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Lee Ranaldo – Between the Times and the Tides

Data di Uscita: 20/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Per anni ho sognato di essere la figlia di Kim e Thurston.
La creaturina alla rovescia tra le braccia di papà, con mamma attorniata da una scorta di madonne un paio di polaroid più in là. La piccola cacciatrice di fragole intrappolata dalla rete, pesciolino in un mare color smeraldo. Sognavo di essere Coco per via dei suoi geni, un corredo troppo perfetto per essere davvero parte di questo mondo. Fantasticavo. Certo la cronaca spicciola degli ultimi mesi ha annientato anche solo l’illusione di quello sgargiante paradiso per adolescenti, lasciando nella ragazzina ormai quasi donna ferite che qui tra i comuni mortali chiamiamo pillole di male quotidiano. Spenta la suggestione, non si è però sciacquata quella specie di stupida gelosia. Non in toto, quantomeno. Anche con tutte le sue primavere, il fascino di uno zio padrino come Lee Ranaldo nella propria cerchia magica rimane una benedizione splendente e irraggiungibile. Lee Guancia d’Arancia. Lee il ragazzo con i camicioni a quadri. Quello non bello, non divo, e con quell’espressione sempre un po’ lessa.
Il mio prediletto, il George della band.

L’avevo lasciato al suo Sguardo Nascosto, happening sonoro terrorista, colto e disturbante, nella corte barocca di un palazzo del seicento leccese. La Jazzmaster nera sospesa nel vuoto come un pianeta minaccioso ed ancora sconosciuto, spalleggiato per l’occasione da fin troppi satelliti. Doppiata in sincrono nel suo mugugno da un esercito di consimili, percossa ora da un archetto ora da una bacchetta, lanciata in spettacolari evoluzioni rotatorie sopra le nostre teste vacanziere e trasfigurata nel più opinabile e sensibile dei pendoli sonici. Ad accompagnarne l’estasi ed il tormento, una bella compagnia di giro: due gong, un manipolo di coriste, videoproiezioni a profusione e poi lui, sciamano brizzolato ed amante violento, non nuovo a simili forme di radicalismo situazionista. Dall’apprendistato avantgarde nella ghenga di Glenn Branca ai reading improvvisati e le sonorizzazioni per gli allucinati 16mm di Stan Brakhage, nel suo spaventoso curriculum non è mai venuto meno quell’innato e perverso amore per la sperimentazione.
Fino ad oggi almeno.

Navigando a vista verso i sessanta, il mite Lee è parso quasi destato dalla buriana coniugale dei sodali di una vita e si è scoperto libero, all’improvviso. L’intuizione più bruciante di questo suo nuovo romanzo in solitaria è proprio quel senso di indipendenza insopprimibile, di ideale affrancamento nella testa e di sorriso sulla bocca. Un raggio di luce naturale e contagiosa dopo anni di serena ipnosi a targhe alterne, nei panni del gregario di lusso o dell’esploratore temerario. Per la prima volta un disco a nome suo lo mette a fuoco e rende giustizia alla sua indole dolce e bonaria. In marcia con la compagna adorata: l’originale scavalca i suoi doppi stilizzati, sagome semaforiche e uomini di vimini, abbandonando dall’altro lato della strada un repertorio esagerato di droni e scale asimmetriche. Profilo limpido e ben contrastato, divieto di accesso alle complicazioni e all’autoreferenzialità fumosa. Il tempo che corre e le maree non aspettano nessuno, sembra sussurrare lui. Che per l’occasione chiama a raccolta un drappello di anime gemelle e relative protesi a sei e dodici corde, abbracciando e sconfessando in loro compagnia quanto già detto in tre decadi di maestosa carriera.

Nel festoso simposio elettracustico del singolo apripista ‘Off The Wall’ la sua Fender si conferma l’inappuntabile bestiaccia trottante di sempre, con le sole sorprese di un piglio felicemente didascalico à la Go-Betweens e di una quanto mai opportuna astensione dai garbugli concettuali. A chi paventava sforzi pirotecnici quanto onanistici, Ranaldo risponde con la sostanza e le visioni dell’artista tutto cuore, con la lunga gittata di una spensieratezza autentica e con quella fame bella, da giovane. Niente smargiassate fuori tempo massimo, nessuna licenza cortigiana. Terso, onesto, appagante ed appagato. Regala al suo piccolo seguito di affezionati un gioiello di accessibilità e disimpegno, riservando le sovrastrutture “alte” agli svaghi estivi nelle gallerie d’arte o alle bislacche elucubrazioni audiovisive in combutta con la sua signora.
Lo zio Lee interpreta la corrente d’aria nella grande casa aperta. E’ l’incrocio dei tagli del sole sul pavimento, la ferita risparmiata agli occhi una volta tanto. E’ il baratto fortunato tra riverbero e respiro, il piacere di fare per il piacere di fare, l’abbraccio confortevole di un amico che torna a trovarti dopo qualche tempo. E tu lo riconosci pur così ingrigito, pure accomodante.
Ascolti Christina e pensi a Karen, quella rivisitata.

Quell’abilità nello spalancare corridoi strumentali e vertigini tascabili dovrebbe avere il Trade Mark, lì in piccolo sul margine destro. Anche virato con decisione verso una lascivia pop di alto profilo, finiture cromate e pancia bombata, il sound resta quello morbido e squillante degli ultimi lavori con il gruppo. Così le nuove canzoni si lasciano scoprire come pietre di paragone quasi inconsapevoli, cristalli illuminanti nel raccontare quanto di Ranaldo vi fosse nei Sonic Youth e non viceversa. Improvvisazioni e concretezza, lampi crepuscolari, sprazzi di radiosa elettricità e tanto buon rumore disciplinato. Fatto salvo il contentino cameratesco concesso ai fan smarriti in un paio di episodi – vedi la griffe sonora di ‘Goo’ e ‘Dirty’ che alza di qualche punto le credenziali di ‘Waiting On a Dream’ – all’ascoltatore rimane in supplemento anche il piacere sottile del vecchio gioco delle differenze: appannaggio esclusivo dei mirabolanti convitati, se la matematica continua a dar conforto al critico e alle sue sparate a salve. La disinvoltura easy, per dire, è tutta farina del sacco di Jimmy il geniaccio, quasi una cotta di maglia “leggera come la piuma ma dura come le scaglie di drago”. Il suo rendez-vous con i guizzi e le spirali fantasmatiche dell’inconfondibile chitarra di Nels Cline vale da solo mezzo album, e mai si sarebbe portati a credere alla genesi in acustico di cui vanno narrando le note stampa. Includendo nel quadro anche il drumming incalzante ma elusivo di quell’eterno ragazzino che è Steve Shelley, le somme si tirano quasi da sole.

Il risultato è una sorta di agile compendio, l’anello Sonic Youth dell’era O’Rourke agganciato su un lato alla galassia Wilco di ‘Sky Blue Sky’, ai Loose Fur, ai Geraldine Fibbers, e sull’altro alla periferia R.E.M.-ota dei Poisies e dei Minus 5. Un esaustivo viaggio senza mappe nei meandri del miglior alt-rock americano degli ultimi tempi, come se l’ormai probabile tramonto della gioventù sonica presagisse una maturità spavalda e non meno interessante. Di suo Lee ci mette comunque moltissimo. Muovendosi con destrezza ancora proverbiale tra gli anfratti di un genere che pochi come lui hanno saputo codificare e perfezionare, levigando poco alla volta un suono così indimenticabile. E poi cucendosi sul bavero quell’etichetta estemporanea, Experimental Folksinger, per arrivare ad emulare in un paio di pezzi i voce e chitarra frugali ed intimisti delle recenti uscite dei Moore, dei Mascis, dei Brokaw e dei Dando. Pauperista ma con il trucco, vista la dote di impalpabili screziature space o la repentina sortita nel distretto dei cristalli acidi tanto caro a Greg Weeks, altra gradita sorpresa.

Un cantante che non è un cantante. Un sognatore estroso che fotografa la realtà meglio di tutti quegli acerbi menestrelli con il Dylan imbronciato di ‘The Times They Are A-Changin’’ ben nascosto nel cassetto della Xerox. Attento a catturare il senso di ogni vibrazione, scivolando senza paura tra le rapide del flusso di coscienza che sua moglie Leah ha sepolto nell’asprezza metropolitana di uno spoken word. E sempre in equilibrio sulle corde che più amiamo: un po’sfumature nostalgiche, un po’ inquietudini contemporanee, nella forma flessuosa ma incerta di una digressione senza fine. Indissolubile. Ecco una parola che a malincuore non varrà più per la band, promossa e non da oggi nel rinomato schedario dell’epica pop. Né rispecchierà l’affinità leggendaria di Thurston e Kim, o la stella fortunata nel firmamento della loro rampolla. Le ‘Scene da un Matrimonio che non si ossida’ andranno ora in onda da casa Ranaldo, in diretta e in esclusiva. Con Lee, Leah ed un terzetto di pargoli dai nomi semplicemente improbabili. Se anche a voi è rimasto in serbo un briciolo di invidia, riservatelo a loro soltanto.

Stefano Ferreri

2 Responses to “Lee Ranaldo – Between the Times and the Tides”

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