutt’ora il tuo abbigliamento non è cambiato di una virgola. Rose, la ragazza dominicana, la ragazza dai due nei vicino le labbra. Sembrava che tutto le appartenesse quella notte. Anni Settanta, violenza, garage-rock, droga. Tu la droga non l’hai mai provata ma non è che ne vai fiero o chissà che. Semplicemente non ti è mai capitato, non hai mai frequentato cattive amicizie.
Poggi gli occhiali dalle lenti opacizzate sulla scrivania, sei stanco di correggere i compiti dei tuoi alunni. Già, hai deciso di fare l’insegnante perché hai sempre creduto di avere ancora un conto aperto con la tua giovinezza. Insegnare per tenere vivo quel rapporto col tuo Io passato, col tuo Io che non è mai stato. È tardi. Crolli dal sonno e dalla stanchezza.

Oggi. Oggi c’è Clara Potter. Alunna dell’ultimo anno. Media voto tra le più alte della tua classe. Clara Potter la incontri per caso. Minigonna, t-shirt che lascia intravedere l’ombelico e il giovane seno. Terrore, cominci a sudare freddo. Come puoi vedere con questi occhi una tua alunna? Ti vergogni di te stesso, accenni una fuga alzando il passo ma lei ti saluta da lontano e sei obbligato a fermarti. Clara Potter, sorriso radioso, occhi truccati e un nuovo piercing all’ombelico.
«Cosa dicono i suoi genitori di quell’anello lì?»
«Non lo trova carino, professore?»
Certo che lo trovi carino, Jacob.
«Niente affatto, signorina».
«Ma come? – fa lei alzandosi ancora la maglietta e lasciando scoperto il ventre nudo – Credevo fosse di mentalità più aperta!»
«Che fa, dubita del suo caro professore, signorina Potter? Non si ricorda dei nostri discorsi sul rock n’ roll? A proposito, le è piaciuto il disco che le ho prestato?»
«Molto, professore. A partire dalla copertina e finendo con le musiche. Sembrano così, così…»
«Così sincere, così anni Settanta!»
«Esatto!»
Ridete entrambi. Poi il tuo fiato si fa corto. Hai un sussulto. Sollevi la mano – ancora titubante sul da farsi – e te la ritrovi lì. Tocchi la tua alunna accennando un goffo abbraccio e poi… poi la baci!
«Professore, cosa…?!»

La tua carriera da insegnante è pressoché finita. Ora sei senza lavoro ma in mente risuonano vivaci le note di un disco di quarant’anni fa. E forse va bene così.

Andrea Russo

Daughn Gibson – All Hell

Data di Uscita: 25/04/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Make up your mind / if you’re comin.
Le rose gialle cominciarono pian piano a inchinarsi ritmicamente, come danzanti. Era arrivata la pioggia.
Sophie si raccolse i capelli in una crocchia ben alta, si sfilò le due scarpette di cotone e uscì in giardino a piedi scalzi. La terra ammorbidita dall’acqua le solleticava le dita e vi passava attraverso man mano che camminava. Era una sensazione bellissima.
Il gatto si era rintanato sotto una delle panche che Marco aveva da poco costruito; guardava Sophie con un certo sospetto indeciso sul vincere la riluttanza di bagnarsi il muso solo per ricevere qualche coccola.
La ragazza si sedette poco distante dal felino, accanto al campetto di margherite e tarassachi. Si divertì a spedirgli contro, con un soffio, la lanugine leggera tipica di quei bellissimi fiorellini. Inspirò profondamente riempiendosi i polmoni d’aria di pioggia e ripensando a quel lungo viaggio in autostrada, i finestrini carichi d’acqua scrosciante, il cielo sfumato con polvere di matita.
Write a song, about some rain / on the highway.

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Cosa diavolo avevano da sogghignare sempre tutti? Che storia era mai quella? Non pagava per essere preso in giro, lui. Voleva solo bersi una sacrosanta birra in sacrosanta tranquillità e tutto quello che otteneva erano prese in giro, ogni sera. Ma se fosse successo ancora, stavolta lo avrebbero sentito, avrebbero capito di cosa era capace, questo era certo!
S’infilò l’unico impermeabile che aveva, troppo piccolo e corto per impedirgli di inzupparsi i pantaloni fino alle ginocchia ogni dannata volta. Si calcò il cappello sugli occhi e infilò l’uscio.
Il bar non distava molto, il problema era attraversare quelle due viuzze non asfaltate fra i campi senza impantanarsi.
Affrettò il passo ma proprio in quel momento, improvvisamente, smise di piovere. Così alzò lo sguardo e la prima cosa che gli balzò alla vista fu un gatto grasso e grigio appollaiato sul davanzale della casetta alla sua destra. Lo scrutava quasi saccente, più simile a un grosso gufo che a un mammifero a quattro zampe.
Poi la sua attenzione fu catturata da una ragazza che, un po’ più in là, raccoglieva qualche margherita in un cestello di vimini.
Senza sapere perché, sentì una fitta al cuore.
“I’m just an old man / in a young girl’s world”.
Rallentò. Rimase a fissarla qualche minuto, tentando di non essere visto e non apparire poco opportuno, poi si fece coraggio e proseguì.

Quella sera, per la prima volta, non fece caso a quei quattro idioti che affollavano il bancone del bar. Sedette in un angolo buio, mandando giù birra e lacrime.

Annachiara Casimo

Sébastien Tellier – My God Is Blue

Data di Uscita: 23/04/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

DRAW YOUR WORLD

“Golden ladies want to shine
Everywhere and every night
See my hands, take off my soul
Giant guest, if you don’t like
Just let me go”

Niente è così Blu come Te… oh Essere magnifico… Che cosa sei?…
La Potenza in Atto? L’Orgasmo dei Sensi? La redenzione del Tutto…
Noi dentro di Te, nell’Alleanza Blu: com’era nei secoli, ora e sempre…

“Benvenuto nell’Alleanza Blu!”

me lo dissi aspettandomi sulla soglia della follia…

Volli cambiare vita, lo volli davvero per seguirti immenso Blu eterno: Tu, non guru ma Via di verità… e ricordo quando m’apparsi in sogno, entità perfetta… Blu.

“So, baby, your money is following
An eternal blue…”

C’è qualcosa lassù che cambia i contenuti, i movimenti…
Il Barattolo dell’immaginazione non contiene più il vecchio mondo, ora risplende di nuovi orizzonti ed è circondato da un bagliore divino…Blu…
L’Occhio sulla mia fronte vide la strada, e con empia presunzione ti chiesi come entrare nel tuo corpo, come splendere nella luce, nel Blu, nel piacere della tua melodia perfetta… e tre parole mi furono donate.

“Prosterne toi!

Danse!

Rêve!”

<<[…]È curioso, non so come… ma mi fu aperta in sogno La porta e fui invitato all’Orgia elettrica della creazione del paradiso terrestre: mi ritrovai in una sala bellissima piena di gente a fare del gran sesso sotto luci strobo anni ’80 che puzzavano di plastica bruciata in un’atmosfera leggera e fumosa che a dirla tutta sapeva un po’ di borotalco…ma c’era un tizio vestito di blu che suonava la chitarra da Dio… >> dall’apocrifo diario di un Adepto.

Marco Caprani

Actress – R.I.P

Data di Uscita: 20/04/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Questa musichetta tutto scomposta e ricomposta e filtrata e lievemente pulsante mi piace da morire e finalmente ha anche tiraggio in generale oltre che tra gli sbandati.

“La trascendenza, la morte, la vita dopo la morte e la pace con la morte. I collegamenti nascevano nella tranquillità di un campo di grano trebbiato nel pomeriggio. Loro erano lì – la notte dopo la trebbiatura – a guardare le stelle brillanti non infestate dai lampioni delle strade. I resti del grano pungevano la schiena, piccoli pugnali infilzati dappertutto. L’aria era afosa e dopo qualche “veliero” di proporzioni abnormi diventò rarefatta. Era iniziato il processo di sdoppiamento e di confusa ascesa. Almeno erano i piani. La colonna sonora era di un certo Darren Cunningham, il titolo li ispirava, R.I.P.
Pace, quiete, respiro profondo a ricercare il contatto con il suolo appena prima di fluttuare. Spine di grano dappertutto, non è agopuntura.
Iniziarono a vedere luci ovunque come in una partenza, l’innalzamento iniziò a pulsare sotto uno schema techno messo in sottofondo, tra i filtri e i fremiti. La pelle irritata perde ogni linea e un primo contatto con l’essenza si stabilisce. “Ascending”.
Laser, luci di laser dai mille colori. Prima della sorgente. “Holy Water”. Acqua piena di bollicine ma non frizzante.
Le vie di passaggio, il rito di passaggio per eccellenza è la morte prima della rinascita. Il crepitio sotterraneo lo creava. Il potlach e l’economia del dono, donarsi una rinascita tra i fruscii per elevarsi. Scazzati dall’oggettività per vivere nella propria soggettività, egoisti e unici. Uriel’s Black Harp.
Jardin. Sei minuti di culla, camminando in verticale sempre più in alto, lento e dolce. Come uno di quei baci appena accennati di labbra che si sfiorano. Il tintinnio dell’ultimo giro e dell’ultima salita al cielo.
Serpent. Uno smarrimento classicheggiante e nello stesso tempo digitale che spinge sempre più l’ansia, le difficoltà dell’arrivo al luogo tanto agognato. La sorpresa e la spinta ai primi movimenti in atmosfere diverse. Adamo ed Eva e il serpente, la paura dell’espulsione.
La cacciata e il timore di essere risucchiati ai limiti del cosmo, le tentazioni di un rumore puro ed alienante. Il nero e il vortice che stritola. Shadow From Tartarus.
Ambientamento ed aperitivo lounge per l’anima. Caves of Paradise.
Alzarsi e far muovere il culo all’anima, tunz tunz tunz. Il sudore dell’anima. The Lord’s Graffiti.”

L’idea è quella di ritrovarsi catapultati in un mondo diverso, catapultati in maniera consapevole. La volontarietà del movimento in un’idealità differente, niente a che vedere con utopie novecentesche che hanno portato a milioni di morti.
Liberare l’anima in maniera solitaria e poi ricercare le altre sparse nello stesso grande spazio. Solo per i consapevoli, niente cazzoni.
Fondere in questo modo IDM, ambient, vibrazioni e techno mi pare un buon minestrone da somministrare agli utenti di questo potenziale luogo.

Alessandro Ferri

Grouper @ Spazio Concept, Milano (19/03/2012)

Un breve ascolto, durante la lettura

Sei scesa in mezzo a noi per insegnarci che il rispetto lo puoi trovare solo nel silenzio.

(altro…)

Burial – Kindred EP

D.d.U. 12/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Tutti i colori, schiariti e scuriti. Tutte le variazioni, seducenti e sferzanti. Tutte le sensazioni, pericolose e ammalianti. Propulsivo e scuro, le luci al neon agli angoli delle strade, e i muri sporchi di Londra dove ti incollo per baciarti. Una città per legittimare a pieno anche per un po’. Il pensiero che si fa fisicità.
Dubstep e dancefloor umidi e maleodoranti per accogliere ogni gesto spezzato e tutti i saliscendi dello stomaco, i bassi nella pancia.
Aperture di luce tra il sudore. L’ossessione di fondo sparsa tra battiti techno che si schiudono. “ I want you. I used to belong to you.
Altro mondo certamente e consiglierei di entrare, magari con una preparazione mentale e fisica dietro. Un training camp serio, ma manco tanto.

Alessandro Ferri

Lotus Plaza – Spooky Action at a Distance

Data di Uscita: 02/04/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Il senso comune è solito associare automaticamente alla solitudine un alone di tristezza, una connotazione negativa e ineluttabile, come se fosse sempre da imputare a una volontà esterna e la si subisca senza possibilità di scelta. In pomeriggi assorti come questo, nella quiete del mio soggiorno luminoso affacciato su un prato di un verde sorprendentemente intenso e ricco di piante dai fiori variopinti, respiro invece la serenità di poter stare in compagnia dei miei pensieri e basta; lo sento come un privilegio, l’alienazione temporanea dalla fretta che mi accompagna tra viaggi, lavoro e preoccupazioni solite. C’è da dare alle riflessioni la possibilità di dipanarsi e di esprimere le loro potenzialità, la loro forza; senza il tempo, senza la calma, la cura e la pazienza non resterebbero che in embrione, una vita in potenza e niente più.
Esattamente un anno fa ero ugualmente qui, come oggi; aperto davanti a me, sul tavolino di legno chiaro, c’era un album di fotografie che vado riempiendo da molto tempo con la speranza di fissare in immagini episodi felici della mia vita, ogni istantanea trascina con sé memorie impresse del mio passato, mi aiuta a richiamare dettagli, mette a fuoco circostanze già di sé indelebili. Adoro questa sensazione di gioioso appagamento che solo i ricordi e le fotografie riescono a infondermi. Assorto allora nei miei felici pensieri sentii a malapena la porta aprirsi e richiudersi alle mie spalle, sei apparsa al mio fianco con passi muti e ti sei fermata, posando gli occhi sul tavolo e su quei colori stampati; tante volte queste dinamiche si sono ripetute e si ripetono tuttora, e la mia capacità di riportare alla mente ogni situazione del passato con precisione e abbondanza di particolari ti ha sempre stupita e lasciata incredula. Mi hai scrutato con un’espressione enigmatica, quasi di sfida, per poi estrarre dall’ultimo cassetto della scrivania accanto alla poltrona un pacchetto rilegato di vecchie polaroid (Chi le avrà mai riposte lì? Forse tu, quando ero tanto intento a fare altro da non potermene accorgere). “Facciamo un gioco.” – hai esordito – “Ora ti mostrerò una ad una queste istantanee, avrai vinto solo se indovinerai tutte, ma proprio tutte, le situazioni a cui esse si riferiscono.” “Va bene, ci sto.” – replicai – “Anzi, vorrei sbilanciarmi ma azzardo la proposta di comporre un disco ispirato alle immagini qualora riuscissi nell’impresa. Un disco da solo, stavolta.” Non sono certo di essere stato nel pieno della mia consapevolezza in quell’istante, uno slancio razionalmente più grande di me, ma da cui sarebbe stato impossibile sottrarsi in seguito, e rimangiarsi le promessa fatta.
Le tue mani stringevano dieci fotografie capovolte, sul dorso di ciascuna riuscii a scorgere delle parole scritte a penna, forse una sorta di codice per rammentare in futuro dei concetti-chiave; cercai di non curarmene per non cedere alla tentazione di barare nella scommessa. Tu però hai deciso di leggermele.
Untitled. Eravamo io e Bradford, discutevamo circa la forza del riverbero nella musica, su come le vibrazioni facessero tremare le sue ginocchia dall’emozione e caricassero di materia le mie chitarre già solide. Ci eravamo persi a bere birra e ascoltare l’ultimo disco di Tim Hecker quella sera.
Strangers. Un nuovo gruppo che suonava in un locale piccolissimo di Los Angeles. Eravamo tra amici, c’erano anche gli altri con noi e delle ragazze in jeans e camicie a quadri ci riconobbero e vennero al nostro tavolo con sorrisi immensi a dirci quanto amavano i Deerhunter. Fu una serata di quelle che si definiscono perfette, bicchieri e lattine vuote ai nostri piedi.
Out of touch. C’eri tu con un cembalo in mano seduta sull’erba, alle tue spalle una siepe di fiori gialli come quella che vedo oggi in fondo al giardino, e una luce chiarissima. Lo suonavi producendo una ritmica trascinante ricordo, io cantavo parole nonsense; ti proposi anche di entrare nel gruppo, eri troppo brava.
Dusty Rhodes. Una bicicletta in un angolo, me seduto a terra a cercare di gonfiare le gomme, raggi di sole obliqui sul mio viso. Era un pomeriggio felice e spensierato, da trascorrere con l’aria in faccia e le gambe in movimento.
White Galactic One. Mattina assolata e grossi occhiali scuri sui nostri nasi spellati, il nostro camper in partenza per un mini tour. Avevamo le chitarre in spalla e tutto l’entusiasmo di chi intraprende fremente una nuova avventura.
Monoliths. Bambini in pattini nel lungomare, solo teste, schiene e gambe di giovani allegri; ero da solo quel giorno, mi immaginavo il momento in cui anch’io avrei avuto un figlio e gli avrei medicato le ginocchia sbucciate dalle cadute. Mi sono sempre visto bene nel ruolo di padre.
Jet out of the Tundra. Immagine di una strada aperta nel deserto e nient’altro, distese sterminate e aride. Eravamo io e te di ritorno da un viaggio in auto, c’eravamo fermati a contemplare la sabbia e i colori del tramonto torrido, avevo solo la forza di strimpellare qualche accordo, e tu di abbozzare un sorriso.
Eveningness. Con le cuffie nelle orecchie, ero seduto nella veranda a terra, vicino a me il mio cane, che accarezzavo distrattamente sul far della sera. Ricordo che ascoltavo un demo di Bradford, era splendido, volevo che non finisse più.
Remember Our Days. Una gita in spiaggia, foto di gruppo con frigo in primo piano e fette di anguria nelle mani, sabbia appiccicata addosso un po’ ovunque. Era il mio compleanno, siamo arrivati alla sera tra tuffi in acqua e canzoni improvvisate.
Black Buzz. C’ero io di spalle che camminavo in una strada affollata, sicuramente me l’avevi scattata tu immortalando il mio fare assorto. Una delle rare volte in cui riuscivo a concentrarmi nei miei pensieri intimi anche in mezzo a tanta gente. Sguardo verso il basso e caligine all’orizzonte.

È chiaro che riuscii nell’intento di vincere la scommessa quella sera; ne venne fuori un pugno di canzoni calde e luminose, personali, interpretate da chitarre intrecciate tra pop, shoegaze e rock and roll. Con un bel sorriso in bocca, un’aura vagamente sixties e un’immagine intima della mia America.

Federica Giaccani

Felix – Oh Holy Molar

Data di Uscita: 23/04/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Il vecchio aprì gli occhi e lo schermo che capeggiava un vecchio mobile in legno di palese stile barocco s’accese, come per risposta a quel risveglio. Una leggera intermittenza dovuta, per un macchinario che probabilmente aveva poco meno della metà degli anni del suo fruitore. Poi, a segnale nitido, la comparsa sullo schermo d’una scrivania ben ordinata ed oltre questa, un’anziana e composta signora in tailleur che dopo essersi schiarita la voce così presenziava, se sta ascoltando questo messaggio signor Miller devo dedurre che è nel mezzo del trattamento, probabilmente si sente spaesato e non sa cosa sta succedendo, dove si trova e chi sono io, probabilmente, signor Miller, fino a pochi attimi fa lei non sapeva che questo è il suo cognome. Ebbene, continuò, lei è Ideo Miller, uno degli uomini più meravigliosi che il suo paese, il Regno Unito, abbia mai avuto il privilegio di assoldare. Dico assoldare, signor Miller, perché lei è a tutti gli effetti un soldato, un militare scelto incaricato per anni di vegliare sulla sicurezza nazionale con azioni al di là dell’ortodosso, non entrerò nei particolari perché lei non lo vuole, voglio solo dirle prima di salutarla per sempre che quello che lei ha prestato per noi è un servizio che ha salvato migliaia di vite, che ha preservato la libertà ed i diritti di altrettante e che purtroppo ha voluto un sacrificio, il suo, una vita spesa a rendere migliore l’esistenza di altri. Il trattamento che sta ricevendo è il nostro modo, umile ed unico di ringraziarla di tanti sforzi. Come da lei richiesto, alla fine del servizio offertoci, le stiamo cancellando la memoria. Lo stiamo facendo per risparmiarle il ricordo degli amici persi, degli amori sfumati, del dolore che ha provato in tanti anni. Prima di lasciarla volevo ringraziarla personalmente, Ideo Miller.
Il vecchio, toccato ed attonito, seguiva per filo e per segno la narrazione di quella donna che pareva commossa e insicura, ringraziò a sua volta la sconosciuta immaginando il favore che gli stava facendo reprimendo con quelle lacune mnemoniche chissà quanti dolori e traumi. Trattenne una lacrima e finì di ascoltare la comunicazione che prometteva un trattamento di lusso per i giorni da lì a venire per un uomo nuovo dentro ed un corpo usurato fuori. Chiuse gli occhi tranquillo sulla poltrona che per tutto il tempo della registrazione lo abbracciò accomodante.
La donna in tailleur, ora in abiti più borghesi gli rimboccava le coperte e s’assicurava il sonno preso, poi raccolta un’agenda dal tavolino di fianco al presunto agente segreto spuntò dalla lista la voce “eroe nazionale”, al vecchio Miller, anziano solo e malato in avanzato stato d’alzheimer rimanevano ancora parecchie vite da perdere e così poco tempo.

Alfonso Errico

Lightships – Electric Cables

Data di Uscita: 02/04/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

E’ bastato poco più di un anno. Un pugno di mesi dedicati a quei progetti che nemmeno ricordavano di aver mai cullato, ed il circolo degli eterni goliardi ha idealmente chiuso i battenti.
Idealmente, come dire per scherzo. Come un semplice azzardo di chiaroscuri semantici o un ardito proclama vergato in politichese. Ad un’occhiata fugace i Teenage Fanclub sembreranno infatti ancora immobili al loro posto. Tre campanelle sempre affiancate sul tavolino, ma senza più palline in pancia da scovare. La gioiosa truffa del pop si frammenta nelle collateralità autografe dei suoi prestigiatori e trasloca su marciapiedi diversi. Nulla cambia eppure tutto sarà diverso adesso che anche l’affabile Gerard Love è uscito di casa. Appena il tempo e lo spazio di una passeggiata, sembra giustificarsi lui, ma gli si crede solo per ricambiare la cortesia infinita di questi anni. Dopo il catchy sbalestrato dell’accoppiata Norman Blake & Euros Childs nei Jonny, dopo i buoni propositi da chioccia per Raymond McGinley negli Snowgoose, anche per il più bonario bassista dell’universo è arrivato il momento del fatidico passo avanti. Un esordio senza i compagni concretizzatosi oggi che l’anagrafe scozzese gli attribuisce quarantacinque sorprendenti primavere, e che nemmeno ci sarebbe stato senza le gentili pressioni di qualche cultore entusiasta alla Domino, accolte alla fine dal Nostro previo arrocco in copertura dietro le tranquillizzanti maschere di un alias romantico e di una spensierata conventicola di amici.

Negli ultimi tempi si era limitato a giocare con i pastelli colorati, pardòn, con i Pastels, sui piccoli palchi di qualche club europeo. Un incontro di anime affini tradotto presto in complicità, anche nella predilezione per i tenui cromatismi o le armonie vaghe e nondimeno insinuanti. In linea con i propri cangianti paesaggi emotivi e quasi in omaggio al cognome che porta, il sempreverde Gerard ha scelto di battezzare questa sua nuova incarnazione con uno di quegli album che i soloni della critica non tarderebbero a definire “atmosferico” oppure “languido”, ostentando intrepidi tutta la sfrenata fantasia di cui sono capaci. Non sarebbero nemmeno lontani dal vero, per una volta. Love ha cura di sceneggiare un’unica, rilassata dissolvenza. Dipinge con taglio impressionista e sfuggente, con una pacatezza che rasenta il patologico, e le pennellate si fondono davvero in scenari di grazia morbida, sospesa, trasognata. Fin troppo compassati nella coercizione di quella sua maniera discreta, con la linea melodica basica scandita dalle tastiere che tende per sua natura all’ordito ipocalorico. Così è l’indie-pop di Love al netto della scoppiettante verve e dei calembour dello zio Norman, l’incontenibile guitto delle Alcoholiday e delle Neil Jung. Diafano, remissivo, non adulterato. Ma anche finemente lavorato a cesello: decori spiccioli di fiati, pennate in tremolo ed agili orlature di pedal steel. La coerenza dello stile lascia ammirati. La sobrietà è padrona cortese e non invalida all’ascolto tutte le suggestioni della più bella voce dei Fannies, quella dolcezza riservata del falsetto che in oltre vent’anni di carriera non ha mai prestato il fianco alle lusinghe deteriori della nausea. Allo stesso modo anche la scrittura non rinuncia a gratificare i più pazienti lasciandosi riconoscere, per quanto dilatata in chiave elegiaca, ininterrotta fascinazione alla moviola.

Pur senza il barbaglio radiofonico o gli affondi populistici delle ‘Don’t Look Back’ e delle ‘Sparky’s Dream’, le nuove canzoni si mantengono in un loro fragile ma miracoloso equilibrio, flemmatiche come vini da decantazione e insieme amabilmente frizzantine. Vigna e vignaio sono sempre gli stessi mentre la fermentazione si è fatta più lenta, pur non escludendo in corso d’opera l’appagante e passeggero diletto di un’illusione. A tratti la magistrale disinvoltura easy del ragazzo dagli occhi di ghiaccio riaffiora infatti con le brezze leggere del periodo ‘Howdy!’, attenta al dettaglio ma con l’intatta premura dell’immediatezza. Lui che cantava l’urgenza di una ferma direzione sembra aver trovato finalmente la quadra, ben calibrata tra l’incanto argenteo del presente in solitaria e la squillante vitalità fuzzata dei fasti dorati con il gruppo. Oro ed argento, nuance estreme in quella che è anche un’eccellente riflessione sulle qualità luministiche della musica. Inatteso maestro del soft focus, puntuale nel rendere con il flou dei contorni il chiarore vaporoso del mattino o il sole pallido ma affettuoso dei ricordi, Gerard svela in ‘Electric Cables’ un talento sinestetico tutt’altro che comune. Il congedo di ‘Sunlight To The Dawn’, va da sé, ne è una brillante testimonianza oltre che la più riuscita concessione ai propri trascorsi. Indugia appena sulla bellezza di ieri conservando lo sguardo impassibile e sereno del contemplativo, come riassaporare i polverosi fotogrammi di un Super 8 in un clima di distesa evasione, senza particolari nostalgie. E’ però ‘Photosyntesis’, il titolo che meglio racconta la pace adulta e silenziosa del nuovo Love. Purezza imperturbabile della trasformazione. Chimica onesta. Luce filtrata che si fa linfa. Quiete laboriosa e indifferente agli stupidi crucci del mondo.
E tutto questo nell’arco di una sola, frugale passeggiata nel parco dietro casa.

Stefano Ferreri