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Andrew Bird – Break It Yourself (Top Ten 2012)

Data di Uscita: 06/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Spaventapasseri vestiti all’ultimo grido.

If memory serves us, then who owns the master
How do we know who’s projecting this reel

Morbo e ritenzione Mnestica.
Profili di porcellana accompagnano le mie confuse passeggiate lungo i corridoi immacolati della mia nuova casa. C’è odore stantio di acqua ossigenata nella stanza che divido con un vecchio di cui non ricordo il nome. Non molto tempo fa, dice, lavorava come tecnico in un cinema, oggi è quasi completamente cieco. A pensarci bene una sorte stravagante, sono tra quelli che hanno sempre sostenuto l’idea che la vita abbia un eccezionale senso dell’umorismo.
Verserà ancora un po’ di whiskey nella mia acqua o lo zuccherò nel suo tea?
Sappiamo bene che quel che dice non ha alcun senso, le giornate trascorrono monotone, la tv sempre accesa sullo stesso canale. Una volta mi hanno raccontato di un tale che ha provato a cambiare programma, ma si è addormentato prima di riuscirci.
Siedo alla finestra e mi lascio ad ascoltare la pioggia che picchietta lungo le immense vetrate. Dicevi che quando i ragazzi sarebbero cresciuti, avremmo preso una casa in Florida (o in California non ricordo) e ogni mattina avremmo atteso alla porta il furgone del latte trainare il sole nascente e avremmo giocato a dama tutto il giorno all’ombra del cedro che volevi piantare. Non rimane altro che un ricordo in perdita, c’è solo un grigio inconsistente previsto per il mio “oggi”. Se solo potessi guardare indietro, lo farei com’è stato fatto per il pianto di Euridice, ma quel che resta alle mie spalle è solo un’immagine deformata dall’aria calda, quel che accade al mondo nelle più afose giornate di primo Agosto.
Dimentico, è questa la mia colpa, e non basta un pugno di pillole di speranza a mutare la mia negligenza. A preoccuparsi di quel che ci circonda, sale un forte senso di frustrazione: dovrei ritrovare la vecchia armatura luminosa che mi renda invulnerabile a questo continuo perdersi, che mi protegga dal quel nulla che lascia trasparire il non ricordo di una vita, forse, non passata insieme. Vorrei voltarmi anche solo per ricordare cosa si prova ad invecchiare, come sono arrivato a questo, e liberarmi dall’affanno che suggerisce un “semplicemente non riesci a ricordarlo”.
Come ogni mattina mi rado con cura, indosso la mia giacca migliore e, prima di raggiungere la sala comune, osservo le scale che portano al piano di sopra, mi dicono sia quella la strada che porta alla fonte. Magari un giorno torneremo a ballare come fa la polvere se l’osservi controluce, come può chi è grato solo d’essere ancora vivo.

It’s all in the hands of a lazy projector
That forgetting, embellishing, lying machine

Giulia Delli Santi

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