monthlymusic.it

Archive for marzo, 2012

Scuba – Personality

D.d.U. 27/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Una quindicina di inverni fa andavamo a ballare in tanti, pallidi e sgraziati nelle nostre magliette taroccate della nazionale inglese; ci drogavamo di techno, suoni acidi e tanta altra roba in circolazione. Strisciavamo verso casa al mattino accanto a muri di mattoni tutti uguali, in serie, su cui appoggiavamo a tratti le nostre disgrazie e a cui confidavamo sbronze e approcci strampalati con l’altro sesso.
Nelle mie vene sento ancora quella botta, l’adrenalina corre in saliscendi ripidi, diretti, elettronici. Anche ieri notte in pista mi sentivo giovane e “bello” come allora, ci vuole personalità.
Ordino uova e bacon con un insolito sole alto e la luce negli occhi, l’afterhour è finito poco fa e malgrado i miei quarant’anni non sembrerò mai un uomo che ha perso il treno della vita.

Federica Giaccani

Pepe Deluxé – Queen of the Wave

Data di Uscita: 14/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Clochard.

Più che una figura sociale sono uno stato mentale, ho sempre pensato. Brulicanti come mosche, consapevoli ed indifferenti del disagio quasi fisico che provocano, continuano la loro vita che mi è sempre parsa senza scopo.
Qui sotto ce ne sono a centinaia, a migliaia.
Fare una stima accurata è difficile dato che l’unica fonte di luce sono poche candele sparse qua e là in maniera asimmetrica, ed il riflesso causato dalle mele dorate che pendono da un enorme albero al centro della caverna, su una collinetta formata da carabattole, ninnoli e rottami che cresce sotto i miei occhi, alimentata da centinaia di migliaia di tasche che vengono svuotate.
Lo chiamano il Giardino delle Esperidi.
Non so dire come mi sia ritrovato qui… magari ammirando un dipinto sono entrato in un sogno scomparso, oppure toccando un fregio di una colonna mi si è aperto sotto i piedi un canale per il centro della Terra.
Forse è bastata quella moneta donata senza essere richiesta, appoggiata sul tetto di cartone di un uomo senza volto.
In questo spazio infinito, ogni cosa è fonte di rumore.
Sagomato nella roccia spunta un organo nato con il Mondo, ogni tasto collegato con una gigantesca stalattite, a formare il litofono più geniale ed incantevole mai pensato.
Sopra un’antica carrozza nobiliare incastrata tra le rocce di un laghetto sotterraneo, un conte decaduto aggredisce con le dita abbellite da anelli senza pietre una chitarra elettrica senza corde, ad ogni fatica del suo braccio corrisponde una scarica energetica proveniente da due enormi bobine di Tesla poste alle sue spalle.
Questi suoni vengono avvolti dal respiro di un numero indefinito di bicchieri di plastica con all’interno delle monete, di forchette battute fra loro, di sciarpe bagnate nell’acqua, il tutto a condurre alla vera meraviglia tra le migliaia di corridori usciti della prima Arca.

Lei si chiama Erizia, quattordicesima Queen of the Wave. Capelli mossi e ribelli, castani con riflessi bordeaux imprigionati in una coda che lascia intravedere il candore delle spalle. Avvolta da scialli e foulard, cammina scalza sulla collinetta ed ognuno si inginocchia al suo passaggio. Ha un seno robusto, una catenina passa da un anello sulla narice sinistra fino all’acquamarina sul suo ombelico. Canta con voce profonda ed ammaliante della profezia di Oceanus, il gigantesco fiume che circonda il Mondo. Quando la canzone all’interno del Giardino delle Esperidi sarà perfetta, le acque si alzeranno di nuovo per riversarsi con fragore là dove le disparità sono più ingiuste, cosicchè quando si ritireranno tutte le proprietà saranno confuse, indistinte, e l’equilibrio tra chi ha e chi non ha sarà finalmente ristabilito.

Mi sono risvegliato seduto sulla strada, la schiena appoggiata ad un muro.
Il cielo, nuvoloso, mi faceva pensare ad Erizia. Entrambi, firmamento e sacerdote, racchiudevano una bellezza acuita dal fatto che, all’improvviso, poteva essere nascosta agli occhi degli uomini.
Non ricordavo di avere dei vestiti così sporchi, né delle scarpe così malmesse. Ispezionando le tasche con dei guanti bucati ho trovato un foglietto spiegazzato con su scritto “qualcosa che suoni come un flauto”.
Dopo un attimo di sbigottimento, tutto mi tornò in mente.
Mi alzai sorridendo, e fischiettando mi diressi al prossimo cestino.

Filippo Righetto

Dry the River – Shallow Bed

Data di Uscita: 05/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Ingredienti: indie folk che si mischia con un background emotive hardcore. tristezza e immagini religiose. sperando che non si dimentichino delle urla negli scantinati preferendo gli stadi.

Ripeti: non aver paura di finali a lieto fine musicati da violini. Ripeti: non aver paura di finali a lieto fine musicati da violini. Ripeti …

Un’orchestra sull’oceano, sperduti nel mondo, come ritrovarci non so, so solo che basta suonare.
Cullami onda con la tua placida grazia marina, cospargimi di sabbia fine e tieni lontano gli squali.
Vento che porta profumi di burrasche passate, relitti sprofondano e noi non ce ne accorgiamo.
Il polpo lotta con la corrente e così anche il re del mare dalla pelle argentea che ha paura di veder dissolversi le squame.
Un pescatore fuma la pipa sul molo e non si cura della lenza e degli ami, gli basta respirare il sale, non si cura dei vermi che scappano verso spiagge più nuove, gli basta respirare il sale. L’orchestra si fa più maestosa e dirige gli archi ed il vento randagio che spettina le dame accorse in questo lido per sfoggiare cappelli di paglia trovati per terra alla stazione. Siamo gatti randagi con le braccia tatuate che saltano sui treni merci, stelle comete che danzano tra universi paralleli e che non si fermano mai, almeno loro non si fermano mai. Il vento accarezza le labbra alle signore e malizioso fa scappare verso sud i loro cappelli, ma ritorneranno presto, più presto di quanto si creda. Un vecchio dal cappello rosso di lana tira un carretto di legno rovinato dagli anni dove dentro non c’è niente, davvero, dentro non c’è niente e la gente sgomita lo stesso e porge a lui doni e pacche sulle spalle e al vecchio non resta che rispondere con il suo sorriso sdentato dalla commozione. L’orchestra richiede silenzio ed ammaestra la natura tutta e insieme il tempo e lo spazio e lo avvolge in un vortice di scaglie dorate e tinte ramate che si fanno un tutt’uno con il mare.
Balla il pescatore immobile seduto con a fianco il suo cappello e si ricorda di quando giovane apprendeva l’arte del pescare.
Balla correndo all’impazzata verso deserti sconfinati e mordendosi la coda Bill il cane tutto nero della spiaggia che di tutti è stato cucciolo da coccolare. Ballano le dame coi signori marinai che ritornano per solo pochi minuti senza barche da attraccate e senza bottini da nascondere o vantare, ballano senza pensare alle ingiustizie del mare, ballano senza pensare a niente e non gli importa di cadere, davvero, non hanno paura di cadere. Ballano i pesci che fluttuano circondati da fasci argentati di luce e saltano e risaltano tra l’acqua e il cielo e sembrano non essere stati mai così felici. Ballano tutti insieme anche agli orchestrali che continuano ad alzare il volume per arrivare dritti al cielo e creare una via nuova verso la salvezza, ballano tutti e non si capisce come la terra ancora non tremi, ballano sospesi dal suolo e non sembrano privi di equilibrio, ballano e ridono, felici, ridono, felici, con i loro capelli d’oro e i loro sorrisi felici e i pesci che saltano e i mari che si stendono a diventare velluto, ballano insieme e l’orchestra non vuole finire e non finirà mai di suonare finché loro non cadranno e sinceramente non si riesce a intravedere in nessun mondo questa ipotesi finale.

Filippo Redaelli

Young Prisms – In Between

Data di Uscita: 27/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

I sogni spiegati

I. Smarrimento
È lo scenario di un film dell’orrore. La terra è un manto nero e la poca luce della città lontana proietta il profilo scheletrico degli alberi nudi lungo il viale in ghiaia e terriccio. Ho violato la selvatica compostezza della natura, come se la campagna di notte fosse una magnifica belva dal manto verde blu. Il suo verso, il vento freddo, instilla vaghi brividi di paura lungo la schiena. E fuggo via ma resto sempre lì.

L’incertezza di questi passi sono come i minuti che si accavallano di sera, quando sul divano accendo il televisore su un quiz o un documentario, aspettando che qualcosa catturi la mia attenzione. E so già che è tutto un trucco per ingannare il tempo che sfugge e non riesco a trattenere.

II. Paranoia
Sembra una giornata qualsiasi di anni e anni fa. Sara mi ha aspettato giù e ora saliamo insieme le scale della scuola, infine entriamo in classe con qualche minuto di ritardo. Il professore ha già cominciato a interrogare dunque mi ritengo fortunato, ma appena mi siedo al mio banco noto sulla lavagna degli strani segni che non riesco a decifrare. Tutti cominciano a leggere ritmicamente ciò che è scritto alla lavagna ma io non riesco a mettere a fuoco. Perché non riesco a leggere? Cosa mi divide dagli altri?

Mi sveglio con uno stato d’animo confuso e per un attimo penso di dovermi vestire e preparare lo zaino. Poi realizzo che non vado più a scuola da una decina di anni, ormai. Sogno la scuola con una frequenza che definirei ossessiva e mi domando per quale motivo. La ragione è che allora aveva un senso lo svegliarsi la mattina. Ora non riesco a focalizzare alcun perché nelle mie mattinate passate nell’inerzia più abietta. Non ricordo più il numero di telefono di Sara, la mia amica del cuore quando avevo dodici anni.

III. Trasparenza
Io e Asia prendiamo l’aereo e atterriamo a Bologna. Il motivo? Il concerto dei My Bloody Valentine. Il mio cuore è stracolmo di felicità anche se capisco bene che si tratta soltanto di un sogno.

Non sarò in grado di gestire il tempo che scorre ma di colpo, quando Asia è con me, esso esaurisce tutto il carico di angoscia che si trascina. Il tempo potrebbe non esistere più, annullarsi nell’intensità di un sorriso, nel calore che precede un abbraccio.

Andrea Russo

Greg Haines – Digressions

Data di Uscita: 12/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Tentò un approccio ironico e in parte ci riuscì, inventava storie straordinarie rivelando solo alla fine che fossero false, cercava sempre di essere distante nonostante sguazzasse nel presente, rimaneva ad ascoltare dietro la porta mentre tutti credevano fosse altrove, non si faceva sfuggire quasi niente, era spesso ubriachissimo ma sempre meno ubriaco degli altri, era sempre coperto da una colorata coltre di amore e sofferenza ma nonostante ciò riusciva a far respirare a tutti il fresco vento della gioia.
Aveva la costante paura che la passione-ossessione della madre per la musica lo potesse risucchiare a causa della sua immensa debolezza e volubilità.
Voleva fare il botanico, ma avvertiva una recondita insofferenza mista a vago disprezzo della madre, che a suo dire (o meglio pensare) celava questi poco nobili ma comprensibilissimi sentimenti con un altrettanto vaga ammirazione per il figlio, quest’ultima nemmeno troppo insincera.
Eppure amava la musica e amava suonare, ma più di tutto, hélas, amava le piante.
Sentiva addosso a sè il peso delle aspettative della madre in entrambi i campi, doveva conseguire risultati e certificati (sì miei cari, viviamo in un buffo mondo di certificati) e nel contempo interessarsi al sacro amato odiato tormentoso mondo della madre.

Decise di porsi, come già detto, nella “crisalidea” posizione dell’ironia, portando il suo senso dell’umorismo a una vera e propria entità ontologica che, almeno così si augurava, avrebbe determinato la sua vita in positivo. Ma era solo una medicina.

Aveva spesso mal di stomaco, una latente gastrite che si tingeva di alcool, di fritto o di pomodori a seconda del periodo; ma ciò che aveva sempre più spesso era quella nausea, ormai universale, sia mentale che fisica, che lo assaliva in alcune situazioni. Ad ogni modo rimaneva sereno.

Non diremo come andò a finire, perché le cose finiscono, sì, ma il finale viene percepito o raccontato da altri, ma soprattutto non sveleremo il finale perché poche cose in realtà finiscono e molte sono quelle rimaste informi o multiformi, inoltre, pirandellianamente, non possiamo concedere spazio all’ansioso desiderio di conclusione che assale l’Homo sapiens.
Mi pare che tutto ciò dia giustizia all’approccio umoristico del caro protagonista.

Bach suonava gli abeti
Mozart suonava le sequoie
Beethoven suonava le querce
Verdi suonava i faggi
Schönberg suonava gli abeti
Part suona i mandorli

I pianoforti sono fatti col legno, la carta pure.
Andiamo a far fiorire qualche fiore debole o indeciso.

Marco di Memmo

Alyosha’s Dream – Dream Sequence

D.d.U. 14/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Da quando M. è partito, A. conta le crepe sul muro, le lacrime sul pavimento.
Ogni lacrima è un pensiero galleggiante, una stilla di amore salato in cui affogare.

Da quando M. è partito, A. ha cancellato la parola «restare» da tutti i vocabolari e ha fatto un tuffo nella follia, uno di quei tuffi belli, eleganti.
Resta lì, in balia delle onde, si lascia trascinare.
Presto, però, si calma e torna a galla, me l’ha promesso.

Da quando M. è partito, A. alterna vorticosamente sogni e incubi. Ogni tanto sorride con un pensiero dolce in testa:  adesso sa che in giro per il mondo esistono due mani fatte per stringere le sue e combaciare perfettamente.
Deve solo aspettare che tornino a casa.

Annachiara Casimo

Fennesz + Modern Witch @ Locomotiv Club, Bologna (18/02/2012)

Un breve ascolto, durante la lettura

Neve dappertutto, strade delimitate da muri bianchi.
Pizza, birra scadente in regalo e rumori ovattati. Bologna accoglie così una strega del nuovo millennio e uno stregone di vecchia data.
Arabi che fanno le palle di neve e poi le tirano addosso nel parcheggio del Locomotiv.
Due ragazze che vogliono farsi vedere si fanno ben vedere, alte, s/vestite, autoreferenziali, dall’incedere per nulla intimorito, catturano ben presto.
L’ambiente intanto viene sferzato dalle imperfezioni sonore dell’antico maestro che con il suo pc e la sua chitarra incanta tutto e tutti. Ci si siede, guarda caso vicino alle due. La luce blu si emana e si perpetua sul palco, gli occhi di ghiaccio fissano il laptop e si entra in un loop profondo che ti sprofonda in pensieri più o meno circoscrivibili. I livelli di goduria raggiungono l’apice proprio quando la chitarra entra a pieno regime tra il crepitio elettronico costante.

Modern Witch

(altro…)

Giardini di Mirò – Good Luck

Data di Uscita: 15/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

La vecchia Golf grigia di mio padre mi è sempre rimasta nel cuore; quando in famiglia l’abbiamo sostituita, ché ormai non faceva che andare dal carrozziere minimo una volta al mese, è come se avessimo perso un pezzo fondamentale. Ecco perché coi miei primi soldi guadagnati lavorando ho deciso di comprarmi la stessa auto, coi sedili discretamente scomodi rispetto ai comfort attuali, e un obsoleto mangianastri al posto delle autoradio di oggi – con cd e cavo per l’ipod.
Non mi fido di farci viaggi lunghissimi, per quelli ci sono i treni, gli aerei. Ma stamattina sono sotto casa tua e ti suono il clacson impaziente, e ti aiuto a salire e a sistemare buste e pacchetti nel sedile posteriore. Ché una gita in campagna, qui in Emilia, al riparo dal caos cittadino, la mia Golf di cui vado fiero riesce bene a concedercela.
Ti piace cantare mentre guido, non sei intonata ma adoro come ti lasci andare, dici che ti senti libera e mi fai sorridere – “libera da cosa?” ti chiedo io, puntualmente. Tu fingi di non sentire, in realtà mi osservi di sbieco mentre prosegui divertita; io getto lo sguardo verso la terra piatta che si stende attorno a noi, lambisce il ciglio della strada e sembra propagarsi tutta uguale all’infinito, interrotta solo qua e là da qualche vecchio casale.
Ci fermiamo dove immaginiamo non potrà disturbarci nessuno, se non incursioni occasionali di animaletti di passaggio, lievi folate di vento e fili d’erba; la coperta che hai ricamato a mano nel periodo in cui avevi la fissazione di continuare le vecchie tradizioni genuine della tua famiglia è così grande che riesce a ospitare tutto quello che abbiamo portato con noi e i nostri corpi sdraiati vicini, in simbiosi tra loro e in altra simbiosi con la quiete circostante. E così la giornata scorre immersa nell’aria caliginosa della nostra pianura, tutte le variazioni possibili della posizione orizzontale e infinite discussioni di musica, come nostro solito; il pranzo ha il sapore caldo delle lasagne fatte in casa da mia nonna – strategico compromesso tra la mia devozione alla carne di maiale e i tuoi discorsi salutisti secondo i quali il segreto per vivere a lungo risiede nei tortini di verdure. Snoccioliamo aneddoti, sulla scia della memoria, ricordi di episodi felici ed altri un po’ meno, situazioni legate a doppio giro con la terra in cui ci muoviamo da sempre, i nostri luoghi e i nostri spazi, quelli che ci hanno visto diplomarci, festeggiare lauree e cercare lavoro. E la musica scoperta per caso grazie a serate improvvisate con gli amici più stretti, i gruppi che non smetteremo mai di amare, come tu ami me e io te. Imbracci la chitarra da cui non riesci assolutamente a separarti.
“Senti, il giro è questo, Memories, sono ricordi. È proprio la malinconia che incede, a passi dolci uno dietro l’altro. Get your hand in mine.”
Con il piede batti a ritmo sull’erba, poi appoggi la chitarra e raccogli alla rinfusa margherite e violette intorno alle tue scarpe da ginnastica. Me le porgi e accenni un nobile inchino, la testa reclinata da un lato; si continua a parlare di post-rock, di come secondo me i Giardini di Mirò stiano cercando la chiave magica per tramutare i loro crescendo e le loro melodie sofferte in vere e proprie “forme-canzone” senza snaturarsi, ma tu sei la solita purista e ne nascono diverbi semiseri, mi chiudi violentemente la bocca con un bacio e dopo un po’ ti stacchi. “I love you, more than  ever” – proclami. Concordiamo sui pezzi energici, quelli che ci conducono anche solo serrando gli occhi ad evasioni felici come quella di oggi, pieni respiri e lucente energia.
Ride with craving cars
Ride with shading trees

E andiamo in estasi da sempre perdendoci nelle suite strumentali, ho perfino imparato ad amare i nuovi fiati che si intrecciano con i picchi di tensione di chitarre e batteria, tinte vivide inedite danno una bella corposità, mentre un lieve chiarore impedisce di tuffarsi del tutto nelle oscurità delle ballate a più voci.
“Ma l’apertura di Time on time non ti ricorda gli Ulan Bator con Realité?” “Dai, non c’entra nulla, come ti viene in mente?” Eppure ne sono certo, ma non te lo dico, rimango solo ad assaporare la pace e mi concentro sulle chitarre.
Nobody sees traffic
No one can reach us now
.”
Vogliamo costruire qualcosa insieme io e te, siamo tanto sognatori quanto desiderosi di concretezza, di toccare con mano frutti di così tanto amore e dedizione reciproca; solo di recente ti ho confidato di quel rudere in mattoni di proprietà di mio nonno nei dintorni di Reggio Emilia, incredibilmente simile a quello che ora sta alle nostre spalle, solido e rassicurante. Ho avuto il coraggio di parlartene solo quando mi hai sorpreso dicendomi che per me eri disposta anche ad abbandonare le certezze di felicità metropolitane: “Voglio un futuro coerente e genuino, autentico”. Diversamente dalla Società dal cuore piatto in chiusura del disco – intensa e drammatica coda post-rock , ci stiamo muovendo sulle basi dei sentimenti e della sincera consapevolezza. Speriamo solo nella fortuna. Good luck.

Federica Giaccani

New Candys – Stars Reach The Abyss

Data di Uscita: 23/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Quando decidemmo in quale direzione andare, non era né troppo tardi né presto. Non c’era un tempo scandito da orologi a pendolo dall’inquietante rintocco, piuttosto il nostro stomaco aveva a lungo subìto la tensione della partenza, senza mai alzar il piede da terra e compiere un passo, quel passo.
Muoversi, per noi, aveva significato, fino ad allora, attendere.
Era solo un movimento del pensiero  speranzoso di cambiamento, nella paralisi totale della rivoluzione, interiore e non.
<Aspetto tempi migliori!>, dicevamo l’una all’altro; come in quel quadro di van Eyck, eravamo fermi nella tela e riflessi nello specchio  convesso  e guardavamo le nostre spalle, scese come i deboli, rassegnate, mentre le nuvole scorrevano così determinate ad ogni stagione e si dissolvevano, un po’ come i sogni di gioventù. E mi chiedevo:  C’è anche un’età per sognare?

Faceva rabbia, appunto, avere la fiamminga attenzione nel trovare l’opportunità di ferirsi, di auto commiserarsi per sbagli nemmeno compiuti, nemmeno tentati, anziché cadere durante la corsa al miglioramento. Eravamo delle tartarughe viola uscite dalla tela del tempo, nel limbo del mondo, della vita stessa, a chiedere perdono alle persone ferite dalla nostra stasi ma soprattutto a noi stessi, poveri miseri viventi con gli obiettivi sfocati e la mente pesantissima.
Nuotavamo in acque evaporate, con lacrime salate che rovinavano gli scatti della memoria e logoravano la pellicola delle emozioni. Ci baciavamo con la paura d’infettarci di paure e allora lasciavamo che gli sguardi fossero tutto e niente per non diventar miopi, ancora.

Un giorno, a caso, di quelli in cui ti svegli e non guardi certo l’oroscopo e magari non c’è nemmeno quel sole che t’abbaglia e non è nemmeno il tuo compleanno (che poi , cavolo ci trovate nel festeggiare anni che passano?), uno di quei giorni in cui ti svegli col piede sinistro, quello giusto, sì, decidemmo di partire, di visitare le città invisibili che avevamo  solo ammirato in vista aerea sugli atlanti.

It starts when you cross
It ends when you fall down
No matter how you call it
I have just found out …
… that black is how the light is
in the morning silence

L’ansia assuefacente di scoprire il senso di tutto ci aveva portato a fare testa o croce con le possibilità,
per ovviare all’inutilità della nostra puntalità nell’andare a cena con la noia; nemmeno a lume di candela, poi.
Nessuno poteva ascoltare il suono di tutti quei pensieri che sino ad allora avevano costruito palazzi sulle tangenziali per il nulla,ed erano  così assordanti e pesanti che stancavano anche la gravità; avevamo  solo bisogno di comunicare che c’eravamo e ci servivano ottimi amplificatori Marshall per questo; avresti cantato con noi, Mondo, ti avremmo regalato con codardia un po’ di dubbi ma li avresti accuditi per bene mentre sorseggiavamo vino rosso in bicchieri di vetro, finalmente. Forse, era addirittura cristallo.
Era più che altro un disilluso arrivederci senza nemmeno, paradossalmente, troppe lacrime, con tutto quello che aveva decorato la tela sino ad allora, compresi i legami. Questa volta, dovevamo soffermarci meno sui colori e più sulle forme, sul sentimento che aveva permesso che tutto avesse un equilibrio poi perso, per “una serie di spiacevoli eventi”. In realtà no, la vita è personale, ed è personale anche la scelta del dolore e di come viverlo, è personale la fuga e il ritorno e tante attese insieme non possono coesistere. Per cui ci sarà sempre qualcuno che fugge da qualcosa e qualcuno che aspetta che l’altro ritorni, e quel qualcuno magari è l’altra parte di sé, fuori dal quadro che è stanca del punto di vista dell’osservatore e vuole cambiar respiro, tagliarsi la testa pesante e ricominciare.

I’m sorry my friend
it’s my fault again
and please don’t pretend
that you understand

I’ve found out a grove
where I used to go
in a foreign land
where I used to stand

Ilaria Pastoressa

Lee Ranaldo – Between the Times and the Tides

Data di Uscita: 20/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Per anni ho sognato di essere la figlia di Kim e Thurston.
La creaturina alla rovescia tra le braccia di papà, con mamma attorniata da una scorta di madonne un paio di polaroid più in là. La piccola cacciatrice di fragole intrappolata dalla rete, pesciolino in un mare color smeraldo. Sognavo di essere Coco per via dei suoi geni, un corredo troppo perfetto per essere davvero parte di questo mondo. Fantasticavo. Certo la cronaca spicciola degli ultimi mesi ha annientato anche solo l’illusione di quello sgargiante paradiso per adolescenti, lasciando nella ragazzina ormai quasi donna ferite che qui tra i comuni mortali chiamiamo pillole di male quotidiano. Spenta la suggestione, non si è però sciacquata quella specie di stupida gelosia. Non in toto, quantomeno. Anche con tutte le sue primavere, il fascino di uno zio padrino come Lee Ranaldo nella propria cerchia magica rimane una benedizione splendente e irraggiungibile. Lee Guancia d’Arancia. Lee il ragazzo con i camicioni a quadri. Quello non bello, non divo, e con quell’espressione sempre un po’ lessa.
Il mio prediletto, il George della band.

L’avevo lasciato al suo Sguardo Nascosto, happening sonoro terrorista, colto e disturbante, nella corte barocca di un palazzo del seicento leccese. La Jazzmaster nera sospesa nel vuoto come un pianeta minaccioso ed ancora sconosciuto, spalleggiato per l’occasione da fin troppi satelliti. Doppiata in sincrono nel suo mugugno da un esercito di consimili, percossa ora da un archetto ora da una bacchetta, lanciata in spettacolari evoluzioni rotatorie sopra le nostre teste vacanziere e trasfigurata nel più opinabile e sensibile dei pendoli sonici. Ad accompagnarne l’estasi ed il tormento, una bella compagnia di giro: due gong, un manipolo di coriste, videoproiezioni a profusione e poi lui, sciamano brizzolato ed amante violento, non nuovo a simili forme di radicalismo situazionista. Dall’apprendistato avantgarde nella ghenga di Glenn Branca ai reading improvvisati e le sonorizzazioni per gli allucinati 16mm di Stan Brakhage, nel suo spaventoso curriculum non è mai venuto meno quell’innato e perverso amore per la sperimentazione.
Fino ad oggi almeno.

Navigando a vista verso i sessanta, il mite Lee è parso quasi destato dalla buriana coniugale dei sodali di una vita e si è scoperto libero, all’improvviso. L’intuizione più bruciante di questo suo nuovo romanzo in solitaria è proprio quel senso di indipendenza insopprimibile, di ideale affrancamento nella testa e di sorriso sulla bocca. Un raggio di luce naturale e contagiosa dopo anni di serena ipnosi a targhe alterne, nei panni del gregario di lusso o dell’esploratore temerario. Per la prima volta un disco a nome suo lo mette a fuoco e rende giustizia alla sua indole dolce e bonaria. In marcia con la compagna adorata: l’originale scavalca i suoi doppi stilizzati, sagome semaforiche e uomini di vimini, abbandonando dall’altro lato della strada un repertorio esagerato di droni e scale asimmetriche. Profilo limpido e ben contrastato, divieto di accesso alle complicazioni e all’autoreferenzialità fumosa. Il tempo che corre e le maree non aspettano nessuno, sembra sussurrare lui. Che per l’occasione chiama a raccolta un drappello di anime gemelle e relative protesi a sei e dodici corde, abbracciando e sconfessando in loro compagnia quanto già detto in tre decadi di maestosa carriera.

Nel festoso simposio elettracustico del singolo apripista ‘Off The Wall’ la sua Fender si conferma l’inappuntabile bestiaccia trottante di sempre, con le sole sorprese di un piglio felicemente didascalico à la Go-Betweens e di una quanto mai opportuna astensione dai garbugli concettuali. A chi paventava sforzi pirotecnici quanto onanistici, Ranaldo risponde con la sostanza e le visioni dell’artista tutto cuore, con la lunga gittata di una spensieratezza autentica e con quella fame bella, da giovane. Niente smargiassate fuori tempo massimo, nessuna licenza cortigiana. Terso, onesto, appagante ed appagato. Regala al suo piccolo seguito di affezionati un gioiello di accessibilità e disimpegno, riservando le sovrastrutture “alte” agli svaghi estivi nelle gallerie d’arte o alle bislacche elucubrazioni audiovisive in combutta con la sua signora.
Lo zio Lee interpreta la corrente d’aria nella grande casa aperta. E’ l’incrocio dei tagli del sole sul pavimento, la ferita risparmiata agli occhi una volta tanto. E’ il baratto fortunato tra riverbero e respiro, il piacere di fare per il piacere di fare, l’abbraccio confortevole di un amico che torna a trovarti dopo qualche tempo. E tu lo riconosci pur così ingrigito, pure accomodante.
Ascolti Christina e pensi a Karen, quella rivisitata.

Quell’abilità nello spalancare corridoi strumentali e vertigini tascabili dovrebbe avere il Trade Mark, lì in piccolo sul margine destro. Anche virato con decisione verso una lascivia pop di alto profilo, finiture cromate e pancia bombata, il sound resta quello morbido e squillante degli ultimi lavori con il gruppo. Così le nuove canzoni si lasciano scoprire come pietre di paragone quasi inconsapevoli, cristalli illuminanti nel raccontare quanto di Ranaldo vi fosse nei Sonic Youth e non viceversa. Improvvisazioni e concretezza, lampi crepuscolari, sprazzi di radiosa elettricità e tanto buon rumore disciplinato. Fatto salvo il contentino cameratesco concesso ai fan smarriti in un paio di episodi – vedi la griffe sonora di ‘Goo’ e ‘Dirty’ che alza di qualche punto le credenziali di ‘Waiting On a Dream’ – all’ascoltatore rimane in supplemento anche il piacere sottile del vecchio gioco delle differenze: appannaggio esclusivo dei mirabolanti convitati, se la matematica continua a dar conforto al critico e alle sue sparate a salve. La disinvoltura easy, per dire, è tutta farina del sacco di Jimmy il geniaccio, quasi una cotta di maglia “leggera come la piuma ma dura come le scaglie di drago”. Il suo rendez-vous con i guizzi e le spirali fantasmatiche dell’inconfondibile chitarra di Nels Cline vale da solo mezzo album, e mai si sarebbe portati a credere alla genesi in acustico di cui vanno narrando le note stampa. Includendo nel quadro anche il drumming incalzante ma elusivo di quell’eterno ragazzino che è Steve Shelley, le somme si tirano quasi da sole.

Il risultato è una sorta di agile compendio, l’anello Sonic Youth dell’era O’Rourke agganciato su un lato alla galassia Wilco di ‘Sky Blue Sky’, ai Loose Fur, ai Geraldine Fibbers, e sull’altro alla periferia R.E.M.-ota dei Poisies e dei Minus 5. Un esaustivo viaggio senza mappe nei meandri del miglior alt-rock americano degli ultimi tempi, come se l’ormai probabile tramonto della gioventù sonica presagisse una maturità spavalda e non meno interessante. Di suo Lee ci mette comunque moltissimo. Muovendosi con destrezza ancora proverbiale tra gli anfratti di un genere che pochi come lui hanno saputo codificare e perfezionare, levigando poco alla volta un suono così indimenticabile. E poi cucendosi sul bavero quell’etichetta estemporanea, Experimental Folksinger, per arrivare ad emulare in un paio di pezzi i voce e chitarra frugali ed intimisti delle recenti uscite dei Moore, dei Mascis, dei Brokaw e dei Dando. Pauperista ma con il trucco, vista la dote di impalpabili screziature space o la repentina sortita nel distretto dei cristalli acidi tanto caro a Greg Weeks, altra gradita sorpresa.

Un cantante che non è un cantante. Un sognatore estroso che fotografa la realtà meglio di tutti quegli acerbi menestrelli con il Dylan imbronciato di ‘The Times They Are A-Changin’’ ben nascosto nel cassetto della Xerox. Attento a catturare il senso di ogni vibrazione, scivolando senza paura tra le rapide del flusso di coscienza che sua moglie Leah ha sepolto nell’asprezza metropolitana di uno spoken word. E sempre in equilibrio sulle corde che più amiamo: un po’sfumature nostalgiche, un po’ inquietudini contemporanee, nella forma flessuosa ma incerta di una digressione senza fine. Indissolubile. Ecco una parola che a malincuore non varrà più per la band, promossa e non da oggi nel rinomato schedario dell’epica pop. Né rispecchierà l’affinità leggendaria di Thurston e Kim, o la stella fortunata nel firmamento della loro rampolla. Le ‘Scene da un Matrimonio che non si ossida’ andranno ora in onda da casa Ranaldo, in diretta e in esclusiva. Con Lee, Leah ed un terzetto di pargoli dai nomi semplicemente improbabili. Se anche a voi è rimasto in serbo un briciolo di invidia, riservatelo a loro soltanto.

Stefano Ferreri

Andrew Bird – Break It Yourself (Top Ten 2012)

Data di Uscita: 06/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Spaventapasseri vestiti all’ultimo grido.

If memory serves us, then who owns the master
How do we know who’s projecting this reel

Morbo e ritenzione Mnestica.
Profili di porcellana accompagnano le mie confuse passeggiate lungo i corridoi immacolati della mia nuova casa. C’è odore stantio di acqua ossigenata nella stanza che divido con un vecchio di cui non ricordo il nome. Non molto tempo fa, dice, lavorava come tecnico in un cinema, oggi è quasi completamente cieco. A pensarci bene una sorte stravagante, sono tra quelli che hanno sempre sostenuto l’idea che la vita abbia un eccezionale senso dell’umorismo.
Verserà ancora un po’ di whiskey nella mia acqua o lo zuccherò nel suo tea?
Sappiamo bene che quel che dice non ha alcun senso, le giornate trascorrono monotone, la tv sempre accesa sullo stesso canale. Una volta mi hanno raccontato di un tale che ha provato a cambiare programma, ma si è addormentato prima di riuscirci.
Siedo alla finestra e mi lascio ad ascoltare la pioggia che picchietta lungo le immense vetrate. Dicevi che quando i ragazzi sarebbero cresciuti, avremmo preso una casa in Florida (o in California non ricordo) e ogni mattina avremmo atteso alla porta il furgone del latte trainare il sole nascente e avremmo giocato a dama tutto il giorno all’ombra del cedro che volevi piantare. Non rimane altro che un ricordo in perdita, c’è solo un grigio inconsistente previsto per il mio “oggi”. Se solo potessi guardare indietro, lo farei com’è stato fatto per il pianto di Euridice, ma quel che resta alle mie spalle è solo un’immagine deformata dall’aria calda, quel che accade al mondo nelle più afose giornate di primo Agosto.
Dimentico, è questa la mia colpa, e non basta un pugno di pillole di speranza a mutare la mia negligenza. A preoccuparsi di quel che ci circonda, sale un forte senso di frustrazione: dovrei ritrovare la vecchia armatura luminosa che mi renda invulnerabile a questo continuo perdersi, che mi protegga dal quel nulla che lascia trasparire il non ricordo di una vita, forse, non passata insieme. Vorrei voltarmi anche solo per ricordare cosa si prova ad invecchiare, come sono arrivato a questo, e liberarmi dall’affanno che suggerisce un “semplicemente non riesci a ricordarlo”.
Come ogni mattina mi rado con cura, indosso la mia giacca migliore e, prima di raggiungere la sala comune, osservo le scale che portano al piano di sopra, mi dicono sia quella la strada che porta alla fonte. Magari un giorno torneremo a ballare come fa la polvere se l’osservi controluce, come può chi è grato solo d’essere ancora vivo.

It’s all in the hands of a lazy projector
That forgetting, embellishing, lying machine

Giulia Delli Santi

LAKE R▲DIO – Dream House

Data di Uscita: 24/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

La chiamavano ubriachezza molesta, però tu non hai molestato nessuno. Lei era altamente consenziente e altamente ubriaca quanto te probabilmente, lo dimostra il susseguirsi della storiella. Resta il fatto che dopo il primo incontro facilitato dalle sostanze alcooliche tutto si era trasformato in una specie di idillio magnetico.
“ Ci siamo scelti come compagni di viaggio reali per il nostro viaggio immaginario”.
Per non perdere tempo e ore del giorno dormivano il meno possibile, nel loro mondo avevano inventato pastiglie con effetti contrari ai sonniferi, ed erano i migliori consumatori sul mercato nero di sedicenti venditori indiani ai bordi delle strade, tra i grattacieli sempre più alti.
Le albe di fuoco le bloccavano ogni pezzo di retina e con le sue tendenze new-new-age parlava di astrologia sudamericana e africana, degli alieni che hanno costruito le piramidi in Egitto e ci credeva fortemente. Popolazioni scomparse e pronte al ritorno, biodinamica, bio-stronzate e pianeti in collisione.
Prendevano anche pastiglie per trovarsi in campagna e non in città, tracciare cerchi nei campi di grani e dialogare con forme di vita altre. Tra i grattacieli non era possibile.
Tra i vicoli sporchi della periferia di Chicago si faceva altro, murales sconci e triangoli neri ovunque. L’industria farmacologica aveva conquistato questo mondo, le banche e gli industriali generici erano stati superati agilmente da vetrine colorate piene di confetti a prezzi stracciati.
Nonostante ciò i venditori indiani, relegati dietro ai cassonetti, per loro, erano più a contatto con una natura incontaminata e autoctona. Effetti collaterali da abuso creavano idealizzazioni fasulle, eccone una perfettamente mostrata. La natura ormai era qualcosa di assolutamente artificiale, asservita all’uomo.
Non avevano molti amici intorno a loro, si bastavano a vicenda.
Provarono a dipingere qualcosa insieme ma si accorsero che non ne valeva la pena, l’astrattismo non dava soddisfazioni, la concretezza della terra che ricercavano non si trovava lì.
Nel misero sublocale con tutti i mobili volutamente in cerchio per formare cerchi concentrici in grado di catturare diverse gradazioni di energia cosmica in dispersione, ci credevano davvero, lei in particolare.
Dna e onde elettromagnetiche dai ricevitori telefonici grandi come alveari di elefanti e non di api.
L’alba di ogni giorno veniva considerata come l’alba di una nuova era, coricati sul pavimento gelato ascoltavano suoni densi di magnetismo; si veniva a creare una sorta di atmosfera tesa al sogno, un sogno sfumato nel vintage. Si sistemavano e facevano partire il nastro. Lui non si capiva se fosse realmente interessato da questi discorsi o se cercasse semplicemente del sesso.
Plastic Angels. Nenia femminile da sirena dei campi, frammentata, sinuosa e pulsante nel suo incedere trance rallentato e capace di percepire ogni movimento.
Un battito estatico-straniante fa sempre da sottofondo a questo sentire che diventa anche più rilassante; e lei guardava il soffitto con sguardo capace di arrivare alle stelle più lontane. Voci robotiche e andamento marziale ricordano frammenti del mondo cittadino circostante, le macchine che comandano. Taking Pills That You Don’t Need.
Sussurri in un perpetuo scambio, labbra intrecciate in un augurio finale di pace interiore, quella esteriore non è possibile. Waiting In Heaven. Rimasugli dance anni 80’ tornano a galla in un mare cosmico dove spira un vento gelato.
La psichedelia si tinge di elettronica in chiaroscuro, e la coscienza è davvero in grado di aprirsi. Max Headroom.
Le loro mani partono per seguire strani tracciati, incontri nuovi e pillole vecchie.
Alla fine si può considerare che sia sempre un’alba, un’attesa costante di una nuova era, stesi in qualsiasi posto ci si voglia trovare.
Ritorno al punto di partenza e nuovo inizio, battito e movimento che pervade.
“ Ci siamo scelti come compagni di viaggio reali per il nostro viaggio immaginario”.

Alessandro Ferri

Offlaga Disco Pax – Gioco di Società

Data di Uscita: 06/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Frankenstein RMX

Io dormivo
mia madre andava a lavorare presto

Mio padre è morto dopo 54 anni complicati

Sento un frastuono
rimbombi lontano in modo imperfetto

Si chiamava Ylenia
era giovanissima

Ha la schiena un po’ storta e un’aria insieme ottusa e viva

E sul suo viso campeggia una scritta enorme:
“Perchè lo faccio?
Non vedi che io non ci vorrei stare qui?”

Si ridesta dai suoi pensieri troppo alti e scollegati

Il grido
“FERMO!!!”

Questa cosa non mi piace per niente

Se uno ci pensa
non ci può credere

Venti minuti.
non uno di più.

Ci hanno davvero preso tutto!
ci hanno preso tutto.

Mi sono addormentato con lo stereo acceso un’altra volta!!! Che strazio, ho pure sognato – a modo mio sia chiaro – il furto subìto quattro mesi fa! E adesso parlo da solo.

Mi succede spesso di addormentarmi con la musica nelle orecchie ed è allora che accade: concepisco degli incubi “collage”, nei quali mi muovo attraverso i versi che sento in dormiveglia. Li scompongo e ricompongo come un terribile Frankenstein, divento io stesso il protagonista, muovendomi al verso che meglio interpreta determinate fasi di sogno.

Lavoro di inconscio, come Max Collini con i suoi racconti.

Oggi è uscito il nuovo disco degli Offlaga, Gioco di Società. Chissà quali sviluppi inediti potranno prendere le mie avventure d’Orfeo. Ho sentito il disco in anteprima. Meno chitarre e più basi elettroniche e un basso…“Che basso!” direbbe lo stesso Max. La formula sonora si è semplificata ma al contempo è divenuta ancora più efficace, diretta e senza fronzoli. I temi trattati, nemmeno a dirlo, sono quelli di sempre: politica-sport-storie di gioventù!
Vado a frugare nella dispensa di casa, eccolo, il toblerone! (Qualcuno sa perché) Mentre lo sgranocchio cerco di tornare coi piedi per terra. Esco a comprare il disco o no? Forse sto prendendo una brutta piega, dovrei andare dallo psicanalista anziché in discoteca.
Ho deciso: esco a prendere una boccata d’aria. Varcata la soglia ho l’impulso di voltarmi.
Lo faccio di scatto!
………………
Sono davanti a Palazzo Masdoni!!!

Maurizio Narciso

Brother Sun, Sister Moon – Brother Sun, Sister Moon

Data di Uscita: 16/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Immagini d’infanzia

Agostino si era fermato sotto la mia finestra lanciando un fischio prolungato e mia madre, che già trafficava ai fornelli di primo mattino, aveva rincalzato, con voce stridula, costringendo a svegliarmi.  Il pavimento freddo, sotto i piedi scalzi, m’aveva riportato interamente alla realtà e, infilando il capo nel pertugio lucente tra la tapparella e il davanzale avevo riconosciuto la sagoma imbellettata di Agostino. Era la prima domenica di primavera, le campane risuonavano in fondo alla grande strada alberata: la messa sarebbe cominciata da lì a poco.

Ma lungo lo stradone avevamo infilato furtivamente un vicolo, oltre il quale si apriva un sentiero sterrato. Scapezzando qualche ramo basso di mandorlo, pestando dell’erbaccia selvatica, Agostino era sgattaiolato nell’anfratto lungo il fienile, dove nascondeva il suo pallone di cuoio. Riapparve rosso in volto, scrollandosi il panciotto dai rametti e dalle foglie e dai petali bianchi, esibendo trionfante, sul palmo della mano, il pallone, per poi scagliarlo lontano, verso la grande campagna, calciandolo al volo col collo del piede.

Il gomitolo coriaceo rimbalzava incerto tra i nostri piedi, lungo il sentiero gibboso, mentre strombazzavamo i nomi di alcuni calciatori simulando le voci dei cronisti sportivi della radio. Il vento tiepido sfiorava i nostri capelli e le bocche sorridenti, s’ingolfava nelle fossette delle guance, e socchiudevamo le palpebre agli improvvisi bagliori di sole che filtravano obliqui lungo il fitto pioppeto.

E, dopo un lungo tratto polveroso, sfiancati, finivamo su uno slargo erboso, recinto dal muretto storto sul retro della chiesa, dove, con le mani infilate nelle sacche del pantalone di velluto, ci aspettava, statuario, Leo. Un deciso colpo di spazzola a destra, che scoperchiava una scriminatura lattiginosa e millimetrica, era stato rassettato con della gelatina, tant’è che i capelli restavano saldati alla testa anche quando, correndoci incontro, grugnendo e paonazzo in volto, aveva affondato goffamente un tackle.

Con le gambe penzoloni sul muricciolo, acchittati nei nostri panciotti domenicali – rispolverati col fazzoletto, che aveva asciugato le nostre fronti madide di sudore -– rifiatavamo dalla serie interminabile di palleggi e attendevamo la fine della messa per confonderci con la frotta di gente che, all’andate in pace del prete, si rovesciava con malcelata frenesia sul sagrato.

Di lì a poco la messa sarebbe finita, scortata dal clangore festante delle campane, mentre davanti ai nostri occhi si apriva solenne la sterminata campagna, che improvvisamente s’abbuiava, sospesa in un odore pungente ed acre,–foriero di pioggia; e un treno, oltre i filari di mandorli in fiore, inarcando sbuffi di fumo nell’aria rappresa, andava sferragliante, chissà dove.

Fummo costretti a riparare nel piccolo casolare, poco distante, circondato da un muretto a secco. Leo ansante, un po’ spaventato dal temporale e cogli occhi pensierosi – che forse rivedevano il suo volto contrito davanti a sua madre, che lo aveva scoperto disattendere la messa domenicale – si era raggomitolato sulle ginocchia, in un angolo, mentre sferzava, sul tetto in lamiera, la pioggia. E mi sembrava di stare a guardare, nel rimbombo metallico, pungolati da refoli di acre frescura, un altro Leo: non più il ragazzetto ciarliero e pomposo che scorazzava con la sua bici e striava l’asfalto liscio con lunghissime e fumanti sgommate sotto il balcone della bella Marianna. Adesso, di tanto in tanto, stronfiava come un soldato e strofinava le mani imperlate di sudore sul pantalone per scaricare la tensione.

Ma subito il sole tornava a spettinare i suoi caldi raggi sulle nostre teste stordite, e con passo adagio, come smarriti, abbandonavamo il nostro rifugio, riguadagnando la strada. E il chiacchiericcio dei credenti, riparatisi, gomito a gomito, sotto i tendoni del caffè della piazza, al di là della chiesa, cresceva e si spandeva leggero nell’aria ancora umida della campagna che, tra le sue fronde e ombre semoventi, infondeva una sconosciuta inquietudine.

Gianfranco Costantiello

Julia Holter – Ekstasis

Data di Uscita: 08/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

This is the ekstasis

Èstasi [dal greco ἐξ στάσις, ‘star fuori – dalla mente’] s.f. 1 Stato psichico di svincolamento dalla realtà, di entusiasmo fanatico e di commozione, misto a un senso di rapimento, a volte accompagnato da visioni e da sensazioni uditive allucinatorie. 2 Nella fenomenologia religiosa, l’“uscita da sé” dell’anima che, abbandonato il legame con il corpo fisico e con i sensi, stabilisce un contatto temporaneo con il divino. 3 (est., fig.) Stato di intenso piacere. 4 Il silenzio quando non mi dici che mi ami che s’infila in ogni millimetro vuoto fra me e te. 5 L’equilibrio perfetto dei tuoi fianchi allineati ai miei, piccole caverne in cui riecheggiano echi mistiche. 6 Aspettarti. 7 Il tempo passato a fissarti il naso e contare le volte che ti si arriccia andando all’insù, mentre parli. 8 Ipnosi di musica che si specchia in se stessa, delicata. 9 La micia, gomitolo di pelo nero solitario, che mi si addormenta teneramente in grembo. 10 Gli sguardi caldi e sorridenti che mi danno l’illusione d’essere importante. 11 Leggerti una pagina di un libro dopo aver fatto l’amore. 12 Ascoltarti suonare dopo aver fatto l’amore. 13 Divertirsi a suonare quando si è da soli. 14 La primavera che s’infila negl’interstizi fra le tapparelle e punteggia la stanza di minuscole stelle. 15 I viaggi programmati e mai fatti, gli aerei cercati e mai presi, i posti sperati e mai visti, i soldi invocati e mai avuti. 16 Vestirsi l’una coi vestiti dell’altro, cambiare taglio di capelli e rispondere “forse” a chiunque ci chieda se siamo fratelli. 17 Il vuoto che sento all’altezza dell’ombelico quando mi manchi e che si colma fino a straripare quando m’abbracci. 18 Le sfumature violacee del cielo che si riflettono sui giardini e hanno un suono lento e malinconico. 19 La tua schiena che sembra un pezzetto di luna e io che ci annaspo su. SIN Quiete.

Annachiara Casimo

Big K.R.I.T. – 4eva N a Day

Data di Uscita: 05/03/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Giorni quanti, sembrano pochi, asse di lancio per sogni remoti. Giorni quanti, non riesco a contarli, troppi per vecchie glorie pochi per i miei bisogni. Sono così, un inetto vuoto a rendere, belle promesse in apparenza. La mia maestra diceva spesso a mia madre che avevo talento, così il professore, così il capoufficio, come ci sono finito qui allora?
Com’è che sono anni che ancora precario faccio un lavoro di merda ed ho una merda di salario.
Quelli come me sulla carta cantano.
Dovrebbero stare avanti di decine di chilometri, ed invece, continuamente, m’attornio di persone che giudico niente. Eppure così, continuamente, un esistenza in loop fatta di nulla e niente.
Ho solo rabbia, rabbia inesplosa, amori persi da mettere in prosa, un pc vecchio e un catorcio obsoleto. M’accompagnano lontano da qui quando capita, a fingermi qualcuno dove non mi si conosce.
Nella realtà, quella banale, sono segretario in uno studio contabile di poco conto. Parlo meglio del mio capo, saprei fare il suo lavoro, sono più giovane ed ho un aspetto decisamente migliore.
Perché sono qui?
Sono qui perché mi manca qualcosa, ho un pezzo difettoso che disloca portanza e potenza. Una mente che lucidamente giudica il mio presente, un’altra che coabita con la prima che lo vive con pigra contrizione. Sono giuria inerme delle azioni che compio, ragiono sul perché non m’applico, perché sono pigro e stanco. Pigro perché qualunque che sia il mio sforzo ora, ora come allora, il risultato raggiungibile non sarà mai nemmeno paragonabile ai sogni che posseggo e celo dietro un velo di disinteresse. Stanco perché continuo a vedere al posto mio nella realtà, quella impossibile, persone piccole. Piccole come sono io ora.
Maledirmi ora è darmi più importanza di quanta me ne diedi quando ancora in grado di cambiare le cose, blandamente, decisi che cercare gloria era faticoso e meno divertente di passare la vita buttato in un club; sarebbe sbagliato nei confronti della bella persona che ai tempi ha abitato questa cariatide.
Pronto ora a nient’altro che il borbottio lamentoso tipico delle vecchie scoregge incapaci ad altro se non invecchiare ulteriormente.
Ed a sentirmi, in fondo, sono già vecchio. Stupirsi che ci sia stato un bambino qui dentro, ecco cosa. Il vecchio è evidente, esce fuori ad ogni commento, ogni affermazione, so già che è tutto sbagliato, come e quando sarà manchevole e la cosa peggiore è notare che, dio mio, non sbaglio.
E se non sbaglio a prevedere, io che son sbagliato a priori, allora questo mondo non è meno triste e malato di me.
Manchevole anch’esso di portanza.

Alfonso Errico

Giorni quanti, sembrano pochi, asse di lancio per sogni remoti. Giorni quanti, non riesco a contarli, troppi per vecchie glorie pochi per i miei bisogni. Sono così, un inetto vuoto a rendere, belle promesse in apparenza. La mia maestra diceva spesso a mia madre che avevo talento, così il professore, così il capoufficio, come ci sono finito qui allora?
Com’è che sono anni che ancora precario faccio un lavoro di merda ed ho una merda di salario. Quelli come me sulla carta cantano. Dovrebbero stare avanti di decine di chilometri, ed invece, continuamente, m’attornio di persone che giudico niente. Eppure così, continuamente, un esistenza in loop fatta di nulla e niente. Ho solo rabbia, rabbia inesplosa, amori persi da mettere in prosa, un pc vecchio e un catorcio obsoleto. M’accompagnano lontano da qui quando capita, a fingermi qualcuno dove non mi si conosce. Nella realtà, quella banale, sono segretario in uno studio contabile di poco conto. Parlo meglio del mio capo, saprei fare il suo lavoro, sono più giovane ed ho un aspetto decisamente migliore. Perché sono qui? Sono qui perché mi manca qualcosa, ho un pezzo difettoso che disloca portanza e potenza. Una mente che lucidamente giudica il mio presente, un’altra che coabita con la prima che lo vive con pigra contrizione. Sono giuria inerme delle azioni che compio, ragiono sul perché non m’applico, perché sono pigro e stanco. Pigro perché qualunque che sia il mio sforzo ora, ora come allora, il risultato raggiungibile non sarà mai nemmeno paragonabile ad i sogni che posseggo e celo dietro un velo di disinteresse. Stanco perché continuo a vedere al posto mio nella realtà, quella impossibile, persone piccole. Piccole come sono io ora. Maledirmi ora è darmi più importanza di quanta me ne diedi quando ancora in grado di cambiare le cose, blandamente, decisi che cercare gloria era faticoso e meno divertente di passare la vita buttato in un club; sarebbe sbagliato nei confronti della bella persona che ai tempi ha abitato questa cariatide. Pronto ora a nient’altro che il borbottio lamentoso tipico delle vecchie scoregge incapaci ad altro se non invecchiare ulteriormente. Ed a sentirmi, infondo, sono già vecchio. Stupirsi che ci sia stato un bambino qui dentro, ecco cosa. Il vecchio è evidente, esce fuori ad ogni commento, ogni affermazione, so già che è tutto sbagliato, come e quando sarà manchevole e la cosa peggiore è notare che, dio mio, non sbaglio. E se non sbaglio a prevedere, io che son sbagliato a priori, allora questo mondo non è meno triste e malato di me. Manchevole anch’esso di portanza.