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Jüppala Kääpiö – Animalia Corolla (Top Ten 2012)

Data di Uscita: 12/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Seguendo la forma dei suoni

Una casa fantasma tra due oliveti apparsa in una fitta nebbia mattutina.
Un giovane vecchio uomo con la barba che sconfessate le parole muove i suoi passi tra l’erba e i sassi.
Lo stesso luogo dove forse tre secoli prima tentò di cacciare una fagiana con una pietra.
Un vuoto enorme, una coscienza della non-coscienza, ricordi vaghi che galleggiano nel mare salato degli occhi, sifr, uno zero, una cifra, le osservazioni astronomiche degli arabi.
Una fontana, dei girini in una vasca, la pasta fumante sui tavoli di legno, le panche, le altalene.

Ti seguo, Forma, in tutte le tue forme, ti seguo e ti cerco, e mi si induriscono i piedi, e mi si raffredda la mente; sei l’unica ragione, l’unica grande cosa che ritengo forse sacra.
Ti seguo, te lo ripeto, con la pochezza dei miei sensi che cerco di estroflettere, con la mia potenza, con la mia miseria, ti cerco coi miei denti, con le ginocchia: gli occhi la bocca le orecchie il naso la pelle le ho aperte per te e sono in te.
Ti avverto, Forma, e ti chiamo così ribaltandoti, tu che sei tutti i contenuti, tutte le infinitesimali e vibranti particelle, tu che ti fai spazio tra la grande mappa dei volatili e la società dei pesci e ti elevi nel più piccolo insetto fino a far esplodere il torace umano, fino a far deflagrare gli astri, fino a far disintegrare le galassie.
Ti avverto, te lo ripeto, nella sacra inconsistenza dei violini, nei crateri della luna, nella controversa melodia dei buchi neri che confondono tanto il tempo quanto gli umani e che sono, per le nostre piccole luminose vite, non più importanti di un’arancia.

Tra quei pini lontani ho sempre immaginato dei lupi timorosi degli uomini, dei daini agorafobi che mantengono il loro mistero, delle lepri che si offrono in pasto alla vita.
Le cime frastagliate delle montagne ci mantengono a terra: la montagna è più giovane dell’antichissima pianura.
Una parte di me pare essersi smarrita (guardo la mia solitudine e non la riconosco, poi ricordo un verso “avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale”) ma forse la ritroverò.
I fiori si dischiudono in una meraviglia purpurea e il polline vortica impazzito attorno agli animali venuti al circo dell’esistenza, mentre nelle profondità dell’oceano i calamari giganti ridono della luce.
La cognizione del dolore sentendo lo stridio dei cingoli graffiare l’aria. La cognizione della gioia vedendo la vermiglia luce del sole raccogliersi in grossi raggi nell’onirica allucinazione del tramonto.

Sulle ali di migliaia di coleotteri vengo a portarvi il mio corpo.

Marco Di Memmo

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