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Lambchop – Mr. M

Data di Uscita: 21/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Soltanto tre anni fa Kurt Wagner era praticamente un ex. Persuasosi di buon grado ad indossare le stimmate del reduce, rimpiazzata la chitarra con pennelli e tavolozza, aveva già telefonato alla stampa e concesso il rompete le righe al suo nutrito plotone di tamburini e trombettieri di latta. Dopo aver licenziato la bellezza di dieci dischi con la sua ensemble, sognava forse i lunghi pomeriggi in compagnia dell’amico fraterno Vic Chesnutt, lui pure pittore dilettante, a discettare di chiassosi cromatismi, di luce e ninfee, o del movimento bianco e delle tempeste in William Turner. Credeva di non avere più storie da raccontare con un microfono, ma si sbagliava. Proprio lo sgraziato e crepuscolare collega, vero spirito affine, gli avrebbe giocato uno strano tiro il giorno di Natale di quello stesso anno, imponendogli l’urgenza di un accorato epitaffio e, forse, di un più generale ripensamento. Accantonati i prematuri propositi di pensionamento, Kurt ha ripreso quindi il filo del discorso là dove l’aveva interrotto, sprimacciando il guanciale della propria ispirazione ed affinando con cura uno sguardo già disincantato a sufficienza su di sé, sulla vita, e la dittatura morbida delle relazioni umane. Lo stile è rimasto quello di sempre, inconfondibile, limato e lucidato negli anni assieme al fido produttore Mark Nevers: un’impossibile Nashville del cuore, fantasticata e rasa al suolo e riedificata così tante volte da aver oscurato l’originale con i suoi ingialliti cliché.

The Good Life (is Wasted)
canta lui, Americana alla maniera dei Jayhawks (‘Sioux City’) o dei Ladybug Transistor (‘Please, Don’t Be Long’) quasi fosse il segreto meglio riposto dei suoni delle radici. L’afflato è sempre il solito, intensamente impregnato di umori yankee, ma è come se Wagner si dilettasse ad alimentarlo da un altrove privilegiato, critico e nel contempo partecipe, quasi europeo per lo stupore al cospetto di una provincia così autentica, al suo imperturbabile scorrere e trascolorare. Con il piglio che da lui non ti aspetti, Kurt non si limita all’intrattenimento garbato che le sottili orchestrazioni à la Bacharach lasciano intendere. Si compiace piuttosto nel rivoltare come calzini gli stilemi del country, dirottandoli sistematicamente verso le più impensabili direzioni alla ricerca di quella classicità sommersa, inattesa, che è l’essenza stessa della musica dei Lambchop. Ecco allora quel crooning così riconoscibile anche senza esasperazioni di sorta, quello che nella press release ha fatto straparlare di tessiture sonore degne di un Sinatra psichedelico, con impeccabile umorismo ad orologeria. Ecco il soul bianco rivisitato attraverso la paziente disciplina dei grandi cantautori di oggi, quelli come Will Oldham e Bill Callahan, che insistono nel voler riscrivere la tradizione giocando quasi esclusivamente in sottrazione. Le vecchie etichette finiscono col perdere valore e significato. Nemmeno l’irrinunciabile prefisso Alt- è più in grado di sostenerne da solo il fardello, o di spiegare una formula il cui respiro rustico ma elegante si sottrae per forza alle classificazioni, aspirando ad essere ricordato molto più semplicemente come canzone popolare e insieme d’autore.

Anche tra le maglie del nuovo ‘Mr. M’ il tocco di Wagner si conferma quello vellutato, carezzevole e notturno che rese ‘Nixon’ una piccola pietra miliare, la fragranza è quella intatta e non adulterata degli esordi mentre continuano a strabiliare la pulizia, la misura ed il senso di pacificazione, come negli ideali titoli di coda di ‘Kind Of’. Nevers ha perfezionato l’arte della lentezza poco incline al formalismo, dei colori stesi sulla tela con parsimonia e nient’affatto crudi, di un battito tranquillo e regolare alieno alla minima tentazione enfatica. Come sempre il colpo ad effetto è opportunamente tralasciato, eppure ci si imbatte ad intermittenza nel cordiale tepore del capomastro e dei suoi sodali. Alle stregua delle ultime produzioni a firma Bonnie Prince Billy, non si lesina sugli spunti più calorosi: soft focus, cori vaporosi, arrangiamenti eclatanti e discretamente variegati per quanto sempre assai poco invasivi. Non si sa bene se siano sirene o ancelle di Circe, ma le voci femminili e la dolcezza delle chitarre rendono senz’altro confortevole la tranquilla odissea del disco, ben diversa da quella del battello flagellato sulla copertina del vecchio ‘Thriller’. Esangue e di poca sostanza, forse, per il fruitore avido di azione e risvolti, ma chi conosce Wagner non può ignorare come per lui, davvero, il fine sia il messaggio stesso. Il senso risiede per intero nei dettagli. Nelle pause. Nel flessuoso, flemmatico scivolamento alla deriva da tutto. Un viaggio che non necessariamente deve approdare, e non per niente è bene scordarsi i facili refrain o le altre agevolazioni tipiche dell’easy listening.

Come già per i Giant Sand, potrebbe valere l’assunto secondo il quale i Lambchop sarebbero un mood più che un gruppo vero e proprio. Un sentimento. Uno stato d’animo. Un’atmosfera che permea ogni singolo interstizio tra un suono e l’altro ed è profondamente femminile, come loro stessi si erano premurati di puntualizzare nel titolo di uno dei loro classici. Come spiegare altrimenti l’ammaliante tristezza quasi tango di un’incantevole filler come ‘Betty’s Overture’?  In evidente controtendenza rispetto all’irrequieta euforia di certe nuove sensazioni, passaggi emblematici come ‘Nice Without Mercy’ sembrano lì apposta per riaffermare l’inestimabile fascinazione della normalità. Anche i momenti banali possono essere appaganti perché anche la noia si può apprezzare – coltivare quasi – sembra suggerire il mite Kurt, da sempre sfrenato cultore dei ritmi blandi, delle gioie pulviscolari, della faticosa routine del cesello, degli aromi robusti e delle centellinate degustazioni da contemplativo enologo, più che musicista. Capita così che il superbo artigianato della band rediviva avvolga l’ascoltatore in un abbraccio sincero e rinfrancante, tra inflessioni domestiche e pregiate attrazioni cameristiche, come quando la compagnia si produceva in cover incredibili di Curtis Mayfield o F.M.Cornog – pardon – East River Pipe. Capitano le divagazioni rilassanti, con le tinte che si fanno più placidamente acid-folk e le luci soffuse, come nel diafano sussurro cui è affidato il commiato di ‘Never My Love’, prima volta assoluta per la parola amore nel taccuino di Wagner.

Nondimeno possono essere gli archi a ritagliarsi un ruolo di primordine, richiamando bruscamente alla memoria (nel loro incontro con il pianoforte e con una batteria discreta in ‘Gone Tomorrow’) quelli che resero magico ‘Bryter Layter’, stesso identico cortocircuito tra l’incedere frizzante ed il retrogusto amaro e mesto di una morte beffarda. Già, la morte. Anche lei è in fondo protagonista assoluta di questo disco. Negli omissis, nelle allusioni fugaci del navigato cantastorie, nell’assenza. Come Vic Chesnutt, il Signor Met che aleggia dentro ogni armonia come una presenza affettuosamente tratteggiata eppure invisibile. In queste serene ballate da focolare i Lambchop gli rendono omaggio suonando essenziali ma generosi, intimisti ed accoglienti, frugali e sornioni come il Vic meno disperato, quello colmo di meraviglia e parabole spicciole che invitò proprio Kurt e i suoi ad accompagnare le musiche sommesse di ‘The Salesman & Bernadette’, per poi ricambiare la cortesia nello splendido ‘What Another Man Spills’, il vero capolavoro per il collettivo del Tennessee.
Quattordici anni sono trascorsi e Vic ha scelto di portare su ben altro palcoscenico le proprie canzoni. Per i nostalgici, ‘Mr. M’ mantiene allora tutto l’impagabile valore di una delicata ma sgargiante illusione. O di un finale alternativo, se preferite.

Stefano Ferreri

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