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New Candys – Stars Reach The Abyss

Data di Uscita: 23/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Quando decidemmo in quale direzione andare, non era né troppo tardi né presto. Non c’era un tempo scandito da orologi a pendolo dall’inquietante rintocco, piuttosto il nostro stomaco aveva a lungo subìto la tensione della partenza, senza mai alzar il piede da terra e compiere un passo, quel passo.
Muoversi, per noi, aveva significato, fino ad allora, attendere.
Era solo un movimento del pensiero  speranzoso di cambiamento, nella paralisi totale della rivoluzione, interiore e non.
<Aspetto tempi migliori!>, dicevamo l’una all’altro; come in quel quadro di van Eyck, eravamo fermi nella tela e riflessi nello specchio  convesso  e guardavamo le nostre spalle, scese come i deboli, rassegnate, mentre le nuvole scorrevano così determinate ad ogni stagione e si dissolvevano, un po’ come i sogni di gioventù. E mi chiedevo:  C’è anche un’età per sognare?

Faceva rabbia, appunto, avere la fiamminga attenzione nel trovare l’opportunità di ferirsi, di auto commiserarsi per sbagli nemmeno compiuti, nemmeno tentati, anziché cadere durante la corsa al miglioramento. Eravamo delle tartarughe viola uscite dalla tela del tempo, nel limbo del mondo, della vita stessa, a chiedere perdono alle persone ferite dalla nostra stasi ma soprattutto a noi stessi, poveri miseri viventi con gli obiettivi sfocati e la mente pesantissima.
Nuotavamo in acque evaporate, con lacrime salate che rovinavano gli scatti della memoria e logoravano la pellicola delle emozioni. Ci baciavamo con la paura d’infettarci di paure e allora lasciavamo che gli sguardi fossero tutto e niente per non diventar miopi, ancora.

Un giorno, a caso, di quelli in cui ti svegli e non guardi certo l’oroscopo e magari non c’è nemmeno quel sole che t’abbaglia e non è nemmeno il tuo compleanno (che poi , cavolo ci trovate nel festeggiare anni che passano?), uno di quei giorni in cui ti svegli col piede sinistro, quello giusto, sì, decidemmo di partire, di visitare le città invisibili che avevamo  solo ammirato in vista aerea sugli atlanti.

It starts when you cross
It ends when you fall down
No matter how you call it
I have just found out …
… that black is how the light is
in the morning silence

L’ansia assuefacente di scoprire il senso di tutto ci aveva portato a fare testa o croce con le possibilità,
per ovviare all’inutilità della nostra puntalità nell’andare a cena con la noia; nemmeno a lume di candela, poi.
Nessuno poteva ascoltare il suono di tutti quei pensieri che sino ad allora avevano costruito palazzi sulle tangenziali per il nulla,ed erano  così assordanti e pesanti che stancavano anche la gravità; avevamo  solo bisogno di comunicare che c’eravamo e ci servivano ottimi amplificatori Marshall per questo; avresti cantato con noi, Mondo, ti avremmo regalato con codardia un po’ di dubbi ma li avresti accuditi per bene mentre sorseggiavamo vino rosso in bicchieri di vetro, finalmente. Forse, era addirittura cristallo.
Era più che altro un disilluso arrivederci senza nemmeno, paradossalmente, troppe lacrime, con tutto quello che aveva decorato la tela sino ad allora, compresi i legami. Questa volta, dovevamo soffermarci meno sui colori e più sulle forme, sul sentimento che aveva permesso che tutto avesse un equilibrio poi perso, per “una serie di spiacevoli eventi”. In realtà no, la vita è personale, ed è personale anche la scelta del dolore e di come viverlo, è personale la fuga e il ritorno e tante attese insieme non possono coesistere. Per cui ci sarà sempre qualcuno che fugge da qualcosa e qualcuno che aspetta che l’altro ritorni, e quel qualcuno magari è l’altra parte di sé, fuori dal quadro che è stanca del punto di vista dell’osservatore e vuole cambiar respiro, tagliarsi la testa pesante e ricominciare.

I’m sorry my friend
it’s my fault again
and please don’t pretend
that you understand

I’ve found out a grove
where I used to go
in a foreign land
where I used to stand

Ilaria Pastoressa

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