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Brother Sun, Sister Moon – Brother Sun, Sister Moon

Data di Uscita: 16/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Immagini d’infanzia

Agostino si era fermato sotto la mia finestra lanciando un fischio prolungato e mia madre, che già trafficava ai fornelli di primo mattino, aveva rincalzato, con voce stridula, costringendo a svegliarmi.  Il pavimento freddo, sotto i piedi scalzi, m’aveva riportato interamente alla realtà e, infilando il capo nel pertugio lucente tra la tapparella e il davanzale avevo riconosciuto la sagoma imbellettata di Agostino. Era la prima domenica di primavera, le campane risuonavano in fondo alla grande strada alberata: la messa sarebbe cominciata da lì a poco.

Ma lungo lo stradone avevamo infilato furtivamente un vicolo, oltre il quale si apriva un sentiero sterrato. Scapezzando qualche ramo basso di mandorlo, pestando dell’erbaccia selvatica, Agostino era sgattaiolato nell’anfratto lungo il fienile, dove nascondeva il suo pallone di cuoio. Riapparve rosso in volto, scrollandosi il panciotto dai rametti e dalle foglie e dai petali bianchi, esibendo trionfante, sul palmo della mano, il pallone, per poi scagliarlo lontano, verso la grande campagna, calciandolo al volo col collo del piede.

Il gomitolo coriaceo rimbalzava incerto tra i nostri piedi, lungo il sentiero gibboso, mentre strombazzavamo i nomi di alcuni calciatori simulando le voci dei cronisti sportivi della radio. Il vento tiepido sfiorava i nostri capelli e le bocche sorridenti, s’ingolfava nelle fossette delle guance, e socchiudevamo le palpebre agli improvvisi bagliori di sole che filtravano obliqui lungo il fitto pioppeto.

E, dopo un lungo tratto polveroso, sfiancati, finivamo su uno slargo erboso, recinto dal muretto storto sul retro della chiesa, dove, con le mani infilate nelle sacche del pantalone di velluto, ci aspettava, statuario, Leo. Un deciso colpo di spazzola a destra, che scoperchiava una scriminatura lattiginosa e millimetrica, era stato rassettato con della gelatina, tant’è che i capelli restavano saldati alla testa anche quando, correndoci incontro, grugnendo e paonazzo in volto, aveva affondato goffamente un tackle.

Con le gambe penzoloni sul muricciolo, acchittati nei nostri panciotti domenicali – rispolverati col fazzoletto, che aveva asciugato le nostre fronti madide di sudore -– rifiatavamo dalla serie interminabile di palleggi e attendevamo la fine della messa per confonderci con la frotta di gente che, all’andate in pace del prete, si rovesciava con malcelata frenesia sul sagrato.

Di lì a poco la messa sarebbe finita, scortata dal clangore festante delle campane, mentre davanti ai nostri occhi si apriva solenne la sterminata campagna, che improvvisamente s’abbuiava, sospesa in un odore pungente ed acre,–foriero di pioggia; e un treno, oltre i filari di mandorli in fiore, inarcando sbuffi di fumo nell’aria rappresa, andava sferragliante, chissà dove.

Fummo costretti a riparare nel piccolo casolare, poco distante, circondato da un muretto a secco. Leo ansante, un po’ spaventato dal temporale e cogli occhi pensierosi – che forse rivedevano il suo volto contrito davanti a sua madre, che lo aveva scoperto disattendere la messa domenicale – si era raggomitolato sulle ginocchia, in un angolo, mentre sferzava, sul tetto in lamiera, la pioggia. E mi sembrava di stare a guardare, nel rimbombo metallico, pungolati da refoli di acre frescura, un altro Leo: non più il ragazzetto ciarliero e pomposo che scorazzava con la sua bici e striava l’asfalto liscio con lunghissime e fumanti sgommate sotto il balcone della bella Marianna. Adesso, di tanto in tanto, stronfiava come un soldato e strofinava le mani imperlate di sudore sul pantalone per scaricare la tensione.

Ma subito il sole tornava a spettinare i suoi caldi raggi sulle nostre teste stordite, e con passo adagio, come smarriti, abbandonavamo il nostro rifugio, riguadagnando la strada. E il chiacchiericcio dei credenti, riparatisi, gomito a gomito, sotto i tendoni del caffè della piazza, al di là della chiesa, cresceva e si spandeva leggero nell’aria ancora umida della campagna che, tra le sue fronde e ombre semoventi, infondeva una sconosciuta inquietudine.

Gianfranco Costantiello

2 Responses to “Brother Sun, Sister Moon – Brother Sun, Sister Moon”

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